User Tag List

Risultati da 1 a 2 di 2
Like Tree1Likes
  • 1 Post By MaIn

Discussione: Gramsci e gli scritti dell’Ordine Nuovo Uno straordinario contributo per la rivoluzi

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    22 Jul 2012
    Messaggi
    16,481
    Mentioned
    100 Post(s)
    Tagged
    7 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    1

    Predefinito Gramsci e gli scritti dell’Ordine Nuovo Uno straordinario contributo per la rivoluzi

    Partito di Alternativa Comunista - Progetto Comunista - Lega Internazionale dei Lavoratori - LIT - Gramsci e gli scritti dell’Ordine Nuovo


    di Ruggero Mantovani
    Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.”
    (Antonio Gramsci)

    La pubblicistica e la storiografia ufficiale del PCI, che hanno egemonizzato per decenni la vicenda del comunismo italiano, ha rappresentato la figura di Antonio Gramsci come una icona inoffensiva, un martire del fascismo impegnato nella difesa della luminosa linea politica e teorica tracciata da Stalin e Togliatti. Una visione strumentale, apologetica, finalizzata a determinare una rottura con la tradizione rivoluzionaria del PCd’I che pose fin dal suo nascere l’obbiettivo di condurre le masse oppresse alla trasformazione socialista dello Stato borghese e dell’intera società capitalista.
    Gramsci, per vari intellettuali del PCI, per non parlare, decenni più tardi, di altri - francamente molto più scadenti - del Prc, diviene semplicemente un intellettuale sardo che, trasferitosi a Torino, nel tempo libero faceva, oltre al giornalista dell’Ordine Nuovo, il militante comunista. Per decenni si è propinata una visione del tutto frammentaria, disorganica, schematica in merito alla vicenda del movimento operaio italiano e internazionale, suggerendo un’interpretazione approssimativa e superficiale degli avvenimenti che man mano attraversarono la III Internazionale. Al di là delle falsificazioni introdotte dalla classe dirigente staliniana, non si può studiare la storia dei partiti come semplice storia delle loro idee (magari, come nel caso di Gramsci, celando gli scritti dell’Ordine Nuovo poiché pericolosi e contrapposti alla linea politica della collaborazione di classe) ma, viceversa, lo si deve fare in rapporto alla lotta politica e di classe e alla storia più in generale.
    Senza alcuna ambizione di completezza è bene riproporre l'humus di una costruzione teorica che, malgrado non immune da contraddizioni, inesattezze e schematismi, nel suo divenire, ma in particolare negli scritti dell'Ordine Nuovo, ha rappresentato un'esperienza intellettuale e politica organica al marxismo, di cui né la vulgata togliattiano‑-stalinista, né tanto meno il riformismo nelle sue varianti storiche possono rivendicarne oggi l'eredità.
    La conferma dell'estraneità del pensiero gramsciano dalle visioni apologetiche propinate per anni dal PCI, è provata dalla rimozione che l’establishment di quel partito fece degli scritti dell'Ordine Nuovo, pubblicando quelli relativi al periodo 1921/1922 solo nel 1966, e cioè due anni dopo la morte di Togliatti e con un Sessantotto che stava esplodendo e che contribuì a liberare dissensi sopiti per decenni.
    Non si è trattato di una semplice disattenzione intellettuale, ma la loro sostanziale inutilizzabilità, rispetto ad un PCI che dalla sua origine risultava profondamente mutato, li rendeva addirittura pericolosi, poiché prospettavano delle soluzioni a dir poco antitetiche rispetto all'impianto della “via italiana al socialismo” imposta da Togliatti.
    Restituire al movimento operaio alcuni tratti essenziali che Gramsci elabora tra il 1919 e il 1922 su l’Ordine Nuovo, ci sembra un modo corretto per fare giustizia del pensiero di un militante e dirigente rivoluzionario tra i più importanti della storia del movimento operaio
    Ma andiamo per ordine!

    I Consigli di Fabbrica, i Soviet e lo Stato operaio
    La I guerra mondiale, che aveva fatto precipitare la società italiana in una profonda crisi sociale – disperazione per i lutti, povertà, condizioni di lavoro massacranti a causa dell’aumento della produzione bellica – fece da detonatore all’avvio d’importanti mobilitazioni popolari che, in particolare nelle città più industrializzate del Paese incontrarono una classe operaia che dimostrava di essere molto sensibile agli echi della rivoluzione bolscevica.
    La vitalità del nuovo quadro sociale incise inevitabilmente sulle contraddizioni e l’inadeguatezza del gruppo dirigente riformista del PSI, facendo sempre più maturare la necessità della rivoluzione: “così come era accaduto in Russia”. E così nel febbraio 1919 l’onda cresce. I padroni sono costretti a cedere ai lavoratori, come in molti altri Paesi europei, la giornata lavorativa di 8 ore. Questo successo stimola la fiducia nelle proprie forze e la volontà rivoluzionaria si rafforza fabbrica dopo fabbrica. La borghesia è veramente terrorizzata, il governo impotente e l’esercito in decomposizione.
    Il contemporaneo tentativo rivoluzionario in Germania represso nel sangue dalla criminale politica della socialdemocrazia è un brutto colpo alla Rivoluzione russa, ma il quadro sociale pare venire in soccorso ai bolscevichi. La loro fiducia nei dirigenti socialisti rimane per ora intatta. Ci si può fare un’idea dello spostamento a sinistra della classe lavoratrice considerando i dati delle iscrizioni alle organizzazioni operaie (la FGSI già nell’aprile del 1920 avrebbe voluto cambiare la denominazione in comunista).
    Il PSI è al proprio interno in subbuglio. Presso l’abitazione dell’avvocato socialista Mario Trozzi a Firenze, si riunirono clandestinamente una ventina di delegati dalle più importanti federazioni, esponenti della corrente “intransigente – rivoluzionaria”, detta anche massimalista (che richiamava l’etimologia politica del bolscevismo). Questa riunione in cui erano presenti, tra gli altri, anche i giovani Amadeo Bordiga ed Antonio Gramsci, diede vita al massimalismo italiano, che al XV congresso socialista tenutosi a Roma nel settembre del 1918 trionfava con il 70% dei suffragi, ponendo da subito, così come era accaduto in Russia, la necessità storica di una scissione con l’ala riformista rappresentata in Italia da Turati. In seno al massimalismo italiano però si svilupparono altre correnti. Quella degli astensionisti, guidata da Bordiga, chesi era mossa su un terreno scissionistico fin dal suo nascere, ben radicata a Napoli tra gli operai, i ferrovieri, i postelegrafonici, fornita di una testata nazionale, il Soviet, che le garantiva una visibilità consistente nel movimento operaio italiano. Meno strutturata era la corrente che si era formata con la rivista L’Ordine Nuovo ad opera di A. Gramsci, A. Tasca, P. Togliatti, e U. Terracini. Questa frazione si contraddistinse per la profonda battaglia teorica contro l’economicismo e il determinismo, e soprattutto per opera di Gramsci formulava la concezione dei “consigli di fabbrica”, quale base di una nuova concezione dell’organizzazione e della lotta rivoluzionaria.
    Una posizione, quella espressa negli scritti dell’Ordine Nuovo in particolare sulla concezione dei Consigli, che ben presto entrò in rotta di collisione con Serrati, il quale non si distaccava dal riformismo di Turati poichè riteneva di riconnettere il socialismo italiano nelle più ampie dimensioni del movimento rivoluzionario internazionale: un tentativo “unitario” che ha caratterizzato gran parte dei suoi errori impedendo lo sviluppo di un partito bolscevico. Ancora una volta si mostravano tutti i limiti del massimalismo: l’incapacità ad analizzare i rapporti di classe, le forme e gli strumenti della lotta rivoluzionaria, anzitutto dei consigli di fabbrica, incontrando la cecità intransigente del massimalismo parolaio.
    Per Gramsci, e più in generale per gli ordinovisti, i consigli rappresentavano il nuovo strumento per superare i limiti corporativi delle organizzazioni tradizionali: essi divenivano la sede materiale della unità politica ed economica della classe operaia e soprattutto rendevano possibile l’inquadramento di masse disorganizzate. Il dibattito nel PSI, a partite dai consigli, andava di pari passo con la discussione che maturava nell’IC: è Lenin a definire i consigli operai “organismi del processo rivoluzionario” e “governo rivoluzionario in embrione”. In verità quest'esperienza dimostrò che il corso generale della rivoluzione proletaria era identico in tutto il mondo, tant’è che, oltre a prendere spunto dagli organismi proletari che si erano formati nella Russia rivoluzionaria, assorbì anche le esperienze di autogoverno operaio che si formarono nel cuore del capitalismo mondiale in Germania e Inghilterra.
    In Italia le Commissioni Interne esistevano e rappresentavano tutta la forza lavoro, ma erano strumenti di collaborazione di classe, degli organismi corporativi per garantire l’arbitrato nelle controversie con il padronato. Ma ad un certo punto queste organizzazioni aziendali registrarono una vera e propria metamorfosi, si trasformarono radicalmente: divennero degli strumenti della lotta di classe in una fase, quella della guerra, in cui le organizzazioni sindacali e politiche erano messe fuori legge, garantendo il legame tra tutti i lavoratori impedendone la loro dispersione.
    La Rivoluzione russa sconfinò in Europa come un fiume di lava in piena che non a caso provocò ovunque profondi rivolgimenti, anche a Torino che divenne la «Mecca» -come si disse allora - del movimento rivoluzionario. Con Antonio Gramsci, non ancora trent’enne, la rivista l’Ordine Nuovo divennne il centro teorico-organizzativo che a partire dalla concezione dei “consigli di fabbrica” e dai bisogni immediati delle masse aprì la strada, nella vicenda del socialismo italiano, alla costruzione di un partito bolscevico in cui il “consiglio di fabbrica” rappresentò il principale organismo dell’autogoverno operaio.
    Le «commissioni interne», come abbiamo detto, assolvevano alla funzione di delegati sindacali, erano composte solo da operai sindacalizzati e avevano il compito di controllare l’applicazione degli accordi sindacali. Al contrario, ispirandosi sia all’esempio russo ma anche alle shop stewards (organizzazione anglosassone con maggiore autonomia rispetto alle vecchie commissioni italiane, con compiti di contrattazione salariale, informazione - consultazione dei rappresentanti dei lavoratori), il Consiglio di fabbrica doveva essere eletto reparto per reparto e da tutti gli operai, organizzati e disorganizzati. Si trattava di dare a questi operai non organizzati un vincolo e uno strumento che permettesse loro di esprimersi. Il compito degli operai sindacalizzati e dei militanti rivoluzionari consisteva, attraverso la loro azione e il loro esempio, nel guadagnare la fiducia dei lavoratori che non appartenevano ad alcuna organizzazione politica o sindacale: la fiducia dell’insieme della massa operaia. Questa trasformazione politico-organizzativa dei “consigli di fabbrica” diede la possibilità che ogni reparto avesse un commissario eletto dalla totalità degli operai; dei Commissari di reparto che nominavano il loro Comitato esecutivo, con una sede permanente per le riunioni e per i rappresentanti del consiglio, su un livello orizzontale e verticale. La loro efficacia si esprimeva in ogni campo: gli operai acquisirono potere di decidere sul ciclo produttivo; al sistema dei premi individuali si sostituì quello dei premi collettivi per reparto; le rivalità corporative cessarono; il numero degli iscritti ai sindacati aumentò; le condizioni di sicurezza e di lavoro migliorarono.
    Si era ormai creato un dualismo di poteri: da un lato gli operai, con una consapevolezza più ampia delle proprie necessità e capacità; dall’altro il padronato, geloso dei suoi privilegi e del suo potere assoluto.

