Secondo alcuni studiosi stiamo vivendo nell'epoca della “Sesta estinzione”, una nuova grande estinzione di massa di specie animali, dopo le grandi estinzioni che hanno segnato la storia della vita sul nostro pianeta. Riprendo l'espressione nel titolo di questo scritto, per indicare una nuova grande estinzione, di carattere non biologico ma antropologico: l'estinzione delle speranze. Lo scritto intende portare argomenti a favore di una ragionevole disperazione verso le prospettive della civiltà umana in questa fase di “tardo capitalismo”. Il testo è organizzato a tesi, quindi in forma assertiva e dogmatica. Argomentare dettagliatamente i vari passaggi avrebbe significato scrivere un libro. Nei miei futuri interventi sul blog cercherò un po' alla volta di portare argomenti a sostegno delle tesi qui presentate.


Tesi 1. La società capitalistica ha esaurito le sue potenzialità di sviluppo di civiltà.

Molti di coloro che, negli ultimi due secoli, hanno riflettuto sui caratteri della modernità capitalistica, e in particolare molti fra i suoi critici, sono rimasti colpiti dal suo carattere contradditorio, dal suo essere contemporaneamente generazione di ricchezza e di povertà, lotta di libertà e creazione di nuove servitù, rispetto dell'umanità in nome dei diritti e violenza disumana in nome del profitto. Su questa dialettica della società capitalistica sono state scritte pagine celebri e sono stati condotti dibattiti fondamentali, dei quali non possiamo dar conto qui. Mi limito, fra le tante possibili, ad una citazione di Horkheimer: “Il passaggio a questo modo di conduzione economica è stato un progresso storico che ha dato avvio a un periodo di produttività e di orrore. La storia di questo periodo contiene non solo il capitolo dell'emancipazione degli ebrei, ma anche quello del Workhouse Test, della repressione della Comune e del terrore dell'amministrazione coloniale”[Si tratta di una passo dal saggio “La filosofia della concentrazione assoluta”, contenuto nel secondo volume di “Teoria critica”, Einaudi 1974. Il passo citato è a pag.256.], in cui è evidente come l'autore cerchi di rendere le contraddizioni della civiltà capitalistica tramite accostamenti stridenti (un “progresso storico” che dà avvio a “un periodo di orrore”).

La novità storica del nostro tempo mi sembra essere quella della fine di tale dialettica. Il capitalismo ha smesso di essere una realtà in cui convivono contradditoriamente progresso ed orrore, e si è avviato, da qualche decennio, sulla strada di un pericoloso tramonto di civiltà. Questa affermazione non vuole assolutamente significare che sia prossima nel tempo la fine della società capitalistica. Non siamo davvero in grado di dire se il capitalismo sia vicino al famoso “crollo” teorizzato da tanti marxisti, o se abbia ancora un tempo indefinitamente lungo davanti a sé. Quello che si vuol dire è che il capitalismo ha finito di rappresentare una potenzialità contradditoria di progresso. Se la sua storia continuerà, sarà la storia di un progressivo imbarbarimento della società mondiale.


Tesi 2. L'attuale crisi di civiltà deriva dalla presenza simultanea di tre crisi: ecologica, economica, geopolitica.

