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    Predefinito 13 aprile 2016: Patrocinio di San Giuseppe

    1 aprile 2016: VENERDÌ DI PASQUA

    Otto giorni fa eravamo intorno alla croce su cui spirava 1' "uomo dei dolori" (Is. 53, 3), abbandonato dal Padre, ripudiato come un falso Messia dal giudizio solenne della Sinagoga. Ed ecco che il sole si alza oggi per la sesta volta, da quando si è fatto sentire il grido dell'Angelo che proclamava la Risurrezione dell'adorabile vittima. La Sposa che, poco fa, con la fronte nella polvere, tremava davanti a questa giustizia di un Dio, che si dimostra nemico del peccato fino a "non risparmiare il proprio figliuolo" (Rom. 8, 32) perché questo Figlio divino ne portava la somiglianza, ha rialzato improvvisamente la testa per contemplare il trionfo subitaneo e radioso del suo Sposo che la invita, egli stesso, alla gioia. Ma se in questa ottava c'è un giorno in cui essa deve esaltare il trionfo di un tale vincitore, questo è sicuramente il venerdì, che aveva visto spirare, "saziato d'oltraggio" (Tren. 3, 30) colui del quale adesso la vittoria risuona nel mondo intero.

    La Risurrezione fondamento della nostra fede.

    Fermiamoci, dunque, oggi a considerare la Risurrezione del nostro Salvatore come l'apogeo della sua gloria personale, come l'argomento principale sul quale riposa la nostra fede nella sua divinità: "Se Cristo non è risorto" ci dice l'Apostolo "vana è la nostra fede" (I Cor. 15, 17); ma perché è risuscitato siamo sicuri di essa. Gesù doveva dunque elevare al più alto grado la nostra certezza su questo punto e, guardate, se ha mancato di farlo! Guardate se, invece, non ha portato in noi la convinzione di questa verità fondamentale fino alla più assoluta evidenza dei fatti! Per questo, due cose erano necessarie: che la sua morte fosse la più reale, la meglio constatabile, e che la testimonianza che garantisce la sua Risurrezione, fosse la più irrefragabile alla nostra ragione. Il Figlio di Dio non ha tralasciato nessuna di queste condizioni; le ha, anzi, adempiute con divino scrupolo; perciò il ricordo del suo trionfo sulla morte non potrà scancellarsi dalla mente degli uomini. E da qui deriva che, ancora oggi, dopo diciannove secoli, noi sentiamo qualcosa di quel brivido di terrore e di ammirazione, provato dai testimoni che ebbero a constatare questo improvviso passaggio dalla morte alla vita.

    Realtà della morte di Cristo.

    Certamente era divenuto preda della morte colui che Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo staccarono dalla croce, deponendone le membra irrigidite e sanguinolenti tra le braccia della più desolata delle Madri.

    La tremenda agonia della vigilia, mentre lottava con la ripugnanza della sua umanità alla vista del calice che era invitato a consumare; lo spezzarsi del cuore in seguito al tradimento di uno dei suoi e dell'abbandono degli altri; gli oltraggi e le violenze di cui fu vittima durante lunghe ore; la spaventosa flagellazione che Pilato gli fece subire con l'intento di impietosire il popolo assetato di sangue; la croce, con i suoi chiodi che avevano aperto i quattro fori, dai quali il sangue sgorgava; le angoscie del cuore di quell'agonizzante alla vista della Madre, lacrimosa ai suoi piedi; una sete ardente che consumava rapidamente le ultime risorse della vita; e, finalmente, la ferita della lancia che gli traversò il petto, andando a raggiungere il cuore, facendone uscire le ultime gocce di sangue e di acqua che vi erano racchiuse: tali furono i titoli che la morte usò per rivendicare una sì nobile vittima. È per glorificarti, o Cristo, che noi li rammentiamo oggi: perdona a coloro per i quali ti sei degnato di morire, di non dimenticare alcuna delle circostanze di una morte così preziosa. Non sono esse, oggi, le più solide basi del monumento della tua Risurrezione?

    Aveva dunque effettivamente conquistato la morte, questo vincitore di nuova specie, che si era mostrato sulla terra. E, soprattutto, un fatto restava legato alla sua storia: ed è che la sua vita, svoltasi per intero in una contrada sconosciuta, era finita con un trapasso violento, in mezzo allo schiamazzo dei suoi indegni concittadini. Pilato rimise a Tiberio gli atti del giudizio e del supplizio del preteso Re dei Giudei; e, da quel momento, l'ingiuria fu pronta per i seguaci di Gesù. I filosofi, gli uomini di ingegno, gli schiavi della carne e del mondo, se lo additeranno dicendo: "Ecco quella gente strana, che adora un Dio morto su una croce". Ma se nondimeno questo Dio morto è risuscitato, che diviene la sua morte, se non la base inamovibile sulla quale si appoggia l'evidenza della sua divinità? Era morto ed egli è risuscitato; aveva annunziato che sarebbe morto e che risusciterebbe; chi altro, all'infuori di un Dio, può tenere fra le sue mani "le chiavi della morte e degl'Inferi"? (Apoc. 1, 17).

    Realtà della Risurrezione di Cristo.

    Ed ora è così. Gesù morto è uscito vivo dalla tomba. Come lo sappiamo? Dalla testimonianza dei suoi Apostoli che lo hanno visto, vivente, dopo la sua morte, essendosi da loro lasciato toccare ed avendo conversato con essi, durante quaranta giorni. Ma noi dobbiamo credere agli Apostoli? E chi potrebbe dubitare di quella testimonianza, la più sincera che il mondo abbia mai udita? Infatti quale interesse avrebbero avuto quegli uomini a divulgare la gloria del Maestro, al quale si erano dati, e che aveva promesso che, dopo la morte, sarebbe risuscitato, se essi avessero saputo che, una volta perito con un supplizio ignominioso per loro quanto per lui, non avesse adempiuto la sua promessa? Che i Principi dei Giudei per diffamare la testimonianza di quegli uomini, assoldino pure le guardie del sepolcro, per indurle a dire che, mentre dormivano, i discepoli, che lo spavento aveva dispersi, erano venuti durante la notte a togliere il corpo! Sì è in diritto di risponder loro per mezzo di questo eloquente sarcasmo di Sant'Agostino: "Così, dunque, i testimoni che voi producete sono dei testimoni che dormivano! Ma non siete voi stessi che dormite quando vi affaticate a cercare una tale disfatta" [1].

    Ma per quale motivo gli Apostoli avrebbero predicato una risurrezione che sapevano non essere avvenuta? "Ai loro occhi - rimarca S. Giovanni Crisostomo - il Maestro non dovrebbe più essere che un falso profeta ed un impostore; e andranno a difendere la sua memoria contro una nazione tutta intera? Essi si sottoporranno a tutti i maltrattamenti, per un uomo che li avrebbe ingannati? Sarebbe nella speranza delle promesse che aveva loro fatto? Ma se sapessero che non ha adempiuto quella di risuscitare, quale affidamento potrebbero avere per le altre?" [2].

    No; o bisogna negare la natura umana, o si deve riconoscere che la testimonianza degli Apostoli è sincera.

    Sincerità della testimonianza apostolica.

    Aggiungiamo ora che questa testimonianza fu la più disinteressata di tutte, poiché non portava altri vantaggi ai testimoni, che i supplizi e la morte; che rivelava in quelli che la sostenevano una assistenza divina, facendo vedere in loro, così timidi fino alla vigilia, una fermezza che niente mai fece indebolire ed una sicurezza umanamente inesplicabile in uomini del popolo: sicurezza che li accompagnò sino al centro delle capitali più civilizzate, dove fecero numerose conquiste. Diciamo ancora che la loro testimonianza era confermata dai più meravigliosi prodigi, che riunivano intorno a loro, nella fede della Risurrezione del Maestro, moltitudini di varie lingue e di varie nazioni; e che, infine, quando essi sparirono dalla terra, dopo aver suggellato col sangue il fatto di cui erano depositari, avevano sparso in tutte le regioni del mondo, e anche al di là delle frontiere dell'Impero Romano, il seme della loro dottrina che germogliò prontamente e produsse un raccolto di cui la terra intera si vide presto ricoperta.

    Tutto questo non ci porta alla più ferma certezza sull'avvenimento sorprendente di cui questi uomini erano i messaggeri? Rifiutarli, non sarebbe ricusare, nel medesimo tempo, le leggi della ragione? O Cristo! La tua Risurrezione è certa quanto la tua morte, e soltanto la verità ha potuto far parlare i tuoi Apostoli, come essa sola può spiegare il successo della loro predicazione.

    Continuità di questa testimonianza.

    La testimonianza degli Apostoli è finita; ma un'altra non meno imponente, quella della Chiesa, è venuta a continuare la prima e proclama con autorità non minore, che Gesù non è più tra i morti. La Chiesa, che attesta la Risurrezione di Gesù, è la voce di quelle centinaia di milioni di uomini che, ogni anno, da diciannove secoli,
    hanno festeggiato la Pasqua. Di fronte a questi miliardi di testimonianze di fede, ci può essere più posto per un dubbio? Chi non si sente schiacciato sotto il peso di tale proclamazione, mai mancata, neppure per un anno, dopo che la parola degli Apostoli la fece per la prima volta? Ed e giusto distinguere in questa proclamazione la voce di tante migliaia di uomini, dotti e profondi, che hanno voluto sondare tutta la verità, dando l'adesione alla fede, solamente dopo avere tutto pesato nell'intelligenza; di tanti milioni di altri che non hanno accettato il giogo di una fede così poco favorevole alle passioni umane, che quando si sono persuasi, chiaramente, non esservi nessuna sicurezza dopo questa vita, all'infuori dei doveri che essa impone; e, finalmente, di tanti altri milioni che hanno sostenuto e protetto la società umana per mezzo della loro virtù e che sono stati la gloria della nostra stirpe, unicamente perché hanno fatto professione di fede verso un Dio morto e risuscitato per gli uomini.

