Torino, 14 maggio - 7 settembre 1706

Luigi XIV, il re Sole, aveva un unico obiettivo nello scenario politico europeo e mondiale: rompere l’equilibrio tra potenze per affermarsi come solo dominatore, incontrastato e incontrastabile. Un’ambizione fondata sulla nazione più popolosa, più ricca e su un esercito che da solo superava nei numeri quelli sommati dei rivali. L’occasione per realizzare questo progetto si presentò il 1 novembre del 1700 quando morì, estinguendo la sua casata, l’ultimo rappresentate degli Asburgo di Spagna, Carlo II. Il re di Francia e i suoi ambasciatori avevano lavorato con grande abilità affinché la scelta del successore cadesse sul nipote di Luigi, Filippo d’Angiò, anziché su altri pretendenti, in primo luogo sul ramo austriaco degli Asburgo. Carlo, infermo e debole, ultima causa e al contempo simbolo della condizione in cui versava il suo impero, aveva infine designato proprio Filippo come successore nelle sue disposizioni testamentarie. E benché queste prevedessero che le due corone, quella francese e quella spagnola, dovessero rimanere separate, si trattava solo di una formalità, perché ormai l’equilibrio strategico era definitivamente sbilanciato a vantaggio della Francia. Sull’impero spagnolo, nonostante il declino, il sole ancora non tramontava mai, con possedimenti nelle Americhe, in Asia, in Africa, e in Europa erano spagnoli, tra gli altri, il Ducato di Milano, Napoli e la Sicilia, la Sardegna, i Paesi Bassi e Gibilterra. Troppo potere si era di fatto concentrato nelle mani del re Sole e troppi appetiti e troppi interessi erano stati delusi e sfidati: non rimaneva che la guerra, “Ultima ratio regum”, l’ultimo argomento dei re, come Luigi aveva fatto incidere su tutti i suoi cannoni.

Al fianco di Francia e Spagna si schierarono la Baviera e il ducato di Savoia, contro di loro un’alleanza guidata dalla monarchia asburgica alla quale partecipavano Inghilterra, Repubblica olandese, Prussia, Portogallo.

Il duca Vittorio Amedeo II di Savoia aveva aderito forzosamente al fronte francese. Stretto tra la Francia e la Lombardia spagnola non aveva altra scelta che legarsi ai prepotenti vicini, anche se questo significava rinunciare alla propria autonomia. I primi anni di guerra, però, aprirono al Piemonte la strada per una scelta diversa. Nell’Estate del 1701 gli eserciti imperiali degli Asburgo, guidati dal principe Eugenio di Savoia, cugino di Vittorio Amedeo e uno dei più grandi generali dell’epoca, avevano invaso la Lombardia, sconfiggendo ripetutamente le armate franco-spagnole.

In molte altre occasioni il re Sole ebbe modo di pentirsi di aver rifiutato al principe Eugenio di Savoia di intraprendere la carriera militare nelle fila del suo esercito. Nato a Parigi nel 1663 e allevato proprio alla corte di Luigi XIV, Eugenio era infatti destinato alla carriera ecclesiastica, ma, diciannovenne, chiese per ben due volte udienza al sovrano affinché venisse esaudito il suo desiderio di intraprendere, al contrario, quella delle armi. A giudizio del re, però, era troppo minuto e gracile e soprattutto troppo arrogante, e la sua aspirazione venne delusa: “la richiesta era modesta – commentò il re – ma non l’aspirante”. A Eugenio non rimase che la fuga verso un altro impero, quello Asburgico, che lo accolse ben volentieri, nonostante la fama di scapestrato del giovane e la permissiva educazione parigina fossero in contrasto con la rigidissima regola morale della corte viennese. Fu una scelta assai felice, perché ben tre imperatori beneficiarono delle sue qualità militari e delle molte vittorie che guadagnò alla loro corona.

Il duca di Savoia intravide la possibilità di cambiare schieramento e piuttosto che scivolare inesorabilmente verso la subordinazione alla Francia, iniziò a esplorare la strada alternativa intavolando trattative segrete con gli imperiali. Era una via molto rischiosa perché in caso di sconfitta la sorte sua e del ducato erano segnate. In caso di vittoria, però, le prospettive di un rafforzamento politico e territoriale sarebbero state considerevoli. L’azzardato cambio di campo fu concretizzato nell’Autunno del 1703, ma la Francia non ne fu affatto sorpresa, tanto che furono proprio le truppe del re Sole a prendere l’iniziativa, imprigionando contingenti degli ex alleati e dando il via ad una vasta offensiva. Il Piemonte divenne un campo di battaglia e una dopo l’altra, nonostante una strenua resistenza, le piazzeforti sabaude furono obbligate alla resa: l’esercito imperiale e il principe Eugenio si erano dovuti allontanare per contrastare sul Danubio le armate franco-bavaresi che minacciavano direttamente Vienna e i Piemontesi erano rimasti soli e isolati.