    La rivoluzione italiana è in marcia
    Intanto il quadro sociale andò progressivamente in fermento: a La Spezia vi fu una grande manifestazione contro il carovita, che ben presto arrivò a Genova, con oltre mezzo milione di manifestanti che di lì a poco incendiò tutto il nord Italia; parimenti, al sud si formarono comitati di contadini che diedero vita all’occupazione delle terre. Nasceva in Italia un movimento operaio e contadino senza precedenti: prova ne fu la proclamazione dello sciopero generale in concomitanza con la mobilitazione internazionale contro l’aggressione imperialista alla Russia dei Soviet.
    Ma fondamentale per lo sviluppo dei consigli di fabbrica fu senz’altro lo sciopero delle lancette nella primavera del 1920. Tutto iniziava perché la commissione interna si rifiutava di spostare l’orologio sull’ora legale: tre membri erano licenziati e si avviò uno sciopero che paralizzò per quindici giorni tutta la città. Le commissioni interne secondo la concezione gramsciana superarono le originali funzioni di arbitrato e divennero organismi di potere operaio. A questo punto la commissione interna proclamò l’assemblea permanente e i propri rappresentanti assunsero specifici poteri nella gestione della produzione: gli operai iniziarono a rivendicare “tutto il potere all’officina”, preparando il terreno per la costruzione di veri e propri Soviet.
    A due anni dalla presa del potere in Russia, la borghesia italiana permane in uno stato di crisi e l’apparato statale è paralizzato dalla forza della classe operaia. Una parte importante delle classi medie simpatizza coi sindacati operai; succede spesso che molti commercianti delle città affidino le chiavi dei propri magazzini alle Camere del Lavoro affinché controllino la distribuzione ed i prezzi alimentari.
    Nel biennio 1919-20 i braccianti e contadini poveri occuparono quasi 28.000 ettari di terre. A Torino nel settembre del 1919 era pubblicato il Programma dei Consigli di Fabbrica, questa volta non da Gramsci ma dagli operai stessi. Ecco le dichiarazioni di principio: “1) I Commissari di fabbrica sono i soli ed i veri rappresentanti sociali della classe proletaria, perché eletti a suffragio universale da tutti i lavoratori sul posto stesso di lavoro. Le direttive del movimento operaio devono nascere direttamente dagli operai organizzati sui luoghi stessi di produzione, ed esprimersi per mezzo dei Commissari di fabbrica. I Consigli incarnano invece il potere della classe operaia organizzata per officina, in antitesi con l’autorità padronale [..]; 3) [I Consigli] socialmente incarnano l’azione di tutto il proletariato solidale nella lotta per la conquista del potere pubblico, per la soppressione della proprietà privata.4) Gli operai organizzati nel seno dei Consigli [..] respingono come artificiale parlamentaristico e falso ogni altro sistema che i Sindacati vogliano seguire per interrogare la volontà delle masse organizzate. La democrazia operaia non si basa sul numero e sul concetto borghese di cittadino, si basa su funzioni del lavoro, sull’ordine che la classe lavoratrice assume naturalmente nel processo di produzione industriale [..]; 5) I Commissari di fabbrica si proclamano disposti ad affrontare qualunque resistenza tendente ad impedire ai loro organismi specifici il diritto di controllo nella vita intera degli organismi proletari professionali nelle fabbriche; 6) I Commissari si impegnano ad esercitare tutta la loro attività di propaganda affinché si ottenga la fusione in un unico Sindacato Nazionale di tutte le organizzazioni di una stessa categoria non confederale, ma che agiscono sulla linea della lotta di classe per i fini della Rivoluzione Comunista. Tutti i sindacati di mestiere e di industria del proletariato italiano dovranno aderire alla Confederazione Generale del Lavoro (CGL). [..]; 7) L’assemblea di tutti i Commissari delle officine torinesi afferma con orgoglio e sicurezza che la loro elezione e il costituirsi del sistema dei Consigli rappresenta la prima affermazione concreta della Rivoluzione Comunista in Italia. Si impegna di dedicare tutti i mezzi a disposizione perché il sistema dei Consigli [..] si diffonda irresistibilmente in tutta Italia e possa, nel più breve tempo possibile, essere convocato un congresso nazionale dei delegati operai e contadini di tutta Italia.". Questa fu la migliore risposta alle accuse di anarco-sindacalismo che i dirigenti della maggioranza centrista del PSI muovevano a Gramsci e ai simpatizzanti dell’Ordine Nuovo. Ma mentre si lanciavano aspre critiche ai consigli con presunte motivazioni ideologiche, anche in questa occasione, con uno squallido accordo, la direzione della CGL e del PSI, con la giustificazione di aver ottenuto forti aumenti salariali, impedì lo sbocco politico dello sciopero e l’avvio della rivoluzione in Italia. Dirà Trotsky: “nel settembre nel 1920 la classe operaia italiana in effetti aveva assunto il controllo dello Stato, della società, delle fabbriche (..) Cosa mancava? (..) Mancava un partito”.
    Ebbene! Si può esser certi che questi operai avevano appreso la loro capacità insurrezionale nel corso della “prova generale” del settembre 1920, in cui i Consigli di fabbrica avevano dovuto svolgere anche un ruolo militare al fine di difendere le istituzioni proletarie dagli eventuali attacchi delle forze armate dello Stato. I consigli di fabbrica torinesi, che rappresentarono dunque l'esperienza più importante del movimento operaio italiano, furono sottoposti a dure critiche anche da Bordiga, poiché li riteneva un cedimento all’economicismo di fabbrica, oltre che dal massimalismo di Serrati impaurito della rottura dell’unità corporativa della classe operaia, senza comprendere, né gli uni né gli altri, per astrazioni o per conservatorismo, che i consigli rappresentavano l’emergere di un dualismo di potere quale embrione dei Soviet e del futuro Stato operaio.
    Vent’anni più tardi rispetto alle grandi mobilitazioni che in Italia si svilupparono durante il biennio rosso e agli scritti gramsciani sulla necessità di costruire consigli di fabbrica, Trotsky tornerà sul tema nel Manifesto per la costituzione della IV Internazionale (1)asserendo: “Eletto da tutti gli operai e da tutti gli impiegati dell'azienda, il comitato di fabbrica crea di colpo un contrappeso alla volontà della direzione. Non appena compare il comitato nella fabbrica, si stabilisce, di fatto, un dualismo di potere. Per la sua stessa natura, tale dualismo è transitorio, in quanto racchiude in sé due regimi inconciliabili: il regime capitalista e quello proletario”. L'importanza dei consigli di fabbrica consisteva nella costruzione di organismi di classe contrapposti agli organismi borghesi, anticipativi della forma istituzionale dello Stato operaio diretti dalla classe operaia. L’“instaurarsi di un nuovo sistema...” basato sulla dittatura proletaria nel quale la vita sociale della “classe operaia e contadina diventa sistema diffuso e fortemente organizzato”.
    In questi termini, il consiglio di fabbrica non era ancora un soviet, ma rappresentava per Gramsci potenzialmente la cellula essenziale del nuovo Stato; nel consiglio di fabbrica venivano rappresentate le attività lavorative e quindi complessivamente tutto il sistema produttivo. Esso diveniva l'istituzione fondamentale della classe operaia, perché era al suo interno che si elaborava e sviluppava il processo produttivo, divenendo così la cellula primaria della società di transizione. In questo senso ancora Trotsky asserirà: “Che la propaganda per i comitati di fabbrica non sia né prematura né artificiosa, è testimoniato nel migliore dei modi dall'ondata di occupazioni di fabbrica che si è manifestata in un certo numero di Paesi. Nuove ondate di questo tipo sono inevitabili in un prossimo avvenire. E' necessario aprire per tempo una campagna in favore dei comitati di fabbrica per non trovarsi presi alla sprovvista”.
    E la storia non si fece attendere, malgrado lo stalinismo: nel 1943 ci fu di nuovo l’occupazione delle fabbriche che mobilitarono centomila operai contro il fascismo e il capitalismo. Parimenti, nell’articolo “Democrazia Operaia” edito dall’Ordine Nuovo, Gramsci chiarisce il nesso causale tra I consigli di fabbrica e lo Stato operaio, “Lo Stato socialista – asseriva - esiste già potenzialmente negli istituti di vita sociale caratteristici della classe lavoratrice sfruttata. Collegare tra di loro questi istituti, coordinarli e subordinarli in una gerarchia di competenze e di poteri, accentrarli fortemente, pur rispettando le necessarie autonomie e articolazioni, significa creare fin da ora una vera democrazia operaia, in contrapposizione efficiente e attiva con lo Stato borghese, preparata già fin d'ora a sostituire lo Stato borghese in tutte le sue funzioni essenziali di gestione e di dominio del patrimonio nazionale”.
    Una posizione quella gramsciana in linea inconfutabilmente con il bolscevismo. Difatti Lenin sul tema dell’inconciliabilità tra lo Stato borghese ed operaio asseriva: “Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato appare là, nel momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli antagonismi di classe non possono essere oggettivamente conciliati. E, per converso, l'esistenza dello Stato prova che gli “..antagonismi di classe sono inconciliabili”. (2)
    Ma, ancora prima, Friedrich Engels nel magnifico testo L'origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, (pubblicato nel 1894) dichiarava: “Lo Stato (…) è un prodotto della società giunta a un determinato stadio di sviluppo, è la confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto, non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell'ordine (…) questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al disopra di essa e che si estranea sempre più da essa, è lo Stato”. (3)
    Basterebbe questa definizione di Engels per spazzare via tutte le apparenti teorizzazioni del costituzionalismo borghese: lo Stato è il prodotto degli antagonismi inconciliabili delle classi sociali che con il monopolio della forza (o meglio della violenza organizzata per via istituzionale), cerca di comprimere il conflitto. Dinanzi a questa inconfutabile verità l’ideologia borghese, dal canto suo, nel corso storico è stata costretta a riconoscere l’esistenza di interessi contrapposti tra lavoro e capitale e attraverso i suoi intellettuali e pubblicisti ha lavorato instancabilmente ad insinuare possenti elementi di falsificazione del pensiero marxista, introducendo concezioni rassicuranti e deformanti del conflitto sociale: lo Stato sarebbe per le classi dominanti il principale strumento di conciliazione degli antagonismi. Insomma tutta l’elaborazione realizzata da borghesi parrucconi universitari dissimulata da un'apparente scientificità in merito alla concezione dello Stato, al fondo ha tradotto il permanente compromesso di classe con le direzioni del movimento operaio celandone la sua ontologia storica: l’uso della forza contro il proletariato per conservare i putrescenti interessi gestiti dal comitato d’affari dei principali circoli imperialistici mondiali. Viceversa per Marx lo Stato “(…) è l’organo del dominio di classe (…) è un ordine che legalizza e consolida questa oppressione”. (4)
    La conclusione a cui giunge Lenin in nome del vero marxismo è assolutamente chiara: se lo Stato è il prodotto dell’inconciliabilità degli antagonismi di classe e si rappresenta sempre più come una forza che si pone al disopra della società, è altresì evidente che solo una rivoluzione che spezzi l’apparato statale potrà risolvere l’oppressione di una classe su l’altra. Lo Stato borghese è per necessità storica una forza, che proprio perché segnata dagli antagonismi di classe si pone al di sopra della società. Engels nel meraviglioso saggioL’origine della proprietà privata della famiglia e dello Stato ne fornisce una definizione semplice ma efficacissima asserendo che rappresenta “(…) un distaccamento speciale di uomini armati che dispongono di accessori materiali quali prigioni, polizia e istituzioni coercitive di ogni genere”. E in linea con tale impostazione Gramsci afferma: “Il dualismo di potere è, a sua volta, il punto culminante del periodo di transizione. Due sistemi, il sistema borghese e il sistema proletario, si contrappongono l'un l'altro antagonisticamente. La collisione è inevitabile. Dall'esito della collisione dipendono le sorti della società”.
    E' evidente che Gramsci non identifica plasticamente i consigli con lo Stato operaio, ma più realisticamente ne evidenzia la potenziale forza di classe, facendone degli stessi la sede della futura gestazione socialista. La concezione gramsciana intreccia quella di Trotsky, tant’è che quest’ultimo sul punto spiega: “I soviet possono nascere solo quando il movimento delle masse entra in una fase apertamente rivoluzionaria. Come perno attorno al quale si uniscono decine di milioni di lavoratori nella lotta contro gli sfruttatori, i soviet, dal momento della loro costituzione, diventano i concorrenti e gli antagonisti delle autorità locali e poi dello stesso governo centrale. Se il comitato di fabbrica introduce elementi di dualismo di potere in fabbrica, i soviet aprono un periodo di dualismo di potere nel Paese.”(..). Gramsci arricchisce questa impostazione articolando su più livelli gli organismi di vita sociale della classe, individuando le commissioni interne di fabbrica, i circoli socialisti e le comunità contadine, quali luoghi di reale aggregazione del proletariato operaio e contadino in cui i rivoluzionari dovevano concentrare il proprio lavoro politico. Questi organismi sociali erano pensati come ricomposizione di un blocco di classe “abituando le masse alla tenacia e alla perseveranza”: la connessione che proponeva era finalizzata ad approfondire l'esperienza politico-amministrativa che le masse svilupparono in particolar modo nei consigli di fabbrica e alla formazione dello Stato socialista, che non potendo essere modellato sulle istituzioni borghesi, né tanto meno poteva risultare da un astratto esperimento da laboratorio, era legato all'esperienza viva e alle competenze concrete che la classe operaia sviluppava già prima della presa del potere.
    Lo Stato operaio spogliato da una concezione idealistica si qualificava come proiezione ex post di coscienza socialista sviluppata dalle masse nel processo rivoluzionario: l'istituzione dello “Stato operaio” era in questo modo già sperimentata negli istituti di vita sociale della classe in cui vi erano germi della dittatura proletaria. Gramsci aggiunge che “..un’associazione può essere chiamata “partito politico” solo se è riuscita a concretare e divulgare una sua propria nozione dell’idea di Stato”. In questo senso il PSI avrebbe dovuto non a parole ma concretamente con fatti e uomini reali fondare lo Stato operaio, suscitare e organizzare le condizioni politiche per fondare il nuovo Stato. E ciò malgrado, nel novembre del 1919 grazie alle mobilitazioni del biennio rosso e alla nascita dei consigli di fabbrica in Italia esistevano due governi: uno borghese e uno proletario, “che si andava organizzando nel quadro della repubblica dei Soviet Russi…e ai primi germi di governo operaio mondiale il comitato esecutivo della III Internazionale”. Questa rappresenta senz’altro l’essenzialità della dottrina di Lenin e Trotsky che recuperando costantemente il vero Marx contro ogni deformazione trovarono nel Gramsci dell’Ordine Nuovo la concezione marxista dei bolscevichi: partito d’avanguardia, programma transitorio, soviet, dittatura del proletariato.