    Così si aggancia, in maniera sublime, l'incessante testimonianza della Chiesa, ossia della porzione più illuminata e più morale dell'umanità, a quella dei primi testimoni che Cristo stesso degnò di scegliersi, di modo che queste due testimonianze non ne fanno che una sola. Gli Apostoli attestarono ciò che avevano visto: noi attestiamo, e attesteremo fino all'ultima delle generazioni, ciò che gli Apostoli hanno predicato. Essi si assicurarono direttamente dell'avvenimento che dovevano annunziare: noi ci assicuriamo della veracità della loro parola. Dopo averne avuta cognizione, credettero; e noi lo stesso. Essi sono stati tanto fortunati da vedere fin da questo mondo il Verbo di vita eterna, da ascoltarlo, da toccarlo con le loro mani (I Gv. 1); noi vediamo ed ascoltiamo la Chiesa che avevano stabilito in tutti i luoghi, ma che, quando essi lasciarono la terra, usciva appena dalla sua culla. La Chiesa è il complemento del Cristo: egli aveva annunziato agli Apostoli come essa si sarebbe sparsa per tutto il mondo, anche se nata dal debole grano di senapa.

    A questo proposito Sant'Agostino, in una delle sue prediche sulla Pasqua, ci dice queste ammirabili parole: "Noi non vediamo ancora Cristo; ma noi vediamo la Chiesa; crediamo dunque a Cristo. Gli Apostoli, invece, videro Cristo, ma essi non vedevano la Chiesa che per mezzo della fede. Una delle due cose era loro mostrata, e l'altra era oggetto della loro fede; è lo stesso per noi. Crediamo a Cristo che noi non vediamo ancora; e, tenendoci attaccati alla Chiesa che noi vediamo, arriveremo a colui la cui vista non ci è che differita" [3].

    Avendo dunque, o Cristo, per mezzo di una così magnifica testimonianza, la certezza della tua gloriosa Risurrezione, come abbiamo quella della tua morte sul legno della croce, noi confessiamo che tu sei Dio, l'Autore ed il supremo Signore di tutte le cose. La morte ti ha umiliato e la Risurrezione ti ha esaltato; tu stesso fosti l'autore della tua umiliazione e della tua elevazione. Tu hai detto davanti ai tuoi nemici: "Nessuno mi può togliere la vita, ma da me stesso io la dò: è in mio potere il darla e in mio potere il riprenderla di nuovo" (Gv. 10, 18). Solo un Dio poteva realizzare questa parola; tu l'hai compiuta in tutta la sua estensione; confessando la tua Risurrezione, confessiamo dunque la tua Divinità; rendi degno di te l'umile e beato omaggio della nostra fede.

    La Stazione.

    La Stazione, a Roma, si tiene nella Chiesa di Santa Maria ad Martyres. Questa Chiesa è l'antico Pantheon di Agrippa, dedicato un tempo agli dèi pagani e concesso dall'Imperatore Foca al Papa San Bonifacio IV, che lo consacrò alla Madre di Dio ed a tutti i Martiri. Ignoriamo in quale santuario di Roma si tenesse prima la Stazione di oggi. Quando fu fissata in questa Chiesa, nel VII secolo, i neofiti, riuniti in un tempio dedicato a Maria per la seconda volta durante l'Ottava, dovevano sentire quanto la Chiesa aveva a cuore di nutrire nelle anime loro la confidenza filiale in colei che era divenuta la loro Madre e che è incaricata di condurre al suo Figliolo tutti quelli che egli, con la sua grazia, chiama a divenirgli fratelli.

    MESSA

    EPISTOLA (I Piet. 3, 18-21). - Carissimi: Cristo una volta è morto per i nostri peccati, il giusto per gli ingiusti, per ricondurci a Dio. È stato messo a morte secondo la carne, ma reso alla vita per lo spirito. Per esso andò a predicare anche agli spiriti che erano in carcere ed un tempo erano stati increduli, quando, ai giorni di Noè, la pazienza di Dio stava aspettando che fosse fabbricata l'arca, ove pochi, cioè otto anime, si salvarono sopra l'acqua. Alla qual figura corrisponde ora il Battesimo che vi salva: non lavanda delle sozzure, ma contratto di buona coscienza fatto con Dio, per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo nostro Signore, che siede alla destra di Dio.

    Il diluvio e il Battesimo.

    Nell'Epistola di oggi noi ascoltiamo ancora l'Apostolo san Pietro. I suoi insegnamenti sono di grande importanza per i nostri neofiti. Prima di tutto l'Apostolo ricorda la visita che fece teste l'anima del Redentore a coloro che erano prigionieri nelle regioni inferiori della terra. Tra loro incontrò parecchi di quelli che anticamente furono vittime delle acque del diluvio e che avevano trovato la loro salvezza sotto le onde vendicative, perché quegli uomini, prima increduli alle minacce di Noè, ma poi sopraffatti dall'imminenza del flagello, si pentirono delle loro colpe e ne chiesero sinceramente perdono. Da essi l'Apostolo solleva il pensiero degli ascoltatori verso i felici abitanti dell'Arca che rappresentano i nostri neofiti; li abbiamo visti traversare l'acqua, non per perire, ma per diventare simili ai discendenti di Noè, i Padri di una nuova generazione di figli di Dio. Il Battesimo non è dunque, aggiunge l'Apostolo, un bagno comune: ma la purificazione delle anime, alla condizione che queste siano state sincere nell'impegno solenne che hanno preso, sul bordo della sacra Fonte, di rimaner fedeli a Cristo che li salva, e di rinunciare a Satana ed a tutto ciò che viene da lui. L'Apostolo finisce mostrandoci il mistero della Risurrezione di Gesù Cristo, quale sorgente della grazia del Battesimo. Ed è per questa ragione che la Chiesa l'amministra solennemente durante la celebrazione della Pasqua.

    VANGELO (Mt. 28. 16-20). - In quel tempo gli undici discepoli andarono in Galilea al monte designato loro da Gesù. E vedutolo, lo adorarono: alcuni però dubitarono. E Gesù accostatosi disse loro: Mi è stato dato ogni potere, in cielo ed in terra. Andate dunque e fate che diventino miei discepoli tutti quanti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutte le cose che vi ho comandate. Ed ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo.

    Gesù vive nella Chiesa.

    In questo tratto di Vangelo, san Matteo, l'Evangelista che ha raccontato in modo più breve la Risurrezione del Salvatore, riassume con poche parole le relazioni di Gesù Risorto con i suoi discepoli in Galilea. Fu là che si degnò di farsi vedere, non solamente agli apostoli, ma anche a molte altre persone. L'Evangelista ci motra il Salvatore mentre dà agli apostoli la missione di andare a predicare la sua dottrina in tutto il mondo e siccome egli non dovrà più morire, s'impegna a restare con essi finché durerà il tempo. Ma gli apostoli non vivranno sino all'ultimo giorno del mondo: come adunque si adempirà questa promessa? È perché l'opera degli apostoli, come l'abbiamo detto poco fa, continuerà attraverso la Chiesa: la testimonianza loro e quella della Chiesa si fondono l'una con l'altra in maniera indissolubile; e Gesù Cristo veglia affinché questa unica testimonianza sia altrettanto fedele che incessante. Oggi stesso abbiamo sotto gli occhi un monumento della sua forza invincibile. Pietro, Paolo, hanno predicato a Roma la Risurrezione del Maestro, gettandovi le fondamenta del Cristianesimo: cinque secoli dopo la Chiesa, che non ha mai cessato di continuare la loro conquista, riceveva in omaggio dalle mani di un imperatore quel tempio vuoto e spoglio di tutte le false divinità, e il successore di Pietro lo dedicava a Maria, Madre di Dio, ed a tutta la legione di testimoni della Risurrezione che si chiamano i Martiri. Nel recinto di questo vasto tempio si riunisce oggi la folla dei fedeli. In presenza di un edificio che ha visto spegnersi, per difetto di alimento, il fuoco dei sacrifici pagani, e che, dopo tre secoli di abbandono, quasi per espiare il suo empio passato, purificato ora dalla Chiesa, riceve tra le sue mura il popolo cristiano, come, i neofiti, non esclamerebbero: "È veramente risuscitato Cristo che, dopo esser morto sulla croce, trionfa così sui Cesari e sugli Dei dell'Olimpo"?

    __________________________

    [1] Enarr. sul Salmo LXIII.

    [2] Comm. su San Matteo, Omelia LXXXIX.

    [3] Discorso 237.mo.

    da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 86-93.

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    Predefinito Re: 13 aprile 2016: Patrocinio di San Giuseppe

    2 aprile 2016: Sabato di Pasqua (o in Albis)

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    Predefinito Re: 13 aprile 2016: Patrocinio di San Giuseppe

    2 APRILE 2016: SAN FRANCESCO DI PAOLA, CONFESSORE

    Un grande Penitente.

