Fughe in avanti
Erstellt von admin am Sonntag 31. Dezember 2000
Crisi e sviluppo del capitale
da Ernst Lohoff
“La produzione capitalista tende continuamente a superare questi limiti immanenti, ma riesce a superarli unicamente con dei mezzi che la pongono di fronte agli stessi limiti su scala nuova e piu` alta. Il vero limite della produzione capitalista e` il capitale stesso” — Marx, Il Capitale, vol. III ed. Riuniti, Roma 1980, p. 302
Il processo delle crisi e gli eventi delle crisi
E’ evidente: la barca fa acqua da tutte le parti. Il mondo incantato della globalizzazione e del boom del capitalismo da casinò è vittima di crisi di portata più o meno ampia a intervalli di tempo sempre più brevi, soprattutto alla sua periferia. Nel 1995 la crisi messicana, e la debolezza del dollaro che ne fu la conseguenza, fecero trattenere il respiro ai mercati finanziari, nel 1997 le “tigri” asiatiche dell’Estremo oriente e l’America latina vissero un improvviso crollo economico. E’ noto che la Russia è un caso senza speranza. La stessa economia del Giappone, un Paese che a lungo era stato presentato come una Success-story per eccellenza, è sprofondata in una palude fatta di recessione, debito pubblico alle stelle e settore bancario irrimediabilmente indebitato oltre ogni limite. Le notizie positive che giungono dall’economia americana sono di tenore diverso soltanto in apparenza. Tali successi si basano infatti esclusivamente su una sempre più folle economia fondata sul deficit, ovvero sul più grande castello di carte della storia. “Nel 1998 il passivo delle partite correnti ha superato il limite dei 200 miliardi di dollari, nel 1999 è andato oltre 300 miliardi, nel 2000 raggiungerà i 400 miliardi. Con lo stesso ritmo frenetico ha raggiunto livelli stratosferici l’indebitamento netto con l’estero: oltre 2 bilioni di dollari nel 2000, oltre 3 bilioni di dollari due anni più tardi” (”Die Zeit”, 5-1-2000).
In Occidente comunque non ci si lascia rovinare così facilmente la voglia di festeggiare. Si preferisce fare gli scongiuri e pregare che tutto vada per il meglio. Anche i segni premonitori negativi per il futuro non riescono a cambiare questo stato d’animo. Al contrario. Finchè si riuscirà a circoscrivere gli attuali focolai di crisi e a bilanciare i parziali processi di svalorizzazione alla periferia del mercato mondiale, grazie a una accelerata creazione di valore fittizio nei centri capitalistici, gli attacchi di panico di ieri legittimeranno ancora l’atmosfera spensierata di oggi. Il fatto che nessuna delle perturbazioni che si sono succedute fino ad oggi abbia fatto crollare l’Europa o gli Stati Uniti viene considerato come la prova che questo boom alimentato speculativamente sia a prova di bomba. Poiché il paese della cuccagna del capitalismo da casinò va avanti da vent’anni, si è convinti che questa situazione continuerà per sempre. Mentre la contraddizione economica, che da un momento all’altro potrebbe scoppiare fragorosamente, accumula di mese in mese il suo vertiginoso potenziale di rischio, la coscienza dominante nega il generale processo di crisi, diluendolo in una serie di molteplici eventi di crisi senza metterli in rapporto e quindi privandoli di significato.
La rimozione della teoria marxiana delle crisi e del crollo
Stranamente, anche i resti dell’opposizione marxista si danno da fare, secondo le loro possibilità, in questo grande processo di rimozione. Naturalmente la sinistra sottolinea le zone d’ombra del dominio capitalista nel ventunesimo secolo. Eppure è convinta, almeno tanto quanto il neoliberismo, che l’orizzonte dello sviluppo capitalista non conosca confini, nonostante le differenze esistenti nella valutazione. Tutti ripetono: “Ma che cos’è questa crisi?”.
Il contrasto con la posizione di Marx non potrebbe essere più evidente e drastico. Per il padre fondatore della critica dell’economia politica la crisi ha avuto sempre un significato analitico centrale. I suoi scritti di critica dell’economia sono continuamente orientati verso una teorizzazione della crisi. A questo proposito occorre mettere in evidenza e registrare due dati fondamentali. : 1. In Marx le crisi economiche non rappresentano mai un tema aggiuntivo. L’intero studio della genesi logica e della riproduzione del capitale è fin dal principio anche un’analisi delle crisi. Fin dal primo capitolo del “Capitale” la possibilità della crisi è introdotta con la riduzione dei beni di consumo alla rappresentazione di lavoro astratto, e con la separazione di acquisto e vendita tramite l’utilizzo del denaro. La concrezione della rappresentazione del capitale significa contemporaneamente una graduale concrezione del potenziale di crisi inerente collegato a questo rapporto sociale.
