DEL PERCHÉ NON POSSIAMO DIRCI CHARLIE.
14 GENNAIO 2015 LUCA D. 6 COMMENTI
Il fasullo profeta della tolleranza François-Marie Arouet, meglio noto come Voltaire.In questi giorni macchiati dai fatti tragici di Parigi, molto si è discusso della cosiddetta “libertà d’espressione”. Quella che fin dalle scuole medie ci educano a credere derivata da Voltaire e colleghi lampadinati, vale a dire i padri genetici di quella Rivoluzione Francese che inaugurò gli sterminii sistematici della modernità e l’odio ideologico che ha appestato gli ultimi due secoli e mezzo di storia (breve nota su Voltaire così chiudiamo subito la faccenda: non disse mai né pronunciò il celebre <<mi farei ammazzare per farti dire quel che vuoi anche se mi stai sulle balle>>, mentre uno <<schiacciate l’infame>> si ritrova in calce a tutte le sue lettere riferito innanzitutto ai “fanatici” cattolici). Allora mi presto ad esercitarla anch’io, questa cosiddetta libertà di opinione, che nelle intenzioni di chi l’ha costantemente sulle labbra si presuppone illimitata, non censurabile. In realtà solo quando gli conviene, come si vedrà.Innanzitutto: non è che debba condannare con inequivocabili prese di posizione l’ignobile strage parigina. Tra persone dotate di cuore ed intelletto dovrebbe essere assodato, implicito. O davvero c’è bisogno di iniziare sempre un discorso un po’ più articolato del “o stai dalla parte delle vittime o dei carnefici” facendo tale premessa? Siamo davvero così poco intelligenti? Lo chiedo perché in questi giorni ho notato questa costante sovrapposizione, decisamente scorretta, per cui rifiutarsi di dire “Je suis Charlie” coverebbe un’inconfessata approvazione del massacro. Anzi, da cattolico, a differenza di quel milieu contiguo all’ateismo-agnosticismo radicale di sinistra in cui si colloca Charlie Hebdo, ma anche ahinoi di una preponderante maggioranza post-cristiana, credo fermamente nell’anima, nel Giudizio divino, nella resurrezione della carne e nella vita eterna, dunque nel fatto che non cessa tutto nel nulla una volta che il soffio vitale lascia il corpo.
Proprio per questo, saputo della strage, ho pregato per le vittime, i feriti, le loro famiglie e per la Francia un tempo “nazione prediletta” da Dio. Perché per un cattolico sono innanzitutto morte e feritepersone, ognuna irripetibile nella sua specificità e il cui dono della vita è sempre inestimabile, e al diavolo il totem paganeggiante della “libertà d’espressione”, che in Occidente col cazzo che esiste: esiste solo se ti collochi entro i limiti ben demarcati di un conformismo massificante e totalitario.“Libertà d’espressione” in Francia: un “omofobo” accompagnato in gendarmeria.Sono infatti decine gli esempi a dimostrazione dell’inconsistenza di questo mito, propagatosi soprattutto come tumulto emotivo globale davanti alla narrativa delle matite spezzate perché avevano osato troppo contro il Profeta. Possiamo crederlo vero, assecondando l’istinto che trova una qualche consolazione dall’orrore disegnando nelle vittime i tratti eroici di paladini della libera parola. Ma, a conti fatti, nell’Occidente che si fregia di tale primato queste suonano più che altro come parole in libertà. Si pensi solo alla Francia stessa, dove per esempio si sono visti arrestare cittadini unicamente rei di partecipare alle manifestazioni “omofobe” della ManifPourTous o vestirne le magliette. O dove giusto l’altro giorno il controverso comico Dieudonné ha denunciato tale doppia morale. O alle recenti sortite dei massimi difensori del “diritto di parola” sul suolo italico, cioè quegli esponenti di centri sociali e zeccume vario che un po’ ovunque hanno tentato di sabotare i ritrovi silenti delle Sentinelle in piedi (si vede che per i barricaderos fuori tempo massimo il diritto di parola confligge, per un curioso cortocircuito, con quello di silenzio), o che a suo tempo impedirono a Benedetto XVI di parlare all’Insipienza di Roma. Oppure penso qui agli Stati Uniti, dove di recente l’attrice Kaley Cuoco-Sweeting si è vista mitragliata dalle associazioni femministe per aver affermato di non aver mai militato per la loro causa ed amare il preparare la cena al marito cinque sere a settimana, al punto che, come si conviene nella Terra Promessa della “libertà d’espressione”, è stata costretta a ritrattare umiliata ringraziando <<quelle donne coraggiose che hanno spianato la strada al mio successo (sic!)>>. Quanti esempi simili vi sovvengono? Un elenco, come detto, sarebbe interminabile.