    Oggi riceviamo l'esempio e il patrocinio dal Fondatore di una milizia fatta di umiltà e di penitenza, Francesco di Paola. Non ostante la sua vita fosse sempre innocente, tuttavia lo vediamo abbracciare, sin dalla prima giovinezza, una penitenza così austera, che ci parrebbe troppo severa nei più grandi peccatori d'oggigiorno. Dio non muta, e mai vengono meno i diritti e i rigori della giustizia divina; non ci sarà perdonata l'offesa che abbiamo fatta a lui peccando, se non la ripariamo. I Santi hanno espiato per tutta la vita, e con la massima severità, le loro colpe più leggere; e non senza fatica la Chiesa, in questi giorni, strappa alla nostra mollezza qualche opera di penitenza mitigata all'eccesso!

    Manca forse la fede nelle anime nostre? o languisce nei nostri cuori la carità? Senza dubbio ci mancherà l'una e l'altra; e la causa di tale fiacchezza la dobbiamo ricercare nell'amore della vita presente, che quasi insensibilmente ci fa perdere l'unico punto di vista cui dovremmo sempre mirare: l'eternità. Quanti cristiani ai nostri giorni si rassomigliano, nei sentimenti, a quel re di Francia, che, dopo aver ottenuto dal Romano Pontefice che san Francesco di Paola dimorasse presso di lui, venne a gettarsi ai piedi del servo di Dio, per supplicarlo di prolungargli la vita! Tale attaccamento alla vita noi lo portiamo ad un eccesso miserando. Ci ripugna il digiuno e l'astinenza, non perché l'obbedienza alla legge della Chiesa metterebbe a repentaglio la vita, non perché viene pregiudicata la salute: perché sappiamo bene che le prescrizioni quaresimali cedono davanti a simili motivi; ma ci si dispensa dal digiuno e dall'astinenza, perché la mollezza in cui viviamo ci rende insopportabile persino l'idea di una piccola privazione o di un leggero mutamento delle nostre abitudini. Troviamo forza più che sufficiente negli affari, nei capricci e nei piaceri; e quando si tratta d'adempiere delle leggi ordinate dalla Chiesa nell'interesse dell'anima e del corpo, ogni cosa pare impossibile; anzi si addomestica la coscienza a non turbarsi più di queste trasgressioni annuali, che alla fine estinguono nell'anima del peccatore persino l'idea della necessità ch'egli ha di far penitenza, se vuol essere salvo.

    VITA. - Francesco nacque a Paola, in Calabria, nel 1437. Dopo aver fatta una vita eremitica per sei anni, gettò le prime fondamenta del suo Ordine e chiamò i suoi discepoli col nome di Minimi. Celebre per la sua austerità, le virtù ed i miracoli, nel 1482, dovette andare in Francia a preparare re Luigi XI a morire piamente. Egli poi mori a Tours nel 1507. Leone X lo iscrisse infallibilmente nel catalogo dei Santi il 1° maggio 1519.

    Spirito di penitenza.

    O Apostolo della penitenza, Francesco di Paola, la tua vita fu sempre santa, mentre noi siamo peccatori. Non di meno in questi giorni osiamo ricorrere al tuo potente patrocinio, affinché ci ottenga da Dio che non passi questo santo tempo, senza averci fatto concepire un vero spirito di penitenza, che ci sostenga nella speranza che nutriamo del perdono. Mentre ammiriamo le meraviglie di cui fu ripiena la tua vita, ora che sei nell'eterna gloria ricordati di noi e degnati benedire il popolo fedele che implora da te aiuto. Che le tue preghiere facciano piovere su noi la grazia della compunzione che animi le nostre opere di penitenza.

    Benedici e conserva il santo Ordine da te fondato. La tua patria ebbe l'onore di possederti! Dalla Francia la tua anima volò al cielo, lasciando ivi deposte le tue spoglie mortali, che certo divennero per la Francia una sorgente di favori ed il pegno della tua protezione. Ma ahimé! ora non possediamo più il tuo corpo, tempio dello Spirito Santo: perseguitato dal furore del protestantesimo, incendiato ed incenerito sacrilegamente. O uomo pieno di mitezza e di pace, perdona ai figli i crimini dei loro padri; e, mentre nel cielo formi un trofeo delle divine misericordie, usaci clemenza e non ricordare le passate iniquità, se non per attirare sulla presente generazione quei celesti favori che possono convertire i popoli e far rivivere in essi la fede e la pietà degli antichi tempi.

    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 895-896

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    Predefinito Re: 13 aprile 2016: Patrocinio di San Giuseppe

    3 aprile 2016: DOMENICA "QUASIMODO"
    O OTTAVA DI PASQUA detta IN ALBIS

    Ogni domenica è una Pasqua.

    Abbiamo visto, ieri, i neofiti chiudere la loro Ottava della Risurrezione. Erano stati immessi prima di noi alla partecipazione del mirabile mistero di Dio Risorto e, prima di noi, dovevano giungere al termine delle loro solennità. Questo giorno è dunque l'ottavo per noi che abbiamo celebrato di Domenica la Pasqua, senza anticiparla al Sabato sera. Ci si ricorda la gioia e la grandiosità dell'unica e solenne Domenica che ha associato tutto il mondo cristiano in un medesimo sentimento di trionfo. È il giorno della nuova luce che cancella l'antico Sabato: d'ora in avanti, sarà sacro il primo dì della settimana. È sufficiente che per ben due volte il Figlio di Dio l'abbia marcato col suggello della sua potenza. La Pasqua è, dunque, per sempre fissata di Domenica; e, come è stato già spiegato più sopra, nella "mistica del Tempo Pasquale", ogni Domenica è, d'ora in poi, una Pasqua.

    Il nostro Divin Risorto ha voluto che la sua Chiesa così ne comprendesse il mistero, poiché, avendo intenzione di mostrarsi una seconda volta ai suoi discepoli, riuniti tutti assieme, ha aspettato, per farlo, il ritorno della Domenica. Durante tutti i giorni precedenti ha lasciato Tommaso in preda ai suoi dubbi; solamente oggi è voluto venire in suo soccorso, manifestandosi a questo Apostolo in presenza degli altri e obbligandolo a deporre la sua incredulità di fronte alla più palpabile evidenza. Oggi, dunque, la Pasqua riceve da Cristo il suo ultimo titolo di gloria, aspettando che lo Spirito Santo discenda dal cielo per venire a portare la luce del suo fuoco e fare, di questo giorno, già così privilegiato, l'era della fondazione della Chiesa Cristiana.



    L'apparizione a san Tommaso.

    L'apparizione del Salvatore al piccolo gruppo degli undici, e la vittoria che riporta sull'incredulità di uno dei suoi Discepoli è oggi l'oggetto speciale del culto della Santa Chiesa. Quest'apparizione, legata alla precedente, è la settima. Per suo mezzo Gesù entra nel possesso completo della fede dei suoi discepoli. La sua dignità, la sua pazienza, la sua carità in questa circostanza, sono veramente quelle di un Dio. Ancora una volta i nostri pensieri, troppo umani, restano sconvolti alla vista di questa dilazione di tempo che Gesù accorda all'incredulo, di cui, invece, sembrerebbe dover rischiarare senza indugio lo sfortunato acciecamento, o punire la temeraria insolenza.

    Ma Gesù è la suprema Sapienza e la suprema Bontà. Nella sua saggezza prepara, per mezzo di questa lenta constatazione dell'avvenuta sua Risurrezione, un nuovo argomento in favore della realtà del fatto; nella sua bontà conduce il cuore del discepolo incredulo a ritrattare, da se medesimo, il suo dubbio con una sublime protesta di dolore, di umiltà e d'amore.

    Noi non descriveremo qui quella scena così mirabilmente raccontata nel Vangelo, che la Santa Chiesa metterà tra poco sotto i nostri occhi; ci applicheremo solo, nell'odierno insegnamento, a far comprendere al lettore la lezione che Gesù oggi dà a tutti, nella persona di san Tommaso. È il grande ammaestramento della Domenica dell'Ottava di Pasqua. È importante ch'esso non venga trascurato, poiché, più di ogni altro, ci rivela il senso vero del Cristianesimo; ci illumina sulla causa delle nostre impotenze e sul rimedio per i nostri languori.



    La lezione del Signore.

    Gesù disse: "Poiché hai veduto, Tommaso, hai creduto; beati coloro che non han visto e han creduto!". Parole piene di una divina autorità, consiglio salutare dato, non solamente a Tommaso, ma a tutti gli uomini che vogliono, entrare in rapporto con Dio e salvare le anime loro! Che voleva dunque Gesù dal suo Discepolo? Non aveva confessato, un momento fa, quella fede di cui ormai era convinto? Tommaso, del resto, era poi tanto colpevole per aver desiderato un'esperienza personale, prima di dare la sua adesione al più sorprendente dei prodigi? Era tenuto a rimettersi a Pietro ed agli altri, al punto di temere di mancare verso il suo Maestro, non fidandosi della loro testimonianza? Non dava prova di prudenza, lasciando in sospeso la sua convinzione, finché altri argomenti non gli avessero rivelato direttamente la realtà del fatto? Sì, Tommaso era un uomo saggio, un uomo prudente che non si fidava oltre misura; era degno di servire di modello a molti cristiani che giudicano e ragionano come lui nelle cose della fede.