La nostra organizzazione sociale, che ormai ha unificato, per la prima volta nella storia umana, l'intero pianeta, deve fronteggiare tre gravi crisi, nella sostanza riconosciute come tali, in un modo o nell'altro, un po' da tutti gli osservatori: crisi ecologica, crisi economica, crisi geopolitica. Si tratta in realtà di tre aspetti di una stessa crisi di fondo, che è utile però esaminare separatamente per ragioni di chiarezza espositiva. La comprensione approfondita della realtà contemporanea può venire solo da un esame di tutte e tre le dimensioni della crisi attuale e delle loro interazioni. Dati gli scopi più limitati di questo scritto, non parlerò della crisi geopolitica: si tratta di una dimensione che di per sé non tocca la nostra discussione sull'esaurimento della civiltà capitalistica. Infatti l'aspetto geopolitico della crisi consiste nel ridimensionamento dell'egemonia statunitense e nel possibile passaggio a un mondo multipolare e forse, in prospettiva, ad una nuova egemonia (asiatica?). Si tratta ovviamente di un tema fondamentale per comprendere le dinamiche politiche del mondo contemporaneo, ma esso di per sé non dice nulla sulla maggiore o minore vitalità dell'attuale organizzazione sociale. Il capitalismo ha conosciuto diversi “passaggi di egemonia” di questo tipo, che ne hanno scandito l'evoluzione, senza che questo comportasse un giudizio di “esaurimento di civiltà”[ Queste dinamiche sono oggetto di ampi studi, basti qui ricordare la magistrale ricostruzione di G.Arrighi ne “Il lungo XX secolo”]. L'attuale tendenza alla rottura dell'egemonia mondiale USA, se continuerà, sarà allora certamente un passaggio politico di vasta portata, che potrebbe però non toccare gli aspetti fondamentali del modo di produzione capitalistico, ma addirittura potrebbe rinnovarne la dinamica.

Il giudizio sul momento attuale come quello di inizio di una crisi di civiltà viene quindi non da una riflessione sulla geopolitica, ma dall'esame degli altri due aspetti della crisi attuale, quello economico e quello ecologico, al quale forse occorre aggiungere una dimensione antropologica, non ancora, mi sembra, diffusamente tematizzata in quanto tale.


Tesi 3. La sovrapposizione di crisi ecologica e crisi economica genera una situazione di “rendimenti decrescenti” e di “stagnazione secolare”.

L'attuale situazione poco dinamica dell'economia mondiale deriva molto probabilmente dal sovrapporsi di un meccanismo “marxiano” e di uno “ecologico”: mi sembra cioè possibile sostenere che siamo in presenza di una crisi analizzabile in termini marxiani come, in ultima analisi, effetto della caduta tendenziale del saggio di profitto, alla quale si sovrappone una crisi di “rendimenti decrescenti” (e costi crescenti) nello sfruttamento delle risorse naturali. Ripetiamo che si tratta di momenti collegati, che indichiamo separatamente solo per chiarezza, e che occorre collegare assieme per una analisi approfondita [Per un tentativo in questo senso si veda J.W.Moore, Ecologia-mondo e crisi del capitalismo, Ombre corte 2015.]. Il sovrapporsi di queste due forme di rendimenti decrescenti rende difficile pensare che la società attuale possa superare l'attuale stagnazione. Il capitalismo finora è sempre riuscito, in un modo o nell'altro, a superare creativamente le difficoltà create alla sua autoriproduzione dai meccanismi di crisi studiati da Marx. Ma lo ha fatto anche grazie allo sfruttamento di sempre nuovi tipi di risorse naturali. Se davvero queste possibilità si stanno esaurendo, come sostengono vari studiosi [ Un'ottima introduzione a queste problematiche è M.Bonaiuti, La grande transizione, Bollati Boringhieri 2013] e come sembra indicare, per esempio, l'incombere sempre più ineludibile del cambiamento climatico, la conseguenza potrebbe essere davvero quella “stagnazione secolare” paventata anche da importanti esponenti dell'establishment. [Per un approccio marxista alla tematica della “stagnazione secolare” si veda questo lavoro di V.Giacché: asimmetrie.org | WP 2015/07: Spiegare la crisi: stagnazione secolare o caduta tendenziale del saggio di profitto]


Tesi 4. Il capitalismo è instabile perché non genera una antropologia adeguata a sé.

Sono numerose le elaborazioni teoriche che rilevano il carattere invasivo del rapporto sociale capitalistico, il fatto cioè che esso tende a piegare alla propria logica non solo il mondo della produzione e dello scambio ma la totalità degli ambiti sociali. Ciò che importa adesso mettere in evidenza è che in questo modo il capitalismo erode le stesse proprie basi antropologiche. Infatti è impossibile che la società funzioni davvero sull'unica base della composizione contrattuale dei reciproci interessi, cioè sulla forma civilizzata dell' homo homini lupus. Come rileva correttamente Castoriadis:

