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Discussione: La Cosa Nuova

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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    Di Maio e Di Battista a Reggio per «spazzare il sistema»

    Domenica dalle 21 l'iniziativa del M5s «per marcare la differenza con i partiti tradizionali e voltare pagina, dopo i fatti ricostruiti dalla Procura reggina nelle recenti ordinanze sulla cupola che comanda la Calabria»
    Sabato, 23 Luglio 2016 104



    REGGIO CALABRIA Domenica 24 luglio Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista saranno a Reggio Calabria per «La notte che spazza il sistema», in programma dalle ore 21 presso il piazzale della stazione del Lido. L'iniziativa è organizzata dal Movimento 5 stelle calabrese «per marcare la differenza – si legge in una nota – con i partiti tradizionali e voltare pagina, dopo i fatti ricostruiti dalla Procura reggina nelle recenti ordinanze sulla cupola che comanda la Calabria, vanifica le elezioni democratiche e cancella l'imparzialità della pubblica amministrazione». Oltre a Di Maio e Di Battista interverranno i parlamentari 5 stelle Giulia Sarti, Federica Dieni, Dalila Nesci, Laura Ferrara, Paolo Parentela e Nicola Morra, nonché i consiglieri comunali M5s della Calabria. Previsto un contributo di Salvatore Borsellino. «Il Movimento 5 stelle – affermano le due parlamentari – ha concorso a creare in Calabria una coscienza critica, a divulgare il coraggio dell'azione e la difesa della sovranità popolare, a promuovere controinformazione e una conoscenza vera delle vicende pubbliche». «Noi non andiamo – concludono Nesci e Dieni – nelle macchine dei mafiosi, non facciamo campagna elettorale con le cosche, non apparteniamo alla Santa né all'antimafia complice. Noi non stiamo zitti per nascondere i nostri collegamenti e non partecipiamo a ruberie, affari, affidamenti a clan, nomine illegittime e muratoria. Per questo siamo la speranza dei calabresi onesti che vogliono riprendersi la Calabria e fermarne lo spopolamento».



    http://www.corrieredellacalabria.it/index.php/politics/item/48278-di-maio-e-di-battista-a-reggio-per-%C2%ABspazzare-il-sistema%C2%BB
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  2. #52
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    ‘Ndrangheta, politica, voti e sangue: dalla Calabria alla Liguria, i retroscena di “Alchemia”


    I contatti con l’ex senatore Gianfranco Chessa, i voti dei clan ai politici, i summit a Limbadi ed allo Zomaro, gli omicidi a Gioia Tauro ed i legami insospettabili dei Gullace e dei Raso


    di GIUSEPPE BAGLIVO


    Dalla Calabria alla Liguria, dalle montagne dello Zomaro a Limbadi, da San Ferdinando (paese di origine di Antonio Fameli, stabilitosi in Liguria e pure lui fra gli arrestati) a Gioia Tauro, da Cittanova a Loano, da Palmi a Reggio Calabria. C’è tutto questo nell’inchiesta “Alchemia”, l’ultima operazione della Dda di Reggio Calabria che ha “toccato” anche il senatore reggino Antonio Caridi, il vicepresidente del Consiglio regionale della Calabria, Francesco D’Agostino, ed il deputato di Lamezia Terme (ex Udc ed ex Forza Italia) Giuseppe Galati.


    Orlando Sofio, l’omicidio Priolo e l’ex senatore Gianfranco Chessa. Fra gli arrestati dell’operazione “Alchemia” c’è anche il 62enne Orlando Sofio di Cittanova, residente a Novi Lugure, accusato di concorso in associazione mafiosa. Viene ritenuto l’accompagnatore ufficiale di Carmelo Gullace, quest’ultimo indicato come il capo dell’omonimo clan di Cittanova, ma da tempo trapiantato in Liguria. Orlando Sofio sarebbe stato uno dei referenti “piemontesi” del sodalizio di Cittanova, fungendo anche da trait d’union tra le varie articolazioni criminali della cosca del reggino.




    Per il gip sono in questo senso “evidenti” i rapporti intrattenuti da Sofio e Carmelo Gullace con la cosca dei Piromalli di Gioia Tauro. A seguito dell’omicidio di Vincenzo Priolo avvenuto l’8 luglio 2011 a Gioia Tauro per mano di Vincenzo Perri, secondo il giudice distrettuale reggino, sia Sofio che Gullace avrebbero offerto ai Piromalli ed ai Priolo il loro appoggio nelle ricerche dell’assassino che, dopo, l’omicidio, si era reso latitante. In Liguria si registrarono infatti le immediate reazioni all’efferato omicidio di Vincenzo Priolo, tanto che affiliati alla ‘ndrangheta appartenenti a cosche contigue a quella dei Piromalli si attivarono per verificare se Vincenzo Perri avesse trovato rifugio da alcuni parenti ed amici residenti in Liguria ed in Costa Azzurra. A tale fine, documentato sarebbe l’interessamento della “famiglia” calabrese dei Marcianò, residenti a Ventimiglia, al pari della cosca Raso-Albanese-Gullace, lo storico sodalizio mafioso di Cittanova uscito vincente dalla trentennale faida con il clan rivale dei Facchineri.






    Dall’indagine “Alchemia” è anche emerso che Orlando Sofio avrebbe intrattenuto contatti telefonici e personali con l’ex senatore Gianfranco Chessa, ex Forza Italia, attuale presidente dell’Autorità provinciale per l’energia del vercellese e della Valsesia e componente del coordinamento provinciale di Alessandria del partito “Futuro e Libertà”, tanto da recarsi anche a casa del politico. Dalle intercettazioni, gli inquirenti si convincono che Sofio volesse sostenere elettoralmente il senatore Chessa, veicolando nelle competizioni elettorali il voto dei calabresi nel circondario di Novi Ligure, in provincia di Alessandria, in cambio dell’assegnazione di lavori pubblici in favore di aziende riconducibili a membri della sua famiglia.




    Orlando Sofio, del resto, secondo la Dda ed il gip, già si giovava di conoscenze all’interno del Comune di Novi Ligure, dal momento che il nipote – Francesco Sofio – era un componente del Consiglio comunale e consigliere della Commissione per le opere pubbliche e la viabilità e con il quale si sentiva spessissimo. L’avvocato ed ex senatore Chessa (che non è indagato), dopo l’inchiesta “Alchemia” ha dichiarato di non vedere Sofio da decenni, ma le intercettazioni contenute nell’ordinanza del gip documentano contatti fra i due sino al settembre 2011.


    Altro “capitolo” dell’inchiesta avrebbe inoltre svelato il tentativo dei Gullace e di Orlando Sofio di mettere le mani sugli appalti del Terzo Valico, creando addirittura lo stesso Sofio un comitato “Sì Tav”.




    “L’Ostello Zomaro” per le riunioni di mafia. Fra gli arrestati c’è anche Fortunato Caminiti, 57 anni, di Cittanova. Viene ritenuto un esponente della cosca Raso-Albanese-Gullace, coniugato con la figlia di Serafina Raso, quest’ultima sorella di Giuseppe Raso, detto “l’avvocato”, e sorellastra dei fratelli Gullace. Caminiti è quindi un nipote di Giuseppe Raso, ritenuto il capo del “locale” di ‘ndrangheta di Canolo, ma al tempo stesso elemento di vertice dell’omonimo clan di Cittanova da sempre alleato alle “famiglie” Gullace ed Albanese. Nel suo agriturismo allo Zomaro, nota località montana dell’aspromonte non lontana da Cittanova, si sarebbero tenute diverse riunioni di ‘ndrangheta alle quali, nel tempo, avrebbero partecipato i fratelli Francesco (Ciccio) e Carmelo Gullace, i fratelli Raso, Girolamo Giovinazzo (Jmmy), Girolamo (Mommo) Raso (deceduto negli scorsi anni) ed altri soggetti legati al clan di Cittanova.




    Le riunioni a Limbadi per il sostegno ai politici. Fra le contestazioni mosse dall’inchiesta “Alchemia” a Girolamo Giovinazzo, 44 anni, di Cittanova, detto “Jmmy” – ritenuto partecipe al clan dei Raso-Albanese-Gullace ed in costanti rapporti con il capo Girolamo Raso sino al decesso di quest’ultimo – ed a Pantaleone Contartese, 39 anni, di Limbadi, anche quella di aver sostenuto elettoralmente alle elezioni regionali del 2010 in Calabria, Antonio Caridi, attualmente senatore, per il quale pende una richiesta al Senato di autorizzazione all’arresto nell’ambito dell’inchiesta “Mammasantissima” in quanto ritenuto fra i politici referenti della ‘ndrangheta. A tal fine sarebbe stata organizzata una riunione di ‘ndrangheta il 10 dicembre 2009 a Limbadi, nel Vibonese, nel capannone di Pantaleone Contartese. Secondo gli inquirenti, Girolamo Giovinazzo sarebbe stato il “volto pulito” della cosca Raso-Gullace e titolare, sino al sequestro preventivo da parte della Procura di Palmi, di numerose attività imprenditoriali, deputato a tenere i rapporti con il mondo politico ed in particolare con Antonio Caridi (che sarebbe stato conosciuto personalmente anche da Pantaleone Contartese), all’epoca consigliere comunale a Reggio Calabria, poi divenuto nel 2010 consigliere regionale di centrodestra ed attualmente senatore. Per la Dda, Antonio Caridi, grazie a Giovinazzo ed alla riunione nel capannone di Limbadi, avrebbe ottenuto il sostegno elettorale anche da parte dei clan di Rosarno e del clan Mancuso di Limbadi.