    E nondimeno quanto è grave, nella sua penetrante dolcezza, il rimprovero di Gesù! Con una condiscendenza inesplicabile, si è degnato di prestarsi alla constatazione che Tommaso aveva osato chiedere; adesso che il Discepolo si trova di fronte al Maestro risorto, e che esclama, con la più sincera emozione: "Mio Signore e mio Dio!", Gesù non gli fa grazia della lezione che aveva meritata. Ci vuole un castigo per quell'ardire, per quella incredulità; e la punizione consiste nel sentirsi dire: "Perché hai veduto, Tommaso, hai creduto".



    L'umiltà e la fede.

    Ma Tommaso era dunque obbligato a credere prima di aver veduto? E chi può dubitarlo? Non soltanto Tommaso, ma tutti gli Apostoli erano tenuti a credere alla Risurrezione del Maestro, anche prima che fosse loro apparso. Non avevano vissuto tre anni insieme con lui? Non l'avevano visto confermare con numerosi prodigi la sua qualità di Messia e di Figlio di Dio? Non aveva annunziato la sua Risurrezione nel terzo giorno dopo la sua morte? E in quanto alle umiliazioni e ai dolori della Passione, non aveva, poco tempo prima, sulla strada di Gerusalemme, predetto che sarebbe stato preso dai Giudei, che l'avrebbero dato nelle mani dei Gentili, che sarebbe stato flagellato, coperto di sputi e messo a morte? (Lc 18,32-33).

    Dei cuori retti e disposti alla fede non avrebbero avuto nessuna difficoltà a convincersene, appena saputo della sparizione del suo corpo. Giovanni non fece che entrare nel sepolcro, vedere i lenzuoli, e subito comprese tutto e credette fin da allora.

    Ma l'uomo raramente è così sincero, e si ferma sul suo sentiero, quasi volendo obbligare Dio a prevenirlo. Gesù si degnò di farlo. Si mostrò alla Maddalena e alle sue compagne, che non erano incredule, ma soltanto distratte dall'esaltazione di un amore troppo naturale. Nel giudizio degli Apostoli, la loro testimonianza non era che il linguaggio di donne dall'immaginazione esaltata. Bisognò che Gesù venisse in persona a mostrarsi a quegli uomini ribelli, ai quali l'orgoglio faceva perdere la memoria di tutto il passato, che sarebbe bastato da solo ad illuminarli per il presente. Diciamo il loro orgoglio perché la fede non ha altro ostacolo che questo vizio. Se l'uomo fosse umile, si eleverebbe fino alla fede che trasporta le montagne.

    Ora Tommaso ha ascoltato Maddalena ed ha sprezzato la sua testimonianza; ha ascoltato Pietro, e ha declinato la sua autorità; ha ascoltato gli altri fratelli suoi ed i Discepoli di Emmaus, e niente di tutto questo lo ha distolto dal poggiarsi solo sul suo giudizio personale. La parola altrui che, quando è grave e disinteressata, produce la certezza in uno spirito assennato, non ha più l'efficacia presso molte persone, appena si tratta di attestazione su cose soprannaturali. E questa è una grande piaga della nostra natura, lesa dal peccato. Troppo spesso, come Tommaso, noi vorremmo esperienze personali; e basta questo per privarci della pienezza della luce. Noi ci consoliamo come lui, perché siamo sempre nel numero dei Discepoli: - quest'Apostolo non aveva abbandonato i suoi fratelli: solamente non prendeva parte alla loro felicità. Quella felicità di cui era testimonio non risvegliava in lui che l'idea della debolezza: e provava un certo gusto a non condividerla.

    La fede tiepida.

    Tale è anche ai nostri giorni il cristiano imbevuto di razionalismo. Egli crede, ma perché la sua ragione gli dà come una necessità di credere: crede con la mente, non col cuore. La sua fede è una conclusione scientifica, non una aspirazione verso Dio e verso una vita soprannaturale. Perciò, quanto è fredda e impotente questa fede! Come è ristretta e incomoda! come teme sempre di progredire, credendo troppo! Vedendola contentarsi così facilmente di verità "diminuite" (Sal 11), pesate sulla bilancia della ragione invece di volare ad ali spiegate, come la fede dei santi, si direbbe che ha vergogna di se stessa. Parla sottovoce, ha paura di compromettersi; quando si mostra all'esterno è sotto la livrea delle idee umane, che le servono di passaporto. Non è lei che si esporrà ad un affronto per dei miracoli che giudica inutili e che non avrebbe mai consigliato a Dio di operare. Tanto per il passato che per il presente, ciò che le sembra meraviglioso, la spaventa: non ha avuto già sforzi sufficienti da fare, per ammettere ciò che è strettamente necessario di accettare?

    La vita dei santi, le loro virtù eroiche, i loro sublimi sacrifici, tutto questo la agita. L'azione del cristianesimo nella società, nella legislazione, le sembra ledere i diritti di quelli che non credono; e intende rispettare la libertà dell'errore e la libertà del male; e non si accorge neppure più che il cammino del mondo ha trovato il suo ostacolo, da quando Gesù Cristo non è più Re sulla terra.



    Vita di fede.

    È per coloro la cui fede è così debole e così vicina al razionalismo, che Gesù, alle parole di rimprovero indirizzate a Tommaso, aggiunge quella insistenza che non lo riguarda esclusivamente, ma che mira a tutti gli uomini, di tutti i secoli: "Beati quelli che non hanno veduto e hanno creduto!" Tommaso peccò per non essere stato disposto a credere. Noi ci esponiamo a peccare come lui se non coltiviamo nella nostra fede quella espansione che di tutto la fa partecipe e la porta a quel progresso che Dio ricompensa, con un flusso di luce e di gioia nel cuore.

    Una volta entrati nella Chiesa, il nostro dovere è di considerare tutto, d'ora in avanti, dal punto di vista soprannaturale; e non temiamo che questo punto di vista, regolato dagli insegnamenti della sacra autorità, ci trascini troppo lontano. "Il giusto vive di fede" (Rm 1,17); è il suo continuo nutrimento. In lui, se resta fedele al Battesimo, la vita naturale è trasformata per sempre. Crediamo, dunque, che la Chiesa avrebbe avuto tante cure, nell'istruzione dei neofiti, che li avrebbe iniziati attraverso tanti riti, i quali non respirano che idee e sentimenti di vita soprannaturale, per abbandonarli, poi, fin dall'indomani, senza rimorso, all'azione di quel pericoloso sistema che pone la fede in un cantuccio dell'intelligenza, del cuore e della condotta, per lasciare agire più liberamente l'uomo secondo la sua natura? No, non è cosi.

    Riconosciamo dunque insieme con Tommaso il nostro errore; confessiamo insieme con lui che fino ad ora non abbiamo ancora creduto con una fede abbastanza perfetta. Come lui diciamo a Gesù: "Voi siete il mio Signore ed il mio Dio; e spesso ho pensato ed agito come se voi non foste stato, in tutto, il mio Signore ed il mio Dio. D'ora in avanti crederò senza avere veduto: poiché voglio essere del numero di quelli che voi avete chiamato beati".

    Questa Domenica, detta ordinariamente "Quasimodo", nella Liturgia porta il nome di "Domenica in Albis" e, più esplicitamente, "in albis depositis", perché oggi i neofiti ricomparivano in Chiesa con gli abiti usuali. Nel Medio Evo la chiamavano "Pasqua Chiusa", per esprimere, senza dubbio, che l'Ottava di Pasqua finiva in questo giorno. La solennità di questa domenica è così grande nella Chiesa che, non soltanto appartiene al rito del "doppio maggiore", ma non cede mai il suo posto a nessun'altra festa, di qualsiasi grado essa sia.

    A Roma la Stazione si tiene nella Basilica di S. Pancrazio, sulla via Aurelia. I nostri predecessori non ci hanno insegnato nulla circa i motivi che hanno fatto scegliere questa Chiesa per la riunione dei fedeli nella giornata odierna. Forse ebbe la preferenza per la giovane età di quel martire di quattordici anni, a cui è dedicata, in rapporto a un certo confronto con la gioventù dei neofiti, che oggi formano ancora l'oggetto della materna preoccupazione della Chiesa.



    MESSA

    EPISTOLA (1Gv 5,4-10). - Carissimi: tutto ciò che è nato da Dio trionfa nel mondo, e la vittoria che trionfa nel mondo è la nostra fede. E chi è che vince il mondo, se non colui il quale crede che Gesù è Figliuolo di Dio? Questi è appunto quel Gesù Cristo che è venuto con l'acqua e col sangue, non con l'acqua soltanto, ma con l'acqua e col sangue. E lo Spirito è quello che attesta che Cristo è verità. Sono infatti tre che rendono testimonianza in cielo: il Padre, il Verbo e lo Spirito Santo ; e questi tre sono uno solo. E son tre che rendono testimonianza in terra: lo spirito, l'acqua e il sangue; e questi tre sono una sola cosa. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, ha più valore la testimonianza di Dio. Or questa testimonianza, che è la maggiore, Dio l'ha resa in favore del suo Figliuolo. Chi crede nel Figlio di Dio ha in sé la testimonianza di Dio.



    Merito della fede.

    L'Apostolo san Giovanni, in questo brano, esalta il merito ed i vantaggi della fede; ce la presenta come una trionfatrice che mette il mondo sotto i nostri piedi: il mondo che ci circonda e quello che è dentro di noi. La ragione che ha condotto la Chiesa a scegliere per oggi questo testo di san Giovanni s'indovina facilmente quando si vede lo stesso Cristo raccomandare la fede, nel Vangelo di questa Domenica. "Credere in Gesù Cristo - ci dice l'Apostolo - è vincere il mondo"; chi dunque sottopone la sua fede al giogo del mondo non possiede la vera fede.

