Il Crisostomo insegna: "Chi non si adira quando c'è motivo di farlo, pecca. Infatti la pazienza irragionevole semina i vizi, nutre la negligenza, e invita al male non solo i cattivi, ma anche i buoni".
(San Tommaso d'Aquino): RISPONDO: Col termine ira si possono intendere due cose. Primo, il semplice moto della volontà col quale uno infligge un castigo, non per passione, ma per un giudizio della ragione. E la mancanza d'ira in questo senso è indubbiamente peccato. E così ne parla il Crisostomo là dove dice: "L'iracondia motivata non è ira, ma atto di giustizia. Infatti per iracondia propriamente s'intende un turbamento passionale: invece se uno si adira per un giusto motivo, la sua ira non deriva dalla passione. Perciò si dirà che egli giudica, non già che si adira".
Secondo, per ira si può intendere un moto dell'appetito sensitivo accompagnato da una passione e da una trasmutazione corporale. E questo moto accompagna necessariamente nell'uomo l'atto della volontà: poiché per natura l'appetito inferiore segue il moto dell'appetito superiore, salvo particolari ripugnanze. Perciò nell'appetito sensitivo non può mancare del tutto il moto dell'ira, se non per la carenza, o per la debolezza dell'atto volitivo. Perciò indirettamente anche la mancanza della passione dell'ira è un vizio: come lo è la mancanza dell'atto punitivo della volontà, richiesto dal giudizio della ragione.
(Citazione dalla Somma Teologica, Seconda parte della seconda parte, questione 158, articolo 8)
Ovviamente l'ira deve essere razionale altrimenti è peccato:
[45361] IIª-IIae, q. 158 a. 2 arg. 1
SEMBRA che l'ira non sia peccato. Infatti:
1. Peccando noi demeritiamo. Ora, a detta di Aristotele, "con le passioni noi non acquistiamo né merito né biasimo". Perciò nessuna passione è peccato. Ma l'ira è una passione, come abbiamo visto nel trattato delle passioni. Dunque l'ira non è peccato.
[...]
[45366] IIª-IIae, q. 158 a. 2 co.
RISPONDO: Propriamente l'ira, come sopra abbiamo detto, indica una passione. Ora, una passione dell'appetito sensitivo in tanto è buona in quanto è regolata dalla ragione: se invece esclude l'ordine della ragione, allora è cattiva. Ebbene, l'ordine della ragione interessa l'ira sotto due aspetti. Primo, in rapporto a ciò che con essa si desidera, ossia alla vendetta. Cosicché se uno desidera che si faccia vendetta secondo l'ordine della ragione, allora l'ira è lodevole, e si denomina zelo. - Se invece uno desidera che si faccia vendetta in qualsiasi modo contro l'ordine della ragione, p. es., che sia punito chi non lo merita, o che uno venga punito più di quanto si merita, ovvero non secondo l'ordine legittimo, o non per il fine dovuto, che è la conservazione della giustizia e la correzione della colpa, allora l'ira è peccaminosa. E abbiamo il vizio dell'ira.
Secondo, l'ordine della ragione interessa l'ira per il modo di adirarsi: il divampare dell'ira, cioè, non deve essere eccessivo né internamente né esternamente. Se non si bada a questo, l'ira non sarà senza peccato, anche se uno desidera la giusta vendetta.
(...)
(somma teologica, seconda parte della seconda parte, Questione 158 Articolo 2)




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