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Discussione: Analisi politiche sui rossobruni

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    Predefinito Analisi politiche sui rossobruni

    L'estate del rossobruno

    L?estate del rosso-bruno «

    Da qualche settimana il termine “rossobruno” vive una seconda giovinezza. Poche discussioni politiche possono svolgersi senza che venga tirato fuori il decisivo epiteto, utile come battuta o come scomunica a seconda dei casi. Il più delle volte, però, questo termine viene citato a sproposito, non contestualizzato o non completamente inteso. Ogni tanto diviene, semplicisticamente, sinonimo di fascista, dunque vengono identificati i rossobruni con “quelli di casapound” (o cose simili). Altre volte viene usato al posto di nazista, determinato non da una particolare presa di coscienza, quanto dall’assonanza alle famigerate “camicie brune” naziste, le SA. A volte, ci è anche capitato di udire discussioni in cui rossobruno veniva utilizzato, a cuor leggero, come offesa ai “compagni che sbagliavano”, quei compagni che magari assumevano posizioni vicine alla destra neofascista.
    Grande è la confusione sotto il cielo del rossobrunismo, dunque, ma la situazione non è per niente eccellente. Analisi e categorie che davamo per scontate rientrano dalla finestra meno comprese di prima. E dire che tanti, fra i compagni, nel corso degli anni si erano prodigati a spiegare il fenomeno, a tenerlo d’occhio e, a volte, a smascherarlo (un esempio fra i molti). Si perché una delle caratteristiche del rossobrunismo è quella di mimetizzarsi talmente bene da passare inosservato persino ai compagni più attenti. Fra nazi-maoismo e comunitarismo Rossobruno è un termine relativamente recente, che va a identificare quelle aree politiche che una volta si sarebbero definite, più sinteticamente e più efficacemente, nazi-maoiste. Nel corso degli anni, soprattutto nei primi anni novanta, il nazimaoismo mandato in pensione dalla fine delle ideologie cambiava definizione ma non sostanza, identificandosi col “comunitarismo”. I rossobruni si mimetizzano molto bene, nascondendo la loro identità politica ben argomentata dietro simbologie e parole d’ordine apparentemente di sinistra. Ma una cosa principalmente caratterizza tutta l’area rossobruna: ogni fenomeno della vita collettiva viene interpretato come episodio di politica internazionale. Nel fare questo, si servono di una determinata materia scientifica, la geopolitica, strumento analitico col quale interpretano ogni fenomeno politico rilevante. Lo sviluppo sociale è determinato, secondo questa, dalla continua dialettica fra blocchi nazionali o macroregionali culturalmente omogenei e in contrapposizione, in perenne scontro fra loro per l’egemonia – o la sopravvivenza – culturale. Anche i singoli episodi della vita sociale nazionale (il termine nazionale è una costante, mentre mai o quasi mai viene citata la parola stato – se non come sinonimo di comunità nazionale) derivano le proprie cause – e la spiegazione generale – dai rapporti di forza internazionali. In questo scontro globale, il concetto di Stato diviene sinonimo di Nazione, e questo viene assimilato a quello di Popolo. Altra caratteristica peculiare del rossobrunismo è la costante rivendicazione identitaria ed etnicista. Ogni scontro statale si trasforma così in scontro fra nazioni, e cioè in scontro fra popoli. Nel fare questo, il rossobrunismo (e tanta parte della geopolitica), inventano di sana pianta territori e culture assolutamente artificiali, come ad esempio il concetto di “Eurasia”, o “Eurabia”, mitiche regioni accumunate culturalmente dall’opposizione all’egemonia statunitense. Leggiamo questa definizione di Eurasia e dei problemi ad essa sottostanti che ne fa Claudio Mutti, storico nazimaoista ora direttore della rivista omonima “Eurasia”, la “rivista di studi geopolitici”
    Il presupposto della visione eurasiatista è espresso da Mircea Eliade, quando ci ricorda che esiste una “unità fondamentale non solo dell’Europa, ma di tutta l’ecumene che si estende dal Portogallo alla Cina e dalla Scandinavia a Ceylon”. Sul piano geopolitico, a questo concetto corrisponde il progetto di un raccordo tra i “grandi spazi” in cui il continente eurasiatico si articola: quello russo, quello estremo-orientale, quello indiano, quello islamico, quello europeo. Alcuni di questi grandi spazi sono già adesso riuniti intorno ad un “polo” geopolitico (ad esempio la neonata Unione Eurasiatica), mentre altri sono ancora privi, del tutto o in parte, di unità e di sovranità politica e militare. Quest’ultimo è il caso dell’Europa, la quale, vincolata agli Stati Uniti d’America per mezzo della NATO e governata da classi politiche collaborazioniste, ha saputo esprimere soltanto una precaria unità economica e monetaria.
    Lotta fra nazioni e complottismo Quando i rossobruni parlano di scontro fra est e ovest, ad esempio di conflitto – latente o palese – fra Stati Uniti e Russia, intendono uno scontro fra il popolo russo e il popolo statunitense per l’affermazione della propria egemonia culturale (di cui le elites politiche non sono che l’espressione della volontà generale del popolo). In tutta questa retorica, scompare ogni analisi sociale e contraddizione di classe. Le società sono blocchi omogenei, con una propria cultura e una propria mentalità, da difendere, perennemente sotto attacco di un qualche nemico esterno. I problemi sociali, così come la stessa disparità sociale, sono sempre determinati da un qualche fattore esterno destabilizzante, da combattere ed eliminare per tornare ad un passato mitico di pace e prosperità. In questo senso, altra teoria forte del rossobrunismo è quella del complotto. Se lasciata libera, una nazione, cioè la sua comunità etnico-culturale, progredisce armonicamente. I fattori destabilizzanti derivano da complotti, perché non possono, costitutivamente, nascere dal seno del popolo, ma provenire unicamente dall’esterno. A questo proposito, una delle affermazioni preferite dai rossobruni è questa, di Nietzsche:
    L’Europa, una volontà unica, formidabile, capace di perseguire uno scopo per migliaia di anni
    Come abbiamo detto, scompare ogni forma di analisi di classe e di eterogeneità sociale. La società è un blocco unico omogeneo, diversificata al suo interno per propria e autonoma scelta organizzativa dettata dall’articolazione delle competenze. Il nemico può essere anche all’interno del corpo sociale, ma solo in quanto “venduto” a interessi esterni, internazionali. A questo proposito, riportiamo gli obiettivi che dovrebbero caratterizzare la battaglia del popolo russo contro quello americano: qui La Russia, Una, Indivisibile e Ortodossa. Come vediamo, scompare ogni dinamica di classe. La Russia, così come ogni altro paese, non è uno Stato con le sue proprie distinzioni sociali. Non ci sono ricchi e poveri, né padroni o lavoratori, né elites sociali e cittadini comuni. Il “bene comune” è identificato con la sua unità territoriale e culturale, e la sua tradizione religiosa. Queste sovrastrutture, lungi dall’essere la stratificazione di un dominio di una classe su un’altra, sarebbero il patrimonio comune di ogni russo. La cultura *ufficiale* di un paese si confonde con la cultura dei suoi cittadini; la mentalità delle elites sociali e dei padroni viene identificata con quella dei lavoratori. La lotta di classe, concetto novecentesco, è sopravanzata da rapporti di forza internazionali che la attraversano in ogni momento e ne prendono il sopravvento, rendendola un concetto obsoleto. I rossobruni e l’anticapitalismo