Il capitalismo ha potuto funzionare solo perché ha ereditato una serie di tipi antropologici che non ha creato esso stesso e che non avrebbe potuto creare: giudici incorruttibili, funzionati integerrimi e weberiani, educatori che si consacrano alla loro vocazione, operai con un minimo di coscienza professionale, ecc. Questi tipi non nascono e non possono nascere da soli, sono stati creati in periodi storici precedenti, in riferimento a valori allora consacrati e incontestabili: l'onestà, il servizio verso lo Stato, la trasmissione del sapere, il lavoro ben fatto, e così via. Ma noi oggi viviamo in società in cui questi valori sono notoriamente diventati ridicoli, dove conta solamente la quantità di denaro che si riesce a intascare, non importa come, o il numero di volte in cui si appare in televisione”[C.Castoriadis, La montée de l'insignifiance, Seuil 1996, pag.68].


Questa descrizione, che ci sembra sostanzialmente corretta, porta a prevedere che l'estendersi sempre più pervasivo del legame sociale capitalistico porterà in tempi non troppo lontani ad una profonda crisi del legame sociale. Tutto questo è stato detto molto bene in vari testi di Massimo Bontempelli, e conviene quindi lasciargli la parola:

Ogni sistema sociale stabilmente strutturato, per quanto oppressivo, in quanto stabilmente strutturato esprime sul piano empirico qualche sia pur empiricamente deformato significato trascendentale. Il capitalismo è invece l'unico sistema il cui funzionamento è in contraddizione con la natura trascendentale umana. Se è tale, però, come ha fatto a nascere e svilupparsi? È nato perché è stato lo strumento indiretto dell'emersione storica di due significati trascendentali, il valore dell'individualità e quello dell'appartenenza nazionale, di cui sono state levatrici storiche le classi borghesi proprio attraverso la forza tratta dalla nuova economia del plusvalore di cui erano attrici e profittatrici. Si è sviluppato perché ha utilizzato per il suo funzionamento risorse non sue: le risorse politiche e spiritualmente coesive della nazionalità, le risorse psichiche e comportamentalmente disciplinatrici della famiglia e della scuola borghesi, le risorse produttive dell'etica religiosa e corporativa del lavoro, le risorse socialmente regolatrici dei codici d'onore aristocratici. Ma l'utilizzazione di queste risorse presupponeva l'autonomia funzionale delle sfere in cui si formavano, e la parzialità sociale, per quanto determinatrice in ultima istanza degli indirizzi generali, del modo di produzione capitalistico. Una volta però che il modo di produzione capitalistico è diventato totalitario, sottomettendo direttamente alla sua logica di funzionamento tutte le sfere sociali, questa sua potenza storicamente assoluta avvelena le stesse risorse antropologiche di cui avrebbe bisogno. All'altezza del nostro tempo storico si rivela così come la vera contraddizione distruttiva da cui il capitalismo è segnato non sia una di quelle tematizzate dalla tradizione marxista (tra capitale e lavoro, tra borghesia e proletariato, tra forze produttive e rapporti di produzione), ma quella tra esso e la natura umana. La potenza che distruggerà il capitalismo sarà dunque la potenza stessa del capitalismo, dato che in futuro i suoi effetti universalmente destrutturanti non saranno più contenuti da forme organizzative precapitalistiche.”[M.Bontempelli, Un pensiero presente, Indipendenza-Editore Francesco Labonia, 2014, pag.160].



Tesi 5. Il modello di crisi di civiltà col quale ci dobbiamo confrontare è quello della crisi del mondo antico.