    Il consigliere comunale di Palmi ed il clan Parrello-Gagliostro. Fra gli arrestati dell’operazione “Alchemia”, anche Gabriele Parisi, il consigliere comunale di Palmi eletto nelle amministrative del 2012 nella lista del Pdl a sostegno dell’attuale sindaco Giovanni Barone. Consulente del lavoro e dottore commercialista, Parisi per la Dda reggina avrebbe gestito la contabilità del clan Parrello-Gagliostro (altra consorteria colpita dall’inchiesta “Alchimia”) ed all’interno del Consiglio comunale di Palmi sarebbe stato il referente della consorteria, eletto anche grazie all’appoggio di tale consorteria mafiosa. Parisi, secondo gli inquirenti, sarebbe stato perfettamente al corrente del fatto che le aziende intestate a terzi erano in realtà riconducibili ai Gagliostro.



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  3. #53
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    Predefinito Re: La Cosa Nuova

    “Mammasantissima”, i politici “graditi” dal boss Pelle “Gambazza”



    Dall’inchiesta della Dda di Reggio emergono dettagli inquietanti su presunti rapporti e confidenze intrecciati fra mafia e politica. L’ombra dei clan sulle elezioni regionali




    E’ un’inchiesta che di certo fa tremare più di qualche “potente” dei “palazzi” della politica calabrese che conta, quella denominata “Mammasantissima”, condotta dalla Dda di Reggio Calabria e che ha portato scoperchiare il velo su un riservato gruppo legato alla ‘ndrangheta che per anni avrebbe condizionato la vita amministrativa ed economica della regione. L’inchiesta ha il merito di portare alla luce, fra le altre cose, ciò che è avvenuto nelle elezioni regionali del 2010 che hanno portato Giuseppe Scopelliti alla presidenza della giunta regionale. Accordi, alleanze, interessi spesso inconfessabili, “strategie” elettorali, veri patti “politico-mafiosi” (per come li definisce la Dda) vengono messi neri su bianco dagli inquirenti ed i politici chiamati in causa (anche se a differenza del senatore Caridi non sono allo stato indagati) non sono pochi.




    La riunione a casa del boss Pelle. E’ il 17 aprile del 2010 e le intercettazioni eseguite a Bovalino all’interno dell’abitazione del boss di San Luca Giuseppe Pelle (alias “Gambazza”, figlio del defunto patriarca Antonio, fondatore dell’omonimo clan) “fotografano” una riunione in cui si parla di politica e dei politici “amici”. La Dda sottolinea che Pelle Giuseppe, unitamente a Talarico Antonio (cl. ’72) di Catanzaro, Citraro Leonardo (cl. ’44) di Borgia, Gigantino Giorgio (cl. ’60) di Marcellinara, stavano “pianificando le modalità di gestione dei rapporti con i politici eletti alla Regione e con i quali avevano evidentemente stretto patti politico mafiosi tra cui venivano indicati Michele Tematerra, Domenico Tallini, Francescantonio Stillitani, Piero Aiello, Giuseppe Gentile ed ovviamente Antonio Stefano Caridi”.


    Il gruppo spiegava quindi nelle intercettazioni che aveva la possibilità di stabilire un contatto con l’allora appena nominato assessore alla Forestazione ed all’Agricoltura, Michele Trematerra (Udc) di Acri, “per richiedergli qualsivoglia agevolazione a loro favore”. Sarebbe stato poi Antonio Talarico a citare pure l’allora assessore al Personale della Regione Calabria, Domenico Tallini (all’epoca Pdl, ora Fi), indicandolo come il personaggio “politico di riferimento a cui, egli e le persone a lui vicine – sottolinea la Dda – avevano fornito un sostanziale appoggio elettorale”.






    Ad avviso dei magistrati antimafia di Reggio Calabria, dalle intercettazioni in casa del boss Giuseppe Pelle si poteva inoltre comprendere che “accordi elettorali erano stati conclusi con altri due candidati risultati vincenti”, di cui uno identificato in Francescantonio Stillitani di Pizzo “verso il quale – scrive la Dda – erano confluiti i voti di Citraro Leonardo”. Nello specifico gli ospiti del boss Giuseppe Pelle ( “Gambazza”) commentavano che Stillitani, candidatosi con il partito politico dell’Udc, “era altresì un imprenditore capace e soprattutto un possidente terriero, tant’è che aveva affittato, per un periodo molto lungo – rimarcano gli inquirenti – un ampio appezzamento di terreno alla società turistica Club Med per la costruzione di un villaggio vacanze”.




    La rassegna di assessori regionali tirati in ballo nel corso delle intercettazioni in casa del boss Giuseppe Pelle continuava, ad avviso degli inquirenti, con la citazione anche dell’allora assessore regionale all’Urbanistica Piero Aiello (oggi senatore, Pdl prima e Ncd poi) e quindi con quella dell’allora assessore regionale Pino Gentile, quest’ultimo indicato come una persona che in passato aveva favorito Antonio Talarico (uno dei presenti in casa del boss Pelle), tramite una persona di sua conoscenza, per l’incasso di centomila euro in assegni da scontare con denaro liquido durante la gestione della sua azienda, effettuato presso la filiale di una banca di Catanzaro. Su Pino Gentile è quindi direttamente il boss Giuseppe Pelle a spiegare nei dialoghi intercettati che l’assessore Gentile è una “potenza” ed i “fratelli Gentile sono forti”, con Talarico che di rimando spiegava come i fratelli Gentile “erano in grado, indipendentemente dall’appartenenza a correnti politiche di destra o sinistra, di coagulare interessi politici e bancari”, riscuotendo in tale affermazione il pieno accordo del boss Giuseppe Pelle il quale ulteriormente spiegava che i Gentile “di che partito è, ma quando c’è … mangiano insieme”.






    Paolo Romeo e Giorgio De Stefano e le regionali del 2010. In occasione delle elezioni regionali del 2010, anche Paolo Romeo e Giorgio De Stefano (ora arrestati quale vertice del gruppo segreto in seno alla ‘ndrangheta) si sono quindi posti il problema di scegliere chi sostenere tra Giuseppe Scopelliti ed Agazio Loiero.


    Per tali ragioni, il 20 marzo 2010, secondo la ricostruzione della Dda, Paolo Romeo ed un altro soggetto – che per gli inquirenti avrebbe svolto il ruolo di “cuscinetto degli ingranaggi che consentiva” allo stesso Paolo Romeo ed a Giorgio De Stefano “di incontrarsi senza che risultassero contatti diretti” – avevano discusso della campagna elettorale in corso per le regionali del 2010.




    In particolare, Romeo sosteneva che Giuseppe Scopelliti avrebbe ottenuto positivi riscontri poiché “c’è Callipo che lo disturba a Loiero”. In tale ottica, Paolo Romeo – appreso che il suo amico con il ruolo di “cuscinetto degli ingranaggi che consentivano allo stesso Paolo Romeo ed a Giorgio De Stefano di incontrarsi senza che risultassero contatti diretti” si sarebbe astenuto dall’esprimere preferenze – lo invitava a votare per l’industriale vibonese del tonno Pippo Callipo, nel 2010 candidato alla presidenza della Regione Calabria con la lista “Io resto in Calabria”.



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  4. #54
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    ‘Ndrangheta: operazione “Mamma Santissima”, ecco gli altri politici sostenuti da Sarra e dai clan


    Sono diversi gli esponenti politici chiamati “in causa” nella ricostruzione dei magistrati della Dda di Reggio Calabria. Un quadro devastante per un’inchiesta storica


    di GIUSEPPE BAGLIVO


    E’ un’inchiesta storica quella portata ieri a termine dalla Dda di Reggio Calabria e denominata “Mammasantissima”. I magistrati ritengono di aver svelato un gruppo di vertice segreto in seno alla ‘ndrangheta capace di condizionare la vita politica ed economica della città ed anche dell’intera regione.


    Già solo dai capi di imputazione elevati dai magistrati nei confronti degli indagati e degli arrestati, ben si comprende la portata dell’inchiesta.






