Una geopolitica sul solco della storia
Andrea Fais
Si è parlato molto e molto si continua a dire della geopolitica. È opinione comune che, da diverso tempo, sia stata sdoganata quasi del tutto dai pregiudizi di cui era spesso vittima in passato. In filosofia del linguaggio, spesso si è soliti distinguere, pur nelle diverse impostazioni scolastiche (analitici /continentali, russelliani / wittgensteiniani, ermeneuti / neopositivisti etc…), tra il senso e il segno volto ad esprimerlo. In questo caso, ad essere sdoganata pare sia stata soltanto la parola “geopolitica”, e in misura molto minore il suo concreto e più reale significato. Esiste un significato univoco, in grado di stabilire per lo meno dei parametri semantici attorno cui delineare una definizione corretta della parola “geopolitica”? No. Eppure, malgrado il dibattito sia ancora molto acceso, non sembra eretico poter descrivere la geopolitica come una scienza particolare, in grado di riunire fattori antropologici (politica, etnografia, storia e strategia) e fattori naturalistici (geografia, geologia e scienze naturali in genere). Ben lungi dalla semplificazione che ne vorrebbe limitare l’area di competenza ad una blanda “geografia politica” o alle mere “relazioni internazionali”, la geopolitica è in grado tutt’oggi di costituire un metodo di analisi, una dialettica, che riunisce e riconduce gli elementi portanti strutturali della società ai criteri epistemologici e organizzativi della geografia.
Chi oggi tenta di approcciarsi a questa materia, molto spesso rischia seriamente di arenarsi nelle sabbie mobili di una aridità analitica, che risente di un atteggiamento immaturo, assolutamente impreparato rispetto alla necessità di metodo che la geopolitica richiede. Il mondo definito occidentale, quello sottoposto alla tutela della Nato, per intenderci, ha pure lo svantaggio di avere sostanzialmente sempre fatto a meno di considerare questa disciplina come tale, potendo scansarla, rimuoverla, nel nome di una “superiore” salvaguardia d’elite, operata e garantita dagli eserciti del mondo cosiddetto libero. Diversamente, la percezione di chi ad Est, viveva in modo totalizzante se non totalitario, la vita sociale dei rispettivi Paesi di appartenenza, era molto più pregnante, molto più significativa. Noi ad ovest, avremmo potuto (ma in fin dei conti, avremmo dovuto) semplicemente evitare di preoccuparci dei problemi e delle questioni geopolitiche più fondamentali, e così fu. Sino a giungere all’oggi, dove ancora sembra permanere un generale senso d’indifferenza al riguardo, dove dalla scuola sparisce quasi del tutto l’insegnamento geografico, dove i popoli non hanno più la cognizione degli Spazi, nemmeno dei propri.
Eppure, era iniziato tutto con Halford Mackinder, noto geografo britannico, all’inizio del Novecento, che aveva cominciato a porre le basi di un metodo divenuto sempre più necessario a seguito delle trasformazioni sociali dei due secoli precedenti, a partire dalla progressiva conformazione di due specie di forze politiche storiche fondamentali nel campo planetario: la talassocrazia di Londra, dell’Impero capitalista per eccellenza, ormai dominante nei mari di quasi tutto il mondo, e la tellurocrazia di Mosca, la nuova colonna portante del controllo terrestre, sorta sulle fondamenta della vecchia Moscovia e sul solco degli Zar.
Inizialmente sottovalutato, lo schema di Mackinder univa, per la prima volta in modo così marcato, la geografia con l’azione politica e sociale degli Imperi. Mai prima d’allora lo storicismo, e più in generale la riflessione sul corso della società, aveva fondato le proprie convinzioni sulle dinamiche degli Spazi, sull’ambiente esterno. Tanti secoli di dominio della metafisica classica, avevano relegato la fisica e la filosofia della natura a oggetti di scienza applicata, a discipline d’indagine di un mondo sensibile che pareva non essere più sufficiente agli eredi più o meno legittimi e più o meno credibili di Aristotele, accantonandone la vasta portata teoretica, quasi in senso spregiativo, al livello di una mera tradizione arcaica e pre-socratica. Tre sono i fattori storici che hanno saputo in questo senso riportare il pensiero e le sue categorie su binari concreti e reali:
1) Il completamento delle rotte esplorative, avvenuto intorno alla fine del XVII secolo, con la scoperta dell’attuale Oceania, a completamento dell’incontro progressivo avvenuto nei sei secoli precedenti dell’uomo europeo con il mondo Asiatico Orientale, le Americhe e l’Africa.
2) Le Prima Rivoluzione Industriale cominciò ad avviare un nuovo modo di produzione, il passaggio storico dal feudalesimo e dalla produzione-commercio di auto-sussistenza all’economia moderna e alla produzione su larga scala finalizzata al profitto da plus-valore.
3) Il Marxismo, nato sul solco della filosofia occidentale, rompe in modo netto con l’impostazione metafisica tradizionale, attraverso il ribaltamento della prospettiva idealistica della dialettica operato dal materialismo dialettico di Engels, che individua le falle e le contraddizioni dell’approccio meccanicistico all’ontologia, del positivismo in ambito gnoseologico, e del pensiero religioso, più o meno secolarizzato, che avevano dominato lo sviluppo della società sino a quel momento e fornisce il primo tentativo di critica scientifica e sistemica al capitalismo.