    Il programma: strumento della lotta rivoluzionaria
    Gramsci sosteneva: “Il Partito deve lanciare un manifesto nel quale la conquista rivoluzionaria del potere politico sia posta in modo esplicito, nel quale il proletariato industriale e agricolo sia invitato a prepararsi e ad armarsi e nel quale siano accennati gli elementi delle soluzioni comuniste per i problemi attuali”.
    Il programma che emerge dagli scritti dell’Ordine Nuovo non lascia dubbi e incertezze: un programma che prospettava la presa del potere aveva bisogno di un collegamento ai “problemi attuali”, alle condizioni materiali e al livello di coscienza del proletariato. In definitiva per Gramsci “…il partito è il suo programma” e tanto più un partito è formato da elementi selezionati, avanzati e dediti alla lotta politica, tanto più può giocare un ruolo determinante, indipendentemente dalla sua composizione numerica. Una concezione in linea con il marxismo conseguente, anzitutto con quella elaborata da Trotsky, il quale riteneva che la formulazione del programma comunista deve evitare sia la tendenza all'astrazione settaria, ripetendo parole d'ordine generali senza alcuna connessione al livello della coscienza della lotta di classe, sia il pericolo opposto: adattarsi alle condizioni specifiche che prescindono dalla prospettiva strategica della presa del potere per via rivoluzionaria. Abbiamo ripetuto - asserisce Trotsky- che il carattere scientifico della nostra attività consiste nel fatto che “…noi non adattiamo il nostro programma alle congiunture politiche o al pensiero o allo stato d'animo delle masse … ma che adattiamo il nostro programma alla situazione oggettiva come essa è rappresentata dalla struttura economica di classe della società” (...)” (5); e cioè portare la mentalità arretrata delle masse in armonia con la dinamica della lotta di classe così come emerge dalla struttura oggettiva della società capitalista.
    Di conseguenza per Gramsci vi era un rapporto inscindibile tra la questione del programma anticapitalista e la “dittatura del proletariato” e cioè l’ordine nuovo su cui fondare la nuova società di transizione al comunismo. La dittatura proletaria (o democrazia operaia quale forma più avanzata di democrazia, come asserirà Lenin in risposta al rinnegato Kausky) non assunse per gli ordinovisti una funzione meramente propagandistica, ma l’essenza stessa del partito d’avanguardia: abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, pianificazione democratica dell'economia, soppressione delle classi sociali e autogoverno delle masse attraverso la nuova struttura statuale dei soviet. Una concezione che non a caso fece ritenere a Lenin che “il gruppo dell’Ordine Nuovo era la sola tendenza del Partito Socialista che rappresentasse fedelmente l’Internazionale in Italia”, considerando le impostazioni programmatiche dell’“Ordine Nuovo” quale “base della riorganizzazione rivoluzionaria…” (6).
    La formula dittatura del proletariato – asseriva Gramsci in un articolo sul programma edito dall’Ordine Nuovo del 21 giugno 1919 – “deve finire di essere solo una formula, un'occasione per sfoggiare fraseologia rivoluzionaria (…). La dittatura del proletariato è l'instaurazione di un nuovo Stato, tipicamente proletario, nel quale confluiscono le esperienze istituzionali della classe oppressa, nel quale la vita sociale della classe operaia e contadina diventa sistema diffuso e fortemente organizzato. Questo Stato non s’improvvisa: i comunisti bolscevichi russi per otto mesi lavorarono a diffondere e far divenire concreta la parola d'ordine "tutto il potere ai Soviet", ed i Soviet erano noti agli operai russi fin dal 1905. I Comunisti italiani devono far tesoro dell'esperienza russa ed economizzare tempo e lavoro”. Gramsci, anche dopo la fine del biennio rosso, ritenendo che il programma dei comunisti doveva assumere e riprodurre la stessa prospettiva strategica, a differenza dell’estremismo di Bordiga contro il fascismo (nuova guardia pretoriana del capitalismo nostrano), avanzava in linea con la III Internazionale la tattica del “fronte unico” e del “governo operaio e contadino”: una politica rivoluzionaria delle alleanze quale base per un nuovo governo del proletariato.
    D’altronde, la concezione bolscevica sul programma a sua volta non fu il frutto di un'improvvisazione. Al II congresso del Posdr nel 1903, a seguito nel 1901 del programma elaborato da Plechanov su incarico della redazione dell'Iskra, Lenin sostenne ostinatamente che l'obiettivo era “l'organizzazione della lotta di classe del proletariato e la direzione di questa lotta, la conquista del potere politico del proletariato e l'organizzazione della società socialista”. In tutto il processo di formazione del partito bolscevico Lenin, in aperta opposizione con il riformismo russo, tornò spesso sul tema del programma difendendone il suo carattere rivoluzionario: in definitiva la questione del programma e la forma organizzativa del partito, rappresentò l'arena in cui si costruì il partito che realizzerà nel 1917 la rivoluzione proletaria.
    CONTINUA

