Si candiderà o no? E’ questo uno dei tormentoni più in voga nei circoli e nei salotti della East Coast, dove protagonista assoluta delle discussioni politiche è Sarah Palin, l’ex Governatore dell’Alaska passata alle cronache per aver fatto parte del ticket repubblicano che due anni fa diede l’assalto alla Casa Bianca. Da qualche tempo, Palin guida con successo la “rivolta” anti statalista cementatasi attorno al cosiddetto Tea Party, un non partito che rischia di far man bassa di seggi alle mid term del prossimo novembre. Il ruolo è perfetto per lei, tant’è che qualcuno del suo entourage dubita che Sarah possa scendere in campo per sfidare Barack Obama. Il motivo? Beh, forse può sfruttare meglio l’onda di crescente impopolarità verso l’attuale inquilino della Casa Bianca rimanendo alla finestra, godendo ancora delle luci della ribalta improvvisamente riaccese quando tutto sembrava preludere ad un rapido tramonto del suo stellone.
Sta di fatto che, dopo aver sfidato per mesi Obama sul terreno economico, chiedendogli conto di tutte le promesse abnormi fatte in quella campagna elettorale dai toni messianici perfettamente insiti nella storia e nel costume americano, la signora di Wasilla ha pubblicato su facebook un manifesto di politica estera. Un concentrato di massime e sentenze che sgorgano neoconservatorismo da ogni lettera, da ogni capoverso. Già il titolo fa capire molto, se non tutto: “Peace Through Strength and American Pride vs. Enemy-Centric Policy”. La colpa di Obama, secondo Palin, sarebbe proprio quella di andare a tendere mani ovunque, modellando la propria politica sulla base del nemico che di volta in volta ha davanti. La ricetta proposta è invece quella di riaffermare che “l’America è la più grande forza del bene sulla Terra, la migliore che il Mondo abbia mai conosciuto”. E ancora, scrive Palin, “l’America deve rimanere la superpotenza militare dominante, aumentare la spesa militare, raddoppiare la flotta navale, impegnarsi a combattere, e a vincere, la guerra al terrorismo”. Un’America che deve “dire chiaramente che la natura del nemico è islamista e cancellare la data di rientro delle truppe dall’Afghanistan”. Il tutto unito ad accuse dirette all’attuale Amministrazione, colpevole di “aver tagliato aiuti ai dissidenti dei regimi russo e cinese”, di “non denunciare più la violazione dei diritti umani” e di essersi persa per la strada alleati fondamentali, “come Israele”.
Toni tipicamente reaganiani, adattati alle nuove minacce mondiali che mettono a rischio la supremazia statunitense sul pianeta. Un programma diretto, chiaro, netto, studiato nei minimi dettagli. Talmente semplice da allarmare strateghi democratici e pensatori liberal, dal momento che all’americano medio il lessico da cowboy piace, ed anche tanto. E con un’America in crisi economica, con i posti di lavoro che continuano a sparire, la nostalgia per l’ultimo Presidente della Guerra Fredda inizia a sentirsi sempre di più. Da qui la furbizia di Sarah Palin, l’astuzia politica: dire al popolo ciò che vuole sentirsi dire. E se lo si fa travestiti da Reagan, il mix ha ancora successo. Il problema è capire ancora per quanto.
La pulzella di Wasilla « daw




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