Il partito personale pronto a settembre

di Alessandro Campi

"IL MATTINO" di lunedì 26 luglio 2010


La politica italiana segue ormai l'andamento tipico dei mercati borsistici in tempi di crisi: come i valori azionari salgono e scendono in modo repentino e improvviso, condizionati in prevalenza dai rumors e dalle scelte degli speculatori, così le quotazioni politiche oscillano giornalmente verso l`alto e verso il basso, secondo gli umori che si percepiscono nel Palazzo, sulla base di una dichiarazione dettata alle agenzie odi un`indiscrezione fatta girare a bella posta nelle redazioni.

Ieri Fini e Berlusconi erano sul punto di incontrarsi e di stringere una pace duratura, dopo mesi di litigi e incomprensioni.

Oggi stanno per divorziare traumaticamente, non avendo più nulla da dirsi. Domani, chissà, potrebbero tornare a scrutarsi, per capire se c`è qualcosa da salvare nel loro rapporto. Un giorno sembrano prevalere le colombe e dunque i fautori del dialogo e dell`accordo. Il giorno dopo la scena è occupata dai falchi dei diversi schieramenti, quelli che vorrebbero mandare tutto all`aria, che spesso straparlano senza pensare a ciò che dicono. In queste condizioni, come si fa ad azzardare una qualunque previsione su come potrebbe finire la contesa? Mentre scrivo, stando alle cronache pubbliche e alle voci che si rincorrono, fatalmente amplificate dall`afa, sembra prevalere il pessimismo più cupo: a settembre il Pdl, il grande partito dei moderati italiani, nato un anno e mezzo fa in un tripudio di bandiere e inni, rischia di essere un ricordo. Al suo posto ci saranno (almeno) due partiti, a quel punto rivali, forse ancora alleati, ma chissà ancora per quanto. Sarebbe, un simile esito, la certificazione di un clamoroso fallimento, ma da imputare a chi? Secondo i berlusconiani di osservanza stretta, la scelta di Fini di cavalcare la battaglia per la legalità non lascia adito a dubbi circa l`eventuale responsabilità:

schierandosi strumentalmente con il "partito dei giudici" il presidente della Camera non solo ha negato la ragion d`essere più autentica del Pdl, che affonda nel garantismo liberale e nel rifiuto del giustizialismo di piazza, ma ha chiarito che il suo vero obiettivo non è rafforzare il partito, ma distruggerlo insieme al suo leader.

Ciò significa che le sue polemiche da un anno a questa parte sulla democrazia interna e contro il "centralismo carismatico", la sua richiesta di essere accettato come minoranza organizzata, non erano altro che un paravento culturale o un espediente tattico.

Sapendo di non avere la forza sufficiente a conquistare il partito o a condizionarlo secondo le sue idee, non gli restava che una possibilità: delegittimarne le idee e i valori fondanti, alimentarne le divisioni interne sino a scardinarlo sul piano organizzativo, colpirne la leadership con gesti simbolici eclatanti, con insinuazioni infamanti e con prese di posizione sempre in controtendenza.

A cos`altro possono mirare, ci si chiede al vertice del Pdl, le pesanti invettive che, evidentemente per conto di Fini, Fabio Granatahalanciato ancora contro il suo stesso partito, accusato di scarso impegno nella lotta alla mafia? Insomma, se il Pdl andrà in rovina, e con esso il fragile bipolarismo italiano, sapremo chi ringraziare. Come molti sostengono, Fini è entrato nel nuovo partito non perché il progetto gli piacesse, ma perché costretto dagli eventi e dall`attivismo berlusconiano.

E dunque non sarà certo lui a versare lacrime per la sua morte prematura.