Tutti e tre questi eventi furono decisivi nell’evoluzione dell’evo moderno della storia. La consapevolezza globale delle possibilità terrestri e marittime, costituì il completamento di un’epoca, limitata dalle scarse o relative conoscenze del resto del mondo, che si riflettevano anche nel riscontro sociale di pregiudizi religiosi ormai profondamente insinuatisi tra le popolazioni. La possibilità del trasporto e l’invenzione dei macchinari furono alla base dell’avvio di un nuovo sistema economico di tipo industriale, che avrebbe aperto ad una sostanziale relazione ineliminabile tra l’economia e la società, condizionandone dinamiche e trasformazioni. Il pensiero di Marx ed Engels fu in tal senso il primo e forse l’unico (in modo così intenso), a impiantare una critica scientifica al sistema capitalistico e all’ideologia socio-culturale da cui era scaturito. Il materialismo dialettico rappresenta in questa direzione una novità assoluta sul piano teoretico, capace di penetrare a fondo nei problemi epocali del pensiero moderno, restituendo alla scienza un suo metodo dinamico e un suo approccio critico sul piano sociale, ormai dimenticati e snaturati dopo la Rivoluzione Francese e le degenerazioni illuministe.
Quando Marx ed Engels cominciano a consegnare agli annali le loro opere, oltre al colonialismo europeo nei continenti economicamente arretrati, va in scena la Seconda Rivoluzione Industriale che, anche sulla scorta delle innovazioni tecnologiche, delinea un nuovo scenario sociale in grado di trasformare ulteriormente il mondo produttivo. Gli sviluppi della fisica e della chimica permisero l’introduzione di nuovi criteri sociali ed economici: l’impatto sociale provocato dalla scoperta e dalla lavorazione di elementi fondamentali come l’elettricità, il gas, il petrolio e il carbone fu decisivo e cominciò a cambiare in modo radicale le stesse dinamiche nei rapporti internazionali proprio in merito alla corsa alle materie prime, mostrando in modo palese la congiuntura tra economia e geografia. Nei primissimi anni del Novecento, siamo ancora in piena epoca vittoriana, e la potenza planetaria della Gran Bretagna è ancora fortissima, ma di lì a poco comincerà a cedere il testimone della supremazia sull’Atlantico alla potenza nascente degli Stati Uniti d’America, capace di sfruttare a pieno ritmo le nuove condizioni sociali ed economiche, costruendo in pochi decenni una nuova civiltà industriale e tecnologica.
Sono gli anni delle “grandi occasioni”, delle “fughe” verso il Nuovo Mondo, una sorta di costruzione sociale a partire dal patrimonio tecnico europeo all’interno di uno scenario completamente nuovo, inesplorato, conquistato sul sangue di milioni di nativi, ancora instabile. Eppure in soli quaranta anni, dal 1870 al 1910, il volto degli Stati Uniti d’America comincerà a cambiare completamente sul piano sociale. Una fitta rete di modernizzazione, lo sviluppo sociale di un sistema economico capitalistico e il dominio incontrastato di una “aristocrazia borghese” di estrazione wasp al potere già da due secoli, furono gli elementi determinanti per la nascita di una nuova potenza sullo scenario internazionale, capace di imporsi in modo praticamente egemonico sui mari ad ovest e ad est (Pacifico e Atlantico), e via, via sul resto del Continente Americano. Allo stesso tempo, il capitalismo europeo e i suoi monopoli finanziari, cominciano a penetrare nella misteriosa e gigantesca Russia, sempre diffidente all’Occidente, cocciuta, orgogliosa, spesso disgregata, eppure sempre pronta a difendersi da qualsiasi invasione. Fu l’Ottobre di Lenin e dei Bolscevichi, e non la declinante infamia dei Romanov, ad inserirsi sul solco di questa tradizione, ad impedire che il popolo capitolasse dinnanzi alla disfatta. Quell’evento modificò tutto, fu capace di praticare su vasta scala quel Socialismo Scientifico che in Europa e nel Nord America non ebbe alcun riscontro politico, malgrado alcuni audaci tentativi. Lo scontro epocale tra il Capitalismo e il Socialismo diventava anche e soprattutto lo scontro tra l’Imperialismo e la Difesa Nazionale, tra l’Occidente e l’Oriente, tra le grandi masse anonime brulicanti d’opulenti e aridi individui e gli spiriti collettivi delle nazioni coese ed indomite.
È qui che Mackinder si inserisce, con le sue riflessioni, forse non sempre precise ma sicuramente determinanti nell’individuazione del pivot, del centro della Terra, di una zona eurasiatica fondamentale per avere accesso al controllo del mondo. È la corsa all’oro del Ventesimo Secolo, cui nessuno volle mancare: l’aggressione alla Russia e ai suoi Paesi vicini, ovvero alla Grande-Russia, continua, e, dopo Napoleone, il Grande Gioco del XIX secolo diventa la Grande Guerra nei primi decenni del XX, la Seconda Guerra Mondiale negli anni Quaranta, la Guerra Fredda nella seconda metà del secolo scorso. Non c’è esitazione e non c’è sosta. È ancora là che si decide tutto ed ogni fattore sociale sarà decisivo. Trascurarne uno solo potrebbe essere pericoloso, e fuorviarci dalle tenaci cose della realtà.




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