    A questo punto, saremmo portati a credere che tali personaggi siano facilmente identificabili e smascherabili. Se non fosse che, insieme a questa di visione del mondo, tali discorsi sono venati da una profonda retorica anticapitalista (ad esempio) . Bisognerebbe però indagare bene su questo loro presunto anticapitalismo. Anzitutto, la loro avversità al capitalismo sembrerebbe avere come obiettivo unicamente il capitalismo statunitense, visto che, al contrario, i capitalismi di tutti gli altri paesi, formalmente nemici degli interessi americani, vengono invece difesi ed esaltati come modelli di sviluppo sovrano da difendere. Dunque, ad esempio, la Russia Indivisibile e Ortodossa non viene accusata di essere uno stato capitalista, mentre questa sarebbe la peggiore accusa al modello americano. In secondo luogo (ma in realtà presupposto fondamentale), il capitalismo è identificato con la finanziarizzazione economica, e le problematiche geopolitiche sostanzialmente generate da fattori che turbano lo sviluppo economico “naturale” (a seconda dei casi: le banche, gli ebrei, il fenomeno migratorio, il signoraggio, ecc..). Insomma, quando parlano di “capitalismo” non intendono quello che intendiamo noi, ma una serie di non meglio precisate degenerazioni dello stesso che altererebbero il sistema. Sviscerando alla radice tale retorica, il loro anticapitalismo non risulterebbe altro che un più modesto anti-liberismo. Infatti, coerentemente con la propria visione del mondo, i rossobruni sono si sinceramente anti-liberisti, ma in chiave autarchica e corporativa. Il mercato dev’essere libero, ma coordinato dal potere politico statale, che deciderebbe in base al presunto bene comune della nazione. Anche il loro supposto “socialismo nazionale” si risolve in nient’altro che in un mero capitalismo corporativo, forse anti-liberista ma non per questo più edificante. Esattamente il modello della Germania nazista degli anni trenta. I rossobruni e la sinistra anticapitalista Sulla loro posizione anticapitalista nascono la maggior parte degli equivoci. Infatti, nella loro posizione concettuale contro gli Stati Uniti, aggregano al carrozzone rossobruno ogni Stato o movimento internazionale si opponga agli USA. Dunque vanno bene tutti, da Ahmadinejad a Chávez (e anche qui, ma ci vuole fegato) , da Cuba alla Russia. Le contraddizioni evidenti con il pensiero della sinistra anticapitalista sono ovvie, ma non per questo immediatamente evidenti. Per la sinistra anticapitalista esiste processo economico di accumulazione e accentramento del capitale, che tenta storicamente di liberarsi dalle maglie della mediazione politica (frutto dei rapporti di classe esistenti) per gestire autonomamente e senza condizioni lo sviluppo produttivo (quello che, sinteticamente, una quindicina d’anni fa, iniziavamo a chiamare globalizzazione). Sommato a questo processo economico, ce ne è uno più politico, o di politica economica, che una volta veniva definito imperialismo, e cioè il tentativo del capitale (e dei suoi referenti politici) di espandersi controllando porzioni di territorio strategiche per il suo sviluppo. Nel fare questo, interveniva direttamente (politicamente) o indirettamente (economicamente) nelle questioni politiche di altri stati indipendenti, promuovendo guerre, destabilizzazioni, colpi di stato, ecc… Fatta questa premessa, dunque, mentre noi consideriamo (ad esempio) l’Iran evidentemente un obiettivo dell’imperialismo americano-europeo, visto che controlla determinanti giacimenti petroliferi, nonché politicamente un elemento “riottoso” rispetto alla pax regionale che vorrebbero imporre Israele e l’Arabia Saudita, per i rossobruni l’Iran è un modello di sviluppo possibile – anzi invidiabile – basato sulla fede e l’etnicità, sull’identità forte e sul controllo etico del libero mercato. Per noi, invece, affermare che Ahmadinejad è oggettivamente un elemento di disturbo per l’imperialismo statunitense non ci porta però a nascondere la realtà dei fatti iraniana, che è una realtà capitalista e teocratica, e come tale da combattere. Solo che la via d’uscita iraniana non può in alcun modo convergere verso un’ipotesi liberale, perché questo trasformerebbe l’Iran in una specie di Arabia Saudita, cioè un paese con lo stesso modello di sviluppo (capitalista), lo stesso livello di sviluppo dei diritti umani, con uno stato sociale più ridotto e asservito agli interessi statunitensi, e dunque non più un “problema” ma l’ennesimo stato-servo di interessi “altri”. Insomma, il cambiamento – necessario – in Iran (come in ogni altro paese opposto agli interessi americani), deve venire dalla lotta di classe (declinata in varie forme) e dall’autodeterminazione del proprio popolo, e non dalla longa manus statunitense. Stesso discorso vale per la Russia odierna, la Siria, e per ogni altro stato che viene attaccato direttamente e indirettamente dall’imperialismo statunitense. Chiarita questa differenza, possiamo concludere con una nota storica. I nazi-maoisti, o comunitaristi, oggi rossobruni, esistono più o meno da cinquant’anni, non sono certo una scoperta recente. Fino a quando però era presente il problema politico dell’Unione Sovietica, del socialismo reale e politicamente possibile, questi erano chiaramente nel campo nemico, capitalista e anti-comunista, e questo li rendeva immediatamente identificabili dai compagni. Oggi, scomparso il problema politico del socialismo, questi si sono confusi con la retorica anti-globalizzazione. Hanno iniziato ad usare linguaggi a noi affini, e dotarsi di una simbologia para-socialista che li rende facilmente fraintendibili. Rimangono in ogni caso pochi. L’utilizzo efficace della rete ha ingigantito un problema che è difficilmente riscontrabile nella vita reale. Infatti, tali formazioni, oltre che essere assolutamente elitarie – proprio per la loro natura “accademica”, nella stragrande maggioranza dei casi non esistono se non virtualmente. Le iniziative che raramente producono, vedono la presenza di poche unità di persone, il più delle volte parenti degli stessi organizzatori. Altre volte, invece, qualche esponente della sinistra – più o meno radicale – ci casca, e avalla operazioni politiche o culturali che invece dovremmo combattere, esattamente come combattiamo il neofascismo. Presenziando a tali iniziative, si sdogana un mondo effimero e ristretto, ma che potrebbe divenire importante se venisse legittimato quale interlocutore politico credibile. La caduta storica dell’ipotesi politica socialista ha portato a sinistra molti “intellettuali” che una volta sarebbero stati a destra o “democratici”. Questa congrega, oggi saldamente nel campo della sinistra, cede alle sirene geopolitiche del rossobrunismo proprio perchè, non essendo mai stati comunisti, non fanno dell’antifascismo uno dei valori fondanti del proprio essere politico. Evitiamo di fare i nomi perchè altre volte si sono dimostrati interessanti pensatori, ma ribadiamo il concetto: nessuna legittimazione ci può essere verso chi sfrutta l’armamentario simbolico della sinistra per affermare idee aberranti.
    Noi vogliamo distruggere...e COMBATTERE CONTRO IL MORALISMO, IL FEMMINISMO e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria. Filippo Tommaso Marinetti
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    Predefinito Re: Analisi politiche sui rossobruni