2. Lo studio delle crisi cicliche rimanda all’ipotesi di un limite assoluto. Le crisi cicliche hanno sempre un doppio significato. Da una parte esse sono, proprio perché spezzano il normale processo riproduttivo, un momento irrinunciabile del rinnovamento del rapporto di capitale. Soltanto le crisi permettono di risolvere temporaneamente il potenziale di contraddizione continuamente rinnovato, e quindi di riaprire uno spazio per lo sviluppo. Ma nello stesso tempo le crisi segnano delle tappe nel processo di avvicinamento verso l’ineludibile limite storico del modo di produzione mediato dal valore. La società capitalista supera le crisi sempre e soltanto “mediante la preparazione di crisi più generali e più violente, e la diminuzione dei mezzi per prevenire le crisi stesse” (Marx-Engels, Manifesto del partito comunista, Laterza, Roma-Bari, 1983, p.65), come si afferma programmaticamente gia` nel Manifesto comunista.
Al giorno d’oggi il discorso marxista non vuol sapere nulla di tutto ciò. Perfino quando ammette la possibilità di crisi, gli interessa soltanto passare sotto silenzio come un vero e proprio tabù l’essenziale, ovvero l’idea che il capitale possa avere un limite intrinseco. La tensione intrinseca all’analisi delle crisi in Marx viene coerentemente trascurata per la fede nell’eterna rinascita del capitale. Il fatto che lo sviluppo capitalista sia sempre stato contrassegnato da frequenti crisi non rimanda più al carattere limitato del modo di produzione borghese, piuttosto “dimostra” quanto poco le crisi possano influenzarlo. Le esternazioni di Michael Heinrich a proposito della rovina delle “tigri asiatiche”, sono tipiche del concetto di crisi, dal sapore quasi buddista, che domina oggi: “La crisi asiatica è stata quello che le crisi sono sempre state nel capitalismo: una soluzione violenta a problemi che si erano accumulati nel tempo (…) Su una base ridotta è poi possibile una nuova epoca di prosperita` - finchè non si saranno nuovamente accumulati così tanti problemi e errori, che ci sarà nuovamente bisogno di una crisi per risolverli” (”Jungle World”, 2/99). Questa frase sembra richiamare Marx, e in effetti comincia con una parafrasi di un passo del terzo volume del “Capitale”. Ma in Marx il tenore era un po` diverso: “(…) crisi, le quali sono sempre solo delle temporanee e violente soluzioni delle contraddizioni esistenti, violente eruzioni che ristabiliscono momentaneamente l’equilibrio turbato”, così si legge nell’originale (Il Capitale, cit., pag.302). Quale effetto può avere la cancellazione di parolette inoffensive come “temporanee” e “momentaneamente”!
La teoria delle crisi in Marx e l’antico movimento operaio
Se gli ultimi marxisti spariscono nel nirvana per quanto riguarda le teorie della crisi, cio` non è da attribuire soltanto alla pressione esercitata su di loro perché si adattino allo spirito del tempo. Nel contempo siamo anche di fronte al punto finale di una lunga tradizione. Heinrich e compagnia non sono stati i primi a mettere da parte la teoria del crollo economico in Marx, gia` i teorici della seconda internazionale e i loro epigoni non sono stati in grado di comprenderla. La ragione per cui la teoria del crollo economico è sempre rimasta un corpo estraneo nel pensiero del movimento operaio, una corrente che considerava il primato della classe sociale e della lotta di classe l`elemento costitutivo della propria coscienza, è in effetti evidente. Se la lotta di classe rappresenta l’essenza della storia, e il proletariato ha il compito storico di farla finita con il capitale, come può allora il capitale autodistruggersi? Il suo vero limite può e deve invece trovarsi soltanto nella volontà e nel potere della classe operaia.
Naturalmente si è fatto in modo di conciliare formalmente l’inconciliabile. Il discorso di Marx, all’apparenza oscuro, “sul capitale come proprio limite intrinseco” fu tradotto in una tendenza immanente al capitale a generare un proletariato dal numero sempre crescente e sempre più consapevole della situazione (1).
