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  • 2 Post By Parsifal Corda
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Discussione: Il sacro destino di Roma

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    Predefinito Il sacro destino di Roma

    Scoperto da poco una delle cose più belle mai lette.
    Pio XII
    Eugenio Card. PacelliSegretario di Stato di Sua SantitàDISCORSI E PANEGIRICI(1931-1938)XXXV(pp. 509-514)IL SACRO DESTINO DI ROMARoma è una parola di mistero, come un mistero è il destino di Roma, città eterna, non tantoper i secoli che vanta del passato, come per quelli che aspetta dell’avvenire. Essa è città, cheprofonda il piede nelle zolle pagane del Tevere e nei sacri meandri delle catacombe, e leva enasconde il capo fra le stelle, per chinarlo innanzi al trono di Dio. Se, come scrisse il suo più grandestorico, il velo delle favole poetiche ne copre le origini, si perdona all’antichità che, mescolando lecose umane con le divine, abbia voluto render più augusti i primordi della città. Datur haec veniaantiquitati, ut miscendo humana divinis primordia, urbium augustiora faciat (Livio, Ab Urbecondita libri, Praefatio). Ma la Provvidenza, che governa il mondo e, cambiando a tempo i regni digente in gente e da uno in altro sangue, umilia ed esalta gli uomini e le nazioni, ordinò e preparò ilpopolo e la città di Roma per un fine che supera il naturale accorgimento, e, occultamente operando,vi indirizza le inconscie intenzioni delle lotte e delle vittorie umane (Dante, Conv., IV, 5).Roma, destinata ad essere capitale del mondo e sede centrale della religione che adoradebitamente Dio, ottiene per lunghi secoli, pur attraverso disastri che non ne domano l’ardire e lesperanze, per il valore guerriero e le virtù politiche e civili dei suoi re, dei suoi consoli e dei suoiCesari, l’impero del mondo, sognato dai suoi vati, con sogni di profeti e con occhio di Sibille,duratura senza fine; mercede non perenne, che Iddio, premiatore di ogni bene anche limitato efuggevole, concede ai fieri Quiriti, strumenti ignari degli occulti e supremi consigli divini. E quandosotto la potenza di Roma il mondò è in pace e Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, Redentore delmondo come re, come pontefice, come profeta e più che profeta di una eternità oltremondana, vienesulla terra, fa dell’ora della sua natività il centro e la pienezza dei secoli caduchi e inizia un’era dalsuo nome, che metterà foce solo nei secoli eterni. Augusto, che col suo censo tramuta dalla casettadi Nazareth alla grotta di Betlemme la Vergine Madre, Lo ignora; Tiberio non Lo riconosce; NeroneLo perseguita nei suoi seguaci.Non vi meravigliate, o Signori, se Cristo, via, verità e vita, è misconosciuto dai sapienti delmondo; perché la verità genera odio e la virtù più perfetta suscita la gelosia, il sarcasmo e l’ingiuriadegli empi e degli adoratori del senso e del bene di quaggiù. Ma le fiaccole umane dei martiri diCristo effondono una luce che eclissa gli splendori stessi dei palazzi, degli orti e dei maestosi foriimperiali; e nelle catacombe del suolo di Roma i pontefici, i sacerdoti, i credenti e le verginiscavano e cementano le fondamenta di una nuova Roma e di un nuovo Impero, di cui sarà vessillo,non più l’aquila delle legioni cesaree, ma il labaro della croce del Nazareno.Non ha forse Dio resa stolta la sapienza di questo mondo? Chi più sapiente dei pretori e deigiureconsulti di Roma? Chi più astutamente sapiente dei dominatori pagani? Ma Dio, disse un gran vescovo (Bossuet, Discours sur l’histoire universelle, 3, 8; Oeuvres complètes, Paris, 1846, V, pag.481), « conosce la sapienza umana, sempre corta da qualche lato; egli la illumina, ne estende levedute e poi l’abbandona alle sue ignoranze; l’accieca, la travolge, la confonde in se medesima;essa si inviluppa e s’impiglia nei suoi stessi avvolgimenti, e le sue precauzioni le divengono unlaccio. In tal modo Dio esercita i suoi tremendi giudizi, secondo le norme di una giustizia sempreinfallibile. È lui che prepara gli effetti nelle cause più remote, e dà quei gran colpi che hanno unaripercussione sì lontana; quando vuole lasciar andare l’ultimo colpo e rovesciare gl’imperi, tutto èdebole e anormale nei consigli