    Francesco Chirico (cognato del boss Orazio De Stefano) è infatti indagato poichè – sfruttando la sua capacità relazionale e di mimetizzazione connessa alla attività lavorativa svolta alle dipendenze, dal 1973 al 2004, del Comune di Reggio Calabria e, dal mese di ottobre 2004, della Regione Calabria (Servizio giuridico, con sede in via Tripepi di Reggio Calabria) – avrebbe svolto il ruolo di soggetto cerniera tra le componenti “visibili” e quella “riservata” della ‘ndrangheta, rapportandosi per conto dell’organizzazione mafiosa con le più importanti realtà imprenditoriali operanti sul territorio, interessate a mascherare la presenza di relazioni dirette con le articolazioni territoriali della ‘ndrangheta reggina, avvalendosi anche “di sigle ed operatori sindacali, tra i quali Barillà Antonino, anche per imporre l’assunzione di soggetti a lui collegati ed appartenenti al medesimo circuito criminale”.




    Altri politici citati dai magistrati antimafia vengono invece messi nero su bianco nel capo d’imputazione elevato a carico dell’ex assessore regionale di centrodestra (An) ed ex sottosegretario regionale Alberto Sarra (giunta di Giuseppe Scopelliti). Ad avviso degli inquirenti, Alberto Sarra, dopo vaer personalmente goduto nel 2005 dell’appoggio elettorale dei clan di Reggio Calabria De Stefano (per il tramite di Francesco Chirico), Condello, Lampada, Libri, dei Pangallo, dei Crucitti, oltre agli Alvaro di Sinopoli (intesi “Carni i cani”), nel 2006 avrebbe sostenuto – con esito sfavorevole – la candidatura di Vincenzo Giglio alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Provinciale di Reggio Calabria;




    Nel 2007, invece, Alberto Sarra in stretta sinergia con l’avvocato ed ex deputato del Psdi Paolo Romeo (pure lui arrestato) avrebbe sostenuto favorevolmente Giuseppe Scopelliti a sindaco del Comune di Reggio Calabria (in guisa da perpetuare – evidenziano i magistrati – il potere di controllo e condizionamento sull’operato di Scopelliti secondo le medesime logiche rilevabili per la campagna elettorale del 2002), attraverso il supporto dei seguenti candidati alla carica di consigliere comunale, presenti in liste collegate a quella di Scopelliti: per il movimento Cdc Strati Demetrio ; per la lista civica Alleanza per Scopelliti, Savio Leandro; per An Labate Massimo, Gatto Paolo, Scarfone Beniamino e Vecchio Sebastiano, quest’ultimo – ad avviso della Dda – diretta espressione di Paolo Romeo.






    A tal fine, Alberto Sarra è accusato di aver chiesto ed ottenuto il sostegno di Buggè Carmelo, ritenuto partecipe al clan Giofrè di Seminara, a cui favore avrebbe deviato il ruolo di Germanò Francesco utilizzando indebitamente la struttura legale del Consiglio Regionale della Calabria. Quindi, sempre Alberto Sarra nelle elezioni politiche del maggio 2001 per l’elezione del sindaco del Comune di Reggio Calabria avrebbe sostenuto con esito favorevole la candidatura dello stesso Francesco Germanò.


    Tali politici non risultano allo stato indagati, ma vengono citati nel capo d’imputazione elevato a carico di Alberto Sarra che in loro favore si sarebbe mobilitato.






    Ed ancora: Alberto Sarra è accusato di aver sostenuto elettoralmente il candidato Alessandro Delfino (anche quest’ultimo indagato) che “egli sapeva appoggiato” dal clan Tegano, quantomeno nelle persone di Roberto Moio e Bruno Nicolazzo) e dal clan De Stefano nella persona di Francesco Chirico. Alberto Sarra avrebbe poi accettato fra le proprie fila il candidato Giuseppe Alati, “indicatogli da Lampada Giulio come utile al progetto di affermazione elettorale”. Sarra avrebbe quindi ottenuto dai clan Libri e Caridi il sostegno per il candidato Demetrio Strati, “che si è altresì giovato del sostegno di Gattuso Domenico, risultato contiguo alla cosca Condello per il tramite dei Lampada”.


    La lista “Noi Sud”. Alberto Sarra è poi accusato di aver promosso la creazione della lista denominata “Noi Sud” candidandovi alle regionali del 2010, in sostegno al candidato alla presidenza della giunta, Giuseppe Scopelliti, Sebastano Giorgi e l’avvocato Antonio Managò. Quest’ultimo, ad avviso dei magistrati antimafia reggini, per merito di Sarra avrebbe beneficiato dell’appoggio elettorale di Giuseppe Barbaro di Platì, come riferito da quest’ultimo il 26 marzo 2010 al boss Giuseppe Pelle di San Luca, soggetto di vertice dell’omonimo clan. In tale “strategia elettorale” (che non vede comunque indagati nè Giorgi, nè Managò), Alberto Sarra sarebbe stato sostenuto da Paolo Romeo, Antonio Marra e Antonio Idone. Scopelliti in cambio dell’appoggio elettorale, ad avviso degli inquirenti, ha poi nominato Alberto Sarra sottosegretario regionale.



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    M5S a Reggio Calabria: “La ‘ndrangheta vada fuori dalle palle!”