    Crediamo con cuore sincero, felici di sentirci bambini in presenza della verità divina, sempre disposti ad accogliere premurosamente la testimonianza di Dio. Questa divina testimonianza si ripercuoterà in noi, se ci sentiremo desiderosi di ascoltarlo sempre di più. Giovanni, alla vista dei lenzuoli che avevano avvolto il corpo del Signore, si raccolse in se stesso e credette; Tommaso, che aveva, in più dell'altro, la testimonianza degli Apostoli che avevano veduto Gesù Risorto, non credette. Non aveva sottoposto il mondo alla sua ragione, perché la fede non era in lui.



    VANGELO (Gv 20,19-31). - In quel tempo: giunta la sera di quel giorno, il primo dopo il sabato, ed essendo, per paura dei Giudei, chiuse le porte di quel luogo dove i discepoli erano adunati, Gesù venne e stette in mezzo a loro e disse: Pace a voi. E ciò detto mostrò loro le mani ed il costato; e i Discepoli gioirono a vedere il Signore. Disse loro di nuovo Gesù: Pace a voi. Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi. E detto questo alitò sopra di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo. Saran rimessi i peccati a chi li rimetterete e ritenuti a chi li riterrete.

    Ma Tommaso, uno dei dodici, soprannominato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero adunque gli altri discepoli: - Abbiamo veduto il Signore. Ma Egli disse loro: - Se non vedo nelle sue mani i fori dei chiodi e se non metto il mio dito nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non credo.

    Otto giorni dopo, i discepoli si trovavano di nuovo in casa e Tommaso era con essi. Venne Gesù a porte chiuse e stette in mezzo e disse: - Pace a voi. Poi disse a Tommaso: - Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani. Appressa la tua mano e mettila nel mio costato, e non essere incredulo, ma fedele. Gli rispose Tommaso esclamando: - Mio Signore e mio Dio! Gli disse Gesù: - Perché hai veduto, Tommaso, hai creduto; beati quelli che non han visto e han creduto. Gesù fece in presenza dei suoi Discepoli anche molti altri prodigi che non sono registrati in questo libro. Questi poi sono stati notati affinché crediate che Gesù è il Cristo, Figlio di Dio, e affinché credendo abbiate la vita nel nome suo.



    La testimonianza di san Tommaso.

    Abbiamo sufficientemente insistito sull'incredulità di san Tommaso: ora è giunto il momento di rendere invece onore alla fede di questo Apostolo. La sua infedeltà ci ha aiutati a sondare la pochezza della nostra fede: che il suo ritorno ci illumini su ciò che dobbiamo fare per divenire dei veri credenti. Tommaso ha costretto il Salvatore, che contava su di lui per farlo divenire una delle colonne della sua Chiesa, ad essere condiscendente fino alla familiarità; ma, appena si trova in sua presenza, ne rimane soggiogato. Il bisogno di riparare con un atto solenne di fede l'imprudenza che ha commesso, credendosi saggio e accorto, si fa sentire in lui. Egli getta un grido; e questo grido rappresenta la protesta della fede più ardente che un uomo possa far udire: "Mio Signore e mio Dio!". Rimarcate che egli qui non dice soltanto che Gesù è il suo Signore, il suo Maestro, che è proprio lo stesso del quale è stato Discepolo: tutto ciò non sarebbe ancora fede! Poiché non è più fede quando si può toccar con mano. Tommaso avrebbe avuto fede nella Risurrezione se avesse creduto alla testimonianza dei suoi fratelli; ma, adesso, non crede più semplicemente: egli vede, ne fa l'esperienza. Qual è dunque la testimonianza della sua fede? È che in questo momento egli attesta che il suo Maestro è Dio. Vede solo l'umanità di Gesù e proclama la divinità del Signore. Con un unico balzo la sua anima leale e contrita si è slanciata fino alla comprensione della dignità di Gesù: - Mio Dio - egli dice.



    Preghiera.

    O Tommaso, dapprima incredulo, la Santa Chiesa onora la tua fede e la propone per modello ai suoi figli, nel giorno della tua festa. La confessione, che oggi hai fatto, viene a porsi da sé vicino a quella che fece Pietro quando disse a Gesù: "Tu sei il Cristo, Figlio di Dio vivente!" Per mezzo di questa professione di fede che ne la carne ne il sangue avevano ispirato, Pietro meritò di essere scelto per essere il fondamento della Chiesa; la tua ha fatto più che ripararne la colpa; essa ti rese, per un momento, superiore ai tuoi fratelli, che la gioia di rivedere il loro Maestro trasportava, ma sui quali la gloria visibile della sua umanità aveva fatto fino ad allora maggiore impressione che il carattere invisibile della sua divinità.



    PREGHIAMO

    Concedici, Dio onnipotente, di conservare nella vita e nelle opere il frutto delle feste pasquali da noi celebrate.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 105-112

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    Predefinito Re: 13 aprile 2016: Patrocinio di San Giuseppe

    4 APRILE 2016: ANNUNCIAZIONE DELLA VERGINE SANTISSIMA (TRASLATA)

    Gloria di questo giorno.

    È grande questo giorno negli annali dell'umanità ed anche davanti a Dio, essendo l'anniversario del più solenne avvenimento di tutti i tempi. Il Verbo divino, per il quale il Padre creò il mondo, s'è fatto carne nel seno d'una Vergine ed è venuto ad abitare in mezzo a noi (Gv 1, 14). Adoriamo le grandezze del Figlio di Dio che si umilia, rendiamo grazie al Padre che ha amato il mondo sino a dargli il suo Figlio Unigenito (ivi 3,16), ed allo Spirito Santo che con la sua onnipotente virtù opera un sì profondo mistero. Ecco che sin da questo tempo di penitenza noi preludiamo alle gioie del Natale; ancora nove mesi, e l'Emmanuele oggi concepito nascerà in Betlemme, ed i cori angelici c'inviteranno a salutare questo nuovo mistero.



    La promessa del Redentore.

    Nella settimana di Settuagesima meditammo la caduta dei nostri progenitori e udimmo la voce di Dio tuonare la triplice sentenza, contro il serpente, la donna e l'uomo. Però, una speranza fece luce nella nostra anima e, nel mezzo degli anatemi, una divina promessa brillò come un faro di salvezza: il Signore sdegnato disse all'infernal serpente che un giorno la sua superba testa sarebbe schiacciata, e che sarebbe stato il piede d'una donna a colpirlo terribilmente.



    Il suo adempimento.

    Ed ecco giunto il momento in cui il Signore realizzerà l'antica promessa. Per millenni il mondo aveva atteso; e nonostante le fitte tenebre e le iniquità, tale speranza non svanì. Col succedersi dei secoli, la misericordia divina moltiplicò i miracoli, le profezie, le figure, per rinnovare il patto che si degnò stringere con l'umanità. Si vide scorrere il sangue del Messia da Adamo a Noè, da Sem ad Abramo, Isacco e Giacobbe, da David e Salomone a Gioacchino; ed ora, nelle vene della figlia di Gioacchino, Maria.

    Maria è la donna per la quale sarà tolta la maledizione che pesava sulla nostra stirpe. Il Signore, facendola immacolata, decretò un'inconciliabile inimicizia fra lei e il serpente; ed è proprio oggi, che questa figlia di Eva riparerà la caduta della madre sua, rialzerà il suo sesso dall'abbassamento in cui era piombato, e coopererà direttamente ed efficacemente alla vittoria che il Figlio di Dio in persona riporterà sul nemico della sua gloria e del genere umano.



    L'Annunciazione.

    La tradizione ha segnalato alla santa Chiesa la data del 25 Marzo, come il giorno che vide il compimento di questo mistero (sant'Agostino, La Trinità, l. 4, c. 5).

    Maria se ne stava sola nel raccoglimento della preghiera, quando vide apparirle l'Arcangelo disceso dal cielo per chiederne il consenso nel nome della SS. Trinità. Ascoltiamo il dialogo fra l'Angelo e la Vergine, e nello stesso tempo riportiamoci col pensiero ai primordi del mondo. Un Vescovo martire del II secolo, sant'Ireneo, eco fedele dell'insegnamento degli Apostoli, ci fa paragonare questa grande scena a quella che avvenne nel paradiso terrestre (Contro le eresie, l. 5, c. 19).



    Nel Paradiso terrestre.

    Nel giardino di delizie si trova una vergine alla presenza d'un angelo, col quale ella discorre. Pure a Nazaret una vergine è interpellata da un angelo, col quale pure ritesse un dialogo; ma l'angelo del paradiso terrestre è uno spirito tenebroso, mentre quello di Nazaret è uno spirito di luce. Nei due incontri è sempre l'angelo a iniziare il discorso. "Perché, dice lo spirito maledetto alla prima donna, perché Dio vi ha comandato di non mangiare del frutto di tutte le piante del paradiso?" Vedi come già si nota, nell'impazienza di questa domanda, la provocazione al male, il disprezzo, l'odio verso la debole creatura nella quale Satana perseguita l'immagine di Dio!



    A Nazaret.

    Guardate invece l'angelo di luce, con quale dolcezza e con quale pace s'avvicina alla novella Eva! con quale rispetto riverisce questa umana creatura! "Ave, o piena di grazia ! Il Signore è con te, tu sei benedetta fra tutte le donne". Chi non sente nell'accento celeste di tali parole respirare pace e dignità! Ma continuiamo a seguire l'accostamento.



