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Discussione: Vicende storiche (e non storiche) scomode

  1. #21
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    Predefinito Re: Vicende storiche(e non storiche) scomode

    Tutte le supercazzole per non dire che è razzismo al contrario
    di Gianluca Veneziani
    Ora diteci cosa c’entrano il problema delle armi e il trauma post-bellico con la strage compiuta a Dallas da un cecchino nero, tale Micah Xavier Johnson, che voleva fare piazza pulita di bianchi e di piedipiatti. A sentire i giornaloni, sembra che il pluriomicida abbia compiuto il suo massacro per via della troppo facile disponibilità di armi negli Stati Uniti e perché tornato sconvolto dalla sua esperienza di riservista in Afghanistan. E questo nonostante lo stesso Micah, mentre portava a termine il suo piano criminale, abbia ammesso di “voler uccidere agenti bianchi”. Un gesto palese di razzismo al contrario.
    Eppure in questi casi, a fronte dell’evidenza, il pensiero politicamente corretto deve fare necessariamente il controcanto, guai a parlare di un odio razziale (da parte dei neri verso i bianchi), guai a parlare di modello fallito di integrazione e melting pot. Bisogna trovare altre motivazioni, altre ragioni, più accettabili nel consesso nei benpensanti. E allora ecco là, sulle pagine del Corriere della Sera, lo scrittore americano di colore Percival Everett sostenere che il problema “è la facilità di accesso alle armi e la vergognosa incapacità del Congresso di legiferare per cambiare le cose”. Il problema dunque è il mezzo, non lo scopo dell’azione di Micah, è il fatto in sé di possedere uno strumento di offesa, non la motivazione che spinge ad usarlo. Stessa tesi adoperata da certi ambienti sinistrosi, e non ultimo dallo stesso Obama, in occasione delle stragi islamiste di San Bernardino e Orlando: la vera questione, secondo loro, non era l’estremismo islamico, l’indottrinamento alla jihad che faceva breccia in Occidente, ma l’eccessivo acquisto e uso di armi…
    Naturalmente non basta questa tesi a tranquillizzare la cattiva coscienza dell’Occidente, a placare il suo perenne senso di colpa verso il “male” (o presunto tale) provocato ad altre razze e civiltà. Ed ecco allora aggiungersi anche l’idea che Micah fosse tornato sconvolto dalla sua esperienza in Afghanistan, che la ragione del suo gesto sia in fin dei conti da attribuire alla guerra al terrorismo, alla brutalità del conflitto in Medio Oriente, all’orrore della guerra in generale. Guido Olimpio, sempre sul Corriere, riporta infatti le frasi dei vicini del cecchino di Dallas, secondo cui Micah “era cambiato dopo l’esperienza afghana, sapevano che aveva in casa un arsenale”. E Il Fatto quotidiano rincara la dose aggiungendo che “rientrato dall’Afganistan, faceva parte di un club di pistola e andava di frequente a tirare al poligono” e “non si sarebbe mai completamente ripreso dall’esperienza della guerra”. Se è per questo, bisognerebbe ricordare ai colleghi del Fatto che reduci dalla guerra era anche due poliziotti ammazzati dallo stesso Micah, i quali avevano combattuto in Iraq e Afghanistan. Due militari che, tornati dal fronte, non si erano certo trasformati in brutali assassini, ma al contrario in difensori della legge.
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  2. #22
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    Predefinito Re: Vicende storiche(e non storiche) scomode

