Tagliacozzo - Piani Palentini, 23 agosto 1268

Carlo I d’Angiò era un uomo ambizioso ma anche un abile politico.

Nato nel 1226, era il fratello più giovane del re di Francia Luigi IX. Ultimo in linea ereditaria,una volta conquistato un regno tanto prestigioso come quello di Sicilia, non vi avrebbe rinunciato facilmente.

E l’ambizione fu il tratto dominante della sua personalità, assieme al rigore di uno stile di vita quasi monacale, e alla fredda determinazione in politica, di cui diede prova sia durante la campagna militare contro Corradino, che dopo, quando fu spietato nell’affidare al boia Corradino e tutti i capi filo-imperiali che riuscì a catturare.

Nel 1252 Papa Innocenzo IV aveva cercato di coinvolgerlo nel teatro italiano del vasto conflitto europeo che da lungo tempo contrapponeva il Papato alla dinastia tedesca degli Hoenstaufen e divideva l’Italia: guelfi contro ghibellini. Queste etichette politiche in quegli anni erano in uso nella sola Toscana, ma oggi ci sono familiari e riassumono efficacemente i due schieramenti: genericamente quello anti-imperiale e quello filo-imperiale.

Il Papa offrì a Carlo la corona del Regno di Sicilia, ovvero l’intero Mezzogiorno d’Italia, sottraendola Corrado IV Hoenstaufen, figlio del grande Federico II, scomunicato e quindi indegno di questo onore. Nel disegno papale la mossa sarebbe servita a sradicare una volta per tutte dall’Italia l’influenza degli imperiali, infliggendo un corpo mortale ai loro sostenitori.

Carlo aveva però rifiutato, soprattutto per l’opposizione del fratello Luigi IX, re di Francia. Dieci anni dopo, nel 1262, un nuovo Papa, Urbano IV, sottopose nuovamente l’offerta, che questa volta fu accettata.

Dopo la morte di Corrado IV, dal 1254 governava la Sicilia un altro figlio di Federico II, Manfredi, anche lui scomunicato dal Papa per essersi autoproclamandosi re di Sicilia usurpando il trono a quello che sarebbe stato il legittimo erede, suo nipote Corradino di Svevia. Luigi IX non pose ostacoli, viste le speciali circostanze, e Carlo attraversò il Col di Tenda con un esercito di 30.000 uomini, finanziato da un altro Papa ancora (l’ultimo che comparirà in questa storia), il francese Clemente IV.

Scendendo lungo la penisola si premurò di rovesciare i potentati ghibellini che incontrava sulla sua strada, e a Benevento, il 26 febbraio 1266, sconfisse e uccise Manfredi, conquistando con la forza il Regno di Sicilia.

La vicenda, però, non era chiusa. Corrado, chiamato popolarmente “Corradino” per la sua giovane età (era nato nel 1252), non intendeva e non poteva restare a guardare e dalla sua dimora di Augusta in Baviera progettava la rivincita.

Corradino di Svevia era nato nel 1252 e rimase orfano del padre, il re di Germania Corrado IV, ad appena 2 anni. Trascorse gran parte dell’infanzia in Baviera sotto la protezione dello zio ludovico di Baviera, della madre Elisabetta di Wittelsbach e del patrigno conte Mainardo di Gorizia.

Sappiamo poco di lui e del suo carattere. Aveva ricevuto una buona istruzione e conosceva il latino. Sappiamo che era bello, possiamo dedurre dal suo comportamento che fosse anche molto determinato. Aveva solo 16 anni quando incontrò in battaglia Carlo d’Angiò, uomo di grande esperienza, e già questo lo rende un po’ speciale ai nostri occhi.

Ad Augusta lo avevano raggiunto esuli di tutta Italia, compresi gli scampati alla sconfitta di Manfredi, che lo sollecitavano a intervenire, garantendogli l’appoggio dei filo-imperiali italiani. Particolare rilevanza assunse la presenza di Galvano Lancia, che dopo essere stato stretto collaboratore di Manfredi, divenne anche il principale consigliere di Corradino. Con questi uomini il giovane formò una specie di governo in esilio: nel segno della tradizione iniziata da Federico II, progettava di governare il proprio regno basandosi principalmente su forze e personalità locali.

Le risorse necessarie alla spedizione Corradino le racimolò vendendo alcuni suoi possedimenti allo zio Ludovico: non proprio un incoraggiamento, né segno di fiducia, da parte di un uomo che gli aveva fatto praticamente da padre.

Al momento aveva con sé ben poche truppe: un migliaio di uomini tra bavaresi, svevi, franconi comandati dal maresciallo Kropf von Flüglingen. Altre contava si sarebbero aggiunte in Italia.

Appena avuta notizia della spedizione, come immaginabile, Papa Clemente IV scomunicò anche il ragazzo, ormai l’unico (anche perché ultimo) degli Hoenstaufen ancora privo della condanna papale, ma Corradino, incurante, rimase fermo nella sua intenzione di riprendersi il regno.

Dalla Baviera, la marcia del giovane avrebbe puntato su Roma e poi, con l’esercito rinforzato lungo la strada chiamando a raccolta i suoi sostenitori, avrebbe affrontato Carlo in battaglia.