    •   Alt 

      TP Advertising

      advertising

       

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    22 Jul 2012
    Messaggi
    16,481
    Mentioned
    100 Post(s)
    Tagged
    7 Thread(s)
    Inserzioni Blog
    1

    Predefinito Re: Gramsci e gli scritti dell’Ordine Nuovo Uno straordinario contributo per la rivo

    SEGUITO


    E proprio nel 1917, con le Tesi d'aprile, Lenin, condensando i risultati del suo lavoro sull'imperialismo, porrà nel vivo della rivoluzione ancora una volta il nodo fondamentale del programma comunista: avanzare ai lavoratori la necessità immediata della conquista del potere, non come fraseologia rivoluzionaria, ma lanciando un programma di rivendicazioni transitorie chiare e popolari: nazionalizzazione delle risorse economiche e soppressione degli apparati repressivi dello Stato borghese; controllo della produzione sociale da parte dei soviet operai. Senza alcun dubbio, per Gramsci, al di là di visioni falsificatrici che per anni sono state somministrate sia dal riformismo che dallo stalinismo, l’essenza programmatica si basava anche sull’esperienza maturata durante il biennio rosso con i “Consigli di Fabbrica”, che assumendo la dittatura del proletariato quale sbocco necessario della lotta rivoluzionaria, riteneva che un programma comunista è frutto di un processo politico che delinea inequivocabilmente i mezzi per il fine, altrimenti il fine diviene una declamatoria sterile ed estranea dalla realtà. Una concezione, quella gramsciana, organica al marxismo conseguente, tant’è che sul tema programmatico decenni prima Engels asserì: “La nostra dottrina non è un dogma, ma una guida per l'azione”. Un’affermazione che ha egregiamente sintetizzato il contenuto programmatico del marxismo, il cui tratto essenziale ha costituito quel filo rosso che da oltre centocinquanta anni ispira la battaglia dei marxisti rivoluzionari.
    Il programma comunista non ha mai rappresentato un postulato morale, un'ideologia speculativa, un generico “manuale” sul capitalismo e sul socialismo: esso riflette anzitutto il pensiero, le condizioni oggettive e gli obiettivi del movimento operaio. Per dirla con Lenin, "nel suo programma il proletariato deve formulare la sua dichiarazione di guerra al capitalismo". Per Marx ed Engels il programma comunista ha rappresentato una teoria generale di trasformazione sociale che, al contempo, è stata una prassi, basata sul rifiuto della divisione (come la storia del revisionismo socialdemocratico ha dimostrato) tra un “programma minimo” e un “programma massimo” con cui promettere la sostituzione del capitalismo con il socialismo in un futuro non definito.
    Dunque per Gramsci, in linea con la concezione del marxismo conseguente, il programma quale strumento di agitazione e propaganda politica sulle masse oppresse deve avere una natura transitoria e cioè prospettare costantemente un “ponte” tra la soluzione dei problemi parziali e la conquista del potere, rompendo con le concezioni riformiste, particolarmente presenti in Italia anche tra il massimalismo, articolate tra un programma minimo che non escludeva compromessi di classe e un programma massimo che collocava la rivoluzione in un tempo e un luogo misterioso. Viceversa per Gramsci l'elaborazione del programma della rivoluzione proletaria ha costituito il fondamentale strumento per costruire il partito che in Russia diresse le masse alla costruzione del socialismo. Il programma ha costituito l'elemento di coesione del partito, formato per selezione da elementi avanzati, coscienti e non genericamente da qualsiasi “professore, studente e scioperante”, come asserivano i menscevichi.
    Il dibattito sul programma continuerà anche dopo la rivoluzione russa e impegnerà il Partito comunista fino al VIII Congresso (marzo 1919), proprio nel momento più delicato per le sorti del giovane Stato operaio. La rivoluzione realizza una novità storica senza precedenti, ma è proprio Lenin ad insistere sulla necessità di modificare il programma transitorio: non era più solamente uno strumento di propaganda e di agitazione per la presa del potere, ma doveva guidare la transizione al socialismo; era l’espressione delle esigenze e dei progetti rivoluzionari e al contempo doveva lasciare intatta la traccia del percorso storico che condusse all'Ottobre. Il programma rivoluzionario divenne il principale strumento della rivoluzione internazionale del proletariato da cui nascerà la Terza Internazionale.