    IMPERIA. FACEBOOK, COMMENTI SHOCK SUI PROFUGHI: “CI VORREBBERO HITLER E UN ALTRO OLOCAUSTO”.
    di Redazione
    Esplode la rabbia del consigliere del Partito Democratico di Imperia Fiorenzo Marino per alcuni commenti (uno in particolare) apparsi nelle ultime ore inneggianti e Hitler e all’Olocausto nell’ambito di una discussione sui profughi in un noto gruppo facebook “Mugugni d’Ineja e Du Portu”.
    O sarebbe meglio dire una discussione sui cinghiali. Si, perché la discussione in realtà parte da una notizia sul numero di cinghiali da abbattere in provincia di Imperia stabilito dalla Regione Liguria. Un utente scrive “faremo bistecche per i profughi, almeno si risparmiano i soldi della spesa”. Un commento che scatena una vera e propria bagarre, con considerazioni pesantissime su immigrazione e migranti.
    “Figurati se i profughi li mangerebbero!!! Fino a ieri hanno mangiato nella carta come i gatti ma da quando arrivano in Italia fanno i difficili e gli schizzinosi!!!” scrive un utente e poi ancora, un secondo utente rincara la dose “E protestano pure!! Buttano il cibo….quando lo avessero dei nostri cittadini…..non smetterebbero di ringraziare! Solito problema e comportamento…i nostri …vanno a cercare un boccone nella spazzatura per non morir di fame; loro il nostro cibo pulito e cucinato…lo buttano nella spazzatura, tanto sanno che verranno accontentati !”. Infine, un terzo utente scrive “Io li prenderei tutti a calci nel culo!!! Forse adesso ci vorrebbe un altro Hitler ed un altro Olocausto, ma questa volta a danno di questi finti profughi!!!”.
    Imperiapost ? L'informazione libera della tua città ? IMPERIA. FACEBOOK, COMMENTI SHOCK SUI PROFUGHI: ?CI VORREBBERO HITLER E UN ALTRO OLOCAUSTO?. FURIA DEL CONSIGLIERE MARINO (PD): ?ADESSO BASTA! BISOGNA ZITTIRE QUESTI PERSONAGGI!?/IL CASO


  3. #23
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    Predefinito Re: Vicende storiche(e non storiche) scomode

    Analfabetismo di ritorno sul social di Zuckerberg e Mendelsohn(due nomi, due garanzie....).

    Rivoluzione Facebook, addio testo scritto, tra 5 anni solo contenuti video
    da REDAZIONE
    Se qualcuno non ha mai sentito nominare facebook almeno una volta nella propria vita, beh, probabilmente vive su di un pianeta diverso dal nostro, presente in 70 paesi nel mondo, con oltre 1,6 miliardi di iscritti è l’agglomerato “sociale”, o per i più tecnici, il social network più vasto mai concepito. Nasce nel 2004, e nel giro di 2 anni annienta tutti i concorrenti in circolazione, uno su tutti myspace.
    Perchè Facebook ha avuto questo enorme successo? Principalmente perchè consentiva a tutti di sapere di tutti, dal vicino di casa, all’ex fidanzata, dall’amico timido che sulla bacheca diventava un leone, alle debolezze invece dell’amico “macho”. Insomma Facebook ha creato un nuovo standard sociale.
    Il colosso dei social, forte dei suoi 1,65 miliardi di utenti, puo' decidere come e quando stravolgere il mercato, inventare e rilanciare nuove idee, senza il timore di rimanere indietro, considerata la sua ormai infinita ascesa.
    Su Facebook oramai si scrive sempre di meno, la timeline è praticamente invasa solo da foto e soprattutto video, il classico “stato”, sotto forma di scrittura, oramai è diventato obsoleto. Ed è proprio questo il nuovo futuro targato facebook. Il mondo si evolve, cosi come la tecnologia e il modo di socializzare sta mutando, pare evidente come Whatsapp e Facebook messenger siano diventate i motori principali di una comunicazione rapida ed efficace. Gli amici, nemici o semplici curiosi ne hanno abbastanza del classico messaggio scritto in bacheca, quello che gli utenti cercano sono contenuti multimediali, che siano le foto delle vacanze o ancor meglio video, personali o virali in giro per la rete.
    Ed ecco che entro 5 anni il social network più seguito al mondo potrebbe cambiare rotta e puntare soprattutto sui video. A prevedere questa ennesima rivoluzione non è un pinco-pallino qualsiasi, ma Nicola Mendelsohn, vice presidente del popolare social network per Europa, Medio Oriente e Africa, che nel corso del meeting Most Powerful Women International Summit organizzato da Fortune, ha illustrato alle businesswomen in che direzione sta andando il social network.
    Secondo Mendelsohn, i video ormai sono il futuro della comunicazione e dell’intrattenimento. Ogni giorno su facebook vengono visualizzati 8 miliardi di video, basti pensare che solo due anni prima non si raggiungeva 1 miliardo, questo incremento esponenziale è dovuto anche al lancio della nuova funzionalità delle dirette in streaming di Facebook Live, inaugurate dallo stesso Mark Zuckerberg. La stessa Snapchat, si è adeguata ai bisogni degli utenti, il social dei giovani era nato per trasmettere contenuti fantasmi, chat e foto, che scompaiono dopo alcune ore, ma ora la sua forza sono i video, ad oggi su snapchat vengono visualizzato 10 miliardi di video al giorno, superando proprio il colosso blu.
    «Il miglior modo per raccontare una storia ai tempi d’oggi è il video», ha aggiunto Mendelsohn. Il testo è in declino, ha spiegato, mentre gli utenti di Facebook guardano una media di 100 milioni di ore di video al giorno sui dispositivi mobili.
    Facebook la rivoluzione che guarda al futuro: tra 5 anni solo video e addio al testo