    Eva.

    La donna dell'Eden, imprudente, ascolta la voce del seduttore ed è sollecita nel rispondergli. La curiosità la spinge a prolungare la conversazione con lui, che l'istiga a scrutare i segreti di Dio, senza affatto diffidare del serpente che le parla; fra poco, però, si vergognerà al cospetto di Dio.



    Maria.

    Maria ascolta le parole di Gabriele; ma questa Vergine, prudentissima, come l'elogia la Chiesa, rimane silenziosa, chiedendo a se stessa donde possano provenire le lodi di cui è fatta oggetto. La più pura, la più umile delle vergini teme le lusinghe; e il celeste messaggero non sentirà da lei una parola, che non riguardi la sua missione durante il colloquio. "Non temere, o Maria, egli risponde alla novella Eva, perché hai trovato grazia presso Dio; ecco, concepirai nel seno e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande e sarà chiamato Figlio dell'Altissimo; e il Signore Dio gli darà il trono di David suo padre; e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe; e il suo regno non avrà mai fine".

    Quali magnifiche promesse venute dal cielo da parte di Dio! quale oggetto più degno d'una nobile ambizione d'una figlia di Giuda, che sa di quale gloria sarà circondata la madre del Messia! Però Maria non è per niente tentata da sì grande onore. Ella ha per sempre consacrata la sua verginità al Signore, per essere più strettamente unita a lui nell'amore; la più gloriosa mèta ch'ella potrebbe raggiungere violando questo sacro voto, non riesce a smuovere la sua anima: "Come avverrà questo, ella risponde all'Angelo, se io non conosco uomo?".



    Eva.

    La prima Eva non mostra uguale calma e disinteressamento. Non appena l'angelo perverso la rassicura che può benissimo violare, senza timore di morire, il precetto del divino benefattore, e che il premio della disobbedienza consisterà nell'entrare a far parte, con la scienza, alla stessa divinità, ecco che ne rimane soggiogata. L'amore di se stessa le ha fatto in un istante dimenticare il dovere e la riconoscenza; e sarà felice di liberarsi al più presto dal duplice vincolo che le pesa.



    Maria.

    Così si mostra la donna che ci mandò alla rovina. Ma quanto differente ci appare l'altra che ci doveva salvare! La prima, crudele verso la posterità, si preoccupa unicamente di se stessa; la seconda, dimentica se stessa, riflettendo ai diritti che Dio ha su di lei. Rapito l'Angelo da tale fedeltà, finisce di svelare il disegno divino: "Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà, per questo il Santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, ed è già nel sesto mese, lei ch'era detta sterile; ché niente è impossibile presso Dio". A questo punto l'Angelo ha terminato il suo discorso ed attende in silenzio la decisione della Vergine di Nazaret.



    La disobbedienza di Eva.

    Portiamo ora lo sguardo sulla vergine dell'Eden. Appena lo spirito infernale ha finito di parlare, essa guarda con concupiscenza il frutto proibito, perché aspira all'indipendenza cui la metterà in possesso quel frutto sì piacevole. Con mano disobbediente s'avvicina a coglierlo; lo prende e lo porta avidamente alla bocca; e nel medesimo istante la morte s'impossessa di lei: morte dell'anima, per il peccato che estingue il lume della vita; morte del corpo che, separato dal principio dell'immortalità, diventa così oggetto di vergogna e di confusione, sino a che si dissolverà in polvere.



    L'obbedienza di Maria.

    Ma distogliamo lo sguardo dal triste spettacolo, e ritorniamo a Nazaret. Maria, nelle ultime parole dell'Angelo, vede manifesto il volere divino. Infatti la rassicura che, mentre le è riservata la gioia di essere la Madre di un Dio, serberà la sua verginità. Allora Maria s'inchina in una perfetta obbedienza, ed al celeste inviato risponde: "Ecco l'ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola".

    Così, l'obbedienza della seconda donna ripara la disobbedienza della prima, avendo la Vergine di Nazaret detto nient'altro che questo: avvenga dunque, FIAT che il Figlio eterno di Dio, che secondo il decreto divino aspettava la mia parola, si faccia presente, per opera dello Spirito Santo, nel mio seno, e cominci la sua vita umana. Una Vergine diventa Madre, e Madre d'un Dio; ed è l'abbandono di questa Vergine alla somma volontà che la rende feconda, per la virtù dello Spirito Santo. Mistero sublime che stabilisce relazioni di figlio e di madre tra il Verbo eterno ed una creatura, e mette in possesso dell'Onnipotente uno strumento degno di assicurargli il trionfo contro lo spirito maligno, che con la sua audacia e perfidia sembrava aver prevalso fino allora contro il piano divino!



    La sconfitta di Satana.

    Non vi fu mai sconfitta più umiliante e completa di quella di Satana in questo giorno. Il piede della donna, che gli offrì una sì facile vittoria, grava con tutto il suo peso sulla superba testa che gli schiaccia. Ed Eva in questa figlia si risolleva a schiacciare il serpente. Dio non ha preferito l'uomo per tale vendetta, perché in tal caso l'umiliazione di Satana non sarebbe stata così profonda; contro un tal nemico il Signore dirige la prima preda dell'inferno, la vittima più debole e più indifesa.

    In premio di sì glorioso trionfo, una donna d'ora innanzi regnerà, non solo sugli angeli ribelli, ma su tutto il genere umano, anzi su tutti i cori degli Spiriti celesti. Dall'eccelso suo trono, Maria Madre di Dio domina sopra l'intera creazione; negli abissi infernali, invano Satana ruggirà nella sua eterna disperazione, pensando al danno che si fece nell'attaccare per primo un essere fragile e credulo, che Dio ha bellamente vendicato; e nelle altissime sfere, i Cherubini e i Serafini alzeranno lo sguardo a Maria, in attesa d'un sorriso e per gloriarsi d'eseguire i minimi desideri della Madre di Dio e degli uomini.



    La salvezza dell' umanità.

    Pertanto, strappati al morso del maledetto serpente per l'obbedienza di Maria, noi figli di questa umanità salutiamo oggi l'aurora della nostra liberazione; e, usando le stesse parole del cantico di Debora, tipo di Maria vincitrice, che canta il proprio trionfo sui nemici del popolo santo, diciamo: "Vennero meno i forti d'Israele e stettero inermi, finché non sorse Debora, finché non sorse una madre in Israele. Il Signore ha inaugurato nuove guerre ed ha rovesciato le porte dei nemici" (Gdt 5,7-8). Prestiamo l'orecchio ad ascoltare nei passati secoli, la voce d'un'altra vittoriosa donna, Giuditta, che canta a sua volta: "Lodate il Signore Dio nostro, il quale non ha abbandonato coloro che hanno sperato in lui, e per mezzo di me sua serva ha compiuta la sua misericordia, da lui promessa alla casa di Israele, e in questa notte con la mia mano ha ucciso il nemico del suo popolo. È il Signore onnipotente che l'ha colpito dandolo in mano d'una donna che l'ha trafitto" (Gdt 13,17-18; 16,7).



    MESSA

    I canti del Sacrificio sono presi in gran parte dalla Chiesa dal Salmo 44, che celebra l'unione dello Sposo e della Sposa.



    EPISTOLA (Is 7,10-15). - In quei giorni: il Signore parlò ad Acaz, e disse: Domanda un segno al Signore Dio tuo, nel profondo dell'inferno o nell'altezza dei cieli. Ma Acaz disse: Non chiederò e non tenterò il Signore. Allora (Isaia) disse: Udite adunque, o casa di David: È forse poco per voi essere molesti agli uomini, voi che siete molesti anche al mio Dio? Per questo il Signore stesso vi darà il segno: ecco, la Vergine concepirà e partorirà un figlio, che sarà chiamato Emmanuele. Egli si ciberà di burro e di miele, affinché sappia rigettare il male e scegliere il bene.



    La pienezza dei tempi è arrivata, e l'antica tradizione radicata in tutti i popoli, che una vergine sarebbe divenuta madre, oggi, con questo mistero, ha il suo compimento. Riveriamo la potenza del Signore e la fedeltà alle sue promesse. L'autore della natura sospende e sue leggi ed agisce con suo diretto intervento:, in questa stessa creatura si uniscono la verginità e la maternità. Ma se una Vergine partorisce, non può partorire che un Dio: ed il figlio di Maria si chiamerà l'Emmanuele, cioè Dio con noi.



    Dio con noi.

    Adoriamo nel carcere della volontaria infermità l'invisibile Creatore del mondo fatto visibile, il quale vuole che d'ora innanzi ogni creatura confessi non solo la sua infinita grandezza, ma anche la vera natura umana che si degna assumere per salvarci. Cominciando da questo momento, egli ben si può dire il Figlio dell'Uomo. Per nove mesi abiterà nel seno materno, alla stregua degli altri bambini; come loro, dopo la nascita, succhierà il latte ed il miele, santificando così tutte le età dell'uomo. Egli è l'uomo nuovo venuto dal cielo per redimere l'antico. Senza nulla perdere della propria divinità, subisce tutte le condizioni del nostro essere infermo e limitato, per farci poi partecipi della sua natura divina (2Pt 1,4).