La spedizione partì da Augusta l’8 settembre 1267, raggiungendo il 21 ottobre la ghibellina Verona, città di cui era margravio il suo amico personale, e alleato nell’impresa, Federico I di Baden, di 3 anni più anziano di lui. A Verona lo zio Ludovico e il patrigno Mainardo abbandonarono Corradino e tornarono in Germania, dopo avergli consigliato un’analoga decisione. Dall’Italia la situazione sembrava molto meno favorevole a Corradino di quanto apparisse dalla Baviera. Tra le città lombarde, ad esempio, la sola Pavia era disposta ad abbracciare la causa degli Hoenstaufen e il Papa non era minimamente intenzionato a rivedere il proprio sostegno a Carlo d’Angiò o a ritirare la scomunica. Da questo momento in poi le decisioni di Corradino furono fortemente influenzate dai suoi partigiani italiani e in particolare da quelli del Mezzogiorno.

Con il nuovo anno la spedizione lasciò Verona in direzione di Pisa, dove ottenne nuovi uomini e aiuto economico. In febbraio la guarnigione di Lucera, composta da saraceni dai tempi di Federico II, si era ribellata a Carlo d’Angiò e resisteva assediata dalle sue truppe: per Corradino era una buona notizia, perché il suo nemico sarebbe stato troppo impegnato per impedirgli di raggiungere Roma.

In Primavera attraversò la Toscana, poi entrò nei domini papali, sfilando con le sue truppe sotto Viterbo, dove risiedeva Papa Clemente IV, ma senza riuscire ad intimidirlo e, finalmente, il 24 luglio entrò a Roma. Qui fu accolto con favore dalla popolazione ma molto meno dalla nobiltà, che era in buona parte fedele al Papa e sostenitrice di Carlo.

La rivolta dei Saraceni di Lucera e gli suggerì la strategia da seguire: avrebbe puntato sulla città pugliese per liberare la guarnigione dall’assedio e così facendo avrebbe costretto Carlo a battaglia. Tra l’altro, al suo esercito si era aggregato anche un contingente di quegli stessi soldati saraceni, e quindi l’obiettivo appariva denso di positive conseguenze militari.

La strada più veloce e più semplice da precorrere sarebbe stata la via Latina, che passava per la Campania, ma questa era bloccata dagli angioini. Rimaneva solo la via Valeria che da Tivoli si inerpicava sugli Appennini abruzzesi, e fu quindi deciso di prendere questa. Corradino lasciò Roma il 18 agosto: ormai la sua avventura era giunta alla fase cruciale.

Carlo nel frattempo non era rimasto inerte. A Roma disponeva di un’efficiente rete di spie che lo informarono con largo anticipo delle intenzioni del suo avversario, tanto da permettergli di essere in Abruzzo a inizio agosto. Nell’aspro territorio appenninico avrebbe facilmente trovato un punto idoneo a una battaglia che lo vedeva in lieve svantaggio numerico: circa 4.500 cavalieri per Corradino e 4.000 per lui.

Ma ciò di cui aveva bisogno era una battaglia decisiva, una vittoria schiacciante che ponesse fine per sempre alle minacce contro il suo regno. Un obiettivo non facile vista la sproporzione di forze.

Ad aiutarlo a raggiungere questo obiettivo era giunto da poche settimane dalla Terrasanta, dove aveva combattuto in difesa di Acri, un amico di lunga data della famiglia reale francese: Alardo di Valery, veterano di molte guerre, e stimato consigliere militare.

Fu con il suo apporto che Carlo progettò la battaglia che di lì a poco avrebbe deciso il destino del suo regno e non solo quello.

Il 23 agosto 1268 Carlo e Corradino si incontrarono ai Piani Palentini tra Magliano dei Marsi e Avezzano: per la cronaca, oggi l’autostrada A25 scorre poco a Nord del campo di battaglia. I due eserciti si fronteggiavano sulle opposte rive di un ruscello che, scendendo verso sud dal monte Velino si gettava nel fiume Imele: Corradino di fronte a sé vide due sole formazioni di cavalleria in posizione lievemente sfalsata l’una rispetto all’altra, e il vantaggio numerico di almeno 3 a 2 lo rassicura sull’esito dello scontro imminente. Alla sua destra, al centro della formazione nemica più avanzata, può vedere Carlo ostentare le proprie insegne, pronto alla lotta.

È solo illusione: in realtà chi indossa le insegne di Carlo è il cavaliere Henry de Cousances, per ingannare gli avversari mentre Carlo guida personalmente 800 tra i suoi migliori cavalieri nascosti tra le colline.

Le schiere imperiali attraversarono il ruscello senza che gli angioini opponessero resistenza e quindi attaccarono impetuosamente. La superiorità numerica degli imperiali si fece valere e Carlo (Henry) venne abbattuto, le sue truppe indietreggiarono, evidentemente scoraggiate dalla perdita del loro capo. Sembrerebbe finita, ma Carlo e la sua riserva nascosta emersero dal nulla e colpirono alle spalle gli avversari, ormai stanchi e disordinati: stretti tra due fuochi, ne fecero strage. Corradino riuscirà a fuggire assieme all’amico Federico di Baden. Giunti sulla costa tirrenica presso Anzio i due giovani furono traditi e consegnati a Carlo, che li decapitò a Napoli, nuova capitale del suo regno.