    Il partito rivoluzionario dell’ “Ordine Nuovo” e lo sviluppo del pensiero gramsciano
    Come abbiamo già sostenuto, gli scritti ordinovisti non rappresentarono una produzione sistematica e lineare, tra l’altro editi a fase alterne tra il 1919 e il 1926, in quanto condizionati dagli accadimenti e dalle convulse situazioni storiche.
    Gramsci in quegli anni sviluppa importanti formulazioni circa il ruolo dei comunisti nella società capitalista e l'insostituibile ruolo del partito quale avanguardia del “proletariato rivoluzionario”, riproponendo grandemente la tradizione più viva del bolscevismo, spezzando, così, ogni legame con la vecchia forma partitica che aveva espresso la socialdemocrazia (elettoralista, formale, e istituzionalista), esortando i lavoratori, contro il riformismo e il centrismo, a “combattere non solo contro quel pantano, ma anche contro coloro che s’incamminano verso di esso”. (7)
    L’influenza del bolscevismo sulla concezione espressa in particolare da Gramsci negli scritti dell’Ordine Nuovo, si rileva anzitutto nella consapevolezza che la formazione di un partito d'avanguardia era (ed è vero tanto più oggi) un processo complesso lungo e spesso drammatico, che incontra momenti di raggruppamento, scissioni e incessanti prove prima di divenire il partito della classe operaia. Un itinerario ripido e difficile ma assolutamente necessario e decisivo, consapevoli che “nella lotta per il potere il proletariato non ha altra arma che l'organizzazione”. Un’arma potentissima come ha dimostrato la rivoluzione russa e che sulla forma organizzativa ha segnato la rottura con il riformismo e centrismo di ogni tempo, tant’è che Lenin sul tema lanciava un anatema senza appello asserendo che le loro impostazioni riverberavano “ l’inclinazione verso la mentalità dell'intellettuale borghese, pronto a riconoscere solo platonicamente i rapporti di organizzazione; la loro tendenza è l'autonomia contro il centralismo (...)”. (8)
    Gramsci in un articolo del 1920 dichiarava: “...I Comunisti marxisti devono caratterizzarsi per una psicologia che possiamo chiamare "maieutica" (l’ostetricia della rivoluzione, funzione pedagogica, ndr). La loro azione non è di abbandono al corso degli avvenimenti determinati dalle leggi della concorrenza borghese, ma di aspettazione critica. La storia è un continuo farsi quindi essenzialmente imprevedibile (...) I socialisti hanno spesso supinamente accettato la realtà storica prodotto dell'iniziativa capitalistica, sono caduti nell'errore di psicologia degli economisti liberali: credere alla perpetuità delle istituzioni dello Stato democratico, alla loro fondamentale perfezione... Da questa errata concezione del divenire storico, dalla pratica annosa del compromesso e da una tattica cretinamente parlamentarista nasce la formula odierna della "conquista dello Stato" ”. (9)
    Al contrario di quanto affermato per decenni dal liberalismo borghese, la mancanza di universalità delle istituzioni è iscritta nella contraddizione tra lo sviluppo delle forze produttive e l’espansione delle forme della produzione capitalistica. In questa dinamica contraddittoria s’ innesta il processo rivoluzionario, che necessita dello sviluppo di forme, organismi e istituzioni inconciliabili con quelle borghesi, di cui lo Stato operaio ne rappresenta la forma definitiva, instaurandosi in esso e per mezzo di esso una nuova dialettica tra libertà e necessità.
    Ma ancora, sull’autonomia politica e programmatica del partito del proletariato rivoluzionario Gramsci riteneva: “Il partito comunista è il partito politico storicamente determinato, della classe operaia rivoluzionaria. La classe operaia è nata sul terreno della democrazia borghese... Ecco perché nelle varie fasi del suo sviluppo, la classe operaia ha appoggiato i partiti politici più diversi. Ha incominciato con l'appoggiare i partiti liberali: si è unita così con la borghesia cittadina e ha lottato per annientare i residui del feudalesimo economico liberale nelle campagne; la borghesia industriale è riuscita così a spezzare il monopolio dei viveri, a introdurre anche nelle campagne un pò di liberalismo economico, a far riabbassare il costo della vita, ma tutta questa azione si rivelò disastrosa per la classe operaia che vide abbassarsi la media dei suoi salari. La classe operaia appoggiò in un secondo periodo i partiti piccolo borghesi e lottò per allargare i quadri dello Stato borghese, per introdurre nuove istituzioni, per sviluppare le istituzioni esistenti. Fu ingannata una seconda volta; tutto il nuovo personale dirigente passò con armi e bagagli nel campo della borghesia... Con la creazione del Partito Comunista, la classe operaia si presenta alla lotta politica come iniziatrice, come guida, non più come massa di manovra guidata e diretta dallo stato maggiore di un'altra classe sociale.”
    L’autonomia del partito comunista assume per Gramsci non una visione ideologica ma il prodotto di una necessità storica per l’esistenza del partito del proletario, su cui modellare tattica e strategia dell’azione politica a partire dalla elezioni che per “i comunisti sono una delle tante forme di organizzazione politica proprie della società moderna. In definitiva è il partito la suprema forma organizzativa, in cui si inquadrano i militanti più coscienti nella lotta quotidiana contro il capitale” (10), reclutati tra gli operai addetti all'industria urbana, i contadini poveri e il “proletariato intellettuale".
    Compete al partito saper conoscere e coordinare gli organismi e gli istituti essenziali della classe operaia e in quanto “suprema forma organizzativa”, giacché come riteneva Lenin “più le nostre organizzazioni di partito comprendono dei veri socialdemocratici più saranno forti, meno esitazioni e instabilità ci saranno all’interno del partito e più estesa, più multiforme, ricca e feconda sarà l’influenza del partito sugli elementi della massa operaia che lo circondano e che sono da esso diretti (...) Non si deve confondere il partito reparto di avanguardia con tutta la classe.” (11)
    Ed ancora in linea con Lenin, Gramsci riteneva che vi può essere un partito di attivisti e quadri, che al di là dall'aspetto quantitativo partecipa in prima fila alle lotte, cercando di guadagnarne la direzione: questo è il partito d’avanguardia e al contempo di massa perché proiettato alla conquista della maggioranza dei settori più combattivi della classe operaia.
    Un partito, quello di Lenin e di Gramsci in Italia, democratico e al contempo unitario e centralizzato. Due fattori non in contraddizione tra loro da cui nascerà l'arcinota definizione del “centralismo democratico”, la più equivocata nella storia del movimento comunista. Costruire il partito dall'alto verso il basso (centralismo democratico) non ha mai rappresentato come asserivano gli opportunisti una visione autoritaria, ma voleva indicare l'unità della visione generale (teoria rivoluzionaria, programma transitorio, generalizzazioni tattico-strategiche), rappresentata da un gruppo dirigente democraticamente eletto e sempre sottoposto a revoca. La democrazia interna se estraniata da visioni piccolo borghesi è stata, in definitiva, la vera contropartita del centralismo leninista, prima che lo stalinismo trasformò questo imperativo categorico del partito rivoluzionario in un criminale strumento di burocratizzazione, distruggendo non solo il partito proletario ma anche le istituzioni operaie che da quella esperienza politiche erano nate.
    La formula “conquista dello Stato” deve essere intesa in questo senso: creazione di un nuovo tipo di Stato generato dall'esperienza associativa della nuova classe proletaria e sostituzione di esso allo Stato democratico parlamentare individuando nel partito il mezzo necessario per perseguire questo fine. Gramsci sul punto scriveva: “Esisteva in Italia, a Torino un germe di governo operaio, un germe dei Soviet… studiamo la fabbrica capitalistica come forma necessaria della classe operaia, come organismo politico, come territorio nazionale dell'autogoverno operaio”. A tal proposito Gramsci affermava che “La creazione dello Stato proletario, non è un atto taumaturgico: è anch'esso un farsi, è un processo di sviluppo, presuppone un lavoro preparatorio di sistemazione e di propaganda. La natura dello Stato operaio è transitoria poiché esso è inscritto nel processo di formazione storica del comunismo, di una società ricomposta sull’assenza delle classi sociali, sulla abolizione della proprietà privata e su una consolidata prassi solidaristica: il comunismo per Gramsci è materialisticamente costruito nella dialettica storica e non nell’utopistica proiezione metafisica.
    Anche su questo punto ci appare corretto utilizzare alcuni passaggi filologici per evitare interpretazioni forvianti.
    Gramsci in merito alla natura dello Stato di transizione ha più volte affermato: “Lo Stato socialista non è ancora il comunismo, cioè l'instaurarsi di una pratica e di un costume economico solidarista, ma è lo Stato di transizione che ha il compito di sopprimere la concorrenza con la soppressione della proprietà privata, delle classi, delle economie nazionali: questo compito non può essere attuato dalla democrazia parlamentare”. Questi sono stati e rimangono gli assi fondamentali nel pensiero gramsciano, che tuttavia proprio sul tema del partito e della concezione della egemonia trovarono un loro ulteriore sviluppo.