    VANGELO (Lc 1,26-38). - In quel tempo: L'Angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea detta Nazaret, ad una Vergine sposata ad un uomo della casa di David, di nome Giuseppe, e la vergine si chiamava Maria. Ed entrato da lei l'Angelo disse: Salute, o piena di grazia: il Signore è teco! Benedetta tu fra le donne! Ed essa turbata a queste parole pensava che specie di saluto fosse quello. E l'Angelo le disse: Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio: ecco, tu concepirai nel seno e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Questi sarà grande, sarà chiamato figlio dell'Altissimo; e il Signore Dio gli darà il trono di David suo padre; e regnerà in eterno sulla casa di Giacobbe; e il suo regno non avrà mai fine. Allora Maria disse all'Angelo: Come avverrà questo, se io non conosco uomo? E l'Angelo rispose: Lo Spirito Santo scenderà in te e la potenza dell'Altissimo ti adombrerà: per questo il santo che da te nascerà sarà chiamato figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anche lei un figlio nella sua vecchiaia, ed è già nel sesto mese, lei ch'era detta sterile; perché nulla è impossibile davanti a Dio. E Maria disse: Ecco l'ancella del Signore: si faccia di me secondo la tua parola.



    Azione di grazie.

    Con queste ultime parole, o Maria, fu decretata la nostra sorte. Voi accondiscendete al desiderio del Cielo: ed ecco che il vostro assenso garantisce la nostra salvezza. O Vergine! O Madre! O benedetta fra le donne, accogliete, insieme agli omaggi degli Angeli, le azioni di grazie, di tutto il genere umano. Per mezzo vostro siamo salvi dalla rovina, in voi è redenta la nostra natura, perché siete il trofeo della vittoria dell'uomo sul suo nemico.

    Rallegrati, o Adamo, nostro padre, ma sopra tutto trionfa tu, o Eva, madre nostra! voi che, genitori di tutti noi, foste anche per tutti noi autori di morte, omicidi della vostra progenie prima di diventarne padri.

    Ora consolatevi di questa nobile figlia che vi è stata data; tu specialmente, o Eva! Cessa i tuoi lamenti: da te, all'inizio, uscì il male, e da te, d'allora sino ad oggi, fu contagiato tutto il tuo sesso; ma ecco giunto il momento che l'obbrobrio scomparirà e l'uomo non avrà più ragione di piangere a causa della donna.

    Un giorno, cercando di giustificare la propria colpa, l'uomo prontamente fece cadere su di lei un'accusa crudele: La donna che mi desti per compagna mi ha dato il frutto ed io ne ho mangiato. O Eva, va' dunque a Maria; rifugiati nella tua figlia, o madre. La figlia risponderà per la madre, è lei che ne cancellerà la vergogna, lei che per la madre offrirà soddisfazione al padre; poiché, se per la donna l'uomo cadde, solo per la donna potrà rialzarsi.

    Che dicevi allora, o Adamo? La donna che mi desti per compagna mi ha dato il frutto ed io ne ho mangiato. Malvage parole, che accrescono il tuo peccato e non lo cancellano. Ma la Sapienza divina ha vinto la tua malizia, attingendo nel tesoro della sua inesauribile bontà il mezzo per procurarti il perdono che aveva cercato di meritarti nel darti l'occasione di rispondere convenientemente alla domanda che ti faceva.

    Tu avrai una donna in cambio d'una donna: una donna prudente per una donna stolta, una donna umile per una donna superba, una donna che invece di un frutto di morte ti darà l'alimento di vita, che invece di un cibo avvelenato produrrà per te il frutto dell'eterne delizie. Cambia dunque in parole riconoscenti la tua ingiusta accusa, dicendo ora: Signore, la donna che m'hai data per compagna mi ha dato il frutto dell'albero della vita, ed io ne ho mangiato; e un frutto soave alla mia bocca, perché con esso m'avete ridata la vita (san Bernardo, 2a Omelia sul Missus est).



    L'Angelus.

    Non chiuderemo questa giornata senza ricordare e raccomandare la pia e salutare istituzione che la cristianità solennizza giornalmente in ogni paese cattolico, in onore del mistero dell'Incarnazione e della divina maternità di Maria. Tre volte al giorno, al mattino, a mezzogiorno e alla sera, si ode la campana e i fedeli, all'invito di quel suono si uniscono all'Angelo Gabriele per salutare la Vergine Maria e glorificare il momento in cui lo stesso Figlio di Dio si compiacque assumere umana carne in lei.

    Dall'Incarnazione del Verbo il nome suo è echeggiato nel mondo intero. Dall'Oriente all'Occidente è grande il nome del Signore; ma è pur grande il nome di Maria sua Madre. Da qui il bisogno del ringraziamento quotidiano per il mistero dell'Annunciazione, in cui agli uomini fu dato il Figlio di Dio. Troviamo traccia di questa pratica nel XIV secolo, quando Giovanni XXII apre il tesoro delle indulgenze a favore dei fedeli che reciteranno l'Ave Maria, la sera, al suono della campana che ricorda loro la Madre di Dio.

    Nel XV secolo sant'Antonino c'informa nella sua Somma che il suono delle campane si faceva, allora, mattina e sera nella Toscana. Solo nel XVI secolo troviamo in un documento francese citato da Mabillon il suono delle campane a mezzogiorno, che si aggiunge a quello dell'aurora e del tramonto. Fu così che Leone X approvò tale devozione, nel 1513, per l'abbazia di Saint-Germain des Près, a Parigi.

    D'allora in poi l'intera cristianità la tenne in onore con tutte le sue modifiche; i Papi moltiplicarono le indulgenze; dopo quelle di Giovanni XXII e di Leone X, nel XVIII secolo furono emanate quelle di Benedetto XIII; ed ebbe tale importanza la pratica, che a Roma, durante l'anno giubilare, in cui tutte le indulgenze eccetto quelle del pellegrinaggio a Roma, rimangono sospese, stabilì che le tre salutazioni che si suonano in onore di Maria, avrebbero dovuto continuare ad invitare i fedeli a glorificare insieme il Verbo fatto carne.

    Quanto a Maria, lo Spirito Santo aveva già preannunciati i tre termini della pia pratica, esortandoci a celebrarla soave "come l'aurora" al suo sorgere, splendente "come il sole" nel suo meriggio e bella "come la luna" nel suo riflesso argenteo.



    Preghiera all'Emmanuele.

    O Emmanuele, Dio con noi, "voi voleste redimere l'uomo, e per questo veniste dal cielo ad incarnarvi nel seno d'una Vergine"; ebbene, oggi il genere umano saluta il vostro avvento. Verbo eterno del Padre, dunque a voi non bastò trarre l'uomo dal nulla con la vostra potenza; nella vostra inesauribile bontà voi volete anche raggiungerlo nell'abisso di degradazione in cui è piombato. A causa del peccato l'uomo era caduto al di sotto di se stesso; e voi, per farlo risalire ai divini destini per i quali l'avevate creato, veniste in persona a rivestire la sua sostanza per elevarlo fino a voi.

    Nella vostra persona, oggi ed in eterno, Dio si fece uomo, e l'uomo divenne Dio. Per adempiere le promesse della Cantica, voi vi uniste all'umana natura, e celebraste le vostre nozze nel seno verginale della figlia di David. O annichilamento incomprensibile! o gloria inenarrabile! Il Figlio di Dio s'è annientato, e il figlio dell'uomo glorificato. A tal punto ci avete amato, o Verbo divino, ed il vostro amore ha trionfato della nostra miseria.

    Lasciaste gli angeli ribelli nell'abisso scavato dalla loro superbia, e nella vostra pietà vi fermaste in mezzo a noi. E non con un solo sguardo misericordioso voi ci salvaste, ma venendo su questa terra di peccato a prendere la forma di schiavo (Fil 2,7), e cominciando una vita di umiliazioni e di dolori. O Verbo incarnato, che venite per salvarci e non per giudicarci (Gv 12,47), noi vi adoriamo, vi ingraziamo, vi amiamo: fateci degni di tutto ciò che il vostro amore vi mosse a fare per noi.



    A Maria.

    Vi salutiamo, o Maria, piena di grazia, in questo giorno in cui vi allietate dell'onore che vi fu attribuito. L'incomparabile vostra purezza, attirò gli sguardi del sommo Creatore di tutte le cose, e la vostra umiltà lo fece venire nel vostro seno; la sua presenza accresce la santità della vostra anima e la purità del vostro corpo. Con quali delizie sentite il Figlio di Dio vivere della vostra vita e prendere dalla vostra sostanza il nuovo essere cui si unisce per nostro amore! Ecco, è già stretto fra voi e lui il legame noto soltanto a voi: è il vostro Creatore, e voi ne siete la madre; è il vostro Figlio, e voi siete una sua creatura.

    Davanti a lui si piega ogni ginocchio, o Maria! perché è Dio del cielo e della terra; ma pure ogni creatura s'inchina davanti a voi, perché lo portaste nel vostro seno e lo allattaste; sola fra tutti gli esseri, voi potete chiamarlo, come il Padre celeste: "Mio figlio!". O donna incomparabile, voi siete lo sforzo supremo della potenza divina: accogliete dunque l'umile sottomissione del genere umano, che si gloria di voi più che gli stessi Angeli, perché avete il suo stesso sangue e la medesima natura.