  4. #24
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    Predefinito Re: Vicende storiche(e non storiche) scomode

    Fate Cavaliere Millet, che dice che l'antirazzismo è contronatura
    Richard Millet sia nominato Cavaliere dell’Amigdala. Il suo ultimo libro, “L’antirazzismo come terrore letterario” (Liberilibri) gli merita l’alta onorificenza: in questo mondo di autolobotomizzati in pochi, dopo Fermo e Dallas in pochissimi, hanno il coraggio di dichiarare il possesso di un’amigdala, la parte di cervello che genera malessere alla vista del diversamente colorato e dimostra quanto l’antirazzismo sia contronatura.
    “Il disagio che io provo a ritrovarmi il solo Bianco in mezzo a un numero considerevole di Africani, Arabi, Asiatici e Pakistani, in pieno giorno, nel ventre di Parigi, questo disagio è dunque innominabile?”. Millet ha vissuto la penosa esperienza nella stazione di Châtelet-Les Halles, nel primo arrondissement parigino, non in banlieue, mentre a me qualcosa di simile capitò per la prima volta nella stazione di Brescia, nel giugno del 2002, e da quel giorno mi considerai invaso.
    Un Cavaliere dell’Amigdala dev’essere senza paura perché, ricorda l’autore francese, “gli antirazzisti si dedicano a ciò in cui si sono distinti i razzisti più violenti: linciaggio mediatico, condanna giudiziaria, distruzione dell’uomo libero”. Dunque Millet sia fatto cavaliere, e che l’acciaio della corazza sia della migliore qualità.
    Fate Cavaliere Millet, che dice che l'antirazzismo è contronatura



  5. #25
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    Predefinito Re: Vicende storiche(e non storiche) scomode