    Il partito come intellettuale collettivo e il concetto di egemonia
    Più volte, in merito al pensiero gramsciano su questione centrali che sopra abbiamo sinteticamente cercato di schematizzare, è stata evidenziata una fantasmagorica discontinuità politica e teorica maturata tra gli scritti dell'Ordine Nuovo e i Quaderni dal Carcere.
    Spesso questa presunta differenza è servita agli esegeti ufficiali del revisionismo per avanzare una rottura ideologica di Gramsci con il marxismo rivoluzionario degli anni venti: uno svilimento teorico che è stato finalizzato a rendere più duttile un’impalcatura teorica e pratica che si mostrava sempre più antitetica all’adattamento opportunistico del principale partito comunista d’occidente.
    In questi decenni il pensiero gramsciano è stato usato indebitamente non solo dall’establishment del PCI, che attraverso estrapolazioni parziali e mutilanti se ne è servita per costruire improbabili collanti teorici alle innumerevoli svolte di linea; ma perfino da quel PSI di Craxi che nella prima metà degli anni ottanta sostenne che il riformismo versione pragmatica apparteneva al Gramsci maturo.
    In questi decenni le burocrazie del movimento operaio hanno trasformato uno dei dirigenti rivoluzionari più autorevoli del Novecento, in un’icona sacramentale, propinando versioni apologetiche del suo pensiero volte a depotenziare i suoi codici essenziali.
    Malgrado queste puntualizzazioni, è bene sottolineare che alcune apparenti differenze tra gli scritti ordinovisti e i Quaderni dal Carcere siano in parte da attribuire alle condizioni materiali, poiché lo stato di detenzione e segregazione in cui per anni è stato obbligato Gramsci, ha prodotto un isolamento dalla realtà extra carceraria che certo non ha giovato al grado di conoscenza degli avvenimenti che maturarono in quegli anni nel movimento comunista internazionale.
    Gramsci fu costretto, dalla censura fascista, ad operare una scelta più oculata dei moduli analitici ed espressivi: da qui la necessità di uno stile a volte più sociologico che politico; l’uso di eufemismi quali gruppo sociale fondamentale (in luogo di classe operaia),sovrastrutture complesse (al posto di dualismo di poteri e diffusione dei consigli operai), ma l’elenco potebbe continuare. Al contempo, però, cercare di comprendere lo sviluppo del pensiero gramsciano, così come è dato cogliere nei “Quaderni”, in nome di un principio eclusivamente prudenziale come per anni ha ritenuto qualche organizzazione centrista (si pensi alle elaborazioni sul tema prodotte anni addietro da Bandiera Rossa),è un errore ancora peggiore. Ma al contempo, pensiamo al concetto di intellettuale collettivo e di egemonia, l'evoluzione del pensiero gramsciano deve essere analizzata anzitutto rispetto all’impianto complessivo del bolscevismo che tanto condizionò gli scritti sulla rivoluzione italiana maturata durante il biennio rosso.
    Gramsci non ha mai sostenuto (neppure tra parentesi) una rivoluzione graduale basata sulla “contesa democratica” dell’egemonia alla classe dominante e non considerava neppure possibile alcuna trasformazione della società che potesse fare a meno della rottura rivoluzionaria. Di conseguenza, non risponde a verità storica la tesi secondo cui Gramsci trasforma la concezione della “Dittatura del Proletariato” elaborata nel periodo ordinovista, in quella di egemonia meglio definita nei quaderni: l'egemonia, viceversa, costituirà un settore di approfondimento della dittatura della classe operaia.
    D’antronde, è lo stesso Lenin nella sua opera “Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica”, a ritenere che “egemonia” equivale a “direzione”, a dittatura del proletariato. Questo intimo legame fra egemonia e dittatura del proletariato sembrerebbe avvalorato dalla lettura dei testi gramsciani, in cui affermava che: “I comunisti torinesi si erano posti concretamente la questione dell’egemonia del proletariato, cioè della base sociale della dittatura proletaria e dello Stato operaio. Il proletariato può diventare classe dirigente e dominante nella misura in cui riesce a creare un sistema di alleanze di classi che gli permetta di mobilitare contro il capitalismo e lo Stato borghese la maggioranza della popolazione lavoratrice nei reali rapporti di classi esistenti in Italia, nella misura in cui riesce ad ottenere il consenso delle larghe masse contadine”.
    Cos’è infatti, la dittatura del proletariato? È il controllo della società civile e della società politica, attraverso la “direzione” ed il “dominio” della società. Ma come si arriva a questo punto? Attraverso un allargamento, da parte della classe operaia, della base “sociale” della propria direzione, tramite un “sistema di alleanza” con altre classi subalterne (i contadini poveri), conquistandone il “consenso”. Una concezione che se da un lato fa emergere la necessità di una politica rivoluzionaria delle alleanze in seno al blocco delle classi subaltene, al contempo difetta di una certa algebricità rispetto ai soggetti di direzione politica e organizzativa del partito rivoluzionario.
    Tutto lo studio gramsciano sulla società civile e sull’egemonia non ha altro scopo che quello di evidenziare l’importanza della direzione culturale ed ideologica. Una prospettiva in linea con il materialismo dialettico elaborato da Marx ed Engels i quali ritenevano che i rapporti sociali si dividono in materiali ed ideologici: “Questi ultimi sono soltanto una sovrastruttura dei primi, che si creano fuori della volontà e della coscienza dell’uomo, che è la forma (risultato) dell’attività dell’uomo diretta alla conservazione della propria esistenza. La spiegazione delle forme giudico-politiche - dice Marx - deve essere cercata “nei rapporti di vita materiali”.” Il dominio del capitale si giova quotidianamente delle sovrastrutture da esso create o asservite per inibire qualunque sfida all’egemonia che la borghesia esercita attraverso i suoi giornalisti e scrittori, attori e registi, scienziati e divulgatori, preti e professori, avvocati e giudici, ministri e militari ecc., ossia gli intellettuali.
    Gramsci definitiva lo Stato “dittatura più egemonia”, riferendosi al fatto che una classe al potere non può basare la propria forza esclusivamente sulla coercizione, ma deve assicurarsi un consenso attraverso il ruolo insostituibile degli intellettuali, ritenendoli “...commessi dei gruppi dominanti, per l'esercizio delle funzioni subalterne dell'egemonia sociale e del governo politico...”.
    Per Gramsci quindi l'egemonia quale direzione dell'ordine politico e morale, è esercitata per mezzo della coercizione dalla Stato e, conseguentemente, solo un partito rivoluzionario poteva realizzare l'egemonia della classe operaia al potere. E' proprio nel solco della costruzione dell’egemonia che Gramsci sviluppa e arricchisce il ruolo dell'intellettuale organico, la concezione del partito come “moderno principe” e come “intellettuale collettivo”, riattualizzando i connotati del materialismo storico sullo sfondo di una società italiana strutturalmente in crisi. Questo concetto viene mirabilmente spiegato da Gramsci ricostruendo il nesso storico tra gli ecclesiastici e l'aristocrazia, tra l'aristocrazia della toga (amministratori, notai, avvocati) e la monarchia assolutista. In tutte le attività, afferma Gramsci, anche in quelle apparentemente fisiche e meccaniche, è possibile individuare un’attività intellettuale e creatrice, a differenza di quanto riteneva il taylorismo definendo l'operaio un “gorilla ammaestrato”. Dalla preposizione gramsciana se ne deduce in termini generali che tutti gli uomini sono intellettuali, in quanto possono svolgere un'attività creatrice, ma nello specifico ogni società nel suo divenire storico ha avuto bisogno di una categoria di specialisti.
    Gramsci definisce il rapporto tra il modo di produzione e gli intellettuali come “mediato” dalle sovrastrutture, ossia dalle relazioni privatistiche della società civile e quelle pubbliche della società politica, attraverso cui i gruppi dominanti esprimono la loro egemonia.
    Il ruolo dell'intellettuale è dunque sindacabile su due livelli di analisi: è persuasore permanente, creatore di egemonia sociale e di consenso "spontaneo" delle masse al gruppo dominante; ma l'intellettuale conserva l'egemonia sociale anche attraverso il governo politico, strumento essenziale della classe dominante con cui produce egemonia "coattivamente", assicurando disciplina e obbedienza attraverso l'uso della forza. In estrema sintesi, la funzione dell’intellettuale in una società capitalista risiede nel governare “l’egemonia corazzata dalla forza dello Stato”.
    Gramsci, a più riprese, afferma che i “partiti politici sono il riflesso e la nomenclatura delle classi sociali. Essi sorgono, si sviluppano, si decompongono, si rinnovano, a seconda che i diversi strati delle classi sociali in lotta subiscono spostamenti di reale portata storica”.
    Di più, Gramsci ritiene che la loro funzione è “.. di elaborare i propri componenti, elementi di un gruppo sociale nato e sviluppatosi come economico, fino a farli diventare intellettuali politici qualificati, dirigenti organizzatori di tutte le attività e le funzioni inerenti all'organico sviluppo di una società integrale, civile e politica..” (Q 12). Il Partito quale intellettuale collettivo è in Gramsci un'estensione dei principi ordinovisti del partito sistematizzato successivamente al congresso di Lione, in cui - come abbiamo già esaminato - il Partito Comunista superava l'economicismo riformista e diveniva la frazione cosciente del proletariato: essendo il suo militante un rivoluzionario di professione, era un intellettuale organico alla prospettiva rivoluzionaria.
    Il partito politico è un moderno principe che non è per Gramsci una persona reale, né una sorelliana ideologia politica; è un organismo di volontà collettiva che si afferma nella prassi e sconvolge i rapporti intellettuali e morali. Quello che qui interessa sottolineare è che in Gramsci rimane salda una concezione leninista del partito: “.. la forma della rivoluzione proletaria… una nomenclatura della classe..” (L’ordine Nuovo); “l'avanguardia del proletariato" (Tesi di Lione); un moderno principe, cellula in cui vivono germi di volontà collettiva che tendono a divenire universali e totalizzanti” (Notarelle sulla politica del Machiavelli in Moderno Principe; Q. 13), “…in cui tutti i membri debbano essere considerati come intellettuali, perché creatori della storia, titolari di funzione direttiva-organizzativa, educativo-intellettule”.
    Questo è il partito di Lenin il quale riteneva: “Noi siamo il partito della classe, e perciò quasi tutta la classe deve agire sotto la direzione del nostro partito, deve stringersi il più saldamente possibile attorno al nostro partito. Ma sarebbe (…) “codismo” pensare che, in regime capitalista, quasi tutta o tutta la classe possa mai elevarsi alla coscienza e all'attività della propria avanguardia. [...] Si abbasserebbe l’avanguardia al livello della classe, si perderebbe il rigore dell’impostazione teorica, la coerenza della linea politica, se si volesse abbracciare nel partito tutta la classe; se si operasse in questi termini, invece che collegarsi in maniera organica al movimento e ciò non sarebbe veramente utile allo scopo che si pone il partito: portare la classe ad un livello superiore, rivoluzionario. “Dimenticare” la distinzione che passa tra il reparto di avanguardia e tutte le masse che gravitano verso di esso, dimenticare il costante dovere del reparto di avanguardia di elevare strati sempre più larghi fino a questo livello dell’avanguardia, vorrebbe dire ingannare se stessi”. (12)
    Una continuità che non è stata riferita esclusivamente alla funzione e alla natura del Partito Comunista, alla strategia rivoluzionaria del movimento operaio, ma che deve essere recepita anche nello specifico del funzionamento democratico dell'organizzazione, in cui tutti i militanti dovevano essere dirigenti e organizzatori, cercando costantemente i mezzi e le forme della partecipazione attiva.