    "Comunitarismo" neofascista

    rossobruni | Umanità Nova

    Vi sono parole che, più di altre, si caricano di ambiguità e contraddizioni di un’epoca, fungendo da attrattori e dissimulatori, meccanismi scatenanti e dispositivi di camuffamento ideologico.
    Tra queste, una parola, apparentemente innocua, di cui si fa da qualche decennio largo uso, sia negli ambienti accademici, sia nei siti web e nei social network: “comunitarismo”.
    Nelle università, essa viene utilizzata, prevalentemente per indicare una corrente neoconservatrice del pensiero americano, sorta all’inizio degli anni Ottanta, orientata ad una critica del liberalismo di stampo anti-universalista, tradizionalista e regionalista.
    In ambito europeo, e sul terreno strettamente politico, però, il termine ha radici più remote essendo divenuto, dalla seconda metà del Novecento, vessillo, non di formazioni politiche genericamente conservatrici, ma di gruppi fondati da esponenti dell’estrema destra armata europea, coinvolti nelle più efferate stragi compiute tra gli anni Sessanta e Ottanta.
    Nata da una rielaborazione delle mitologie nazional-popolari del primo fascismo e del primo nazismo, quest’area, che alcuni definiscono “rosso-bruna”, ha poi conosciuto, nello scenario seguito al crollo dell’URSS, molteplici riassestamenti identitari.
    Essa si distingue dal comunitarismo americano, innanzitutto, perché, invece di rifarsi al regionalismo e al modello delle piccole patrie, propone un’estensione del concetto autoritario di comunità, dalla dimensione locale, o nazionale, a quella sovranazionale, prospettando l’obiettivo di un impero europeo o euroasiatico.
    Altra sua caratteristica è quella di cercare convergenze con l’islamismo radicale e con alcuni settori del movimento “anticapitalista e antimperialista” provenienti dall’estrema sinistra di ispirazione marxista o post-marxista.
    Maître à penser di questo comunitarismo europeo fu il belga J. Thiriart (1922-1992). Ex volontario nelle Waffen-SS, Thiriart si impegnò, a partire dal dopoguerra, in sostegno delle politiche neo-colonialiste, fondando il Comité d’Action et Défense des Belges d’ Afrique, il Mouvement d’action civique e, nel 1962, l’organizzazione internazionale Jeaune Europe, sostenuta finanziariamente da monopoli agricoli e minerari francesi e olandesi, da speculatori tedeschi e portoghesi, e soprattutto dall’Unione Miniére du Haut Katanga, multinazionale che si oppose alla decolonizzazione del Congo belga favorendo l’uccisione di Lumumba, primo capo di governo eletto dopo l’indipendenza (1960).
    Jeaune Europe rappresentò, secondo la ricostruzione di Cernigoi, la prima “internazionale nera” del dopoguerra, e da essa prese origine il movimento politico poi denominato “comunitarismo”.