    Incubo terrorismo: il Ponente ligure è diventato razzista?
    IMPERIA - “Gli extracomunitari? Dovrebbero essere sbarcati prima che arrivino, far affondare le navi. A loro danno soldi, alloggi e servizi, mentre gli italiani fanno la fame. E noi pensiamo agli stranieri? Per me tutti morti”. Questo è ciò che diceva un abitante di Ventimiglia ai microfoni di Primocanale, il giorno dopo la strage di Nizza. Forse qualcosa più di uno sfogo. All'emergenza dei migranti accalcati al confine, nell'imperiese si è aggiunto l'incubo del terrorismo, che stavolta ha colpito molto vicino. E insieme, puntuale, aleggia un altro spettro: quello del razzismo.
    Che il clima sia teso lo conferma l'ultimo fatto di cronaca: un senegalese preso a sassate sul lungomare Vespucci di Imperia mentre tornava a casa. “Negro di m...”, gli avrebbe urlato un gruppo di sei ragazzi prima di aggredirlo. Nessuno ha visto nulla, nella zona non ci sono telecamere. Mentre i Carabinieri indagano, ci si chiede se davvero negli ultimi mesi non sia cambiato qualcosa nell'estremo Ponente ligure.
    “In parte forse sì, un po' di razzismo c'è”, ci racconta un cittadino. Una signora tedesca esordisce: “No, non c'è razzismo. Altrimenti non credo che avrebbero accettato questi migranti”. Però poi continua: “C'è da dire che anche loro non collaborano. Io saluto sempre, loro mai. I bambini sono maleducati, rubano il posto ai nostri”.
    Viva la sincerità di una signora: “So che è una cosa delicata, ma io penso di essere razzista, per tutto quello che è successo in Francia, dove sono morte un sacco di persone innocenti”. Le fa eco un'altra donna: “Con tutto quello che succede siamo diventati tutti razzisti, anche chi non lo vuole essere. Ma questo capita dappertutto, non solo a Imperia”. Un ragazzo ci conferma che alcuni suoi conoscenti “scrivono su Facebook frasi come 'Si stava meglio ai tempi di Hitler'. Ma sono cose così, niente di che”.
    Africano aggredito, incubo terrorismo: il Ponente ligure ? diventato razzista?, Imperia - Cronaca



  6. #26
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    Predefinito Re: Vicende storiche(e non storiche) scomode

    Evola filosofo in guerra. Un’avventura ricostruita nell’ultimo libro di De Turris
    di ANNALISA TERRANOVA
    Risulta di grande interesse la lettura del libro di Gianfranco De Turris Julius Evola. Un filosofo in guerra 1943-1945 (Mursia) che ricostruisce – con il ritmo di un giallo ad avviso di Giuseppe Parlato, che firma la prefazione – le avventure di Julius Evola nella tormentata fase storica che va dal 25 luglio 1943 fino al ritorno a Roma nel 1951. Pagine che non hanno solo il merito di consentire una conoscenza non venata da pregiudizio dell’opera evoliana ma anche di restituire il personaggio, molto complesso e “misterioso”, nella sua dimensione tutta umana. La dimensione di chi, tuttavia, anche dinanzi al disastro imminente sa tenersi “in piedi tra le rovine”.
    Apprendiamo dunque di un Evola controllato dalla polizia di Badoglio, lo seguiamo nel suo viaggio fino a Berlino al fine di prendere contatti per organizzare una rete antibadogliana e quindi a Monaco e fino al quartiere generale di Hitler.
    Evola scettico sulla scelta della Rsi
    Apprendiamo, ancora, le sue perplessità e la sua delusione per la scelta repubblicana di Mussolini a Salò, circostanza che impedì ad Evola una piena adesione ad un’esperienza che pure apprezzava per il suo carattere “combattentistico e legionario”. Uno dei capitoli più interessanti è sicuramente quello in cui De Turris tenta di dare una risposta certa e definitiva sull’Evola agente dei Servizi tedeschi: molte circostanze fanno ritenere che l’ipotesi sia più che fondata, a cominciare dalla scoperta del nome in codice attribuito a Evola nella rete di spionaggio e sabotaggio che avrebbe dovuto agire dopo l’occupazione alleata, anche se resta da valutare il modo in cui un personaggio come Evola ha interpretato una missione di questo tipo secondo le sue personali vedute.
    Non meno avvincenti le parti del libro in cui l’autore ricostruisce, anche grazie al contributo di documenti inediti, l’incidente che causò ad Evola una paralisi permanente durante un bombardamento a Vienna, città nella quale il filosofo si trovava in incognito (in contatto sia con un circolo di conservatori guidato dal principe Karl Anton Rohan, ma anche con un sottotenente delle SS, agente segreto delle forze armate tedesche) per analizzare carte e documenti che dovevano servirgli per scrivere una Storia critica delle società segrete che invece non vide mai la luce. Tuttavia le ricostruzioni immaginifiche sull’incidente che mutò le condizioni di vita del filosofo costituirono una “leggenda” talmente avvincente che ne ritroviamo traccia nel romanzo di Mircea Eliade, Diciannove rose, in cui un carismatico personaggio, Thanase, ha le gambe immobilizzate e riconduce la sua ferita ad una esperienza spirituale non riuscita. Fantasie pure, scriverà lo stesso Evola ne Il cammino del cinabro, ma dure a morire, e sulle quali lo studio di Gianfranco De Turris mette finalmente la parola fine.
    Evola filosofo in guerra. Un'avventura ricostruita nell'ultimo libro di De Turris - Secolo d'Italia