Ma siamo sicuri che il funzionamento e il futuro del Pdl siano stati in questi due anni scarsi la massima preoccupazione politica di Berlusconi? Se il "partito dei moderati" finiràper colpa del co-fondatore e dei suoi ambigui comportamenti potremo dire che il fondatore par excellence non abbia avuto alcuna responsabilità in questo inglorioso fracasso? La "questione morale" venuta a galla in queste setti- mane è davvero solo un`invenzione propagandistica dei finiani? Basterà espellere le voci dissonanti, come molti chiedono a gran voce, per far tornare l`armonia nel partito? Il sospetto, reso più che legittimo proprio dagli annunci di una rivoluzione che dovrebbe realizzarsi durante l`imminente calura agostana, è che a Berlusconi del Pdl "plurale", nato dalla confluenza di molte storie e di molte tradizioni, di cui s`è concionato sui giornali per mesi, non sia mai- importato granché.

Così come non l`ha mai interessato veramente il futuro di questo partito dopo la sua eventuale uscita di scena. Ciò che gli importava, con ogni probabilità, era creare una forza politica a sua immagine e interamente al suo servizio, una Forza Italia più grande, nella quale inglobare docilmente tutti gli eventuali compagni di strada.

Ciò spiegherebbe perché non si sia mai occupato veramente dei problemi organizzativi e gestionali, lasciando proliferare potentati locali e consorterie d`ogni natura in cambio di un atto formale di sottomissione alla sua leadership.

Perché abbia vissuto come un affronto personale ogni accenno di criti ca odi discussione.

Perché abbia sempre ritenuto noiose e inutili le riunioni degli organi collegiali, anche quando ha finto di piegarsi alle loro decisioni.

Perché abbia continuato a selezionare in modo discrezionale candidati ed eletti. Perché continui ad affidare i suoi messaggi al "popolo delle libertà" utilizzando canali che non sono quelli ufficiali del partito, ma quelli ufficiosi più direttamente legati alla sua persona. Perché continui a chiedere gli occhi sui problemi che l`attanagliano. Perché, infine, non abbia mai voluto riconoscere piena cittadinanza alla molteplicità di opinioni e di orientamenti ideali presenti nel Pd] sin dalla sua nascita.

Ma ciò spiegherebbe anche per quale ragione, nonessendo riuscito a realizzare il suo obiettivo autentico, abbia deciso di liberarsi del Pdl con la scusa che è diventato, per colpa dei fini ani, una realtà ingovernabile.

Molti sono convinti che dopo l`ormai inevitabile rottura con Fini a settembre nascerà un nuovo partito guidato dal Cavaliere. Forse non si chiamerà "Forza Silvio", come da sempre vorrebbero i suoi pasdaran, ma il concetto che esprimerà, c`è da giurarci, sarà esattamente questo: un partito integralmente carismatico e personale. Un capo e un popolo senza niente in mezzo. Senza dirigenti, senza quadri, senza correnti, senza iscritti, senza militanti in carne ed ossa, senza organismi da riunire, senza congressi da convocare, senza un gruppo dirigente al quale rendere conto delle proprie scelte. Un capo e un popolo che comunicano direttamente, senza mediazioni, grazie ad un video o ad annuncio radiofonico registrato.

Un partito leggero e postmoderno, secondo i suoi fautori, in realtà un partito meramente virtuale, per metà comitato elettorale (da mobilitare alla bisogna) per metà agenzia di marketing, dove conteranno solo il Principe e la sua ristretta corte di fedeli consiglieri.

Se questo è ciò che ha in mente Berlusconi, è chiaro che il Pdl per come era stato immaginato e presentato al momento della sua nascita non ha alcun futuro. Ed è chiaro altresì che le polemiche di queste ore sono soltanto una scusa: il problema del Pdl non è rappresentato dalle posizioni di Granata, che comunque dovrebbe darsi una calmata, ma dall`evanescenza ormai manifesta del suo originario progetto politico.

Diciamo, per essere equi e clementi, che sulla natura di questo partito probabilmente si sono equivocati in due, sin dal primo momento: Fini non ha capito ciò che il Cavaliere aveva realmente in testa, quest`ultimo non ha compreso ciò che il primo aspirava a fare. Il risultato è il clima di fine imminente che abbiamo dinnanzi agli occhi.


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