    Esso guidò il “putsch d’Algeri” (1961) e l’attentato a De Gaulle (1962) ma, soprattutto, fu responsabile di un impressionante sterminio di persone di provenienza africana: “Secondo alcune stime, tra il maggio 1961 e il settembre 1962, furono almeno 2.700 le persone uccise dall’OAS, di cui circa 2.400 algerini”.
    Thiriart anticipò l’uso di parole-slogan, divenute poi di gran moda, come “mondialismo” e “comunitarismo” e, nel 1965, entrò nell’agone elettorale fondando il Parti Communautaire Européen. Concependo il “comunitarismo” come “superamento in avanti del nazismo e del comunismo”, in direzione di un “socialismo nazional-europeo”, pensò inizialmente ad un’Europa imperiale contrapposta al blocco atlantico e a quello sovietico. Successivamente, lanciò, invece, il progetto di un’“Eurasia” imperiale, estesa dall’Atlantico agli Urali, alleata con le grandi potenze orientali e i paesi islamici in funzione antistatunitense e antiebraica. Progetto che tornò alla ribalta, nel 1984, dopo l’incontro con L. Michel che condusse alla fondazione del Parti Communautaire National-Européen, tuttora attivo in Belgio e Francia.
    Gli sviluppi del comunitarismo euronazionalista si sono andati, invece, intrecciando, in Russia, con quelli del nuovo espansionismo putiniano. Specchio di questa parabola sono le metamorfosi del Movimento Internazionale Eurasiatista, nato durante la crisi dell’URSS su posizioni filomonarchiche, passato dopo il crollo del regime ad una rivalutazione della tradizione nazional-bolscevica, giunto, infine, nel nuovo millennio, a sposare le mire neoimperiali di Putin. Leader di questo movimento è A. Dughin, già traduttore di Evola, secondo il quale “bisogna opporre all’americanismo la dottrina euroasiatica, l’idea del Grande Impero Euroasiatico, quello della Tradizione e della sacralità gerarchica, armonica, organica, l’Impero delle grandi razze euroasiatiche, radicate nel suolo di questo continente attraverso legami naturali e diretti”.Fin dalle sue origini, questa organizzazione ha intrecciato rapporti con le destre neofasciste europee, creando una rete di gruppi che si riconoscono, pur tra mille distinguo, nell’ideologia euroasiatista.
    Un altro terreno di coltura di questa corrente è stata, ed è, l’Italia. Le prime adesioni internazionali alla Jeune Europe di Thiriart vennero proprio da fascisti italiani come U. Gaudenzi, C. Orsi, C. Mutti, M. Borghezio e, a partire dagli anni Ottanta, alcuni protagonisti e fiancheggiatori dello stragismo nero si ritrovarono al centro di reti e circoli inneggianti al “comunitarismo”, alla convergenza tra opposti antagonismi, al superamento della contrapposizione destra-sinistra, e ad un “nuovo socialismo”. Tra questi, C. Mutti, che Cernigoi indica come “fondatore del nazimaoismo italiano”. Laureato in Filologia ugro-finnica, traduttore di Codreanu, attualmente direttore di Eurasia e animatore delle Edizioni all’Insegna del Veltro, Mutti fu arrestato nel 1974 con l’accusa di essere, insieme a a F. Freda e M. Tuti, tra i fondatori di Ordine Nero, organizzazione responsabile, come è noto, di circa 45 attentati, tra cui la strage di Brescia e la bomba sul treno Italicus. C. Palermo ce lo presenta come figura chiave di quella “nuova destra europea” che, dalla fine degli anni Settanta, si fece promotrice di una riscoperta dell’arianesimo islamico. Al contempo, Mutti è oggi uno dei punti di riferimento di quella “Rete dei circoli comunitaristi” di cui S. Ferrari così ricostruisce la storia: “Formatasi inizialmente come corrente interna al Fronte Nazionale di Adriano Tilgher (fondato nel 1997), nel novembre del 1998 edita la rivista “Rosso è Nero”. Allontanatasi dal Fronte nell’ottobre del 1999 […] decide di prendere contatti con il Partito comunitarista nazional-europeo”, erede diretto del comunitarismo post-nazista di Thiriart. Si trasforma, a fine 1999, in sezione italiana di quest’ultimo, modificando, l’anno successivo, il nome della testata da “Rosso è Nero” in “Comunitarismo”. Nel 2001, dopo aver preso le distanze anche dal partito comunitarista, si ripropone sotto la sigla “Unione dei Comunisti Nazionalitari”, presentandosi come formazione che intende “rafforzare la comunicazione con le altre realtà della sinistra anticapitalista e antimperialista”
    Brodo di coltura di queste ideologie è un programmatico appiattimento delle differenze semantiche accumulate nei termini “socialismo” e “nazionalsocialismo”, “comunismo” e “comunitarismo”, e della storia che le ha prodotte, cui una parte dell’intellettualità italiana negli ultimi decenni si è prestata ampiamente. A partire dal 2000, in particolare, alcuni settori dell’area rosso-bruna hanno iniziato a “cercare contatti con ambienti della sinistra antimperialista ed internazionalista”e alcuni intellettuali “transfughi della sinistra”, come Costanzo Preve (1943-2013), alcune realtà associative come il Campo antiimperialista di Assisi, si son mostrati sensibili al richiamo.
    Anche se, da molti anni, pubblicava quasi esclusivamente con case editrici di estrema destra, e faceva iniziative quasi solo con personaggi di quell’area, Preve conservò fino all’ultimo il vezzo di definirsi comunista e anticapitalista: “noi facciamo quindi una netta scelta di campo in favore del comunismo inteso come critica rivoluzionaria radicale non solo ai cosiddetti «eccessi neoliberali e finanziari» del capitalismo, ma anche e soprattutto alla riproduzione capitalistica in quanto tale”. Peccato che poi presentasse il fascismo e il nazismo come fenomeni la cui “intima natura” era quella di andare “al di là della dicotomia” tra destra e sinistra, e il suo comunismo-comunitarismo come “una correzione dell’assolutizzazione unilaterale del classismo proletario” orientata verso uno “stato nazionale fondato su di una democrazia nazionalitaria”
    Verso questo obiettivo, a suo avviso, avrebbero dovuto marciare uniti tutti i movimenti non allineati all’“ordine mondiale”
    Per comprendere questo sfaccettato fenomeno, ovvero, il convergere, in Italia e altrove, di diverse aggregazioni provenienti dall’estrema destra e di alcune figure o sigle dell’estrema sinistra statalista, in una variegata mappa di aree rosso-brune, contraddistinte da slogan come il superamento dell’opposizione destra-sinistra, l’appello ad una convergenza delle forze antimperialiste, l’antiamericanismo e l’antisemitismo mascherato da antisionismo, è necessario, credo, guardare, in primo luogo, ai mutamenti degli scenari internazionali avvenuti negli ultimi due decenni. Primi fra questi, la crisi delle forme tradizionali di sovranità nazionale, indotta dalle dimensioni che la globalizzazione capitalistica sta assumendo, e le ricadute di tale crisi sugli equilibri internazionali e interni.
    Le diverse forme del neocomunitarismo europeo appaiono, in quest’ottica, variegate tipologie di risposta fobico-nostalgica alle trasformazioni che hanno indotto un sempre più consistente trasferimento dei poteri decisionali dagli Stati nazionali ad organismi internazionali, espressione dei grandi blocchi del potere economico e finanziario, un progressivo impoverimento delle classi lavoratrici e delle piccole e medie borghesie nazionali, uno smantellamento del sistema di ‘tutele’ sociali cui l’Occidente era abituato.
    Risposte che si declinano principalmente secondo tre versanti:
    Un comunitarismo nazionalista che alla crisi della sovranità statuale risponde rilanciando il progetto di un ruolo primario dello Stato nazionale nella programmazione economica e sociale, ispirandosi a modelli che vanno dal fascismo al socialismo di stato.
    Un comunitarismo regionalista, che tenta di ricreare, a livello “etnico”, i connotati di una comunità gerarchica, omologante, chiusa all’immigrazione e al dissenso, tradizionalmente tipica del nazionalismo e dell’”organicismo” di radice prefascista e fascista.
    Un comunitarismo euroasiatista, post-nazista, neo-imperialista, che auspica la creazione di un’asse antiamericano e antiebraico tra Europa continentale, Russia, paesi islamici, India, Cina, e chi più ne ha più metta.
    Marco Celentano
    A. DUGHIN, L’Isola del tramonto, in “La Nazione Eurasia”, 5, 2004, p. 5; cfr. anche P. STARA, La comunità escludente, Zero in Condotta, Reggio Emilia, 2007, pp. 32-38. C. CERNIGOI, La strategia dei camaleonti: comunitarismo e nazimaoismo, in “La Nuova Alabarda”, 2003: http://www.nuovaalabarda.org/dossier.. Strettamente legata a Jeaune Europe fu l’Organisation dell’ Armée Secrète, gruppo paramilitare nato a Madrid nel 1961, considerato “la più importante formazione terroristica che la Francia abbia mai conosciuto”
    S. FERRARI, Le nuove camicie brune, BFS Edizioni, Città di Castello 2009, p. 52 S. FERRARI , Da Salò ad Arcore. La mappa della destra eversiva, Nuova Iniziativa Editoriale, Roma, 2006, p. 134. C. PREVE, La Scuola di Marx. Il problema dei rapporti fra Comunismo e Comunitarismo, 2011; Comunismo e Comunità » Laboratorio per una teoria anticapitalistica.
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    Predefinito Re: Analisi politiche sui rossobruni