    O novella Eva, figlia dell'antica, senza peccato! per la vostra obbedienza ai divini decreti salvaste la vostra madre e tutta la sua figliolanza, ridando l'innocenza perduta al padre vostro ed all'intera sua famiglia. Il Signore che portate ci assicura tutti questi beni, ed è per voi che noi lo possiamo avere; senza di lui noi rimarremmo nella morte, e senza di voi egli non potrebbe riscattarci, perché in voi attinge il sangue prezioso che ne sarà il pegno. La sua potenza protesse la vostra purezza nell'istante dell'Immacolata concezione, nella quale si formò il sangue di un Dio per la perfetta unione fra la natura divina con quella umana.

    Oggi, o Maria, si compie la divina profezia dopo l'errore: "Porrò inimicizia fra la donna e il serpente". Finora gli uomini temevano il demonio e, nel loro traviamento, erigevano ovunque altari in suo onore. Ma oggi il vostro terribile braccio abbatte il suo nemico. Voi l'avete battuto per sempre con l'umiltà, la castità e l'obbedienza; e non potrà più sedurre le nazioni. Per voi, o nostra liberatrice, siamo stati strappati al suo potere, in preda al quale potremmo ancora essere gettati solo dalla nostra perversità e ingratitudine. Non lo permettete, o Maria! aiutateci! E se, in questi giorni di emendazione, proni ai vostri piedi, riconosciamo che purtroppo abusammo della grazia celeste, di cui voi diveniste il canale nella festa della vostra Annunciazione, fateci rivivere, o Madre dei viventi, per la vostra potente intercessione al trono di colui che oggi diventa vostro figlio in eterno.

    O Figlia degli uomini, o nostra cara sorella, per la salutazione dell'Arcangelo, per il vostro verginale turbamento, per la fedeltà al Signore, per la prudente umiltà, per il vostro consenso liberatore, vi supplichiamo, convertite i nostri cuori, fateci sinceramente penitenti preparateci ai grandi misteri che stiamo per celebrare. Oh, quanto saranno dolorosi per voi, o Maria! come sarà breve il passaggio dalle gioie dell'Annunciazione alle tristezze della Passione! Ma voi volete far rallegrare l'anima nostra pensando alla felicità del vostro cuore, quando, lo Spirito divino vi coprì con le sue ali ed il Figlio di Dio fu anche vostro figlio. Perciò, restiamo tutto il giorno vicino a voi, nell'umile casa di Nazaret. Fra nove mesi Betlemme ci vedrà prostrati, coi pastori ed i Magi, ai piedi di Gesù Bambino che nascerà per gioia vostra e per la nostra salvezza; allora, noi ripeteremo insieme agli Angeli: "Gloria a Dio nell'alto dei cieli, e sulla terra pace agli uomini di buona volontà!".



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 876-887

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    5 APRILE 2016: SAN VINCENZO FERRERI, CONFESSORE

    L'Apostolo del Giudizio.

    È ancora la Spagna che oggi offre alla Chiesa uno dei suoi figli da proporre all'ammirazione dei cristiani. Vincenzo Ferreri, l'Angelo del giudizio, annuncia imminente l'avvento del supremo Giudice dei vivi e dei morti. Un tempo egli solcò tutta quanta l'Europa con le sue corse evangeliche, ed i popoli, inteneriti dalla sua eloquenza, si percuotevano il petto, gridando pietà e convertendosi al Signore. Oggi il pensiero dell'assise che Gesù Cristo presiederà sulle nubi del cielo non commuove più i cristiani alla stessa maniera. Essi credono al giudizio finale, perché è un articolo di fede; ma tremano ben poco mentre attendono quel giorno. Per tanti e tanti anni peccano; poi un giorno, per una grazia particolare della bontà divina, si convertono; ma la maggior parte di questi neofiti continua a fare una vita tiepida, a pensare il meno possibile all'inferno ed alla riprovazione, ed ancor meno al giudizio col quale Dio porrà fine a questo mondo.



    La vera e falsa sicurezza.

    Ma non così nei secoli cristiani e nelle anime convertite sinceramente. In esse l'amore domina il timore; ma il timore del giudizio di Dio è sempre vivo nella loro mente, e con tale disposizione restano sempre saldi nel bene che hanno riconquistato. Ma oggi tanti cristiani pensano ben poco alla loro situazione nel giorno in cui sfolgorerà in cielo il segno del Figlio dell'uomo, Gesù, quando non più Redentore ma Giudice verrà a separare i capri dalle pecore; ogni anno, per costoro, la Quaresima non è che una nuova occasione per dimostrare la loro codardia e indifferenza. A vederli così sicuri si direbbe ch'essi hanno avuto la certezza che in quel momento sì terribile saranno immuni dal provare il minimo turbamento o disinganno.



    Preparazione prudente.

    Siamo più prudenti, guardiamoci dalle illusioni della superbia e dell'apatia, e, con una sincera penitenza, garantiamoci di guardare con umile confidenza a quell'ora tremenda, che fece tremare tutti i santi. Qual gioia sarà allora sentire dalla bocca del nostro Giudice: "Venite, o benedetti dal Padre mio, a possedere il regno per voi preparato sin dalla fondazione del mondo" (Mt 25,34).

    Vincenzo Ferreri sacrificò la quiete della cella per andare a destare intere nazioni che dormivano nell'oblio del gran giorno di giustizia. Noi, è vero, non ne abbiamo sentita la voce; ma non possediamo i santi Vangeli? Non abbiamo la Chiesa che, fin dal primo giorno di Quaresima, ci ha fatto leggere gli oracoli che Vincenzo Ferreri ricordava ai cristiani del suo tempo? Non pertanto, prepariamoci a comparire davanti a colui che ci chiederà conto delle grazie che ci prodiga; approfittando di tutti gli aiuti che ci offre la santa Quarantena, ci prepareremo un favorevole giudizio.



    VITA. - Vincenzo nacque a Valencia. Diciottenne, entrò nell'Ordine dei Frati Predicatori. Con la predicazione e lo zelo convertì molti Ebrei e Saraceni, confermò nella fede molte nazioni e lavorò con successo alla cessazione del grande Scisma d'Occidente. Di una austerità straordinaria, diede anche l'esempio d'ogni virtù ed operò molti miracoli. Vinto dalle fatiche e dalla vecchiaia, morì a Vannes nel 1419 e fu canonizzato dal Papa Callisto III.



    Il timore del Giudizio.

    Com'era eloquente la tua voce, o Vincenzo, quando venne a svegliare dal sonno gli uomini incutendo il timore del giudizio! I nostri padri l'udirono, tornarono a Dio e Dio li perdonò. Anche noi stavamo addormentati, allorché la Chiesa, all'aprirsi della Quaresima, venne a scuoterei dal sonno imprimendoci sulla rea fronte la cenere ricordandoci l'irrevocabile sentenza di morte che Dio sanzionò contro di noi. Quando morremo, un giudizio particolare deciderà la nostra sorte per tutta l'eternità. Poi, nell'ora fissata dai divini decreti, risusciteremo, per assistere all'ultimo più solenne giudizio. La nostra coscienza sarà messa a nudo in faccia a tutto il genere umano; saranno pesate in pubblico tutte le nostre opere buone, e cattive; fatto ciò, ci sarà confermata la sentenza meritata. Peccatori quali siamo, come potremo sostenere lo sguardo del Redentore, divenuto in quel momento Giudice incorruttibile? come sosterremo anche la vista dei nostri simili, che affonderanno il loro occhio in tutte le iniquità della nostra vita? Ma, quel che più importa, a quale delle due sentenze che gli uomini sentiranno tuonare, noi avremo diritto? Se il giudice l dovesse proferire in questo momento, a qual parte ci destinerebbe, a destra o a sinistra? fra i benedetti dal Padre suo o fra i maledetti?



    Preghiera.

    I nostri avi rimasero turbati, quando tu, o Vincenzo, facesti loro simili interrogativi; fecero sincera penitenza dei peccati, e, ricevuto il perdono dal Signore, deposero le inquietudini e si abbandonarono alla speranza ed alla fiducia. O angelo del giudizio di Dio, ti preghiamo, affinché anche noi siamo presi da un timore salutare. Fra breve, vedremo coi nostri occhi il Redentore salire il Calvario, curvo sotto il peso della Croce, e lo sentiremo dire alle figlie di Gerusalemme: "Non piangete su di me, ma su voi stesse e i figli vostri..., perché se si tratta così il legno verde, che sarà del secco?" (Lc 23,29-31). Aiutaci a trarre profitto da questo avvertimento. I nostri peccati ci avevano ridotti come questo legno di morte, che ad altro non serve che per essere gettato nel fuoco delle divine vendette; con la tua intercessione, inserisci di nuovo nel tronco questi rami tagliati, affinché riprendano vita e la linfa vitale torni a fluire in essi. Amico delle anime, noi mettiamo nelle tue mani l'intera opera di riconciliazione con Dio.

    Prega anche per la Spagna, che ti diede i natali, e dove attingesti la fede, la professione religiosa ed il sacerdozio. E ricordati anche della Francia, tua seconda patria, che evangelizzasti con tante fatiche e tanto successo. Non dimenticare la Bretagna, che custodisce religiosamente le tue sacre spoglie. Fosti il nostro Apostolo in tempi calamitosi; ma quelli che attraversiamo non sono meno tempestosi: dal cielo, degnati di essere sempre il nostro fedele protettore.



    da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 899-901

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    6 aprile 2016: Mercoledì della seconda settimana dopo Pasqua

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    7 aprile 2016: Giovedì della seconda settimana dopo Pasqua

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    8 aprile 2016: Venerdì della seconda settimana dopo Pasqua

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