Se parli in un certo modo, nel senso che ti capita di difendere le ragioni delle classi più deboli della società; di accusare le multinazionali di depredare e di razziare i paesi poveri al solo scopo di aumentare i loro già stratosferici profitti; se ti schieri contro le guerre imperialiste messe in piedi con lo scopo fasullo dichiarato di “portare la democrazia” e la giustizia; se cerchi di indagare i motivi veri del fallimento dell’Urss al di là delle spiegazioni ufficiali che lo identificano nel terrore staliniano; se ti trovi a confutare la globalizzazione economica, il mancato rispetto dell’ambiente, la fabbricazione di armi, il liberismo selvaggio, se punti il dito contro una società mondiale che costringe un miliardo di persone a morire di fame e di stenti: sei un comunista.

Ora o non so cosa voglia dire oggi essere un comunista. Se significa che una persona che vede queste cose e non le tollera e punta il dito accusatore contro un sistema che le mantiene, per puro egoismo, allora io sono un comunista.

Il fatto è che non si può mettere un’etichetta addosso alla gente con tanta faciloneria. Comunista dovrebbe essere una cosa diversa che non quella di non accettare, anzi di cercare di combattere, le ingiustizie sociali. Mi sembra che comunista voglia dire ancora oggi credere in una società senza classi, senza particolari privilegi se non quelli legati ai meriti personali, senza accumulatori privati di grandi capitale. Una società dove la collettività, al potere attraverso i suoi rappresentanti, lavora e produce e crea ricchezza per se stessa, per i propri bisogni, per il proprio benessere e non una società dove alcuni, pochi, hanno le leve del potere economico e altri, la maggioranza, sono costretti a vendere la propria forza-lavoroper compensi quasi sempre insufficienti a condurre una vita normale. Questo dovrebbe significare ancora oggi essere comunisti.

La storia, si dice, ci ha insegnato che questo non è possibile. Ci ha fatto vedere che il sogno di una società dove non ci sono privilegi economici e dove ognuno lavora per tutti si trasforma quasi obbligatoriamente in una società dove i privilegi economici di pochi sono soppiantati dai privilegi politici di pochi, che per essere mantenuti restringono o addirittura cancellano la libertà dei popoli. Un’utopia, quindi, bella da sognare, da desiderare anche, ma irrealizzabile per i difetti insiti nell’animo umano e per le difficoltà che anche derivano dalla impossibile coesistenza con altri paesi dove questo sistema economico, chiamato marxismo-comunismo, è visto, giustamente per il loro interesse di sopravvivere, nemico.

Comunista quindi, se si cancellano i difetti che sono stati evidenziati dall’esperienze vissute, potrebbe essere considerato un complimento, piuttosto che un’accusa, perché starebbe a significare qualcuno che non accetta passivamente le ingiustizie, che lotta per la collettività, che ha forte nel suo intimo il principio della solidarietà sociale.
Ma anche così sarebbe pur sempre un’etichetta, come un’etichetta sarebbe dire a qualcuno sei un riformista, che anche questo termine non ha un significato preciso. Cosa vuol dire riformista? Se si considera che il sistema capitalistico mondiale è sempre più disgusto samentepotente, tanto da costringere i proprio governi perfino a fare guerre per conquistare nuove ricchezze e nuovi mercati, riformista potrebbe voler dire“cercare di limare certe grossolane contraddizioni, aggiustare macroscopiche ingiustizie sociali, cercare di costringere i potentati economici a pensareanche, almeno un pochino, lla gente normale”. Se è così, anche questa èun’utopia, perché nessuna forza politica puuò oggi “costringere” una multinazionale a muoversi in un certo modo anziché in un altro. Pena la perdita di posti di lavoro, e quindi disoccupazione e povertà, per la subitanea esportazione dei luoghi di produzione in terre più” ospitali”. E allora? Come fare? Quale deve essere la strada da percorrere?
Lascio la risposta a chi legge. Io la mia risposta, senza etichette, ce l’ho. Mi piacerebbe confrontarla con quelle di altri.