    I rosso-bruni: vesti nuove per una vecchia storia

    Pubblicato il 21 luglio 2010 · in Controinformazione ·

    di Valerio Evangelisti
    [Questo breve articolo di tono divulgativo, apparso sul numero di giugno della rivista Su la testa, legata al PRC, non doveva apparire su Carmilla. Esistono in rete inchieste sullo stesso tema molto più accurate, di cui fornirò i riferimenti. Se mi risolvo a pubblicarlo qui è perché, a scoppio ritardato, ha causato nei diretti interessati reazioni scomposte, ai limiti dell’isteria. In particolare, ciò è avvenuto per le tre righe piuttosto neutre consacrate a Costanzo Preve, elencato tra i marxisti sedotti dall’ipotesi rosso-bruna. In appendice, fornirò qualche indicazione bio-bibliografica sui curiosi difensori che, per l’occasione, l’illustre “filosofo marxista” ha trovato. Naturalmente, a tutti è lecito cambiare idea, ma se la schiera dei “versipelle” è troppo folta dà adito a sospetti.]
    L’ultimo, sconcertante prodotto della strana famiglia che sto per descrivere ha per nome “autonomi nazionalisti”. Si tratta in effetti di giovani neonazisti che fanno propri alcuni simboli esteriori non tanto dell’autonomia, quanto dell’anarchismo più radicale.