Non è una novità che i sistemi sociali possano crollare e che la storia sia costellata da grandi passaggi che segnano la fine di questa o quella civiltà. All'interno di questa ricca casistica si possono enucleare due modelli: quello della fine dell'Ancien Régime e dell'instaurazione della società capitalistico-borghese, da una parte, e dall'altra quello della fine del mondo antico e dell'instaurazione del feudalesimo. La differenza di fondo fra i due modelli sta in questo: nel primo caso i nuovi rapporti sociali si sviluppano lentamente all'interno della vecchia società, sfruttandone gli spazi, e allo stesso modo si sviluppano i nuovi soggetti sociali (la borghesia) e le nuove forme di cultura. In questo modo la crisi della vecchia organizzazione non ha una esorbitante valenza distruttiva, perché l'indebolimento di tale organizzazione è l'occasione per le nuove strutture di imporsi. Nel primo caso, al contrario, l'organizzazione sociale del mondo greco-romano percorre fino in fondo la strada della dissoluzione, prima che comincino a spuntare i primi segni della nascita di un nuovo ordine sociale, il feudalesimo. Questo secondo tipo di crisi di civiltà è molto più distruttivo del primo.

È del tutto evidente che i movimenti rivoluzionari di tipo socialista hanno sempre pensato al superamento del capitalismo nei termini del primo modello. Hanno sempre pensato cioè che lo sviluppo stesso del capitalismo producesse sia gli embrioni di nuovi rapporti sociali, sia i soggetti sociali che avrebbero rappresentato la base sociale del superamento. È tempo, mi sembra, di abbandonare queste convinzioni. Il capitalismo è senz'altro un sistema sociale ricco di contraddizioni (come tutti i sistemi sociali), ma questo non significa in nessun modo che esista una dinamica che lo porti a generare al suo interno i rapporti sociali destinati a sostituirlo e i soggetti sociali destinati ad abbatterlo. La classe operaia è una delle tante classi sfruttate succedutesi nella storia, capace certo di lottare per la difesa dei propri interessi, capace di rivolte e ribellioni, ma in nessun modo capace di avviare l'umanità verso il superamento del capitalismo e l'instaurazione di una nuova organizzazione sociale. Le contraddizioni del capitalismo sfociano tipicamente nelle sue crisi periodiche, che vengono superate nei modi che gli storici studiano. Oggi tali contraddizioni, secondo la nostra ipotesi, ci stanno portando ad una crisi generale di civiltà. Ma non c'è nessun indizio che esse ci indirizzino verso un mondo nuovo. Se è così, è chiaro che il modello che meglio si adatta all'attuale crisi di civiltà è quello della crisi del mondo antico. Possiamo cioè aspettarci che la crisi di civiltà proseguirà a lungo, distruggendo culture e popolazioni, prima che sorgano nuove culture, nuovi soggetti sociali, e i germi di nuove organizzazioni sociali. Alle distruzioni e alle violenze che hanno accompagnato tutti i precedenti esempi di passaggi di questo tipo, si aggiungeranno le distruzioni ecologiche causate dall'uomo che, seppure certo non ignote nella storia umana, toccheranno probabilmente livelli sconosciuti: si pensi solo a cosa significhi il cambiamento climatico ormai in atto.


Tesi 6. La sinistra ha esaurito il suo ciclo storico.

La sinistra è stata quel vasto movimento storico (sociale, politico, culturale) che negli ultimi duecento anni ha messo in evidenza, criticato e contrastato gli aspetti oppressivi e de-emancipatori del modo di produzione capitalistico, in un'ottica di superamento di tale modo di produzione (sinistra rivoluzionaria) oppure di sua accettazione critica e trasformatrice (sinistra riformista). La grande impresa della sinistra è stata quella di dar voce e dignità agli oppressi, a chi pagava il prezzo maggiore delle profonde trasformazioni indotte dall'innovazione storica dei rapporti sociali capitalistici. Questa grande impresa ha prodotto i punti più alti della modernità: l'estensione dei diritti, la diffusione del benessere, la sottrazione di larghe masse al dominio della miseria e dell'arbitrio dei potenti. Tutti questi sviluppi, il cui punto più alto è rappresentato dai trent'anni di “Welfare State” seguiti alla fine della seconda guerra mondiale, sono dovuti in larghissima parte a persone, idee, realtà sociali e politiche da classificare come “sinistra”.