umani ». Così la sapienza politica dei Cesari si confonde davanti alCristianesimo; teme per il suo Giove e per la sua dea Vittoria, opere della mano degli uomini,innanzi a cui si chinano le trionfali insegne; e vaneggia nei suoi pensieri e nei suoi consigli controcittadini innocenti, rei solo di non adorare dei che non salvano, ma un Dio vivo e immortale,salvatore eterno del genere umano. La sapienza pagana, abbandonata al reprobo senso, vienestendendo la mano persecutrice sui santi, che, nelle primitive chiese cristiane o nelle reconditecripte della Roma sotterranea, si prostrano nell’adorazione del mistico Agnello che toglie il peccatodel mondo, sorretti da un amore, da una speranza, da una fede che è la loro vittoria sul mondo. Sonodue mondi in lotta tra loro, mondo di tenebre e mondo di luce soprannaturale: ma il mondo di luce ènelle catacombe, il mondo delle tenebre negli anfiteatri e nei templi di Giove: le tenebre dei cubicolicristiani sono luce, i superbi peristilii dei sacrari di Venere e di Vesta sono tenebre.In quei luoghi venerandi, in quelle tenebre santificate dal sacerdozio, incruento, dalla pietà edalla verginità, dal sangue e dal sacrificio, il consiglio e la mano di Dio vengono creando eplasmando ed edificando la nuova Roma, la Roma di Pietro, del Pescatore di Galilea, nuovo Pastoredei popoli e imperatore delle anime, del quale sarà socio, sebbene non pari in autorità, Paolo,l’Apostolo delle Genti, perché e l’uno e l’altro siano invocati quasi i nuovi consoli della repubblicacristiana. Questa Roma è il mistero di Dio, è il più alto destino del Tevere, le cui acque saranno ilnuovo Giordano,perocché sempre quivi si raccogliequal verso d’Acheronte non si cala.(Purg., II, 104).Questa, più che la pagana e imperiale, è quella Roma, la qualeper damna, per caedes, ab ipsoducit opes animumque ferro...Merses profundo, pulchrior evenit.(Orazio, Carm., IV, 4).Sì, dal profondo dell’oppressione, in cui l’aveva immersa la Roma pagana, più bella uscì laRoma di Cristo; salmodiando e trionfando dietro il labaro di Costantino, bella della porpora dei suoimartiri, bella dell’infula dei suoi pontefici, bella dei gigli delle sue vergini e dei lauri dei suoicredenti, bella dei raggi e del sole di una vittoria ancor più fulgida dei trionfi secolari di Cesare e diAugusto.Così il più sacro destino di Roma sta nascosto nella fede di Cristo, fede che è vittoria sopraogni paganesimo antico e moderno. Nella Roma di Cristo voi vedete la nuova Gerusalemme: « Unsolo corpo e un solo spirito, come ancora siete stati chiamati a una sola speranza per la vostravocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra di tutti, e per tutte le cose, e in tutti noi » (Ephes., 4, 4). Voi vedete un nuovo popolo diconquista divina, che sotto la guida di un Pastore e Maestro infallibile nella fede e nella morale, siavanza nei secoli, ai sacri e incruenti trionfi sui barbari, con lo stendardo della croce, con gli inni diquella fede che Roma annunzia al mondo universo. Il suo diritto è nella parola e nel comando diDio; la sua forza non è negli accorgimenti e nelle coperte vie di quella falsa politica che è ipocrisiadella morale, ma in quel sentiero angusto di una morale rischiarata dal lume del volto divino e dalfulgore della giustizia che fa grandi le nazioni. Da Cristo con la rigenerazione soprannaturaledell’anima umana deriva e si inizia la nuova civiltà del genere umano, che, purificando eriassorbendo in sè il meglio di Atene e di Roma, sospinge la umanità a quella eccelsa meta, nonmendace, di libertà, di fratellanza e di eguaglianza, dove, come proclamava l’Apostolo delle Genti(Col., 3, II), non è Greco e Giudeo, Barbaro e Scita servo e libero; ma Cristo è ogni cosa, e in tutti.Il destino di Roma, nella elezione, divina di una città fra tutte come sede del Pastoredell’unico ovile di Cristo, è il destino della unità umana, invocata dal Redentore, alla vigilia dellasua passione e del suo trionfo, non solo per gli Apostoli, ma anche per quelli i quali per la loroparola avrebbero creduto in lui; e perciò pregava il Padre, « che siano tutti una sola cosa come tu seiin me, o Padre, e io in te; che siano anche essi una sola cosa in noi: onde creda il mondo che tu mihai mandato » (Jo., 