    Vestono le tutine nere dei “Black Bloc”, si fregiano della A cerchiata. Di recente hanno occupato una casa rurale abbandonata nei pressi di Pavia, con l’intento di farne un centro sociale. Inalberano l’insegna del movimento internazionale “Antifa Aktion”, rappresentata da una bandiera rossa giustapposta a una nera, se i militanti sono in prevalenza marxisti, o una nera su una rossa, se prevalgono gli anarchici. L’emblema vuole comunque indicare l’unità di anarchici e marxisti contro il fascismo.
    Non è così per gli “autonomi nazionalisti”. Nella loro versione, la bandiera nera copre la rossa, ma la scritta attorno è “Anti-Antifa Aktion”. Il nemico è dunque l’antifascismo militante.
    Si tratta, in Italia, di un pugno di giovanotti, per di più invisi a Casa Pound, che li ha trattati a male parole. In realtà il piccolo movimento è nato in Germania, dove, visto il successo degli “Antifa”, alcuni militanti di estrema destra hanno pensato che fosse solo questione di look; poi il nucleo iniziale si è ramificato, raggiungendo persino l’Australia. Prassi di questi gruppi? Infiltrarsi nelle manifestazioni degli Antifa e causare il maggior numero possibile di danni insensati, con obiettivi certamente diversi da quelli dei Black Bloc propriamente detti.
    Restano comunque un’esigua minoranza, come gli “anarchici nazionalisti” che li avevano preceduti. Ben diverso — anche se numericamente ancora marginale — il peso esercitato dalla tendenza fascista detta “rosso-nera”, o “comunitarista”, o “nazional-bolscevica”, o “socialista nazionale”. In Italia è una lunatic fringe, eppure può contare su un quotidiano, qualche rivista, diverse case editrici e molti siti web, che alcuni, in buona fede, credono di estrema sinistra. Il fatto è che questo filone ha una sua storia e, qui e là per l’Europa, persino un suo radicamento.
    Un recente numero del Bollettino Aurora di Alex Lattanzio — pubblicazione “rosso-bruna” in rete molto ben dissimulata, tanto che prende nome dal famoso incrociatore che appoggiò gli insorti della Rivoluzione d’Ottobre — rievocava i “padri nobili” in quei comunisti nazionalisti che negli anni ’20, in Germania, ebbero un qualche seguito, fino a venire cancellati dai nazisti hitleriani. In realtà, l’origine della corrente è più recente. Il fondatore autentico è il belga Jean-François Thiriart (1922-1992), ex combattente delle SS valloni, collaborazionista in nome di gruppuscoli provenienti dall’estrema sinistra approdati al sostegno al Terzo Reich. Nel dopoguerra, Thiriart pagò le sue scelte con alcuni anni di carcere. Tornato in libertà, fondò alla fine degli anni ’50 il movimento Jeune Europe (avente per simbolo la croce celtica, poi divenuta di uso comune a destra), che si opponeva alla decolonizzazione del Congo belga, dell’Algeria e degli altri possedimenti europei in Africa. In Italia, Jeune Europe ebbe quale primo referente Ordine Nuovo, mentre all’interno dell’OAS (Organisation Armée Sécrète) franco-algerina, trovò un discepolo brillante e intelligente in Jacques Susini, l’ideologo del gruppo terroristico.
    Lentamente, tuttavia, le idee di Thiriart, inizialmente tanto antiamericane quanto antisovietiche e centrate sulla nozione di Europa quale culla della civiltà, mutarono. Cominciò a leggere l’URSS quale baluardo nazionalista, specialmente nella figura di Stalin, e a considerare con simpatia la Cina. Formulò la nozione di “Eurasia”, entità politica e culturale in fieri capace di dare scacco all’imperialismo americano, ormai quasi il solo nemico (con la sua appendice ebraica, Israele). Accantonò il filocolonialismo per appoggiare i movimenti di resistenza dell’America Latina e del Medio Oriente.
    In Italia i referenti cambiarono. Per i dettagli rimando a un saggio di Claudia Cernigoi, La strategia dei camaleonti: comunitarismo e nazimaoismo, apparso nel 2003 sulla rivista triestina La Nuova Alabarda e facilmente reperibile sul web. Vi si trova anche un dizionario con i nomi più significativi, sempre ricorrenti. Riassumendo almeno tre decenni, chi traspose in Italia le nuove idee di Thiriart fu in primo luogo “Lotta di popolo”, il più noto gruppo detto nazi-maoista. Seguirono “Lotta Studentesca”, in parte “Terza Posizione”, la rivista “Orion” di Milano (facente capo alle edizioni Barbarossa e alla Libreria del Fantastico di viale Plinio), fino all’ala estrema e armata, i NAR di Giusva Fioravanti. Più raggruppamenti minori, misticheggianti o aventi radicamento locale, in forma di circoli e associazioni culturali.
    Più interessante vedere gli sviluppi attuali. Non senza avere notato che quella componente, sicuramente minoritaria, del fascismo “di sinistra”, ha comunque contagiato l’intero arco della destra extraparlamentare, o parzialmente extraparlamentare in quanto associata elettoralmente ai partiti del centrodestra. Se ne trovano tracce in Fiamma Tricolore, in Forza Nuova, in Casa Pound-Blocco Studentesco (l’espressione più “moderna” e originale) e in molte formazioni assenti dalla scena nazionale.
    Una rassegna dei gruppi e dei siti che sto per citare è compresa in un saggio, L’arcipelago della destra radicale, presente nel sito web L’Avamposto degli Incompatibili (ora qui). Quello che tento ora è un rapido aggiornamento.
    Anzitutto è d’obbligo il rimando a una delle maggiori formazioni che agiscono a livello europeo, a dimostrazione che siamo di fronte a una piccola Internazionale. Si tratta del Partito Comunitario Nazional-Europeo, i più diretti eredi di Jean-François Thiriart. Quando si accede in rete al loro sito, si è accolti dall’inno sovietico. Si passa poi a una pagina fitta di ritratti di Stalin e Che Guevara. Il partito sembra avere molte filiazioni soprattutto nell’Est europeo, e, quanto all’Europa occidentale, in Francia. Qui pubblica un periodico, Les Causes du Peuple. Fa il verso a La Cause du Peuple, il noto settimanale maoista francese diretto, negli anni successivi al ’68, da Jean-Paul Sartre. Per comprendere l’ispirazione autentica basta esaminare il dossier dedicato a Thiriart, in termini osannanti.
    Il PCN non sembra avere relazioni dirette con il russo Partito Nazional-Bolscevico fondato dal poeta e scrittore Eduard Limonov (eccellente, va detto, in entrambe le sue espressioni artistiche). Questo è un partito slavofilo, aggressivo, trasgressivo, che di comunista non ha molto, a parte il solito richiamo alla grandezza di Stalin. Raccoglie giovanissimi sotto bandiere curiose: falce e martello in un cerchio rosso (o nero) che ricorda le insegne naziste, o, addirittura, l’immagine di Jean Marais con maschera verde nel film “Fantomas ’70”.
    Gli italiani sono più seri e, pur condividendo in certa misura le idee dei loro confratelli dell’Europa orientale, sono più abili a camuffarsi. Prima di catalogarli, vediamone le idee di fondo (non comuni a tutti i nuclei, ma alla maggior parte):
    – L’unione di Europa e Asia (“Eurasia”) è in grado di sconfiggere l’imperialismo statunitense. Chiaramente, l’attuale Unione Europea non è un passo avanti in quella direzione (e qui mi sento di concordare);
    – A questo fine, va bene l’alleanza con tutti gli Stati e le forze che perseguono il medesimo obiettivo, dagli integralisti islamici, ai nazionalisti slavi, a paesi socialisti o socialisteggianti come Cuba, il Venezuela o altri dell’America Latina;
    – Il capitalismo è aborrito, ma identificato in sostanza con le banche e i grandi fondi di investimento. Nella maggior parte dei casi nelle mani di ebrei;
    – Il conflitto di classe è taciuto o considerato “superato”. Non rientra negli schemi interpretativi. I rapporti di forza sono diventati “geopolitici”, e la Russia di Putin, la Cina o il Vietnam che promuovono il neocapitalismo, l’Iran ecc. sono oggettivamente oppositori del sistema globale. Le classi escono dal quadro. Si parla di “nazioni”, “etnie” o “popoli” come surrogato delle classi.
    – Nessun “comunitarista” si definirebbe razzista. Ogni comunità deve mantenere la sua identità culturale, e nel proprio ambiente va più che bene. Gli esodi di massa verso i paesi più ricchi sono dovuti non a miseria, ma un piano americano per piegare l’Europa — e la futura Eurasia. Ovviamente con l’appoggio della finanza internazionale e dei suoi organi di controllo, che mirano a soffocare la nostra cultura e ad averci in pugno per debolezza di fronte all’invasione.