    Lunedì 25 Luglio 2016
    9:01
    M5S a Reggio Calabria
    di Clara Varano – “La notte che spazza” del M5S lascia il segno a Reggio Calabria e lo fa tangibilmente. Lasciamo perdere le centinaia di persone che si sono riversate sul lungomare per ascoltare quelli che in qualche modo vengono ancora considerati “ragazzini che giocano a far politica”, non è quello a lasciare il segno, ma le parole. Forti, dure, senza censure, senza paura, “colorite” che tutti, dai consiglieri comunali locali, agli esponenti parlamentari gridano in faccia al “potere deviato” che “questa città se l’è mangiata tutta, giorno dopo giorno, adesso basta, la ‘ndrangheta vada fuori dalle palle”.
    ‘Ndrangheta, massoneria, burocrazia-colletti bianchi, partiti, tutto viene passato al setaccio minuziosamente. Dal palco sono gridati i nomi di chi dalla Dda di Reggio Calabria viene considerato il male assoluto per la città e la Calabria. Da Paolo Romeo ad Alberto Sarra, da Antonio Caridi a Giovanni Bilardi, senza dimenticare Giuseppe Scopelliti e senza scordare di richiamare alle proprie responsabilità di trasparenza l’attuale sindaco Giuseppe Falcomatà.
    L’INCHIESTA MAMMA SANTISSIMA
    “Mamma Santissima – spiega il senatore Nicola Morra – è il nome dell’operazione per cui si è saputo che qualche politico reggino ‘forse’ meritava gli arresti. E’ una inchiesta che deve scuotere la coscienza dei calabresi tutti. Ha fatto capire che persone che stanno sedute accanto al sottoscritto possono essere le talpe che il potere criminale utilizza per controllare lo Stato. E’ scorretto definire le associazioni criminali come mafiose perché qua c’è ‘ndrangheta. La ‘ndrangheta ha capito come infiltrarsi nelle istituzioni. Lo fa grazie ai “fratelli”, ai fratelli massoni che ormai sono altro rispetto a prima. Ricordo che un certo Agostino Cordova che ha iniziato a fare delle indagini sulla massoneria deviata e allora è stato fermato. La massoneria è composta da tantissimi esponenti di categorie sociali, ma in Calabria è soprattutto l’avvocatura quella che dà linfa alla Massoneria e mi pare che fosse l’avvocato Romeo uno degli uomini di punta. Facciamolo sto nome: Paolo Romeo, ex parlamentare. Gente che sta là da trenta anni e decide se il centro commerciale debba essere aftto da una parte o dall’altra. se Marilina Intrieri debba candidarsi con Scopelliti oppure no. Massoni e ‘ndranghetisti controllano i partiti e il trasversalismo e qui dobbiamo cambiare noi calabresi perché se si presenta mio cugino dobbiamo avere le palle per dire ‘non ti voto’. Perché in Calabria ci sono più candidati che elettori”.
    COMMISSIONE D’ACCESSO AL COMUNE DI REGGIO
    “La nostra valutazione – ha sottolineato in merito Morra – non può non tener conto della gravità degli elementi che sono emersi da più inchieste che stanno muovendo avvicinandosi anche ai palazzi della Regione. Credo che sia diritto di tutti i calabresi onesti pretendere verità. Forse abbiamo una magistratura che sta prendendo più coraggio. Noi abiamo necessità di dosi massiccia di territori. Quando Gratteri lancia un anatema contro la burocrazia della Regione sostenendo che sia un male anche peggiore di certa politica e Oliverio gli va dietro, dopo però bisogna domandarsi: lui che sta facendo? cosa ha fatto in questi due anni? Nulla! Proclami e nulla più”.
    L’INCONTRO DA NICO LIBRI DECIDE IL FUTURO DELLA CITTA’
    A tracciare la storia masso-politco-‘ndranghetista della città di Reggio Calabria è una giovanissima parlamentare, componente della commissione parlamentare antimafia: Giulia Sarti. “La Mafia vuole mettere le mani sull’acqua sui rifiuti perché c’è uno stato che gli ha permesso di farlo che gli ha lasciato praterie per farlo. Per questo siamo così arrabbiati. Questo Comune è stato sciolto per mafia. Se una persona si mette a verificare e a cercare le cose scopre che in realtà le conseguenze che hanno portato allo scioglimento di Reggio vanno ricercate nel 2002 quando a casa del boss don Nico Libri, agli arresti domiciliari nella sua casa a Prato, riceveva tranquillamente ‘ndranghetisti e un bel giorno riceve un imprenditore e con questo imprenditore si mettono a discutere del “futuro”. Quella conversazione si può definire come il trattato di evoluzione della ‘ndrangheta. Era il 2002 e questi uomini decidevano allora come mettere le mani sulle municipalizzate del comune di Reggio. L’imprenditore era Matteo Alampi. Qui la ‘ndrangheta si è organizzata benissimo. Le cosche tra di loro hanno fatto sistema e per combatterlo abbiamo bisogno del vostro aiuto. Noi le proposte in parlamento le facciamo, ma abbiamo bisogno di voi perché diventino concrete. E’ dal 2013 che Dalila Nesci ha fatto in aula l’intervento per dire che Caridi dentro la commissione antimafia non ci doveva stare e come è che noi ce ne siamo accorti, siamo veggenti? No, siamo persone oneste che studiano, leggono e si rendono conto che se una persona ha certi legami dentro la commissione antimafia non ci può stare, non la deve vedere manco col binocolo. Fa male leggere le ordinanza di custodia cautelare e vedere che in parlamento non succede niente”.
    FALCOMATA’ CI DIA RISPOSTE SULLA AZIENDA ET
    Dalila Nesci entra nel vivo della questione calabrese e racconta alle numerose persone presenti anche retroscena mai venuti fuori contenuti nelle carte delle recenti operazioni. “Qui nella città metropolitana di Reggio Calabria ci sarà una torta da spartire, oltre 410 milioni di euro e già sappiamo che stanno cercando di capire come spartirsela. Reggio Calabria ha questa caratteristica della doppiezza. E’ un posto meraviglioso, ma qui ha fondato le sue radici la ‘ndrangheta, l’eversione nera, la massoneria più sporca. Qui da sempre il profumo del bergamotto si è mischiato al puzzo del compromesso. Qui quando parliamo non sappiamo mai veramente con chi stiamo parlando. Non dimentichiamoci che questa è la città di Matacena che in coppia con Romeo ha fatto drenare soldi pubblici. Qui è evidente che ci sia una classe politica letteralmente impastata con il sistema e non ha portato mai nulla alla nostra regione. In tutto questo sfacelo c’è il Pd. Il Pd che è al governo nazionale, regionale, che governa qui a Reggio Calabria e sistematicamente non vuole rispondere delle sue responsabilità politiche ogni volta. Vi ricordo che la presidente dell’Antimafia, Rosy Bindi si è accontentata di cacciare l’ex segretario comunale reggino e chi è rimasto però ben saldo in Comune? Cammera, faccendiere di Romeo, è rimasto sempre ai posti di comando e l’ex segretario comunale sapete dove è andato a finire? E’ diventato capo del personale all’Asp di Reggio Calabria nominato da chi? Da Santi Gioffrè, quello che l’Anac ha detto che era lì illegittimamente nominato da Oliverio. Qui quello che è fuorilegge, diventa legale. E ancora, Falcomatà ci deve dare delle risposte. Nella relazione della Commissione d’accesso che sciolse il comune c’è una azienda la Et che ancora oggi ha preso un appalto per oltre 20 mln di euro. E’ una società del presidente degli industriali reggini Cuzzocrea e noi vogliamo risposte perchè o ci dite che quella relazione non aveva peso ed è stata superata oppure c’è qualcosa che non va”.
    ANCHE MIMMO TALLINI NELL’ORDINANZA COME POLITICO ELETTO DALLA ‘NDRANGHETA
    Nel’ordinanza di un procedimento penale che è nelle mani della Dda di reggio calabria ci sono dei nomi che non sono usciti molto. In data 17 aprile 2010 veniva ripreso a Bovalino un incontro a casa di Giuseppe Pelle. I soggetti presenti avevano orientato il loro interesse verso i candidati neoeletti uno di essi era Caridi, successivamente Talarico citava l’assessore al personale della Regione Calabria indicandolo come il personaggio politico di riferimento a cui egli e le persone a lui vicine avevano fornito un sostanziale appoggio elettorale: era l’attuale consigliere regionale Domenico Tallini, indicato come la persona che avrebbe rispettato quanto promesso in cambio del sostegno elettorale. Lui teoricamente sta oggi all’opposizione.
    IL SALUTO DI SALVATORE BORSELLINO
    Salvatore Borsellino – A tutte le coscienze pulite che lottano contro ogni potere deviato arrogante violento e illegale. Anche la Calabria può ribellarsi, deve farlo perché è l’unica possibilità per i giovani che non meritano di soffrire, non meritano la mancanza di certezze e non meritano l’oppressione mafiosa. Dobbiamo reagire per fermare l’emigrazione e le disuguaglianze provocata da una ‘ndrangheta politica priva di scrupoli, guidata da una massoneria ancora più pericolosa. Dobbiamo essere uniti e portare ovunque questo messaggio iniziando dai più giovani. Solo così la Calabria che è una terra meravigliosa potrà respirare la bellezza del fresco profumo di libertà che è l’auspicio, l’eredità spirituale, morale e civile di mio fratello Paolo.



    strill.it | M5S a Reggio Calabria: ?La ?ndrangheta vada fuori dalle palle!?
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  6. #56
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    Reggio, l’affondo del M5S: “La ‘ndrangheta ufficio di collocamento per i politici”


    di Anna Zaffino - "Questa iniziativa serve a far capire che esiste un'altra forza politica, un' Italia di cittadini per bene e per dire ai magistrati, spesso abbandonati dalle istituzioni, che non sono soli. Andate avanti". A parlare è uno dei componenti del Direttorio del Movimento Cinquestelle, Alessandro Di Battista, durante la manifestazione "La notte che spazza il sistema. In piazza per soffocare la 'ndrangheta in politica". Una presa di posizione del movimento arrivata dopo le che la Procura di Reggio Calabria ha scoperchiato le triangolazioni politico – massonico – mafiose che soffocano la città. Una presa di posizione avvenuta all'indomani delle recenti operazioni della portata di "Fata Morgana", "Reghion", "Alchemia" e "Mammasantissima", l'ultima delle quali, in particolare, avrebbe svelato l'esistenza di una cupola riservata e invisibile di appartenenti alla 'ndrangheta che avrebbe infettato le istituzioni con i propri uomini politici: un'elite che sceglie i propri rappresentanti, li cresce, li costruisce e li infiltra. Al centro delle inchieste della Dda di Reggio Calabria sono finiti, tra gli altri, gli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, il dirigente comunale Marcello Cammera, l'ex sottosegretario regionale Alberto Sarra, il senatore Antonio Caridi, il deputato Giuseppe Galati e il vicepresidente del Consiglio regionale Francesco D'Agostino.



    "SI PROCEDA SUBITO SU CARIDI E BILARDI"- L'altro membro del Direttorio, Luigi Di Maio, ha chiesto a gran voce che "il Senato prima della pausa estiva calendarizzi l'autorizzazione a procedere" per il senatore Antonio Caridi (per il quale la Procura di Reggio Calabria, retta da Federico Cafiero de Raho, ha inoltrato al Parlamento le carte d'indagine, affinchè si possa procedere all'arresto) ma anche per il senatore Giovanni Bilardi (coinvolto nell'inchiesta "Erga Omnes" sui rimborsi pazzi percepiti dai consiglieri regionali nella precedente legislatura). "Serate come questa – ha aggiunto di Maio – servono a ricordare che un modo di fare politica differente c'è e per chiedere, assieme a tutta la cittadinanza, che i senatori della Repubblica siano trattati come normali cittadini e non come dei privilegiati. E' allucinante che siccome Bilardi è un senatore della maggioranza, e Renzi ha i numeri risicati in Senato, si abdichi totalmente alla possibilità di far votare l'autorizzazione a procedere. E' questo è un altro di quei motivi per cui poi alle amministrative non li votano più". Gli ha fatto eco l'altro membro del direttorio, Alessandro Di Battista: "Mi auguro che si arrivi il prima possibile al voto sulla richiesta di arresto del senatore Caridi. É vergognoso e intollerabile che ancora non si sia votato". Da Di Maio è provenuto poi un grazie "ai magistrati e alle forze dell'ordine che hanno lavorato bene e a cui chiediamo di resistere. Resistete, tra un anno e mezzo ci saremo noi".