Col tempo Carlo seppe costruirsi un dominio enorme, esteso dalla Francia, all’Italia e ai Balcani, arrivando a progettare la riedificazione di un impero Latino. Morì nel 1285, troppo presto per realizzarlo, e le sue conquiste subito si sfaldarono una dopo l’altra.

Aveva saputo approfittare di ogni occasione per ampliare il proprio dominio, aveva usato ogni mezzo per soddisfare la sua ambizione, ma non aveva nemmeno cercato di comprendere come governare entità tanto diverse l’una dall’altra.

Di Corradino non possiamo non notare l'incosciente coraggio. Condusse la parte principale della campagna senza il consiglio della sua famiglia, che lo abbandonò a Verona per tornarsene in Germania, e questo è indubbiamente anche indice di indipendenza di giudizio. Non possiamo dire quanto incise la sua inesperienza sulla sfortunata conduzione della battaglia: per altro la sua prima, unica e anche ultima. Certo la coalizione che guidava era troppo composita e avrebbe richiesto un polso fermo e un’autorevolezza che forse Corradino, almeno per la sua giovane età, non possedeva.

La battaglia
La battaglia dei Piani Palentini detta anche di Tagliacozzo (23 agosto 1268) fu una delle battaglie che più influì sul corso della storia d’Italia. Segnò la fine del potere degli Hoenstaufen nella penisola, inflisse un pesante colpo alle speranze dei partigiani imperiali, diede inizio al dominio angioino nel Mezzogiorno. La vittoria di Carlo I d’Angiò fu indubbiamente dovuta al piano di battaglia architettato suo esperto “stratega” Alardo di Valery. Alardo, anziano uomo d’arme e veterano delle Crociate, voleva dare al suo re una vittoria decisiva, ma era ben conscio che l’inferiorità numerica delle truppe angioine rispetto a quelle di Corradino poteva essere compensata solo da un piano di battaglia molto ben studiato. Fu la conformazione frastagliata e boscosa del territorio dei Piani Palentini a suggerire al cavaliere francese la possibilità di ricorrere allo stratagemma della riserva nascosta, per la possibilità di trovare nella zona abbondanza di luoghi in cui occultarla. Mediante una riserva nascosta, infatti, si ottengono due scopi immediati: ci si garantisce un elemento di manovra di cui il nemico non è a conoscenza e, contemporaneamente, lo si confonde sulla reale entità delle proprie truppe.

Lo studio del terreno per il suo proficuo utilizzo tattico è dunque il principale caposaldo di questo piano di battaglia: l’arrivo anticipato ai Piani Plentini dell’armata angioina servì appunto a permettere ad Alardo e a Carlo d’Angiò una meticolosa ricognizione. Gli stessi Piani Palentini, in questo modo, sarebbero stati la chiave della vittoria.



Fase 1

La sorpresa è uno dei principi cardine dell’arte militare, e nascondendo una riserva gli angioini vogliono appunto prendere di sorpresa in modo decisivo l’armata di Corradino per portarla alla completa disfatta. Stabilito il luogo più opportuno per l’occultamento, ci si doveva garantire che il nemico cadesse nell’inganno. La prima misura adottata da Alardo fu lo schieramento scaglionato delle formazioni, perché costrinse i nemici ad uno schieramento speculare, e quindi ad esporre in posizione avanzata il fianco “bersaglio” all’attacco della riserva nascosta. La scelta della stessa posizione di schieramento dell’armata angioina dipese dalla collocazione della riserva nascosta.


Fase 2

A ulteriore garanzia della riuscita dello stratagemma, venne sacrificata la vita di Henry de Cousances, che coraggiosamente indossò le insegne reali e sfidò temerariamente il nemico cercando e ottenendo la morte per illuderlo di aver vinto una battaglia che invece era ancora tutta da combattere. Probabilmente la battaglia sarebbe stata ugualmente vinta ricorrendo semplicemente ad una finta rotta, espediente usato spesso in unione con una riserva nascosta. Tuttavia il sacrificio di Henry de Cousances indubbiamente servì a dare maggiore credibilità all’intera operazione e a sbilanciare e disordinare il nemico.
Fase 3

La fase più delicata dell’operazione, però, è proprio quella finale: la scelta del momento in cui far uscire la riserva dal suo nascondiglio. Un’azione anticipata potrebbe far mancare completamente l’effetto sorpresa, una troppo ritardata consegnerebbe solo un successo parziale. La finestra temporale per intervenire è stretta, e il colpo d’occhio di chi è al comando della riserva il vero fattore decisivo. Indubbiamente la tattica della riserva nascosta nella battaglia dei Piani Palentini fu adottata in modo complesso eppure impeccabile e l’effetto sulle impetuose truppe di Corradino non avrebbe potuto essere più devastante.