Questo vasto movimento storico di emancipazione ha però superato il suo punto culminante e da circa trenta o quarant'anni sta irrimediabilmente decadendo. Perché? Ho cercato di dare una risposta a questa domanda nei testi scritti con Massimo Bontempelli, ai quali rimando per un'argomentazione estesa [M.Badiale, M.Bontempelli, La sinistra rivelata, Massari 2007; M.Badiale, M.Bontempelli, La sfida politica della decrescita, Aracne 2014]. In sintesi, le tesi fondamentali da noi sostenute nei testi citati sono due. La prima sta nel definire la sinistra come la parte sociale e politica che ha lottato per l'emancipazione dei ceti subalterni pensando tale emancipazione come un portato del progresso economico e scientifico. Questo collegamento di emancipazione e progresso ha funzionato per i due secoli di esistenza della sinistra, e ha portato alle grandi conquiste alle quali abbiamo accennato. La seconda tesi fondamentale è data dalla fine di tale collegamento: ovvero, gli sviluppi degli ultimi decenni, che abbiamo riassunto nella formula del “capitalismo assoluto”, hanno reso lo sviluppo economico capitalistico (la “crescita”) contradditorio rispetto agli ideali emancipativi che furono della sinistra storicamente esistita. Lo sviluppo oggi si ottiene solo a prezzo della distruzione dei diritti conquistati dai ceti subalterni, e a prezzo della distruzione degli equilibri naturali. In questa situazione, la sinistra non ha più uno spazio in cui consistere perché viene tolto il fondamento stesso della sua esistenza. In una situazione nella quale emancipazione e sviluppo economico capitalistico sono in opposizione fra loro, i ceti dirigenti della sinistra si vedono costretti a scegliere fra difendere l'emancipazione assumendo posizioni realmente anticapitalistiche, oppure abbandonare l'emancipazione. Come appare ovvio, la scelta compiuta praticamente da tutta la sinistra politicamente rilevante è la seconda, e la storia della sinistra di questi ultimi decenni è la storia dei modi diversi in cui, in diversi tempi e nei vari paesi, la sinistra ha contribuito a smantellare i diritti dei ceti subalterni e a comprimerne i redditi per salvare la crescita economica capitalistica.

La sinistra politicamente rilevante è stata quindi definitivamente riassorbita all'interno dei ceti dirigenti attuali, e non ha quindi, al pari degli altri strati dirigenti, la minima comprensione dei problemi legati all'attuale declino di civiltà. Non si può quindi sperare nulla da questa parte.