    'NDRANGHETA UFFICIO DI COLLOCAMENTO PER POLITICI - Rimarcare la differenza con i partiti tradizionali il fil rouge della manifestazione a cui hanno partecipato anche i parlamentari Giulia Sarti, Federica Dieni, Dalila Nesci, Laura Ferrara, Paolo Parentela e Nicola Morra, nonché i consiglieri comunali M5S di Corigliano, Celico e Scalea e Crotone e Amantea. "Appena sono scoppiate le ennesime inchieste che ci hanno fatto capire l'esistenza di una cupola enorme pericolosissima e segretissima che grazie alla politica corrotta riesce ad avere questa forza – ha detto Di Battista– abbiamo deciso di venire qui a sostenere la Calabria per bene. Oggi la 'ndrangheta è l'ufficio di collocamento dei politici, che poi devono restituire il favore. Noi insistiamo in Parlamento – ha proseguito il membro del direttorio – per l'approvazione di leggi che davvero permetteranno di combattere le cosche e il malaffare, come quel reato di scambio politico mafioso che Pd, Ncd e Forza Italia hanno annacquato, ma che con noi al governo diventerà un reato estremamente grave. Applicheremo il Daspo per i corrotti, infiltreremo degli agenti speciali nella pubblica amministrazione per scoprire reati legati alla corruzione perchè queste inchieste ci fanno capire che senza i politici corrotti le cosche non avrebbero la forza che hanno attualmente. Noi siamo un mezzo per far sì che i cittadini onesti possano entrare nelle istituzioni". Sulla stessa lunghezza d'onda Di Maio: "Le ultime inchieste della Dda di Reggio Calabria hanno dimostrato che senza la politica corrotta la 'ndrangheta neanche esisterebbe. Noi vogliamo semplicemente affermare un modo di fare politica differente, in cui non c'è bisogno del voto di scambio. Abbiamo dimostrato in questi anni di essere alternativi a quanto emerge da queste inchieste che coinvolgono una volta una parte politica e la volta successiva un'altra. Noi siamo altra cosa rispetto a tutto questo. Bisogna reagire e lo si fa anche quando si va a votare".

    A SCUOLA DI 'NDRANGHETA – "La cosa allucinante e preoccupante – ha detto Di Maio – è che adesso le mafie creano le scuole politiche. Allevano politici al proprio interno, li hanno creati in house, e poi, se dimostrano fedeltà – come emerge dagli atti delle inchieste – li infiltrano al Comune, alla Regione e, se sono bravi, anche al Parlamento europeo. I partiti non hanno più le scuole politiche, mentre la 'ndrangheta ha fondato e costruito le proprie". Di Maio ha chiesto una netta presa di posizione da parte del presidente del Consiglio Mattero Renzi: "Deve dire da che parte sta. Se l'autorizzazione a procedere (nei confronti di Caridi e Bilardi, nda) non avverrà prima della pausa estiva, vorrà dire che non sta dalla parte di magistrati".

    "COMMISSIONE D'ACCESSO AL COMUNE DI REGGIO" – E' stato il M5S proprio nei giorni scorsi a richiedere una commissione d'accesso antimafia nel Comune di Reggio Calabria. La reggina Dieni durante la manifestazione ha urlato basta "al sistema 'ndranghetista e massonico che ha paralizzato le nostre istituzioni. Massoni come Paolo Romeo sono stati ricevuti al Comune di Reggio Calabria per dare il loro contributo per creare la città metropolitana. E' una vergogna – ha aggiunto – che rispetto al sistema creato da Scopelliti non si sia andati oltre. Abbiamo chiesto una commissione d'accesso al Comune che possa verificare che non ci siano ancora ingerenze da parte della 'ndrangheta. Seguiranno altri atti perchè faremo ulteriori interrogazioni parlamentari". Un provvedimento questo necessario anche perché "a breve diventeremo città metropolitana ed è un tavolo intorno al quale tutti vogliono sedere". La pensa così anche Nesci perché " ci sono in ballo 410 milioni di euro".

    RIPRENDIAMOCI LA SOVRANITA' – Scatenati anche gli altri rappresentanti del M5S. Per Ferrara "quella che dovrebbe essere l'eccezione, la mafia, sta diventando la normalità. Dobbiamo spazzare via questo sistema e ripulire la nostra regione. Basta abbassare la testa, basta con quei colletti bianchi collusi con una 'ndrangheta che si infiltra in tutti i luoghi di potere. In Calabria noi abbiamo pochi voti perché noi non promettiamo posti di lavoro o appalti". Anche da Nicola Morra è provenuto un appello: "L'inchiesta 'Mammasantissima' deve scuotere le coscienze dei calabresi. Basta con 'ndrangheta, massoneria, partiti, burocrazia e una parte di avvocati, come Paolo Romeo, che danno linfa alla 'ndrangheta". E se il consigliere comunale di Amantea Francesca Menichino parla di "partiti che non sono più di sinistra o di destra ma sono consorterie massonico ndranghetiste", a prendersela con la Regione è Parentela che ha attaccato quel vicepresidente del Consiglio regionale, Francesco D'Agostino, "eletto con la lista Oliverio Presidente. Riprendiamoci le istituzioni, la Calabria e l'Italia, la nostra sovranità. Non serve la speranza, ma il coraggio. La mafia si è sostituita allo Stato". Per Giulia Sarti deve partire un "grido di coraggio e indignazione. Dopo il commissariamento del 2012 non è cambiato nulla". Ma adesso, per Nesci, quello scoperto dalla Procura "è un momento storico. Reggio e tutta la Calabria non possono far finta di non sapere e girare la faccia dall'altra parte. Noi diamo la possibilità di spazzare via il sistema e di ripartire dalla persone oneste. Le forze sane della Calabria devono esporsi". Dieni ha chiesto il supporto di tutti "quei cittadini onesti perchè Reggio Calabria domani sarà uguale a oggi se non scegliamo di lottare per cambiare la mentalità: occorre non svendere più il voto per l'amico che promette qualcosa in cambio. Non svendiamo la nostra coscienza e la nostra dignità".



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  7. #57
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    M5S in piazza a Reggio Calabria “per soffocare la ‘ndrangheta in politica”



    Reggio Calabria - Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio, insieme ai rappresentanti calabresi del M5S, hanno partecipato domenica 24 luglio all’evento “La notte che spazza il sistema. In piazza per soffocare la ‘ndrangheta in politica” organizzato a Reggio Calabria nel piazzale della stazione Lido.I parlamentari pentastellati partono subito dalle operazioni contro la 'ndrangheta condotte dalla Dda di Reggio Calabria che hanno riguardato alcuni politici calabresi: “Mi auguro che si arrivi il prima possibile al voto sulla richiesta di arresto del senatore Caridi. É vergognoso che ancora non si sia votato su questa richiesta". DIchiara Alessandro Di Battista, componente del Direttorio del Movimento 5 Stelle. "Sono tre anni - ha aggiunto - che denunciamo l'alleanza tra politici corrotti e cosche. Senza i politici corrotti le cosche non avrebbero la forza che hanno. Il reato di voto di scambio politico mafioso è stato annacquato dal Pd, che ha ubbidito a Forza Italia e al Nuovo centro destra, da cui provengono i politici coinvolti in questi scandali come il senatore Caridi. La nostra proposta è che venga istituito un vero reato di scambio politico-mafioso, che hanno annacquato; di inserire il Daspo per i corrotti, e che venga creata la figura dell'agente provocatore, infiltrati dentro la Pubblica amministrazione per scovare dall'interno i reati legati alla corruzione”.Di Battista: Alfano ha più indagati che elettori"Se avesse un briciolo di dignità Alfano dovrebbe sciogliere il suo partito, anche perché ha più indagati che elettori e dovrebbe cercarsi un altro lavoro". Lo ha detto a Reggio Calabria il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista. Parlando dell'Italicum, Di Battista lo ha definito "una schifezza che combattiamo sin dal primo giorno perché produrrà un Parlamento di nominati. Una legge che combattiamo dal primo giorno. Renzi ha fatto passare l'Italicum ponendo la fiducia, un metodo vergognoso ed antidemocratico. Una legge concepita contro il Movimento 5 Stelle. Oggi che si sono accorti che l'Italicum sfavorisce il nostro movimento meno di quanto loro avevano immaginato, ecco che esce Bersani che propone il 'Bersanellum'. Ma lo scopo é sempre quello: approvare una legge elettorale che danneggi il Movimento 5 Stelle”.Di Maio: ‘ndrangheta senza politica corrotta non esisterebbeAlla manifestazione anche Luigi Di Maio, che da Reggio Calabria afferma: “Le ultime inchieste della Dda di Reggio Calabria hanno dimostrato che senza la politica corrotta la 'ndrangheta neanche esisterebbe". "Noi siamo qui - ha aggiunto - per affermare che c'é un modo di fare politica differente, un modo di fare politica in cui non c'è bisogno di voto di scambio. Una politica differente. Con il Movimento 5 Stelle abbiamo dimostrato in questi anni di essere alternativi a quanto emerge da queste inchieste che coinvolgono, tra l'altro, una volta una parte politica ed la volta successiva l'altra parte politica. Noi siamo un'altra cosa rispetto a tutto questo".Secondo Di Maio, "il Senato prima della pausa estiva, dovrebbe calendarizzare l'autorizzazione a procedere per i senatori Bilardi e Caridi”. "Questo Paese ha una struttura, tra enti locali, regionali e Governo centrale, fatta apposta per consentire la corruzione. Non dico che è stata progettata per favorire la corruzione, ma per come è fatta tutti si rendono conto che la favorisce”. "La struttura del nostro Stato - ha aggiunto - é articolata in Comuni, Comunità montane, Aree vaste, Province, Città Metropolitane, Ministeri e Regioni. Tutta questa stratificazione non fa altro che favorire il lavoro di burocrati e professionisti corrotti e assoldati dalle mafie. Mi chiedo se il referendum costituzionale che voteremo semplificherà questa struttura. In realtà non è così. Anche se dovesse passare il Si, noi avremo sempre Comuni sotto i tremila abitanti che andrebbero aboliti, aree vaste che prima erano province, Regioni che potrebbero essere accorpate. Basta. Tutta questa stratificazione non sta facendo altro che creare la corruzione in cui si annidano anche le dinamiche di mafia".