    – Israele è identificato con gli ebrei in toto, e comanda in pratica il mondo intero. La resistenza alla politica del governo israeliano è indifferenziata. Contro gli israeliani, per i rosso-bruni, va bene di tutto: i palestinesi veri e propri (in tutte le loro componenti, spesso assai diverse), i talebani, gli estremisti islamici, Ahmadinejad, fino ai naziskin di quartiere. Il nemico sono “gli ebrei” in genere. Controllano il sistema finanziario, si sono inventati l’Olocausto per tenerci sotto ricatto perenne. Ciò li coinvolge come “genus” potenzialmente pericoloso, a prescindere da età, sesso, cultura, fede religiosa o non religiosa effettiva, ecc.
    Questo “corpus” di idee, condiviso in larga misura ma raramente in ogni punto, connota vari piccoli gruppi esistenti in Italia, maestri di confusione.
    Il sito Aurora, già citato, è apparentato con la rivista Eurasia, che fin dal nome denuncia i suoi riferimenti nascosti. Quando Arcoiris TV trasmetteva via satellite, dedicò a Eurasia anche una rubrica settimanale, forse senza sospettare che si trattasse di “rosso-bruni”. Sia Aurora che Eurasia svolgono una cospicua attività editoriale. Sono fascisti almeno quanto a estrazione, ma lo nascondono con notevole abilità.
    Ancora meglio lo nasconde il sito Comedonchisciotte. Chi lo seguì dalla nascita, ricorda che in principio offriva da scaricare I protocolli dei Savi di Sion. Adesso pare un sito di estrema sinistra, che colleziona articoli di ogni tendenza. Fulvio Grimaldi, la cui collocazione a sinistra non è in discussione, lo linka sul suo blog, quasi fosse affidabile. In effetti converge su molte valutazioni. Ma questo è un suo problema. In equivoci analoghi cade abbastanza spesso Giulietto Chiesa, che con i rosso-bruni condivide l’interpretazione — fondata o meno che sia — degli attentati dell’11 settembre 2001 come complotto maturato all’interno degli Stati Uniti. Antiamericanismo viscerale e antisionismo (da leggersi come detto sopra) sono i punti di forza di Comedonchisciotte, un sito che gode di una certa popolarità.
    Qui va detto, per inciso, che non riconoscere il conflitto di classe come centrale priva la destra “nazional-bolscevica” della filosofia della storia propria della sinistra. A ciò sopperisce cercando il motore degli eventi in cospirazioni raffinate (a volte credibili in parte, altre volte no), e in gruppi di potere che nascostamente guidano le scelte palesi di Stati e coalizioni tra nazioni (Gruppo Bildeberg, Club di Roma, ecc.). Se l’11 settembre è il cavallo di battaglia, attraverso “personalità” come il saggista americano di estrema destra Webster Griffin Tarpley (autore tra l’altro di un libro contro Toni Negri, visto, tanto per cambiare, come manovratore delle BR), in siti che costeggiano l’area senza appartenervi integralmente, come Luogo Comune, ciò si estende anche a eventi come la spedizione dell’Apollo 11 sulla luna, frutto di manipolazione cine-televisiva. L’importante è che ci sia qualcuno che complotta nell’ombra, dai banchieri ai Savi di Sion attualizzati.
    Malgrado simili bizzarrie, alcuni transfughi della sinistra sono finiti per approdare alle sponde rosso-brune, con maggiore o minore consapevolezza. E’ il caso dell’economista Gianfranco La Grassa, allievo di Antonio Pesenti (firmò con lui un cospicuo Manuale marxista di economia politica), sempre citato dai “nazional-bolscevichi”; di un altro economista radicale, Vittorangelo Orati, che a suo tempo collaborava alla Monthly Review (1); ma soprattutto è il caso del “filosofo marxista” Costanzo Preve, divenuto un autentico teorico del “comunitarismo”. Ha un suo sito, Comunismo e Libertà (prima si chiamava Comunitarismo.it), da cui divulga il nuovo verbo, sempre richiamandosi a Marx.
    Tornando all’ala “militante” dei rosso-bruni, ecco Socialismo Nazionale e Gerarchia, vincolati a Militia, gruppuscolo (un tempo denominato Movimento Politico Occidentale) che di recente ha avuto guai giudiziari, anche per le sue connessioni con alcune curve calcistiche di tifosi; ed ecco Rinascita — Quotidiano di Sinistra Nazionale (da non confondere, è chiaro, con La Rinascita del PdCI). Il giornale ha una versione cartacea, non facile da reperire in edicola. Accanto al titolo riporta una citazione di Nietzsche; i contenuti sembrano di estrema sinistra. In realtà i fondatori hanno vecchi percorsi che ben poco hanno a che fare con la storia del movimento operaio. Rimandano invece al terribile vecchietto ex SS, Jean Thiriart, e alla sua Jeune Europe.
    Potrei continuare pagine e pagine con l’elencazione. Mi limito invece a fare un breve riferimento a un’altra corrente rosso-bruna, di origini differenti. Si tratta dei seguaci, che si potrebbero definire “fascisti ecologisti”, del filosofo francese di destra Alain de Benoist. Costoro hanno circoli, siti e riviste, nonché una casa editrice di dimensioni non piccole, con sede a Bologna: Arianna Editrice (appoggiata a una catena distributiva, Macrolibrarsi). Arianna pubblica testi di medicina alternativa, libri su cospirazioni varie, saggi sulla decrescita e su forme di illuminazione interna, pamphlet contro il “signoraggio bancario”. Diffonde quotidianamente un bollettino in rete, in cui hanno ampio spazio il negazionismo dell’Olocausto, le tesi sul superamento delle distinzioni tra destra e sinistra, la geopolitica di impostazione “eurasiatica”.
    Cosa pensare di tutto ciò? Ho inteso limitarmi a una semplice, sommaria rassegna. La mia idea è che la “crisi delle ideologie” non si sia abbattuta solo sulle forze del movimento di classe, ma abbia lasciato orfana anche parte della destra più aggressiva, desiderosa di scendere sul terreno del sociale a occupare le piazze lasciate vuote da una sinistra sfiancata. Lo fa ripescando teorie ambigue e tutt’altro che nuove, come si è visto. Vi riuscirà? Non ci si faccia illusioni sui numeri, i “rosso-bruni” sono pochi ma non mancano di potenziale di crescita. L’unico modo per impedirlo è che quelle piazze tornino a riempirsi di bandiere rosse.
    NOTE:
    (1) Può però darsi che talune collaborazioni di Orati, che è finissimo economista, al quotidiano rosso-bruno Rinascita siano state dovute a un equivoco — purtroppo frequente — sulla natura del giornale. In altri articoli ho avuto modo di lodare la perspicacia di Orati.
    APPENDICE: “OPERAZIONE BAYGON”
    Alle rassegne citate nel corpo dell’articolo, di Claudia Cernigoi e dell’Avamposto degli Incompatibili, ne va aggiunta una più recente, riedita in occasione del 2° Festival Sociale delle Culture Antifasciste di Bologna. Ha curato la riedizione il Nodo Sociale Antifascista bolognese.
    Il mio pezzo sarebbe probabilmente passato sotto silenzio se alcuni dei “comunitaristi” chiamati in causa non si fossero messi a strillare, riempiendo la rete e Facebook di proteste, soprattutto in difesa della purezza del marxismo di Costanzo Preve (da me citato solo di sfuggita). Ecco i principali contestatori:
    EUGENIO ORSO, fino al 2008 nel comitato di redazione della rivista Opposta Direzione, edita da All’Insegna del Veltro, casa editrice di estrema destra creata da Claudio Mutti. Per sapere chi sia Claudio Mutti, basta cercare su Wikipedia.
    MAURO NERI, in realtà Maurizio Neri: ex militante del gruppo nazi Costruiamo l’azione, indagato (ma poi prosciolto) per la strage di Bologna del 2 agosto 1980, appartenuto al Movimento Sociale Fiamma Tricolore e al Fronte Nazionale di Adriano Tilgher.
    RODOLFO MONACELLI, ex responsabile romano del Fronte Nazionale e webmaster del sito del gruppuscolo.
    STEFANO MORACCHI, amico, ammiratore e seguace di Maurizio / Mauro Neri.
    ALEX / ALESSANDRO LATTANZIO, ex pupillo di Pino Rauti, diventato d’improvviso “comunista”. Costui, in un articolo che rasenta la follia, avanza addirittura il sospetto che io sia agente di una “cospirazione sionista” (vecchio vizio) e, non sapendo nulla di me, mi chiama “bertinottiano meneghino” (???).
    Personaggi del genere possono dare lezioni di marxismo? Se fossi nei panni di Costanzo Preve, sarei seriamente imbarazzato.
    Perché “Operazione Baygon”? Pensateci un attimo… ;-)
    Noi vogliamo distruggere...e COMBATTERE CONTRO IL MORALISMO, IL FEMMINISMO e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria. Filippo Tommaso Marinetti
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  4. #4
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    Predefinito Re: Analisi politiche sui rossobruni

