Corriere della Sera
La libertà di sollevare dal volto il pesante velo nero e di farsi offrire una sigaretta. La libertà di bruciarlo quel velo in un falò improvvisato in mezzo alla strada. La libertà di tagliarsi la barba o anche solo di accorciarla. Sono immagini che arrivano sui social media da Manbij, città siriana vicino al confine turco. Sono state scattate subito dopo la liberazione dall’Isis per mano della coalizione curdo-araba (più curda che araba) appoggiata dagli Stati Uniti. Una conquista avvenuta dopo 73 giorni di scontri e centinaia di morti, tra cui 400 civili. Un passo importante dal punto di vista strategico per l’avanzata verso Raqqa, la capitale del Califfato, e anche perché Manbij era un punto di passaggio di armi e jihadisti dalla Turchia. La guerra all’Isis non è finita. Ma per gli abitanti di questa città — in 2000 usati come scudi umani — la vittoria è l’aver riacquistato oggi la libertà, anche di scegliere.
Frustate e amputazioni nel Califfato
Nei due anni in cui Manbij è stata parte del Califfato era un crimine scoprirsi gli occhi dai tripli veli, portare un’abaya nera troppo «aderente», spuntarsi la barba. Un uomo che fumava è stato punito con l’amputazione delle dita, secondo un rapporto Onu del 2014. Più frequenti le frustate. E «per un nonnulla ti accusavano di non credere in Dio e finivi decapitato», racconta un residente. Anche se, data la crescente crisi finanziaria del Califfato, a volte le punizioni corporali vengono rimpiazzate da multe salate.
Gesti di sfida
«E’ stata la ragazza a chiedermi quella sigaretta», racconta al Corriere via Twitter il reporter di Arab24 Yazer Othman che, negli istanti successivi alla liberazione, ha scattato una foto che è già un simbolo. La protagonista è una giovane ragazza di cui non sa il nome, che non aveva avuto il tempo o la voglia di togliersi l’abaya nera ma si era subito scoperta il volto. «E’ un gesto di sfida. Lei non fuma, ma voleva proclamare la propria libertà dopo due anni in cui le era stata strappata. L’Isis proibiva alle persone di fumare, con il pretesto che è vietato nell’Islam e si veniva arrestati», ci scrive Othman. «Quello che ho visto con i miei occhi è indescrivibile. Un signore di 70 anni mi ha detto che considera la liberazione dall’Isis come una rinascita e che conterà a partire da questo giorno i suoi prossimi anni. Ma ogni famiglia racconta anche storie tristi del dominio di Isis».
Manbij e Aleppo
La vittoria di Manbij ha valore anche perché questi combattenti che hanno sconfitto l’Isis non sono gli stessi che hanno spezzato l’assedio del regime di Assad ad Aleppo una settimana fa: questi ultimi sono soprattutto islamisti appoggiati da Turchia e Arabia Saudita, mentre le «forze democratiche siriane» appoggiate dagli occidentali sono la prova che possono esserci ribelli non-jihadisti efficaci sul terreno. Un problema è che la coalizione è dominata dai curdi dello Ypg, fratelli del Pkk, che hanno l’obiettivo di creare uno stato autonomo in Siria, una prospettiva che non piace ai turchi (e non solo), il che può allontanare ulteriormente Washington e Ankara.
Sui media arabi
Ma questo non conta per la gente che oggi sembra festeggiare a Manbij più di quanto sia accaduto a Kobane, Falluja o Sirte. I più cinici su Twitter replicano: «Ecco la semplicità dei mediorientali. Dovrebbero ambire a più della libertà di fumare». E ancora: «Le donne? Sempre in nero... dov’è il progresso?» . La verità è che queste scene di resistenza e di rivalsa hanno un potere. Non sarà per caso se le foto di Manbij sui media arabi non appaiono quasi per niente, con alcune eccezioni come la stampa libanese e quella tunisina, due Paesi della regione con una tradizione di laicità e sovranità limitata.




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