    http://www.lametino.it/Calabria/m5s-...-politica.html
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  8. #58
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    Grande folla a Reggio Calabria per la “Notte che spezza il sistema” del M5S [FOTO e VIDEO]


    24 luglio 2016 23:09 | Chiara Cucinotta




    Il Piazzale Stazione Lido di Reggio Calabria ha ospitato questa sera alle 21.00 “La notte che spezza il sistema“, manifestazione organizzata dal Movimento 5 Stelle cittadino al quale hanno preso parte volti politici ben noti come Dalila Nesci, Federica Dieni, Paolo Parentela, Giulia Sarti, Nicola Morra, Laura Ferrara ma soprattutto gli onorevoli Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio.
    Il motivo principale di questa manifestazione, come recita la locandina dell’evento è scendere “in piazza per soffocare la ‘ndrangheta in politica“. Una ferma posizione dei pentastellati che, a seguito delle ultime operazioni della magistratura in città con conseguenti arresti e denunce di tanti coinvolti nel sistema politico, vogliono commissariare nuovamente il Comune di Reggio Calabria.
    Avere questa gente qui è fondamentale, avere bravi e onesti servitori dello Stato, Magistrati che combattano la ‘ndrangheta e la corruzione nella politica hanno tirato fuori queste inchieste che di fatto distruggono la cupola segretissima, abbiamo subito pensato a organizzare una manifestazione in piazza, che serve essenzialmente a far capire che c’è chi combatte per la legalità, per l’onesta e contro il malaffare, e contro la politica corrotta che è la grande arma che oggi hanno in mano le cosche, che grazie ai politici corrotti si infiltrano nelle grandi opere e gestiscono appalti, si infiltrano nelle istituzioni a tutti i livelli; e poi far capire a questi giudici che non sono soli, perché la nostra forza politica e mi auguro anche altre non abbandonano questi magistrati, stanno accanto a PM come Giuseppe Lombardo e stanno di fianco al lavoro di coloro che tra l’altro rischiano la vita per la trasparenza, la legalità e per il benessere collettivo” dice ai nostri microfoni l’on. Alessandro Di Battista.
    E conclude: “Gli italiani devono scegliere da che parte stare. Non esiste più il grigio: o bianco o nero, se si sta dalla parte di quel sistema, si difende quel sistema che ha impoverito una tra le più belle regioni del mondo come la Calabria e non ha dato nulla. I giovani fuggono, c’è sempre più disonestà e disoccupazione. I cittadini devono schierarsi perché è un dovere: ti crei dei nemici ma cammini a testa alta“.



    Grande folla a Reggio Calabria per la "Notte che spezza il sistema" del M5S [FOTO e VIDEO] | Stretto Web
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  9. #59
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    Sbirri venduti e faccendieri, la rete di spioni che trama in segreto per politici e clan (di Roberto Saviano)



    Da Iacchite -

    4 agosto 2016




    Sbirri “venduti” e faccendieri, la rete di spioni che trama in segreto per politici e clan.


    L’ultimo caso è quello del maresciallo dei carabinieri arrestato a Napoli con l’accusa di avere passato informazioni riservate a Nicola Cosentino. C’è poi il copione visto negli affaire di Bisignani e Lavitola, due volti al centro di altri scandali, dalla P4 alla compravendita di parlamentari.


    Ne scrive un “pezzo grosso” come Roberto Saviano ma, se avrete la pazienza di leggere il suo articolo, uscito su “Repubblica”, vi renderete conto di come il meccanismo sia uguale a quello che c’è in Calabria e che vi abbiamo raccontato tante volte su Iacchite’. Come per esempio quello che fa scrivere ad una testata vicina ai “servizi” che un parlamentare del PD è affiliato al clan Muto.


    Ma Saviano è… Saviano!


    di ROBERTO SAVIANO


    La storia che sto per raccontare vi riguarda perché è storia del nostro Paese e di quei rapporti ambigui tra politica, giornalismo e forze dell’ordine che spesso ci sembra odioso persino descrivere. Figure che operano nell’ombra, che raccolgono informazioni riservate e sanno come manipolarle, amputarle, barattarle. Notizie che servono a ricattare, a disinnescare inchieste giudiziarie e a preparare agguati e che arrivano a favorire le organizzazioni criminali. Sì, perché nella storia che sto per raccontarvi c’entrano anche loro, i clan di camorra. E c’entrano politici sotto processo per presunti legami con le organizzazioni criminali, rappresentanti delle forze dell’ordine infedeli, faccendieri e giornalisti borderline.


    È quanto si può leggere nell’ordinanza cautelare emessa nei confronti del maresciallo dei carabinieri Giuseppe Iannini, arrestato qualche giorno fa. Il gip in uno dei passaggi più significativi del provvedimento così descrive l’indagato: “Emerge una personalità forte, arrogante e prevaricatrice con la criminalità da strada (il mondo dei pusher nel quale si impegna, anche oltre il consentito a quanto pare) e accondiscendente, disponibile e, peggio ancora, corruttibile nei confronti della criminalità di un livello superiore (…)”.


    “Persone come Iannini Giuseppe sono funzionali ad un sistema che si oppone alle forze sane della polizia che ogni giorno si sacrificano per accertare non chi spaccia in strada, ma chi reinveste quei profitti con l’aiuto di imprenditori e amministratori compiacenti”.


    Quanto oggi sappiamo su Iannini è frutto del lavoro dei carabinieri di Caserta, guidati dal colonnello Giancarlo Scafuri, e dell’ex comandante della stazione dei Carabinieri di Castello di Cisterna (dove Iannini ha prestato servizio fino al 2013), Fabio Cagnazzo. L’impressione è che ci sia ancora da scavare per capire se Iannini lavorava per se stesso o se fosse eterodiretto, lui che, secondo quanto ha ricostruito la Dda di Napoli, avrebbe fornito informazioni riservate e file relativi ad atti di indagine secretati a Nicola Cosentino, imputato per essere il referente politico del clan dei Casalesi.


    La personalità di Iannini, come descritta dal giudice, coincide con l’idealtipo dello sbirro, caratteristico di una cultura tradizionalmente di destra che ha trovato espressione politica nel centro-destra di governo, non solo in Campania. Forte con i deboli, debole con i forti e servile con i potenti.


    Questa politica ha riempito le carceri di tanti piccoli spacciatori e per lungo tempo ha fatto di tutto per rendere penalmente irrilevanti i comportamenti dei colletti bianchi, della politica e della camorra, quando le due non erano la stessa cosa. Questa tipologia di carabiniere corrotto, secondo le accuse dell’antimafia di Napoli, costruisce la propria credibilità negli arresti di pusher, per potersi meglio sedere al tavolo dei politici camorristi, dell’imprenditoria criminale che non sparando e non spacciando assume altro tipo di profilo. L’ordinanza offre uno spaccato desolante della situazione campana, e casertana in particolare, con un ospedale pubblico – che poi sarà di lì a poco oggetto di commissariamento per infiltrazioni camorristiche – che, nelle parole del gip, diviene quasi una “succursale” dello studio di Cosentino.