  7. #27
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    Predefinito Re: Vicende storiche(e non storiche) scomode

    Il ritratto. Jean Raspail e la preveggenza de Il campo dei santi
    Giorgio Ballario
    Quando uscì, nel 1973, Le Camp des saints di Jean Raspail (che oggi compie 88 anni, auguri di lunga vita) venne preso come un affascinante romanzo di fantascienza. In Francia ebbe un modesto successo e vendette più copie negli Stati Uniti, anche se anni dopo l’editore Laffont si rese conto che, con il passare del tempo, il libro era diventato un long-seller e grazie al passaparola ogni anno vendeva ancora ottomila copie. Oggi, a quarant’anni di distanza, si calcola che in Francia abbia venduto circa mezzo milione di copie e molti lo paragonano ai grandi classici della distopia contemporanea, quali Il mondo nuovo di Aldous Huxley e 1984 di George Orwell.
    In Italia, invece, è un romanzo quasi clandestino e il suo autore un emerito sconosciuto: l’unica traduzione disponibile, Il campo dei santi, è stata pubblicata nel 1998 da Il Cavallo Alato, una sigla riconducibile alle Edizioni di Ar di Franco Freda, piccola casa editrice padovana che da decenni svolge un encomiabile lavoro di controcultura ma di certo non può garantire grande diffusione ai suoi prodotti.
    Se all’inizio degli anni Settanta il romanzo di Raspail poteva apparire come un brillante divertissement fantapolitico, già vent’anni dopo i temi sollevati dall’autore francese si erano rivelati profetici. E oggi, quando Nordafrica e Medio Oriente sono squassati da cambiamenti epocali e milioni di diseredati del Sud del mondo premono alle frontiere invisibili del Mediterraneo, Il campo dei santi non ha più l’aspetto di un romanzo fantascientifico o di un’utopia negativa: praticamente è cronaca.
    Facciamo un passo indietro. Raspail, etnologo e autore già affermato di romanzi storici e d’avventura, scrive Le Camp des saints nei primissimi anni Settanta, quando l’immigrazione dal Terzo Mondo verso l’Europa è ancora un fenomeno marginale. Eppure lo scrittore cattolico francese ha già immaginato tutto. Anzi, rileggendolo quarant’anni più tardi è come se avesse visto chiaramente nel futuro.
    Il titolo deriva da un versetto dell’Apocalisse: «Quando i mille anni saranno compiuti, Satana verrà liberato dal suo carcere e uscirà per sedurre le nazioni ai quattro punti della terra, Gog e Magog, per adunarli per la guerra: il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio il Campo dei Santi e la città diletta». Nel romanzo si narra di milioni di diseredati dell’area del Gange (indiani, pachistani, bengalesi), che aizzati da una specie di profeta straccione s’impadroniscono di centinaia di “carrette del mare” e intraprendono un folle viaggio verso l’Europa. «A quel tempo ho immaginato una massa di immigrati asiatici – ha spiegato Raspail in una recentissima intervista – ma l’etnia era indifferente, per me simboleggiavano l’intero Terzo Mondo».
    L’invasione è pacifica, ma il numero dei miserabili in arrivo dall’Asia è già di per sé una minaccia per la Francia e per l’intera Europa. Eppure – e qui sta la genialità e la preveggenza di Jean Raspail – i governi e le élites culturali non sanno come affrontare il problema. Anzi, con la complicità di religiosi, intellettuali radical-chic e organizzazioni umanitarie cercano di preparare il terreno con una martellante campagna propagandistica che deve far accettare all’opinione pubblica l’avvento della società multirazziale. Cioè praticamente quanto sta capitando oggi in Italia con la tambureggiante campagna-stampa in favore dello ius soli… Quando la flotta degli immigrati arriva sulla Costa Azzurra, un gruppo di cittadini che tenta di resistere viene bombardato dalla stessa aviazione francese, inviata dal governo a proteggere la marcia trionfale degli immigrati.