Anche le crisi cicliche furono fatte entrare a forza dal pensiero del movimento operaio in questo sistema di riferimento. In sostanza, il loro significato si limitava a facilitare la presa di coscienza, da parte del proletariato, che il sistema capitalista lo danneggia. Le crisi sarebbero dunque dovute servire da mezzo educativo. Tali interpretazioni offrivano la possibilità di rendere l`omaggio dovuto alle affermazioni del maestro e nello stesso tempo di dare loro un significato opposto a quello originale, specialmente per quanto riguarda la teoria del crollo economico. (2).
Non soltanto la fissazione teoretica sulla lotta di classe ha impedito di vedere la particolare dialettica di rinnovamento originato dalle crisi e dall`autodistruzione finale. Quest’ultima soprattutto rimase al di là del campo d’osservazione, perché era di rilevanza molto limitata rispetto all’insieme delle circostanze, alle quali storicamente poteva fare riferimento il movimento operaio. La teoria marxiana del crollo anticipa e presuppone un rapporto di capitale, che si muove secondo i propri principi, e ha già fatto svanire qualsiasi forma di riproduzione premoderna. Il capitalismo empirico, con il quale Marx dovette confrontarsi ai suoi tempi, era però ancora ben lontano da un simile stadio di sviluppo, e quindi anche dall’orizzonte possibile delle crisi, così come viene delineato concettualmente nel “Capitale” e nei “Grundrisse”. Mentre Marx voleva vedere direttamente già nel crack del 1857, la prima crisi economica che cominciava a staccarsi dal paradigma delle crisi agrarie premoderne, il primo passo verso la crisi finale del capitalismo, in realtà ci sarebbero volute ancora diverse generazioni, prima che il sistema produttivo di merci si avvicinasse, anche nella pratica, a problemi di portata pari a quella che Marx aveva anticipato logicamente.
Si racconta che Rosa Luxemburg, l’unica che, insieme con Henryk Grossmann, abbia portato avanti nelle fila dell’antico movimento operaio la linea legata alla teoria delle crisi nel pensiero di Marx invece di castrarla, una volta abbia detto che, per arrivare all’esaurimento della logica capitalista ci vorrà almeno tanto tempo quanto ne sarà necessario per lo “spegnimento del sole”. Come esagerazione polemica questa battuta aveva la sua giustificazione. All’interno dei conflitti sociali della fase di imposizione del sistema capitalistico, fase alla quale appartiene ancora la prima metà del ventesimo secolo, le implicazioni, in termini di teoria delle crisi, della critica dell’economia politica, non potevano offrire quasi alcun orientamento pratico, né tanto meno si potevano da esse dedurre delle direttive per l’azione.
Ma novant’anni dopo la situazione è totalmente diversa. Proprio perché in nessun altro settore Marx ha precorso i tempi con tanto anticipo, la teoria del crollo economico e delle crisi può oggi essere considerata come l’aspetto piu` esplosivo della teoria marxiana. Perciò c’è qualcosa di tragicomico nella pretesa degli amministratori dell’eredità marxiana oggi più influenti, all’interno dei gruppi che a Marx ancora si rifanno, di dichiararla anacronistica e di dare proprio a questa teoria della crisi il benservito, storcendo il naso ogniqualvolta vi si fa riferimento. Le teoria di Marx rifiorirà nel ventunesimo secolo soltanto se si riuscirà a riportare alla luce proprio questa impostazione teoretica nascosta e a renderla fruttuosa.
Eliminazione relativa e assoluta di lavoro vivo
Per quanto sia irrinunciabile, la ricostruzione della critica dell’economia politica di Marx, e delle sue implicazioni in rapporto alla teoria delle crisi, da sola non è sufficiente. Centotrenta anni dopo che Marx ha delineato per primo, in maniera generale e logica. il limite intrinseco del movimento del capitale, non solo si puo` descrivere questo movimento piu` concretamente che nell`800. Il meccanismo di riproduzione e di crisi del capitale si è differenziato e così facendo ha aperto la strada a nuovi livelli di contraddizione, ai quali Marx, nella sua analisi, potè soltanto accennare o che si sottraevano completamente al suo orizzonte conoscitivo. L’attualizzazione della teoria delle crisi deve dunque mirare a una nuova formulazione. Ma per questa nuova formulazione l’impostazione di Marx, specialmente dal punto di vista del metodo, rimane ineludibile.
