Transgender e bagni pubblici, non solo guerra* | Commenti*| www.avvenire.it

Lo Stato americano del North Carolina potrebbe perdere fondi federali per miliardi di dollari, destinati a scuole, trasporti e alloggi, perché ha appena approvato una legge in cui si stabilisce che i maschi devono andare nei bagni pubblici per i maschi, e, analogamente, le femmine in quelli destinati alle femmine.

È solo l’ultimo, surreale salto di qualità della "guerra dei bagni" negli Usa, guerra in cui è impegnatissima l’amministrazione Obama che, per la prima volta, arriva a minacciare pesanti tagli a finanziamenti di opere pubbliche di primaria importanza a chi non condivide la linea della Casa Bianca sui "nuovi diritti civili" per la comunità Lgbt.

Ma andiamo per ordine. Abbiamo già scritto su "Avvenire" della "guerra dei bagni" scoppiata lo scorso anno negli States, e che prometteva di slancio nella campagna per la presidenza americana (come sta accadendo).

I soggetti sono le persone transgender, cioè coloro che, pur con un sesso assegnato alla nascita e riportato nei documenti (carta d’identità, passaporto), si percepiscono come appartenenti al sesso opposto, e perciò si vestono e si comportano secondo come "sentono" di essere.

Sono persone "in transizione" da maschi a femmine e viceversa, che hanno cambiato aspetto e stili di vita, e magari si sono anche sottoposti a trattamenti ormonali di vario tipo e intensità, ma che non hanno subito una trasformazione chirurgica irreversibile del proprio apparato riproduttivo, e che forse non la subiranno mai.

Sono quindi persone, ad esempio, dall’apparenza e dai comportamenti di donna che però conservano l’apparato riproduttivo maschile, e probabilmente rimarranno in questa condizione sempre, perché non vogliono sottoporsi a interventi chirurgici.

Di solito le leggi che regolano il cambio di sesso prevedono che queste persone possano modificare anche il nome e il sesso all’anagrafe solo quando la transizione è completata, e questo avviene generalmente dopo l’intervento chirurgico, che assicura l’irreversibilità del percorso (in Italia la Consulta ha da poco stabilito che va sempre accertata la definitività del cambio di sesso, ma che questo non implica un intervento chirurgico).

La "guerra" di cui ci occupiamo di nuovo nasce quando i transgender utilizzano bagni e spogliatoi in luoghi pubblici (scuole, cinema, palestre, etc.): gli attivisti Lgbt chiedono l’accesso ai bagni a seconda del genere percepito, indipendentemente da quello anagrafico, e cioè indipendentemente dal proprio apparato riproduttivo. I militanti Lgbt chiedono cioè che, ad esempio, un uomo che si sente donna e si veste e comporta come tale – un transgender donna, secondo il lessico Lgbt – possa andare nel bagni delle donne.

Il presidente Obama ha fatto di questa richiesta un "diritto civile" esigibile: la "guerra dei bagni" suona sicuramente meno romantico del "love is love" con cui il capo della Casa Bianca ha festeggiato il riconoscimento federale delle nozze gay, ma segna un passo molto importante nell’agenda politica dei "nuovi diritti".

L’accesso al bagno a seconda della percezione di sé e non del sesso anagrafico assegnato alla nascita, equivale al riconoscimento pubblico della percezione soggettiva di sé come criterio per la propria identità di essere umano, a prescindere dal corpo sessuato: sono un uomo o una donna a seconda di come "sento" di essere, il dato biologico è accidentale e può essere modificato a volontà.

Per Obama non riconoscere il diritto ad autodeterminare il proprio essere uomo o donna equivale a discriminare i transgender, e di conseguenza la sua amministrazione – i dipartimenti dell’educazione, dei trasporti, dello sviluppo urbano... – può prendere in considerazione l’idea di togliere fondi pubblici a chi approva leggi che discriminano i cittadini. E se compagnie come American Airlines, Apple, PayPal, Biogen, Dow Chemical, Red Hat sono a fianco di Obama, criticando duramente la legge del Nord Carolina, e se è il "New York Times" a scrivere le cronache di questa nuova frontiera della cosiddetta "gender war", a supporto del presidente, è difficile non pensare a un fatto che riguarda proprio tutto anche fuori dagli Usa. Qui non si tratta di bagni pubblici, ma dell’umano.