Certo, sbugiardare le ragioni del “no” è doveroso, dato che appunto il referendum ha assunto una rilevanza politica. Dobbiamo dire sicuramente di votare “sì”.Ma fra compagni sappiamo bene, fin troppo bene, come il referendum e la favoletta della “democrazia diretta” siano un’arma di svuotamento delle lotte sociali ed eco-sociali. Il principio è semplice: “vai a votare, avrai fatto il tuo dovere e dopo non dovrai più preoccuparti della questione!”. Sappiamo bene che questo è il primo passo per permettere che tutto prosegua come prima se non peggio senza nemmeno il rischio che la gente scenda in piazza o ostacoli le trivellazioni. Ciò è precisamente la cosa da evitare. Questo referendum non incrocia se non in minima parte la lotta NoTriv. Tutti dovrebbero conoscere e seguire il movimento NoTriv, partecipare alle sue scadenze, alle sue manifestazioni, ai suoi - si spera - sabotaggi che inevitabilmente si renderanno necessari. In Val Susa il Tav porta 25 anni di ritardo non per qualche referendicchio in valle, ma per la tenace opposizione di una dimensione popolare che legittima e riconosce le azioni di contrasto e sabotaggio ai lavori (“si parte si torna insieme Chiomonte come Atene siam tutti black bloc lo sbirro nel cantiere dovrà tremare se arrivano i NoTav!” cantano gli anziani…).
In Basilicata e in Irpinia, le zone che fino ad ora hanno subito di più le politiche di sfruttamento dei giacimenti fossili in Italia, purtroppo possiamo già toccare con mano i primi effetti negativi di un eccesso di fiducia in uno strumento che in realtà può offrire poco. Quell’attivazione e mobilitazione di massa, che fino ad uno o due anni fa il movimento No Triv riusciva anche se solo in modo parziale ad esprimere, si è arrestata; sopita in un’ingenua e fiduciosa attesa degli esiti del referendum: non si lavora più per la costruzione di una partecipazione di massa, ma per l’affluenza alle urne.
Il rischio è che passato il 17 aprile la sbornia dell’ “effetto referendum” si volatilizzi, lasciandoci in mano soltanto una vittoria di “principio” senza nessuno in grado di far rispettare quella volontà.
Mettiamola così: adoperiamoci per la vittoria del “sì”, ma a patto che il giorno dopo le persone andate ai seggi diano retta a quelle che fanno lotta politica quotidiana su quel tema. Fa sicuramente bollire il sangue nelle vene vedere i faccioni dei politicanti sinistrati mettere il cappello e incassare un po’ di ritorno da una vittoria, per poi magari sparire di nuovo e anzi condannare quei “pochi violenti” che mettono in campo pratiche di contrasto reale. Ma è un problema che riguarda gli attivisti e che non inficia la possibilità di infierire un colpo alle lobby pro-triv.
Clash City Workers: Petrolio, trivelle, politicanti, referendum e noi




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