Tesi 7. L'estrema sinistra antisistemica è incapace di azione politica.
Di fronte alla crisi di civiltà che ci aspetta, sembrerebbe naturale rivolgerci alle varie realtà anticapitalistiche, presenti in tutto il mondo occidentale, per trovarvi almeno i semi di nuove forze sociali e politiche capaci di affrontare gli enormi problemi che si stanno delineando. In particolare sembrerebbe naturale trovare ciò che stiamo cercando all'interno del variegato mondo che fa riferimento al marxismo. Si tratta, dopotutto, di un mondo che fa riferimento alle teorizzazioni di critica al capitalismo che sono le più profonde e serie attualmente disponibili. Ebbene, la conclusione che si può ricavare da un esame spassionato di tale mondo è che in esso non si trova quello di cui abbiamo oggi realmente bisogno, cioè la capacità di impostare un'azione politica che si ponga nell'ottica di contrastare la crisi di civiltà che si sta delineando.
Il mondo dell'estrema sinistra antisistemica è una realtà talmente complessa, articolata, sfaccettata, con una storia altrettanto complicata alle spalle, che di certo nessuno può pretendere di conoscerlo fino in fondo. Si tratta di un mondo che ha ormai quasi un secolo di storia alle spalle: possiamo infatti indicarne l'atto di nascita negli anni Venti del Novecento, quando la sconfitta dei tentativi rivoluzionari in Occidente e l'affermazione dello stalinismo in URSS portano alla “normalizzazione staliniana” dei partiti comunisti ufficiali e alla separazione/contrapposizione fra questi ultimi e la frange di comunisti “eterodossi”.
Ebbene, di fronte a questa realtà così ricca e multiforme, una cosa possiamo affermarla con tranquilla sicurezza: questo mondo, la cui essenza, per definizione, è la rivoluzione anticapitalista, non solo non ha mai fatto nessuna rivoluzione, ma non si è neppure mai lontanamente avvicinato ad essa, e non è neppure riuscito ad avere un qualche peso politico significativo. Non si tratta di rivoluzionari sconfitti: si tratta di rivoluzionari che non sono mai stati neppure nelle condizioni di progettare i primi timidi passi di un processo rivoluzionario. Questo nell'arco di circa ottanta o novant'anni, nei paesi e nelle situazioni storiche più diverse (l'unica eccezione, che al solito conferma la regola, è forse rappresentata dalla guerra civile spagnola). Il mondo della rivoluzione anticapitalista da ottanta o novant'anni si riproduce in sostanza eguale a se stesso senza minimamente avvicinarsi alla rivoluzione, e senza che nessuno al suo interno sembri disturbato da ciò.
Ci sembra allora evidente che a questo mondo si può applicare la categoria della “falsa coscienza”. Si tratta anzi, a nostro avviso, di un caso evidente, solare, di falsa coscienza. Questo mondo rappresenta se stesso come rivoluzionario, ma tutto quello che fa, lungo ottant'anni, non porta a nulla che possa assomigliare ad una rivoluzione. La rappresentazione di se stessi come rivoluzionari è dunque una falsa immagine che copre una verità che non si è in grado di dirsi. Per capire la verità di questo mondo, bastano in realtà alcune considerazioni di buon senso. Basta guardare con occhio lucido cosa si fa realmente all'interno di questo mondo. Che cosa fanno le persone nel mondo dell'estrema sinistra? Fanno tante cose diverse: organizzare incontri e assemblee o partecipare ad essi, gestire realtà di vario tipo (centri sociali, circoli culturali, piccole case editrici, pubblicazioni), gestire le relazioni con altre analoghe realtà (altri gruppi, altre riviste), partecipare a manifestazioni. Si tratta quasi sempre di attività che non attirano la grande maggioranza delle persone comuni, che le vivrebbero come impegni gravosi e noiosi. Il pensiero della maggioranza degli esseri umani è, più o meno, che tali attività siano un sacrificio che ha senso fare in nome di uno scopo. In effetti anche le persone interne a quel mondo pensano alle proprie attività come indirizzate ad uno scopo: la trasformazione del mondo, la giustizia, il socialismo, il comunismo, la rivoluzione e così via. Il punto cruciale, però, sta nel fatto che assegnare un tale scopo all'insieme delle attività del mondo dell'estrema sinistra è una pretesa priva di ogni fondamento: dopo aver provato per circa ottant'anni, nei modi più diversi, nei paesi più diversi, nelle situazioni storiche più diverse, e dopo aver constatato la propria totale impotenza politica, il mondo dell'estrema sinistra non può più pensare che le proprie attività abbiano qualcosa a che fare con la rivoluzione, il socialismo o altri concetti analoghi. A qualsiasi cosa servano quelle attività, l'unica sicurezza è che non servono a cambiare il mondo. Ma allora, se mantenessimo il punto di vista delle persone comuni, dovremmo concludere che il mondo dell'estrema sinistra dovrebbe essere scomparso, e da tempo.Perché mai infatti continuare in attività faticose e poco gradevoli, se esse non servono minimamente