    L’oggetto dello scambio ipotizzato dal gip tra Iannini e Cosentino erano i documenti contenuti in una pen drive ricondotta al primo e trovata in possesso del secondo; Iannini e Cosentino, nel corso degli interrogatori, hanno poi confessato la consegna della pen drive. L’ex uomo forte di Berlusconi in Campania ha sostenuto di essere stato truffato dal carabiniere, poiché tra gli atti che gli erano stati consegnati ce n’era uno oggetto di contraffazione. Proprio così: nella memoria gli inquirenti hanno trovato un verbale che riportava dichiarazioni apparentemente riconducibili a un collaboratore di giustizia, Tommaso Prestieri, ma che in realtà era stato modificato, utilizzando il contenuto del verbale di un altro collaboratore. Ma il documento (questa volta) originale più importante tra quelli presenti nella memoria è un’informativa, al tempo del sequestro secretata, riguardante i rapporti tra la famiglia Cesaro e il clan Puca, secondo la quale “il clan Puca aveva stretto accordi con il clan dei casalesi che si manifestavano nei rapporti altalenanti tra Cosentino Nicola, ritenuto referente dei casalesi, e Cesaro Luigi, ritenuto referente del clan Puca”.




    Luigi Cesaro è un deputato di Forza Italia, dal 2009 al 2012 presidente della Provincia di Napoli, prima fedele a Nicola Cosentino, poi suo acerrimo rivale. Cosentino, prima di confessare, era stato più volte sentito dagli inquirenti perché chiarisse l’accaduto e, secondo il gip, aveva fornito versioni ogni volta diverse e fantasiose, allo scopo evidente di proteggere Iannini. Perché esporsi tanto per un soggetto del quale secondo la prima versione di Cosentino, riportata dal giudice, gli era ignoto anche il nome?


    Il profilo personale del maresciallo Iannini è assai complesso e aiuta ad aggiungere un ulteriore tassello alla comprensione di quel sottobosco che trama contro la democrazia, attraverso il meccanismo tristemente noto con il nome di macchina del fango. Non è la prima volta che il carabiniere finisce nei guai negli ultimi anni, poiché da poco è stato assolto in una vicenda analoga, che lo ha riguardato assieme a un altro politico casertano in ascesa fino a qualche anno fa: Angelo Brancaccio, ex sindaco di Orta di Atella, con trascorsi nell’Udeur di Mastella e nel Partito Democratico. Anche quella volta Iannini era stato indagato e poi processato in relazione a un illecito traffico di notizie riservate, poiché avrebbe avvertito Brancaccio delle indagini a suo carico. Dalla sentenza di assoluzione si comprende che gli indizi in possesso della procura non sono stati sufficienti a provare i fatti contestati, anche grazie al silenzio di Brancaccio, che, prima e come Cosentino, ha preferito proteggere il maresciallo.


    Viene il dubbio che Iannini possa essere il terminale di una struttura più grande, anche se non ci sono, per adesso, elementi sufficienti per giungere a questa conclusione.


    E ciò che sempre conta di più per chi ha a che fare con ambienti mafiosi è darsi un’immagine antimafiosa. Questa è la prima regola. Come fare? Semplice: scrivere libri apparentemente antimafia, organizzare convegni sulla legalità, ridurre tutto il fenomeno criminale a un affare di strada, porsi in prima linea contro questi affari e poi essere referente invece della borghesia criminale. L’ordinanza cautelare dedica attenzione anche a un professore francese, Bertrand Monnet (totalmente estraneo e verosimilmente del tutto inconsapevole della reale identità dei soggetti con cui è entrato in contatto), che sarebbe stato presentato a Cosentino come esperto di dinamiche criminali. Effettivamente il nome di Monnet, insieme a quelli di Brancaccio e Iannini, si trova nel panel di un convegno (La giornata della legalità) organizzato ad Orta di Atella dalla giunta guidata dall’allora sindaco Brancaccio. La presenza del professor Monnet in questa vicenda mostra come l’intenzione di chi costruisce dossier sia quella di cercare costantemente sponde all’estero. Mancando in Italia gli anticorpi per distinguere una critica legittima da un attacco su commissione, è chiaro che un j’accuse che arrivi da lontano ha una efficacia maggiore.


    Quel giorno del 2012, Monnet era a Orta di Atella per la presentazione di un libro, Napoli in cronaca nera, scritto a quattro mani proprio da Iannini e da un giornalista di cronaca giudiziaria, Simone Di Meo. Insieme al carabiniere arrestato, Di Meo ha scritto due libri ed è stato in passato molto vicino a Sergio De Gregorio, senatore condannato con Valter Lavitola e Silvio Berlusconi nel processo per la compravendita dei voti che determinò la caduta del governo Prodi. Il tema dei giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria è assai rilevante nella comprensione della dinamica esemplificata da questa indagine.


    Ci sono diversi modi di fare cronaca giudiziaria e uno è chiaramente quello di sondare l’universo degli informatori, appartenenti alle forze dell’ordine e in qualche caso alla criminalità, comune o anche organizzata. L’equilibrio e la deontologia, su questo crinale, sono essenziali, poiché la possibilità di entrare in possesso di dati sensibili o di atti coperti dal segreto d’ufficio è alta: se mancano equilibrio e deontologia, si aprono le praterie del dossieraggio e del traffico di informazioni riservate; si apre il varco all’affermarsi di figure di confine, tra servitori infedeli dello stato e giornalisti pronti a costruirsi una identità parallela: informatori al soldo del migliore offerente, anche a rischio di favorire la criminalità organizzata.


    La procura della Repubblica di Napoli, prima che la Dda si interessasse a Giuseppe Iannini, aveva focalizzato la sua attenzione e in alcuni casi ha indagato e poi ottenuto importanti risultati su una serie di figure chiave, che in parte ritornano anche in quest’ultima indagine. I nomi sono tutti accomunati dalla raccolta illecita di informazioni, finalizzata a un utilizzo di queste nella lotta politica e in ambito economico-finanziario.


    Qualche settimana fa, in un’intervista rilasciata a Dario Del Porto per questo giornale, il procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli, uno dei pilastri della procura partenopea, nel commentare l’esito di un processo su una fuga di notizie che ha visto condannati un avvocato e un cancelliere dell’ufficio Gip di Napoli, ha parlato chiaramente di una “operazione di spionaggio”.


    Quell’intervista riguardava non una fuga di notizie qualsiasi, ma quella che aveva favorito la latitanza di Valter Lavitola: le informazioni riservate furono pubblicate da Panorama, settimanale di proprietà di Silvio Berlusconi (che personalmente aveva consigliato a Lavitola, sulla base di quell’informazione, di stare alla larga dall’Italia), e furono acquisite da un giornalista, Giacomo Amadori, inizialmente indagato insieme al direttore del settimanale, Giorgio Mulè; le due posizioni sono state poi archiviate.


    Il nome di Amadori ritorna anche in un’altra vicenda napoletana, quella relativa alle minacce contenute nell’istanza di rimessione letta dall’avvocato Michele Santonastaso, nel corso del processo di appello Spartacus. All’esito dell’istruttoria di quel processo, infatti, è emerso un rapporto assai stretto tra Santonastaso e Giacomo Amadori, finalizzato secondo quanto sostenuto da Santonastaso alla acquisizione, da parte del giornalista, di un’intercettazione telefonica tra due collaboratori di giustizia, nella quale si parlava di ipotetiche pressioni – mai accertate – perché gli stessi formulassero accuse dirette al premier in carica Berlusconi. Quell’intercettazione fu effettivamente pubblicata da Panorama , pochi giorni dopo l’istanza di rimessione, mentre il giorno successivo la lettura in aula, Santonastaso, nelle parole del tribunale che lo ha condannato per le minacce nei miei confronti, “sfruttava la propria conoscenza con il giornalista Amadori per rendere proprie dichiarazioni su quanto avvenuto il giorno prima in udienza e per aumentare il clamore mediatico della notizia”.


    Questa conclusione è impressionante se letta insieme a un altro passaggio di quella sentenza, che chiarisce come quel clamore mediatico fosse stato appositamente cercato per pubblicizzare alla platea degli affiliati casalesi e “nel linguaggio della camorra”, un “perentorio invito ai magistrati e ai giornalisti a non cooperare più tra loro e a rientrare nell’ambito delle rispettive competenze, mantenendo un profilo più basso e smettendo di operare con clamore”.


    Anche nell’indagine che riguarda Iannini tornano nomi noti: quello di Valter Lavitola, la cui abitazione è stata perquisita, come quella di un altro carabiniere a suo tempo coinvolto nell’indagine sulla cosiddetta P4 (una struttura finalizzata alla acquisizione di informazioni riservate per aggredire politici e imprenditori), Enrico La Monica. In relazione a quella vicenda è stato condannato Luigi Bisignani (ha patteggiato una pena a un anno e sette mesi di reclusione, senza la condizionale, a causa di una precedente condanna), la figura più eminente di giornalista borderline attualmente attiva in Italia.


    Bisignani, fino a quella indagine, era un uomo di grande potere nel sistema berlusconiano, dopo aver mosso i primi passi all’ombra di Andreotti. Nonostante la pena, Bisignani continua a camminare per le stesse strade di sempre e il 5 maggio scorso, in un editoriale su Il Tempo , passato inosservato ai più, ma ancora disponibile online, ha mandato un messaggio durissimo a un fedelissimo di Matteo Renzi, Marco Carrai.