    Per gli amici libertari e per i comunisti veri.

    Riconoscere il rossobruno

    Tratti caratteristici del rossobruno tipico: - non è antifascista, o se lo è, molto tiepido
    - non è anticlericale, o se lo è, molto tiepido
    - ammira il "fascismo delle origini" e segretamente anche quello della Repubblica sociale, a volte perfino Hitler e i fratelli Strasser
    - usa frasi come "cessi sociali" "il socialismo non è woodstock", ecc.
    - non gli piacciono anarchici, libertari, Lotta Continua, no global
    - talvolta si spaccia per nazional-anarchico, più comunemente per socialista patriottico
    - è complottista: ogni fallimento è complotto, ogni rivolta è Soros, ogni sbaglio è colpa degli infiltrati della CIA; a volte ostile alla scienza
    - ama l'Iran e i movimenti fondamentalisti islamici
    - è militarista e per l'ordine
    - ama moltissimo Putin, Stalin, Mao, Peron e Chavez, suoi massimi ispiratori assieme a Costanzo Preve, ma vede di buon occhio anche Marine Le Pen e a volte pure Salvini
    - è razzista, spesso contro immigrati ed ebrei, talvolta negazionista
    - è contro i diritti civili e la libertà personale
    - ama Putin (ah, già detto)
    - ama tanto, tanto, tanto Putin (ops... detto di nuovo)
    - i suoi siti di riferimento sono: Aurora Bollettino d'informazione internazionalista, Eurasia, Sputnik News, L'intellettuale dissidente, i siti di Massimo Fini, Giulietto Chiesa, Comunismo e Comunità, Arianna Edizioni, Blondet & Friends, Appello al popolo, i siti di Diego Fusaro, Disinformazione, Stampalibera, ComeDonChisciotte, BastaBugie, Controcorrente Edizioni, Unione per il Socialismo Nazionale e roba simile.
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  5. #5
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    Predefinito Re: Analisi politiche sui rossobruni

    Citazione Originariamente Scritto da LupoSciolto° Visualizza Messaggio
    Tralasciando i "socialisti" che reclamano "Istria, Fiume e Dalmazia" o quelli che mischiano Stalin con Evola, voglio ricordarti che molti dei personaggi citati hanno idee simili a quelle del più grande partito comunista del mondo (KPRF).
    il più grande PC del mondo è il PCC.

  6. #6
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    Predefinito Re: Analisi politiche sui rossobruni

    Citazione Originariamente Scritto da amaryllide Visualizza Messaggio
    il più grande PC del mondo è il PCC.
    Che ha un'ottimo rapporto con il KPRF
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  7. #7
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    Predefinito Re: Analisi politiche sui rossobruni

    Citazione Originariamente Scritto da LupoSciolto° Visualizza Messaggio
    Che ha un'ottimo rapporto con il KPRF
    perchè fa la foglia di fico di Putin. Se quelli del KPRF fossero minimamente comunisti, dopo le seconde elezioni presidenziali vinte da Eltsin con brogli giganteschi, cosa ammessa da Medvedev, non dai complottisti della domenica, avrebbero dovuto fare un macello. E invece sono stati zitti e buoni a fare l'opposizione più inutile del pianeta.
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  8. #8
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    Predefinito Re: Analisi politiche sui rossobruni

    Citazione Originariamente Scritto da LupoSciolto° Visualizza Messaggio
    Tralasciando i "socialisti" che reclamano "Istria, Fiume e Dalmazia" o quelli che mischiano Stalin con Evola, voglio ricordarti che molti dei personaggi citati hanno idee simili a quelle del più grande partito comunista del mondo (KPRF).

    Lupo, fra cinque anni al massimo torniamo al 10% e da li si ripartirà, ma per ora la storia deve fare il suo corso! Viviamo un male necessario per vaccinare il popolo una volta per tutte!
    Oggi è stato inoculato il primo ciclo del vaccino, che si concluderà con il fallimento dei M5S!


    PS: Nel frattempo non votare mai più gli ordoliberisti del forum ...perché la coerenza è comunista, mentre l'opportunismo è fascista!!!
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  9. #9
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    Predefinito Re: Analisi politiche sui rossobruni

    Citazione Originariamente Scritto da amaryllide Visualizza Messaggio
    perchè fa la foglia di fico di Putin. Se quelli del KPRF fossero minimamente comunisti, dopo le seconde elezioni presidenziali vinte da Eltsin con brogli giganteschi, cosa ammessa da Medvedev, non dai complottisti della domenica, avrebbero dovuto fare un macello. E invece sono stati zitti e buoni a fare l'opposizione più inutile del pianeta.
    Il KPRF , inizialmente, era minacciato dagli sgherri di Eltsin. Ma Zyuganov non era un estremista idiota e, per l'appunto, continuò la sua opposizione alla luce del sole. Questo si chiama coraggio e pragmatismo altro che "revisionismo" e altre cazzate da enciclopedia del "marxista senza macchia".

    Oggi Zyuganov contesta aspramente le politiche economiche di Putin e Medvedev ma, di fronte agli attacchi imperialisti degli USA, appoggia Vladimiro in politica estera.

    Immagino che tu, pur di fare il duro e puro, sostenga il "compagno" Viktor Tijulkin e il suo ininfluente partitino.
    Socialismo patriottico

  10. #10
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    Predefinito Re: Analisi politiche sui rossobruni

    Citazione Originariamente Scritto da Dogma Visualizza Messaggio
    PS: Nel frattempo non votare mai più gli ordoliberisti del forum ...perché la coerenza è comunista, mentre l'opportunismo è fascista!!!
    Questa sciocchezza te la potevi risparmiare. Prima di tutto io non ero al corrente di infiltrazioni varie (david477 e cloni vari), sono stato avvertito in un secondo tempo della cosa. Poi ho votato il partito capeggiato da Traiano perché, su molte questioni, ha espresso dei pareri vicini ai miei. Di certo non ho votato il duo Ronnie/Giò.
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