    L’orda asiatica non trova quindi alcuna opposizione sul piano militare né sotto l’aspetto istituzionale; e men che meno – sembra dirci l’autore – dal punto di vista culturale. La Francia è un Paese vecchio, non più abituato alla guerra, senza più un’identità né una religione. Quindi soccombe senza combattere al numero e alla vitalità dei popoli diseredati del Terzo Mondo, che impongono facilmente il loro stile di vita ai cittadini francesi. I quali, anche grazie al martellamento propagandistico, accettano passivamente gli eventi, malgrado rimanga loro il dubbio se l’avvento della società multietnica sia davvero il migliore dei mondi possibili.
    In Francia Il campo dei santi ha suscitato reazioni contrapposte e scontate accuse di razzismo, ma buona parte della cultura transalpina ha preferito ignorare la provocazione di Raspail e boicottare il libro. Libro che invece ha avuto un buon successo negli Stati Uniti e ha ispirato il film La seconda guerra civile americana, realizzato nel 1997 dal regista indipendente Joe Dante. In Italia, come detto, il romanzo è stato tradotto solo nel ’98 ed è passato sotto silenzio. Anche se le immagini dei clandestini albanesi che arrivavano in Puglia nei primi anni Novanta e quelle più recenti degli immigrati africani che sbarcano a Lampedusa sono praticamente uguali alla copertina del libro di Raspail pubblicato da Laffont nel ’73.
    Nato nel 1925 nella regione della Loira, Jean Raspail è uno scrittore prolifico e versatile, autore nell’arco della sua lunga carriera di almeno una ventina di libri di successo; non solo romanzi ma anche racconti e memorie di viaggio. Nel 1981 con Moi, Antoine de Tounens, roi de Patagonie ha vinto il Grand Prix de l’Académie française; nel 1987 SugarCo ha pubblicato in Italia I nomadi del mare, autentico bestseller in Francia, rimasto a lungo nei primi posti nelle classifiche delle vendite e per il quale l’autore ha ricevuto il premio Chateaubriand; infine nel 1996 Raspail si è aggiudicato il Prix Prince Pierre de Monaco e il Prix Maisons de la Presse con il romanzo L’anello del pescatore, pubblicato in Italia nel 2009 da CasadeiLibri.
    Jean Raspail ha viaggiato mezzo mondo come etnologo alla ricerca di culture e popoli in via d’estinzione, dalla Patagonia all’Alaska, dalle Antille alle ande peruviane. «Sono un difensore di tutte le razze minacciate – ha sempre detto – compresa quella bianca». Cattolico tradizionalista, con simpatie politiche per la monarchia (che in Francia è un bell’andare controcorrente…), Raspail non ha mai smesso di épater le bourgeois, o forse sarebbe meglio dire i radical-chic: nel 2004 ha scritto per Le Figaro un commento che gli è costato una denuncia dalla Lega contro il razzismo e l’antisemitismo (LICRA). Motivo? Nell’articolo intitolato «La patria tradita dalla Repubblica» lo scrittore sosteneva ciò che è davanti agli occhi di tutti: «L’Europa cammina verso la morte. (…) Il silenzio quasi sepolcrale dei mezzi di comunicazione, dei governi e delle istituzioni comunitarie è uno dei fenomeni più importanti della nostra epoca».
    Il ritratto. Jean Raspail e la preveggenza de Il campo dei santi | Barbadillo






  8. #28
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    Predefinito Re: Vicende storiche(e non storiche) scomode

