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Si muore ancora nelle carceri italiane e la condizione dei detenuti è ancora molto al di sotto di standard di civiltà, tra topi, carenza d’acqua e celle «lisce» punitive, e soprattutto, dopo due anni di contenimento della popolazione carceraria in seguito alla condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti umani, quest’anno si sta verificando un nuovo «tutti dentro». È quanto emerge dal pre-rapporto 2016 realizzato dall’associazione Antigone e presentato ieri a Montecitorio.
I numeri parlano chiaro: rispetto al massimo storico di 69.155 detenuti, raggiunto il 30 novembre 2010, alla fine di giugno siamo tornati ad averne 54.072, cioè 1.318 in più rispetto alla stessa data dell’anno scorso. Il sovraffollamento dunque aumenta, visto che la capienza regolamentare degli istituti di pena – nel frattempo divenuti 193 in sei anni – resta a quota 49.701 posti. La crescita dipende soprattutto da un aumento delle incarcerazioni di stranieri, in gran parte al primo grado di giudizio, quindi ancora presunti innocenti.
E Antigone valuta che «se fosse approvata la proposta di legge dell’intergruppo parlamentare “Cannabis libera” molti dei 18.941 incarcerati per violazione della legge sugli stupefacenti potrebbero uscire».

Le misure alternative alla detenzione sono ancora utilizzate troppo poco, anche perché il budget dell’amministrazione penitenziaria per finanziare le comunità – meno costose e con tassi di recidiva più bassi – è ancora irrisorio, meno del 5% del bilancio. Antigone lancia perciò la campagna «20 per 20», chiede cioè che venga speso il 20% del bilancio entro il 2020.
Quanto agli stranieri che sono tornati ad affollare gli istituti di pena (sono il 33,5 per cento dell’intera popolazione reclusa), quasi mille in più rispetto al 2015, è cambiata la geografia carceraria: molti meno rumeni, che perdono il primato della nazionalità più rappresentata nelle celle italiane, sorpassati dai marocchini. Mentre tra i 1.673 ergastolani solo 98 sono gli stranieri. Colpisce poi il regionalismo nelle celle: primi i campani (9.847), secondi i siciliani (7.011) e terzi, ma di gran lunga distanziati, i pugliesi (3.885).
In un’estate di attentati terroristici c’è da segnalare il capitolo del rapporto che riguarda i jihadisti. Il Dap sostiene che dei 6.138 prigionieri di fede islamica ce ne sono 39 considerati «radicalizzati». E Antigone fa notare che «contro la radicalizzazione va assicurata piena individuale libertà di culto», mentre ci risulta che soltanto nel carcere di Perugia sia possibile avere l’assistenza e guida spirituale di un imam.
Le ispezioni condotte dagli ottanta volontari dell’associazione Antigone mettono in luce ancora tante situazioni inaccettabili, dalle sezioni invase da topi e insetti nella Casa circondariale di Frosinone alla forte conflittualità tra gli agenti che ha portato alla rimozione del nuovo comandante a Ferrara. Ma due sono le carenze di maggior rilievo: la mancanza di una formazione specifica per gli agenti penitenziari, con relativi frequenti fenomeni di burn out – esaurimento emotivo che porta a cinismo, a condotte psicopatologiche, insonnia, spersonalizzazione – e la carenza di operatori sanitari specializzati dietro le sbarre come psichiatri, psicologi, terapisti.
Tutti i disagi vengono ancora «curati» in due modi: pillole e isolamento, quando non accompagnato anche da botte. Così si calcola che il 50% dei detenuti assuma regolarmente terapie farmacologiche per problemi psichiatrici quasi sempre senza cura e senza neppure una diagnosi.
Ancora esistono poi le cosiddette «celle lisce», per quanto il regolamento penitenziario non le consenta: sono celle nude, senza mobilio, dove in genere vengono rinchiusi i detenuti in isolamento o a rischio suicidio. Peccato che proprio in isolamento sono morti quasi tutti i 23 suicidi censiti nei primi sei mesi 2016 (43 nell’intero 2015). A Poggioreale esiste la «cella zero», con tanto di videocamera h24, usata per i pestaggi.