La discussione tra marxisti sulle crisi si è imperniata a lungo sulla “legge della caduta tendenziale del saggio di profitto”. Il cambiamento della composizione organica del capitale, e l’estensione del capitale costante rispetto a quello variabile, fu considerato come l’alfa e l’omega dell’analisi delle crisi in Marx. Ma così facendo è sempre rimasto in secondo piano un elemento essenziale. Con la legge della “caduta tendenziale”, Marx non ha affatto definito il limite assoluto del capitale. Egli spiega piuttosto a grandi linee come il capitale superi provvisoriamente le sue difficoltà strutturali e le incanali in una forma di sviluppo storica. La vera autocontraddizione del processo di socializzazione capitalista non consiste nel fatto che il lavoro vivo che produce (plus)valore si riduce relativamente, cioe` misurato sul capitale costante, sempre di più. Il capitale diventa il suo stesso limite perché tramite la concorrenza tende assolutamente a ridurre al minimo il lavoro vivo utilizzato, mentre nello stesso tempo il lavoro rimane l’unica fonte di produzione di valore. O, per dirla con Marx, “il capitale è di per sé stesso una contraddizione in divenire, perché (cerca) di ridurre il più possibile la durata del lavoro, mentre d’altra parte pone la durata del lavoro come unica misura e fonte della ricchezza” (3).
A questo dilemma di base il capitale può sfuggire soltanto se - e proprio questo processo descrive la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto - l’intero stock sociale di capitale cresce così rapidamente da compensare la continua eliminazione di forza lavoro riferita a uno stock di capitale dato, facendo cosi`aumentare in maniera assoluta la massa di lavoro vivo che entra nel processo di valorizzazione del valore. Marx non intendeva dunque determinare un qualsivoglia saggio del profitto, in modo tale che, se esso fosse sceso sotto questo minimo, la macchina capitalista si sarebbe arrestata. La caduta del saggio di profitto, insieme con le sue “cause antagonistiche” (Marx), va considerato come prezzo e conseguenza secondaria di quel movimento storico di espansione senza il quale il rapporto capitalista non puo` sopravvivere. Infine, le crisi cicliche vanno intese come interruzione di tale processo estensivo, e il capitale raggiunge il suo limite assoluto nel momento in cui questo meccanismo di compensazione si autodistrugge.
In ultima istanza, il destino del capitale dipende da quanto lavoro vivo riesca a immettere nel processo di utilizzazione, al livello di produttività dato. Il metodo più semplice che permette in linea di principio una compensazione rispetto all’utilizzo ridotto di lavoro per unità di prodotto è evidente. Se oggi cinque lavoratori producono tante automobili, pantaloni o pomodori quanti prima ne producevano dieci, allora occorre raddoppiare la quantità di automobili, pantaloni o pomodori prodotti per mantenere costante la massa di lavoro utilizzata, e triplicarla, se la si vuole aumentare del cinquanta per cento.
Ma esistono dei limiti ad una simile espansione puramente quantitativa. Poiché, com’è noto, il capitale non si mette in moto semplicemente per generare quanti più valori d’uso possibile, ma, dal punto di vista capitalista, le cose utili hanno il diritto di esistere esclusivamente come rappresentazione del valore di scambio, si pone inevitabilmente la questione della realizzazione di questi valori. Il consumo della classe operaia resta sempre, se commisurato con la massa di merci prodotte, un sottoconsumo. Si può dire che questa è in effetti la condizione di esistenza del plusvalore e del profitto. Quanto più aumenta il saggio del plusvalore, e si riduce corrispondentemente la quota di capitale variabile nel valore di ogni singolo prodotto, tanto più chiaramente viene alla luce questa sproporzione. Da questa difficoltà` nella realizzazione il capitale, come processo sociale complessivo, non riesce a liberarsi soltanto estendendosi quantitativamente nei settori esistenti. Una via d’uscita (temporanea) si apre soltanto se il capitale rivoluziona la sua base tecnologica, e si apre nuovi settori di produzione (compresa la produzione di mezzi di produzione), i quali assorbono lavoro vivo supplementare.