allo scopo dichiarato? Se però il mondo dell'estrema sinistra si riproduce uguale a se stesso da circa ottant'anni, bisogna concludere che le cose non stanno come pensano le persone comuni. Il ragionamento delle persone comuni muove da due premesse: l'attività concreta che si svolge in quel mondo è faticosa e poco gradevole, ma ha un nobile scopo (prima premessa). Essa però ha rivelato la propria inutilità rispetto allo scopo (seconda premessa). Quindi logicamente andrebbe abbandonata e il mondo dell'estrema sinistra dovrebbe scomparire. Dove sta l'errore? Poiché la seconda premessa mi sembra indiscutibile, l'errore sta evidentemente nella prima premessa. Se le persone nel mondo dell'estrema sinistra continuano in quelle attività che sono del tutto inutili allo scopo dichiarato, è perché non provano per esse quella ripulsa e quel fastidio che provano le persone comuni. Le persone interne al mondo dell'estrema sinistra trovano una loro soddisfazione nella loro attività militante, nelle assemblee, nelle manifestazioni, nelle discussioni e in tutto quanto il resto. Se si accetta questo punto, si capisce anche facilmente perché l'inadeguatezza allo scopo non ha nessuna importanza. Queste attività vengono perseguite per sé, non per la rivoluzione. I militanti che gestiscono un circolo che organizza dibattiti sono contenti di questo: di organizzare dibattiti. Gli attivisti che gestiscono i concerti di un centro sociale vogliono solo organizzare concerti, e sono soddisfatti di poterlo fare. I black bloc che si scontrano con la polizia, sfasciano vetrine e lanciano bottiglie molotov, desiderano proprio scontrarsi con la polizia, sfasciare vetrine e lanciare bottiglie molotov. I militanti che vendono “Lotta comunista” per strada sono felici di vendere “Lotta comunista” per strada, e il fatto che questo non abbia nulla a che fare né con la lotta né col comunismo non ha nessuna importanza.
La falsa coscienza di questo mondo non sta, ovviamente, nel fatto che in esso varie persone si dedichino a varie attività per esse gratificanti. Sta nel fatto che queste attività vengono surrettiziamente definite come politica, e addirittura come politica rivoluzionaria. La falsa coscienza sta nel sovrapporre a queste attività uno scopo col quale esse non hanno il minimo collegamento.
Il mondo dell'estrema sinistra è in definitiva realmente interessato a quello che esso realmente fa: gestire un centro sociale, un circolo, un giornale, un gruppo di spaccatori di vetrine. Trova in questo la sua soddisfazione e il senso della propria esistenza. Il resto, la giustizia, la rivoluzione, il comunismo, è un insieme di parole vuote.
A partire da queste osservazioni è forse più agevole inquadrare una serie di fenomeni che hanno sempre colpito tutti coloro che hanno avuto a che fare con questo mondo. Uno di questi fenomeni è quello della sua estrema litigiosità interna, il fatto cioè che esso si frammenta di continuo in piccole cerchie ostili l'una all'altra, e sembra incapace di una azione unitaria. Si tratta di un fenomeno apparentemente di non facile comprensione. Infatti questo mondo sembrerebbe condividere una impostazione culturale generale e una serie di finalità fondamentali, che sono quelle che dovrebbero strutturarlo (appunto la rivoluzione, il comunismo, la giustizia). Su queste basi non dovrebbe essere impossibile costruire un movimento unitario. Si pensi ad un gruppo di persone che hanno una finalità comune da realizzare, per esempio, in una comunità contadina, costruire una casa o coltivare un terreno. Ci possono essere divergenze e antipatie che rendono penoso il lavoro comune, ma è difficile che esse blocchino tale lavoro, se esso è considerato vitale: perché un compito da svolgere nella realtà struttura e impone una prassi precisa, che i litigi e gli scontri non possono mettere in questione, se si vuole che il lavoro sia portato a termine. Queste osservazioni ci chiariscono cosa succede nel mondo dell'estrema sinistra: succede che ciò che dovrebbe rappresentare lo scopo comune del lavoro comune (la rivoluzione, il comunismo) è un nulla, un vacuo suono, che non può minimamente strutturare l'azione comune, appunto per la sua nullità. Poiché il vincolo comune in realtà non esiste, lo spazio è totalmente libero per le antipatie, le vanità, le nevrosi, le tante piccole cose meschine di cui è fatto il legno storto dell'umanità. Tanto più libero, tale spazio, quanto più alto il tasso di falsa coscienza: cioè, tanto più spessa sarà la nebbia di parole altisonanti e vuote (rivoluzione, comunismo) calata sulle reali motivazioni dell'agire, tanto più facile sarà che queste reali motivazioni agiscano inconsciamente facendo fallire i tentativi di lavoro comune.
Stante queste caratteristiche strutturali di tale mondo, è chiaro che da esso non può sortire nulla che sia d'aiuto nella difficile crisi di civiltà verso la quale ci stiamo incamminando. http://www.badiale-tringali.it