    Bisignani ha scritto: “Ora che da pochi mesi ha tra le braccia la sua bimba, Florence, chi glielo fa fare di mettersi in un “affaire” del quale sa poco quando invece ha dimostrato di essere un imprenditore di successo”.


    Carrai era in procinto di assumere un ruolo di primo piano, di nomina governativa, nell’ambito della cyber security, incarico che ad oggi pare essere tramontato. Quell’editoriale è il modello fedele del lavoro che Bisignani ha svolto nell’ombra per molti anni. E mi viene in mente un paragone, per le allusioni utilizzate, per i riferimenti più o meno metaforici e il linguaggio criptico, tra lo scritto di Bisignani e la lettera inviata in carcere al boss Michele Zagaria. In quella lettera, secondo una mia interpretazione pubblicata su questo giornale, si faceva probabilmente riferimento a Nicola Cosentino (che mi ha citato in giudizio, ma ha perso). Anche in quel caso bisognava sapere leggere tra le righe. Le informazioni ridotte a minaccia, a dossier, manipolate sono il più grande pericolo per il giornalismo italiano.


    Questa inchiesta della Dda di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e seguita dai pm Alessandro D’Alessio, Fabrizio Vanorio e Antonello Ardituro (da due anni al Csm), ha una assoluta rilevanza, poiché sta disvelando l’esistenza di un sistema di dossieraggio, realizzato attraverso il furto di atti riservati e la manipolazione delle informazioni, il cui fine era la distruzione degli avversari politici.


    Le indagini delineano un quadro allarmante, ai limiti dell’eversione dell’ordine democratico, popolato di personaggi inquietanti, spesso millantatori o peggio estorsori travestiti da giornalisti, e purtroppo anche da molti che dovrebbero servire lo Stato e che invece, come scrive il gip nell’ordinanza di arresto di Iannini, “sono funzionali ad un sistema che si oppone alle forze sane della polizia che ogni giorno si sacrificano per accertare non chi spaccia in strada, ma chi reinveste quei profitti con l’aiuto di imprenditori e amministratori compiacenti”.



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    TUTTI I MISTERI DELLA ‘NDRANGHETA NEL LIBRO DI NICOLA GRATTERI E ANTONIO NICASO


    redazione
    POSTED ON DICEMBRE 04, 2018, 2:49 PM


    Daniela Gangemi

    La ‘ndrangheta è l’ organizzazione criminale più ricca e più potente al mondo, con un fatturato annuo di diverse decine di miliardi di euro, in gran parte provenienti dal traffico internazionale di cocaina. Nel libro “Storia segreta della ‘NDRANGHETA” (euro 20, edito da Mondadori), Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro in prima linea nella lotta contro la mafia calabrese e Antonio Nicaso, scrittore e docente universitario, ripercorrono la storia della ‘ndrangheta, partendo dalle radici che affondano nella Calabria ottocentesca e nei suoi difficili, talora drammatici rapporti con lo Stato italiano. Un percorso in cui vengono descritte tutte le fasi evolutive della ‘ndrangheta e dove i due autori raccontano attraverso un’ininterrotta sequenza di delitti e omicidi per spiegare come dall’evoluzione da cosca regionale eversiva e parassitaria la ‘ndrangheta sia diventata un sistema di potere e di governo del territorio che infiltrando e inquinando pericolosamente la politica e l’economia nazionale ed internazionale, oggi è diventata il nemico numero uno.

    C’è una storia segreta della ‘ndrangheta ed in cosa consiste?

    “C’è la storia di un’organizzazione – ha spiegato Nicaso – che è stata lungamente sottovalutata. Le ultime ricerche ci restituiscono un’organizzazione che già nel periodo borbonico era particolarmente forte. Anche in Calabria, registriamo quello che già avevamo evidenziato in Campania e in Sicilia, che l’autorità costituita utilizzava i criminali per gestire l’ordine pubblico, quindi ha cominciato a legittimarli, a riconoscerli socialmente. Questa legittimazione si coglie a Reggio Calabria nel 1869 quando vengono annullate le elezioni per un uso violento della politica. Tuttavia, quello che si nota è una continua legittimazione di criminali sul territorio da parte della classe dirigente della Calabria e di Reggio in particolare. Già nella seconda metà dell’ottocento c’erano rapporti con massoni. Il problema è che la ‘ndrangheta per tantissimo tempo è stata colpevolmente sottovalutata”.

    Come sono cambiate le cose nel corso del tempo e qual è la situazione attuale ?

    “Oggi, la ‘ndrangheta da forza eversiva è diventata governo del territorio, nel senso che gestisce sempre di più risorse pubbliche, si infiltra nella pubblica amministrazione ed è una forza che fa affari e che viene legittimata continuamente dalla classe politica. C’è una certa continuità ed è preoccupante. I rapporti con la classe dirigente non sono recenti, ma fanno parte del dna della ‘ndrangheta. Il libro racconta quanto la ‘ndrangheta sia stata forte nel periodo del fascismo, è stata sottovaluta ma probabilmente anche sfruttata, perché si notano delle infiltrazioni pericolose anche a livello di vertice a Reggio Calabria, uno ndranghetista diventa segretario amministrativo del partito nazionale fascista e in Calabria la repressione scatta molto tempo dopo rispetto alla mafia siciliana o a quella di Caserta. E’ una rilettura preoccupante che ci fa capire come conoscere la storia a volte è importane, perché quello che ci sembra nuovo in realtà non lo è. Il nostro obiettivo primario è la demitizzazione degli uomini di onore. La ‘ndrangheta non è mai stata dalla parte dei deboli e non ha mai rispettato nessuno. L’ idea della onorata società è qualcosa che viene smentita dai fatti, è uno di quei miti fondativi che di onorato non ha nulla”.

    Il libro è allo stesso tempo un grido d’allarme e una dichiarazione di guerra contro ‘ndrangheta che continua ad essere protetta e legittimata, come ha spiegato Nicola Gratteri….

    “Questa volta, siamo voluti andare più in profondità, partendo dall’isola di Favignana dove venivano rinchiusi i detenuti politici, quelli che si erano opposti al regime borbonico e che hanno avuto degli inquinamenti anche con i criminali calabresi, campani, siciliani e in quel contesto paradossalmente la “picciotteria” ha copiato il modus operandi dei politici. I pizzini, il linguaggio cripto era tipico dei detenuti politici. Il rapporto mafia – politica non si è mai estinto, è sempre esistito ancora prima dell’Unità d’Italia e poi, sempre di più arrivando ad oggi. Nel libro, cerchiamo di raccontare la storia, ma anche di documentare ciò che scriviamo, di fare l’esegesi, questo serve a fini della credibilità e di uno studio approfondito. Fino a quando nel linguaggio comune o politico, esisteranno ancora termini come amnestia, indulto, prescrizione non andiamo da nessuna parte. Sino a quando nella testa della gente ci sarà il tarlo che poi comunque tutto si aggiusta, che alla fine uno sconto ci sarà per tutti non cambierà nulla, continueremo solo a parlarci addosso”.


    https://www.ilsudonline.it/tutti-i-m...ntonio-nicaso/


    ----------------------------------------------------------------------


    Studi sulle mafie:

    https://www.liberliber.it/mediateca/...e_la_mafia.pdf

    http://www.siecon.org/online/wp-cont...ennacchio1.pdf

    https://www.unamur.be/en/eco/eeco/pdf/mafia2.pdf

    https://mpra.ub.uni-muenchen.de/3700...lian_mafia.pdf

    http://www.rivistapoliticaeconomica....piemontese.pdf

    https://spire.sciencespo.fr/hdl:/244...rces/mafia.pdf

    https://web.wpi.edu/Pubs/E-project/A...rdellMafia.pdf

    https://www.tcd.ie/Economics/assets/...otti_paper.pdf

    https://as.nyu.edu/content/dam/nyu-a...s/NEWmafia.pdf

    http://www.rivistameridiana.it/files...ia-globale.pdf

    http://anticorrp.eu/wp-content/uploa...corruption.pdf

    https://arxiv.org/ftp/arxiv/papers/1403/1403.5071.pdf

    http://citeseerx.ist.psu.edu/viewdoc...=rep1&type=pdf

    http://www.icsaicstoria.it/wp-conten...n_ndranghe.pdf

    https://www.tcd.ie/Economics/assets/...20%20paper.pdf

    https://www.zora.uzh.ch/id/eprint/13.../econwp251.pdf

    https://projects.iq.harvard.edu/file...deluca2014.pdf

    http://www.csef.it/WP/wp404.pdf

    http://www.hrpub.org/download/201309/sa.2013.010211.pdf

    https://ecpr.eu/Filestore/PaperPropo...0088f2fedc.pdf

    https://www.difesa.it/Giustizia_Mili...Ndrangheta.pdf

    http://www.studistorici.com/wp-conte...iacronie_3.pdf
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