Innovazione nei processi e nei prodotti
Marx ha stabilito una stretta relazione fra i cicli congiunturali e i cicli di rotazione del capitale fisso. Se si tiene conto anche dei salti qualitativi nello sviluppo delle forze produttive, questo rapporto si può capire meglio. Fin quando lo sviluppo delle forze produttive trova la sua applicazione principalmente nella razionalizzazione di settori produttivi già esistenti, il capitale deve entrare in una fase di stagnazione e di crisi. Se invece lo sviluppo apre in primo luogo nuovi settori di massiccia utilizzazione di lavoro vivo, il capitale può entrare in una fase di crescita e di accumulazione accelerata. La ferrovia, e il forte sviluppo, ad essa collegato, delle industrie dell’acciaio e del carbone, ha messo fine alle crisi degli anni ‘30 e ‘40 dell`800. L’espansione dell’industria chimica e l’elettrificazione hanno reso possibile il superamento della “grande depressione” nella quale il capitale era precipitato per più di vent’anni dopo il boom dei capitani d’industria. Infine la vittoria del fordismo, con la produzione automobilistica come industria di punta, ha spianato la strada dalla crisi economica mondiale al “miracolo economico”. La marcia vittoriosa della società della merce si può descrivere come una continua fuga in avanti, interrotta da crisi e da crisi di nuovo rilanciata, sulla quale hanno avuto un impatto decisivo le spinte provocate dall’innovazione tecnologica. Ma questo processo non dovrebbe far commettere l’errore di considerare eterno questo modello, e di presupporre una semplice equazione del tipo Innovazione = Boom, come si ha l’abitudine di fare, in particolar modo nella discussione sulle cosiddette “onde lunghe”. Se le rivoluzioni tecnologiche del passato sono state in grado di rifondare il sistema capitalista di utilizzazione del lavoro non dipende dal fatto che hanno rivoluzionato le condizioni di produzione, ma che lo hanno fatto in maniera molto specifica. Le scoperte dei grandi artigiani-inventori industriali dell`800, (da Siemens a Bell fino a Edison), e la congiuntura favorevole innestata dalle ferrovie sono state in grado di aprire nuovi settori di investimento, perchè hanno avuto principalmente un effetto innovativo sulla produzione, creando quindi mercati per merci che prima non esistevano. Il passaggio al fordismo ha significato certo in primo luogo un cambiamento dei processi produttivi (introduzione della catena di montaggio, divisione tayloristica dei compiti lavorativi), ma questa innovazione nei processi ha reso anche possibile allargare la fabbricazione di automobili, apparecchi elettronici, ecc. oltre la nicchia di una produzione artigianale di lusso, e di inserirla nel ciclo di utilizzazione capitalista. L’effetto delle innovazioni di base legate alla terza rivoluzione industriale è invece completamente diverso. In quanto conseguenza diretta dell’applicazione della scienza come forza produttiva, l’effetto principale della microelettronica non consiste tanto nel creare nuove opportunità di investimento. In primo luogo la microelettronica agisce - trasversalmente in tutti i settori industriali esistenti - come la tecnologia di razionalizzazione per eccellenza. Ciò che risulta come ulteriore utilizzazione di lavoro nella produzione di computer, chips, cavi in fibra di vetro, ecc., non si trova in alcun rapporto con la massa di forza lavoro liberata dall’utilizzo su larga scala della microelettronica. Diversamente dai suoi predecessori, la terza rivoluzione industriale non può per questa ragione far mettere in azione una nuova spinta all’accumulazione che si regga da sola, ma moltiplica il potenziale di crisi scatenato dall’esaurirsi del boom fordistico. In questo contesto, anche la continua diminuzione dei costi delle tecnologie di punta non agisce in modo tale da rallentare la crisi, diminuendo il valore degli elementi del capitale costante, ma piuttosto la acuisce, perché favorisce la loro onnipotenza.
Di fronte a questo sviluppo, la teoria di Marx, secondo la quale l’utilizzo delle conoscenze scientifiche nella produzione comportera` la distruzione della società della merce, acquista un substrato empirico. Le famose affermazioni di Marx nei “Grundrisse” a questo proposito tornano all’ordine del giorno della storia: “Il furto del tempo di lavoro esterno, su cui si basa l’attuale ricchezza, appare come una base minima rispetto a questa nuova che si è sviluppata. (…) Non appena il lavoro nella sua forma diretta ha cessato di essere la grande fonte della ricchezza, la durata del lavoro cessa, e deve cessare di essere la sua misura, e quindi il valore di scambio deve cessare di essere la misura del valore d’uso. (…) Così si autodistrugge anche la produzione che si basa sul valore di scambio” (4).
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