    Le ambiguità di Gramsci sulla bolscevizzazione stalinista
    La bolscevizzazione lanciata dall’I.C. al suo V congresso, tenutosi nella seconda metà di giugno del 1924, è stata innegabilmente una parte integrante della campagna antitrotskista, riflesso naturale di una potentissima controrivoluzione burocratica e prodromo delle criminali repressioni staliniane.
    La pubblicazione de “Le lezioni dell’Ottobre”, con cui Trotsky iniziava una dura battaglia teorica e politica contro le deviazioni scioviniste di Stalin, in definitiva è stato il riflesso della lotta contro la reazione piccolo borghese di una risma di burocrati e carrieristi, il cui sviluppo fu reso possibile dalle drammatiche condizioni oggettive in cui si venne a trovare lo Stato operaio dopo la fine della guerra civile.
    Dopo qualche mese Stalin, pur di legittimare la campagna antitrotskista anche da un versante teorico, avanzava un volgare voltafaccia al carattere internazionale della rivoluzione socialista e nel dicembre del 1924 con l’articolo “L’Ottobre e la tattica dei comunisti” postulava la possibilità di realizzare il socialismo a livello nazionale.
    Trotsky, dal canto suo, riprendendo la mirabile concezione della “rivoluzione permanente”, contestava che: “..la rivoluzione socialista non può giungere a compimento entro il quadro nazionale (....) comincia sul terreno nazionale, si sviluppa sull’arena internazionale e si compie sull’arena mondiale. Così la rivoluzione socialista divenne permanente nel significato nuovo e più ampio della parola: si concluderà solo con il trionfo definitivo della nuova società su tutto il nostro pianeta”. (13)
    Nei dirigenti italiani non ritroviamo un grado elevato di consapevolezza delle questioni dibattute dall’I.C., recependo le critiche di Trotsky come un'azione frazionistica che avrebbe piegato l’unità dell’internazionale.
    Anche Gramsci aderì acriticamente alla bolscevizzazione assimilandone l’aspetto di superficie, l’omogenizzazione e l’unità dei partiti leninisti, non calandola però nelle contraddizioni più vive dell’internazionale.
    Ciò non gli impedì di rifiutare la campagna diffamatoria nei confronti di Trotsky asserendo “…l’atteggiamento di Trotsky rappresenta un pericolo, in quanto la mancanza di unità nel Partito in un Paese in cui vi è un solo partito scinde lo Stato. Ciò produce un movimento controrivoluzionario: la qual cosa non significa, però, che Trotsky sia un controrivoluzionario, che in questo caso ne dovremmo chiedere l’espulsione...”. (14)
    Non solo, dinanzi alla tragica involuzione staliniana subita dall’I.C., Gramsci con una lettera del 1926 inviata a Togliatti, tenuta dallo stesso per anni nel cassetto, criticava il regime interno alla vita di partito che si andava instaurando asserendo, rispetto al consenso pieno e totale alla linea staliniana, un senso di pena e soprattutto che sarebbe stato un errore dell’internazionale stravincere. Un atto di coraggio ma che non si tradusse mai in una battaglia chiara e inequivoca. A prendere le difese di Trotsky erano paradossalmente soprattutto Amadeo Bordiga e tutta la sinistra interna del PCd’I.
    In un articolo sull’Unità pubblicato il 4 luglio del 1925 Bordiga difende Trotsky dall’accusa di essere antileninista e di costruire una opposizione piccolo borghese: “la polemica contro Trotsky ha lasciato nei lavoratori un senso di pena e recato sulle labbra dei nemici un sorriso di trionfo... Trotsky non è un uomo da abbandonare al nemico. Nelle sue dichiarazioni egli non ha cancellato un rigo di quello che ha scritto, ciò non è contro la disciplina bolscevica, ma ha anche dichiarato di non aver voluto formarsi una base politica personale e frazionista, e di essere più che mai ligio al partito. Non si poteva aspettare altro da un uomo che è tra i degni di stare alla testa del partito rivoluzionario...”.
    Queste poche voci furono note stonate in una I.C. che dalla critica alle posizioni di sinistra di Trotsky passò grazie alla bolscevizzazione ad una vera e propria persecuzione politica, preludio alle criminali repressioni staliniste degli anni successivi che stravolsero la stessa fisionomia dello Stato dei soviet.