Kaley Cuoco-Sweeting (con marito), “rea” di preparargli troppe cene.Sento già la possibile, ebete obiezione: <<Ma nessuno di questi è dovuto morire a causa delle proprie posizioni, non sono cose tanto gravi!>>. Una scemenza che concorre invece a rafforzare i dubbi: se è solo davanti a tragedie come quelle di Charlie Hebdo che siamo in grado di discriminare il resto del mondo in base alla superiorità della nostra “libera” civiltà, non è che forse questa difetta nella messa in pratica quotidiana dei suoi declamati valori? Evidentemente sì, se oltre agli esempi suddetti si volessero prendere in esame le prediche solidaristiche dei “grandi del mondo” (un’altra vacua formula di ossequio che non ho mai capito; al massimo chiamateli “potenti”) a braccetto in quel di Parigi, ma poi colpevoli di destabilizzazioni, guerre ed atrocità varie che nessun corteo piangerà bollandosi con un “Je suis le Donbass”, o Siria, Libia, Nigeria e via elencando. Ma qui non intendo infilarmi nell’analisi geopolitica, che pure servirebbe a capire tanto di uno scenario dove si stagliano losche responsabilità, doppi standard lampanti, trame spionistiche e marciume assortito che raccontano ben più della (quasi) rassicurante equazione dello scontro di civiltà huntingtoniano.Qui conta soprattutto tornare ad analizzare le cose senza aver paura di utilizzare categorie cristiane, che non possono essere un optional, un retaggio di cui vergognarci perché “non al passo coi tempi”, come blaterano fin troppi prelati e falsi profeti sedicenti cattolici. Capire perché “non possiamo dirci Charlie” non per uno sterile bisogno di essere per forza contro, ma perché abbiamo il dovere di liberare Cristo dalla gabbia protestantica e laicista della sfera privata per rimetterLo al centro di una società che, si staglia ogni giorno di più l’evidenza, ne ha terribilmente bisogno.
Ebbene, in questa faccenda della “libertà d’espressione” e di quali limiti vi si pongano, non si può lasciare che l’emozione derivata dalla tragedia obnubili, prendendola in ostaggio, la necessaria lucidità di analisi. Specie se si vuol capire partendo da Cristo. Il quale sul punto è stato inequivocabile: <<In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno; ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna>> (Mc 3,28-29). Se le ignobili vignette di Charlie Hebdo siano, da un punto di vista cristiano, accettabile “satira” oppure rientrino nella categoria degli oltraggi irredimibili qualora non abiurati, ognuno lo stabilisca osservandole qui. E se è vera, come è vera, la prospettiva di condanna eterna descritta dal Signore in persona, c’è da sperare con tutto il cuore che la morte abbia colto i vignettisti in una tardiva richiesta di perdono.Si scandalizzino pure certi cattolici “caritatevoli” e “tolleranti”, quelli che “non si giudica”: che sia da lungo arrivata l’ora di ristabilire i diritti di Dio è necessità ben più forte dell’equivoco per cui ricordarli significherebbe sostituirsi al giudizio divino e allora “evitiamo di infastidire chi non ci crede”. Noi non possiamo sapere se quel tempestivo pentimento sia arrivato (ma ce lo dobbiamo augurare sinceramente), ma ciò non comporta che evitiamo di chiamare le cose col proprio nome. Quella di Charlie Hebdo non è satira, ma un’ostinata volontà di bestemmia che non ha nulla a che fare col genuino esercizio del libero pensiero. No, non è quella la libertà d’espressione da difendere. Nessuno merita di essere trucidato perché ha bestemmiato (l’ha spiegato bene il Mastino nel suo articolo: per noi occidentali forgiati dal cristianesimo, questo concetto risulta di facile condivisione; ma rispetto all’ontologico legalismo islamico si pone naturalmente l’opposto dovere di infliggere la pena capitale). Ma, stabilito ciò, sia chiaro che la bestemmia non costituisce un diritto su cui fondare una civiltà per cui valga la pena essere trucidati. Quella di Charlie Hebdo è una malintesa interpretazione della libertà di parola, una rivendicazione di impunità nella profanazione slegata da qualunque ricerca di verità, senza la quale ogni libertà diventa licenza, gratuito e bestiale arbitrio. L’Occidente è in metastasi finale e l’iconoclastia blasfemanon ne rappresenta affatto una cura, bensì un odioso effetto collaterale.