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    RINO CAMMILLERI
    Ai primi di luglio su alcuni dei manifesti torinesi che invitavano al Gay Pride sono comparse delle croci uncinate spray. Sui poster stava scritto «Il domani ti appartiene». Qualcuno si sarà ricordato dell’inno che i giovani nazisti intonavano nel film “Cabaret” con Liza Minnelli: «Tomorrow belongs to me» (“Il domani mi appartiene”) e lasciato il segno di aver capita l’antifona.
    La sindaca grillina e il suo assessore alle pari opportunità, già presidente Arcigay, hanno subito provveduto a coprire i «simboli osceni» (ipsa dixit). La domanda è: quali?
    POSTER - Antidoti


  9. #29
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    Se il popolo permetterà alle banche private di controllare l’emissione della valuta, con l’inflazione, la deflazione e le corporazioni che cresceranno intorno, lo priveranno di ogni proprietà, finché i figli si sveglieranno senza casa.

  10. #30
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    Predefinito Re: Vicende storiche(e non storiche) scomode

    Omosessuali violentano minorenne a Salerno, ma il problema è se si può dire "froci"
    “Froci e pervertiti violentano 17enne”: con questo titolo sparato a tutta pagina il quotidiano locale Le cronache di Salerno si è guadagnato le prossime querele delle associazioni LGBT di zona (Coordinamento Campania Rainbow, Arcigay Napoli, Arcigay Salerno e Arcigay Campania ), che in un comunicato, dopo aver condannato violenze ed abusi, denunciano “l’uso di linguaggi inopportuni, scorretti e a tratti volgari” e affermano che “ricostruzioni colorite, meticolose e dai toni scandalistici non aiutano né le vittime né il corso delle indagini, ma solo alimentano una caccia alle streghe indegna di un territorio civile ed evoluto”.
    Quali sarebbero questi fatti che il giornale ha trattato in modo scandalistico e con linguaggio inopportuno, scorretto e volgare? Un minore, attirato in un centro massaggi, è stato legato e stuprato a turno da 4 adulti (due cinquantenni) con maschere e parrucche, che hanno pure filmato le violenze per poterlo ricattare. In sintesi: stupro in perfetto stile “Arancia meccanica”. Ci chiediamo quindi dove sia lo scandalo dei linguaggi usati nel titolo, scandalo tale da meritare la querela: quattro stupratori, con tanto di mascherata per meglio terrorizzare il malcapitato ragazzino, non possono essere definiti pervertiti?
    Come li vogliamo chiamare: burloni? bizzarri? Perché non “pervertiti”, vocabolo che Freud avrebbe giudicato del tutto adeguato? Non ci sembra un insulto ma una descrizione. Se le associazioni gay lo ritengono volgare ci spieghino quali sono, secondo loro, i confini della perversione, e a quali atti, se non a uno stupro orribile come questo, possa essere attribuito l'aggettivo. Ma se non è il termine "pervertiti" ad essere "inopportuno, scorretto e volgare", è la parola “froci” a dare fastidio? Si tratta del vocabolo dispregiativo usato comunemente per indicare i gay, talvolta anche adoperato ironicamente da loro stessi; ricordiamo per esempio la mitica rubrica su Il Foglio, tenuta da Daniele Scalise, titolata, appunto, “froci”. Uno stupro non merita parole dispregiative? Cosa avrebbero dovuto scrivere, anziché “froci”, forse “gay”?
    Sarebbe stato più corretto, secondo le associazioni LBGT, "pervertiti stupratori gay"? Ne dubitiamo. E se invece lo stupro fosse stato nella forma eterosessuale? Non li avremmo forse chiamati “bestie”? E se avessimo specificato “bestie eterosessuali” qualcuno avrebbe querelato? Che si fa: cominciamo pure a fare distinguo lessicali per descrivere uno stupro di gruppo? O la verità è che per le associazioni Lgbt il linguaggio esplicito e "scorretto" di un giornalista è più grave e merita più attenzione di un atto bestiale contro un ragazzino?
    Omosessuali violentano minorenne a Salerno, ma il problema è se si può dire "froci" | l'Occidentale



 

 
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