17, 20-21). E noi, Cristiani, abbiamo creduto all’amore di Dio per noi; e nellaimmagine dell’antica Roma idolatra, che si fa madre dei popoli e fa suoi figli e cittadini i figli stessidei barbari, — fecisti patriam diversis gentibus unam (Cl. Rutilio Namaziano, De Reditu, I, I, c. I,63) —, riconosciamo l’anticipata visione della Roma cristiana, madre di tutte le Chiese e patriacomune di tutti i figli di Dio, preordinati dalle acque del battesimo e dalla grazia rigeneratrice acittadini di quella superna Roma, onde Cristo è Romano (Purg., XXXII, 102).Ma se Roma è la madre comune dei credenti, essa non è tale se non per il Romano Pontefice,Vicario di Cristo e successore del Principe degli Apostoli, al quale Cristo affidava il pascere lepecore e gli agnelli del suo ovile universale. Ed è bello e soave il pensare che la Casa vaticana delPadre comune sia la comune casa di tutti i figli della Chiesa, i quali dai quattro venti volgono devotilo sguardo e l’affetto al bianco supremo Pastore di Roma. Se è Roma, dovunque un fedele di Romasi accampa, là, sul colle Vaticano, si innalza sopra la tomba di Pietro il suo vertice sublime, cheirradia la sua luce fino ai più remoti termini del mondo. Quell’angolo della sponda del Tevere, sacroretaggio che nei Patti Lateranensi, pegno e suggello di riconciliazione e di concordia fra Chiesa eStato in Italia, il cuore del Padre comune si riservava libero e indipendente di quanto la pietà deisecoli gli aveva donato, è la mèta del pellegrino credente, è la pietra dell’unità dell’ovile, è la fontedell’autorità dei Pastori, è il faro indefettibile di fede e di verità morale, di cui in mezzo alle buferedegli errori e alle tempeste delle passioni abbisogna la povera umanità per tendere e arrivare alporto di pace e di salute, al quale Dio la destinava.Così intorno alla candida dignità paterna del Vicario di Cristo, insieme con la porpora deiprincipi della Chiesa, si aduna la vaga varietà dell’Episcopato e dell’uno e dell’altro Clero, dei sacririti dei popoli e dei Collegi nazionali di leviti; si chinano riverenti Re e governanti, nobili epopolani, dotti e indotti, grandi e piccoli, suore e spose, fanciulli e fanciulle, di qualunque terra onazione, di qua o di là degli oceani, provengano, a ricevere dal labbro e dalla mano del Padrecomune una lode, un incoraggiamento, un consiglio, un conforto, un indirizzo, un sorriso, unabenedizione. La sua parola varca i monti e i mari; con la sua voce apostolica insegna, ammonisce,sprona al bene, condanna la corruzione e la ingiustizia, difende la famiglia e lo Stato, concilia datoridi lavoro e operai, modera i potenti e solleva i poveri; e con l’ampiezza del suo cuore abbracciaogni sventura e miseria umana, e soffre, combatte e prega in mezzo alle lotte e alle persecuzioni della Chiesa, sempre fiducioso in Colui che ha vinto il mondo e sta al suo fianco fino allaconsumazione dei secoli.Al Vicario di Cristo si piega il destino di Roma; in lui si fissa e si volge verso una mèta chenon è di questo mondo. Nessuna città vince o vincerà il destino di Roma. | Gerusalemme e il suopopolo non sono più la città e il popolo di Dio: Roma è la nuova Sion, e romano è ogni popolo chevive di fede romana. Città più popolose e ampie ha il mondo e ne vanno superbe le genti; cittàsapienti ebbe la storia delle Nazioni; ma città di Dio, città della Sapienza incarnata, città di unmagistero di verità e di santità, che tanto sublima l’uomo da elevarlo sull’ara fino al cielo, non è cheRoma, eletta da Cristo « per lo loco santo, u’ siede il successor del maggior Piero» (Inf., II, 23-24).
    http://www.papapioxii.it/wp-content/...no-di-Roma.pdf
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    ϟ qualis vibrans


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    Predefinito Re: Il sacro destino di Roma

    Roma è tutto, la culla della civiltà, la culla della religiosità, del diritto, della cultura, della identità
    bene diceva l'inno a Roma che non si troverà mai nessuna cosa maggiore di Roma
    Parsifal Corda likes this.
    (Gv 3, 20-21)
    Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere. Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio

 

 

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