Lo si tenga a mente perché, come in tanti abbiamo immediatamente subodorato, il passo dal prendersela col fanatismo islamico a farne tutt’uno con tutti gli estremismi religiosi – va da sé col cattolicesimo in cima alla lista- è breve. Perché nell’Occidente canceroso dove i credi e le differenze vanno neutralizzati per “eliminare i conflitti”, è convinzione diffusa che “basterebbe liberarsi di tutte le religioni e finalmente troveremmo la pace fra le gggenti” (pare lo abbia detto anche Umberto Eco, ma per fortuna me lo sono perso). E’ l’indifferentismo – instillato omeopaticamente in secoli di certosino indottrinamento massonico e laicista- che si incontra nelle opinioni da bar o da bacheca di Facebook. E’ l’osceno compiacimento del giornalista di un quotidiano nazionale che, sempre su Facebook, ho finito col bannare dalle amicizie perché qualificava come “splendida” la vignetta della suora col crocifisso (presente nel link segnalato qui sopra) per poi bollare come hate speech il mio definirla, per motivi iconografici ben precisi, “satanica” (la tipica doppia morale dei figliocci di Voltaire, per cui un’opinone opposta alla loro è incitamento all’odio indi da limitare, ma contemporaneamente, contro ogni consequenzialità elementare, trovano oltraggioso pensare che la libertà di parola contenga una responsabilità e da questa sia in qualche modo “condizionata, che dipenda da ciò che si dice, perché al fondo è revocabile”). O ancora: è l’odio belluino dei lettori del Fatto Quotidiano, manettari da candela in ricordo delle vittime la domenica, poi in grado di scatenarsi il lunedì nei commenti più feroci alla notizia del tumore della Bonino, alla quale semmai andrebbe augurata pronta guarigione e un’ancor più miracolosa conversione. Anche qui, ancora una volta, gli esempi possibili si sprecano, essendo cronaca quotidiana.La Liberté col berretto frigio per le strade di Parigi domenica: idolo pagano a cui si sono sacrificate ecatombi di vittime.La “libertà d’espressione” come normalmente intesa nell’Occidente dell’apostasia finale è dunque un mantra fasullo, un totem da installare od occultare secondo le subdole necessità politiche del caso, ostentandolo la domenica nella patetica marcia a braccetto dei capi di Stato, ed affossandolo il lunedì con intrusioni sempre più orwelliane nella privacy individuale. E’ l’ennesimo miraggio di una modernità edificata su miti fasulli (inquietante veder aggirarsi per Parigi il fantoccio della “Libertà” col berretto frigio in nome della quale avvennero stragi efferate) e parole d’ordine da applicare coi nemici ed interpretare con gli amici e viceversa, in un impazzimento disperato dove vige il solo dogma dell’affossamento degli ultimi residui di Dio in terra. Da calpestare, violare, esecrare per consegnare infine agli uomini il fuoco prometeico (sempre lì si finisce: la gnosi luciferina) della liberté dei Danton e dei Robespierre. Mentre è alle parole di un ben più nobile francese, Blaise Pascal, che dovremmo rifarci nel ridisegnare i tratti di una società per cui valga davvero la pena morire: <<Niente rivela maggiormente un’estrema debolezza di mente quanto il non conoscere che cosa sia l’infelicità di un uomo senza Dio; niente denota maggiormente una cattiva disposizione del cuore quanto il non desiderare la verità delle promesse eterne; niente è così stupido quanto il fare il gradasso con Dio>>.
Post scriptum: la copertina di Libération di giovedì 15 Gennaio. A riprova delle tesi esposte in questo articolo e dell’evidenza dei fatti: non combattono per una genuina libertà d’espressione per tutti (Dieudonné è infatti finito puntualmente in galera martedì 13), ma per la propria esclusiva, che altro non è che licenza di bestemmia ed offesa.
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