Il Senato elettivo è coetaneo del Parlamento (termine ignoto allo Statuto albertino del 1848). Nasce con la Costituzione della Repubblica nel 1947: frutto di una elaborazione legislativa che fu tra le più complesse e tormentate di quel grande periodo della storia italiana.
Il ‘bicameralismo paritario’, su cui alla fine si manifestò la convergenza politica di democristiani, di repubblicani, di liberali, di demolaburisti, cioè del centro parlamentare del tempo, rappresentò più il risultato del rifiuto di tesi altrui che non il frutto di una scelta parziale.
Nel corso del dibattito era caduto l’originario monocameralismo comunista, che si richiamava ai modelli delle repubbliche orientali, com’era caduta l’altra ipotesi democristiana di un Senato di categorie sociali o delle autonomie, che apparteneva alla tradizione corporativa non più condivisa dal grosso dei cattolici democratici educati ad altre esperienze e formati da altre scuole. Né l’idea della prevalenza di una Camera sull’altra, particolarmente sostenuta dai comunisti e socialisti, trovò il minimo accoglimento proprio per il timore di una deviazione giacobina del regime. In quegli anni i Senati delle repubbliche dell’Est cadevano uno dietro l’altro.
Cadde così nel ’45 quel Senato della Polonia che è stato ripristinato come primo atto del nuovo regime, una volta realizzata l’intesa fra Jaruzelski e Solidarnosc.
La risposta della Costituente fu precisa, si fondò sulla concezione di un Parlamento, unitariamente definito, articolato in due distinti rami, Camera e Senato, con eguali poteri e con eguale dignità. Parti di uno stesso tutto.
È evidente che quarantacinque anni di esperienza costituzionale non possono non essere influenzati dai cambiamenti profondi che avvengono nella società civile. Di qui la necessità di riflessioni e proposte che sappiano cogliere quanto di nuovo viene richiesto, sempre nel quadro di quei princìpi costituzionali che hanno mantenuto libera e aperta la dialettica democratica.
[…] Gli stessi costituenti ebbero ben presenti i rischi connessi alla scelta parlamentare e proprio per tale motivo nell’ordine del giorno di Perassi, grande studioso repubblicano, si parlò delle necessità di dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione del Governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo.
Tornando [al] bicameralismo, ripenso a quanto disse Alcide De Gasperi nell’agosto del ’48 a Palazzo Madama: “Rinnovo l’impegno del governo di dare al Parlamento, per quanto riguarda la sua iniziativa, quel contributo di equilibrio che possa creare veramente nelle due Camere le due forze, i due motori, diciamo così, dell’aeroplano democratico, che deve muoversi con pari forza della sinistra e della destra”.
Già nella scorsa legislatura le Camere hanno anticipato un po’ della strada che deve ora essere percorsa. Teniamo presente il significato del dibattito di Palazzo Madama e dello schema che ne uscì proprio in materia di bicameralismo: lo schema Elia, per intenderci. In quella proposta, per esempio, erano contenute le linee di una riforma che assegna l’esame dei provvedimenti legislativi ordinari ad un solo ramo del Parlamento (Camera o Senato) tutte le volte che non ci sia almeno il cinquanta per cento di parlamentari che richieda la doppia lettura. E sempre salva la riserva delle leggi “in sé” bicamerali (trattati internazionali, finanziaria, bilancio, leggi-cornice per le regioni, eccetera).
Sarebbe una grande semplificazione senza intaccare la parità fra i due rami del Parlamento. E altrettanto importante è la delegificazione. Occorre sottrarre a Camera e Senato almeno il sessanta per cento del lavoro di oggi, che deve passare alla decretazione amministrativa. Pensi che, talvolta, facciamo una legge per sistemare o rimuovere un guardiano del faro. Togliere questa zavorra all’ “aeroplano” ci consentirebbe di volare più in alto.

Giovanni Spadolini – Intervista al Direttore del “Popolo”, Pio Cerocchi, Gennaio 1993.