    Il partito di Gramsci non fu quello di Togliatti
    Con il congresso di Lione nel 1926 il PC’I sotto la guida di Gramsci si rigenerava su nuove basi, vivendo, seppur per un breve periodo e solo sulla carta dei documenti congressuali, l’esperienza di un partito bolscevico molto simile a quello sperimentato nel 1917 da Lenin. La storia successiva sul finire degli anni venti è per converso la rappresentazione più autentica e contraddittoria di una sistematica deformazione, segnata da scelte sempre più repressive e burocratiche, cui Togliatti parteciperà in prima persona.
    Dopo il congresso di Lione bisognerà aspettare circa vent’anni per la riattivazione di un minimo di discussione all’interno del partito, mentre il congresso di Colonia nel 1931 servì esclusivamente per decapitare oltre la metà dell’ufficio politico, con espulsioni e persecuzioni, in cui da Togliatti venne imposto il segretario Giuseppe Berti in assenza di organismi e discussione interna.
    Gramsci dal canto suo nello stesso anno del Congresso di Lione viene arrestato: arriva in un carcere speciale che stante il grado di sorveglianza influì inevitabilmente sul grado di comprensione dei fatti e sulla percezione della realtà esterna. Se è vero, come dicevamo sopra, che Gramsci, malgrado la detenzione iniziasse solo alla fine del 1926, non si schierò dalla parte di Trotsky a differenza di Bordiga; è altrettanto vero che a nome del comitato Centrale del Pd’CI scriveva la famosa lettera in cui ammoniva di non “stravincere”, alludendo evidentemente alla piena legittimità del dissenso espresso dall’opposizione. E quando Togliatti insiste per un'adesione totale alla linea staliniana, Gramsci nella citata lettera denunciava con disprezzo che quel modo di ragionare gli risultava “penosissimo”. Ma non è l’unico episodio. Dal carcere Gramsci si oppone alla linea del socialfacismo, così come provano le testimonianza del fratello Gennaro e di Athos Lisa. Posizioni politiche che Gramsci pagò in carcere persino con l’isolamento dal gruppo dei prigionieri politici comunisti: non solo l’internazionale stalinizzata non mosse un dito stante le gravi condizioni di salute per farlo liberare, anzi gli creò non pochi problemi. Non fu certamente attribuibile ad un'ingenuità la lettera che Grieco scrive a Gramsci in carcere, il quale noncurante che fosse in clandestinità, lo definiva il più grande dei dirigenti del partito, tant’è che il Pubblico Ministero nella requisitoria finale al suo processo asseriva rivolgendosi a Gramsci “lei fuori di qui ha amici che non le vogliono bene”.
    Il Partito di Gramsci non fu quello di Togliatti perché nei momenti essenziali della lotta politica e teorica non ha mai ceduto all’opportunismo, al riformismo e al servilismo togliattiano rispetto alla linea staliniana. Anche se il suo pensiero - non certamente negli scritti dell’Ordine Nuovo quanto nei Quaderni dal Carcere - risulta schematico, talvolta inesatto, altre volte appare cedere a visioni più sociologiche che politiche, dagli scritti dell’Ordine Nuovo alla politica del biennio rosso per giungere nel 1926 ai documenti del congresso di Lione risulta certa e inconfutabile la presenza della politica bolscevica di Lenin e Trotsky. E non è un caso che proprio Trotsky riteneva che Gramsci, con gli scritti dell’Ordine Nuovo e la pratica dei consigli di fabbrica, fosse il più vicino alla concezione del partito bolscevico, tant’è che quando fece parte della commissione italiana scriveva che nel 1922 “.. dovettero premere molto per convincere Gramsci a dare battaglia a Bordiga” e alle sue concezioni estremistiche. Convinzione che non mutò due anni dopo quando, ironia della sorte, Bordiga è l’unico a prendere le difese di Trotsky in modo assai più chiaro ed efficace di Gramsci.

    In conclusione possiamo affermare che nel quadro dei fatti e degli avvenimenti che dopo la rivoluzione bolscevica attraversarono il movimento operaio italiano, quest'ultimo trovò negli scritti dell’Ordine Nuovo di Gramsci un patrimonio politico essenziale e imprescindibile per ricostruire un autentico partito comunista rivoluzionario. Non si tratta ovviamente di riproporre un legame storico e simbolico con una tradizione che maturò nelle elaborazioni gramsciane sul partito d’avanguardia, sulla rivoluzione, sui consigli di fabbrica e sulla dittatura del proletariato durante quella rivoluzione tradita dal riformismo che caratterizzò il biennio rosso; né tanto meno di immaginarsi la storia imbrigliata nell’attendismo rivoluzionario in messianica attesa della prossima insurrezione proletaria ma molto più realisticamente di sedimentare i tratti salienti della costruzione del movimento comunista in rapporto con la sua capacità di direzione del movimento operaio, nel tentativo di riattualizzare e costruire ora il partito che fu di Lenin, Trotsky, Marx ed Engels: un partito intransigente nei fini e al contempo duttile nella tattica, l’unico che nella prospettiva strategica può dirigere la presa del potere da parte delle masse popolari contro la quotidiana barbarie propinata all’umanità dall’imperialismo.


    Note
    1) L. Trotsky, Programma di Transizione. L'agonia mortale del capitalismo e i compiti della IV Internazionale. Sul punto si segnala l’ottimo testo tradotto dalla compagna Fabiana Stefanoni, con introduzione del compagno Francesco Ricci, edito da Massari.
    2) V.I. Lenin, Stato e rivoluzione, Newton Compton, p. 43.
    3) Ivi, p. 45.
    4) Ivi, p. 43.
    5) L. Trotsky, Programma di Transizione. L'agonia mortale del capitalismo e i compiti della IV Internazionale.
    6) La costituzione del Partito Comunista 1923-1926, Ed. Enaudi, 1978, p. 21, (articolo “Il programma dell’Ordine Nuovo”).
    7) V.I. Lenin, Un passo avanti due indietro, Editori Riuniti.
    8) Ivi, p. 30.
    9) La costituzione del Partito Comunista 1921-1922, Ed. Enaudi, 1978, p. 13 (articolo “La conquista dello Stato”).
    10) La costituzione del Partito Comunista 1919-1920, Ed. Enaudi, 1978, p. 309 (articolo “Le elezioni”).
    11) V.I. Lenin, Che fare?, in Opere scelte, Editori Riuniti.
    12) V. I. Lenin, Un Passo Avanti e due indietro, Editori Riuniti.
    13) L. Trotsky, Le lezioni dell’Ottobre.
    14) P. Spriano, Storia del partito comunista italiano, Editori Riuniti, pag 440.

 

 

Discussioni Simili

  1. Contributo straordinario sopra i 90 mila euro
    Di markk nel forum Politica Nazionale
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 20-08-11, 12:44
  2. IL NUOVO ORDINE MONDIALE ALL’ATTACCO DELL’ISLAM
    Di dedelind nel forum Socialismo Nazionale
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 28-04-11, 13:03
  3. [Antonio Gramsci] Scritti
    Di Terraeamore nel forum Comunismo e Comunità
    Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 07-06-07, 11:54
  4. Ideologia Dell'appartenenza Nel Nuovo Ordine Globalizzato
    Di Arancia Meccanica nel forum Destra Radicale
    Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 25-07-06, 21:01
  5. Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 24-01-06, 17:43

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  

1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120 121 122 123 124 125 126 127 128 129 130 131 132 133 134 135 136 137 138 139 140 141 142 143 144 145 146 147 148 149 150 151 152 153 154 155 156 157 158 159 160 161 162 163 164 165 166 167 168 169 170 171 172 173 174 175 176 177 178 179 180 181 182 183 184 185 186 187 188 189 190 191 192 193 194 195 196 197 198 199 200 201 202 203 204 205 206 207 208 209 210 211 212 213 214 215 216 217 218 219 220 221 222 223 224 225 226