Dopo due anni di aspri combattimenti, nell’Estate del 1705, i Francesi giunsero davanti alle porte di Torino, decisi a infliggere, con la conquista della città, un risolutivo colpo finale all’avversario, tanto più che il ritorno in Lombardia di Eugenio era stato efficacemente contrastato dai Francesi nella battaglia di Cassano sull’Adda (16 agosto 1705), dove il principe era stato addirittura ferito e costretto a tornare a Vienna. I logoranti combattimenti dei mesi precedenti e l’assenza delle artiglierie pesanti, però, rendevano troppo rischioso un assalto immediato e il comandante in capo delle forze francesi, il maresciallo de La Feuillade, decise, con il consenso del re, di rinviare l’attacco alla Primavera dell’anno successivo, quando però sarebbe stato necessario avviare impegnative operazioni d’assedio.

Con la sua strenua resistenza, Vittorio Amedeo aveva guadagnato mesi preziosi e non li sprecò. Torino era già una città ben fortificata, secondo i più moderni principi della cosiddetta “traccia bastionata”, con una poderosa cittadella pentagonale posta a occidente, e mura continue lungo tutto il perimetro cittadino, ma si provvide a rinforzarla ulteriormente anteponendo alle opere già esistenti un elaborato sistema di “controguardie”, ovvero di fortilizi a forma di punta di freccia il cui scopo era quello di schermare le opere principali ai cannoni nemici e di tenerli a distanza. Un’altra misura difensiva, però, si rivelò ancora più preziosa nel corso dell’assedio e vi vennero impegnati migliaia di uomini: nel sottosuolo della cittadella si estendeva una rete di gallerie che durante l’Inverno venne ulteriormente ampliata. Erano le cosiddette gallerie di “contromina” il cui scopo era quello di contrastare, con gli stessi mezzi, una delle più antiche ed efficaci tecniche di assedio: la mina. Scavata una galleria fin sotto un tratto della fortificazione da espugnare, vi si disponeva sufficiente esplosivo per farla saltare, consentendo così alle proprie truppe d’assalto di poter procedere attraverso una breccia. La contromina agiva nello stesso modo, giungendo al di sotto delle artiglierie d’assedio per distruggerle, oppure provocando il crollo delle gallerie nemiche. I preparativi dell’inevitabile assedio riguardarono anche la popolazione civile per la quale vennero immagazzinati 5 mesi di provviste, mettendo contemporaneamente a coltura ogni spazio verde disponibile. Le strade furono disselciate per eliminare il pericolo delle schegge, i tetti delle case ricoperti di zolle erbose affinché resistessero ai proiettili incendiari.

Quando il 14 maggio del 1706 La Feuillade ritornò a Torino alla testa di un nuovo esercito, forte di 44.000 uomini e oltre 230 pezzi di artiglieria di vario calibro, trovò un panorama molto diverso da quello che aveva lasciato mesi prima e la prospettiva di un assedio più difficile e fortemente condizionato dall’incognita delle gallerie di contromina delle quali nessuna spia poteva fornire l’esatta disposizione.

Il maresciallo de Vauban, uno dei più grandi ingegneri militari di tutti i tempi, suggerì di attaccare la città da Sud e da Est, dove le difese apparivano più deboli, ma La Feuillade era di diverso avviso e decise un attacco da Ovest, dal lato della Cittadella, quello più difeso, sicuro di disporre dei mezzi sufficienti per averne ragione con la forza bruta. Il fattore tempo fu decisivo in questa scelta: Eugenio aveva anche lui riunito un nuovo esercito e si stava preparando ad accorrere in soccorso della città.

I lavori d’assedio iniziarono alacremente con il posizionamento delle postazioni protette di artiglieria, con la prima linea delle trincee d’assalto e con le opere di “vallazione”, baluardo rivolto a cingere completamente la città, e di “controvallazione”, opera di protezione contro le minacce provenienti dall’esterno.

Il duca abbandonò Torino il 17 giugno con la cavalleria, deciso a intraprendere una guerriglia utilizzando come santuario le impervie valli a sud di Torino abitate dalla comunità valdese alla quale da pochi anni egli aveva garantito tolleranza, assicurandosene la fedeltà.

In città sarebbe rimasto l’esperto feldmaresciallo imperiale Virico von Daun con poco più di 10.000 uomini e il compito di salvare non solo una città, ma il futuro stesso della dinastia Savoia.

Due giorni dopo iniziarono i bombardamenti francesi che nel corso dei mesi di assedio rovesceranno sulla città quasi 150.000 proiettili, tra palle, granate esplosive, e le cosiddette “boulets rouges”, palle arroventate con terribili effetti incendiari. Ma l’attacco “dall’aria” era solo una delle morse che stringevano la città: in superficie le trincee avanzavano inesorabilmente verso le difese della città, mentre le gallerie di mina le insidiavano dal sottosuolo. Per queste ultime, ignorando la disposizione delle gallerie di contromina piemontesi, i Francesi non trovarono di meglio che procedere per tentativi, scavandole e facendole esplodere in modo casuale nella speranza che gli effetti interessassero qualche tunnel nemico nelle vicinanze. Un processo lungo eppure necessario per avvicinare le artiglierie alle mura e che diede i primi frutti a inizio agosto, dopo giorni di feroce guerra sotterranea. Il primo assalto francese poté avvenire solo il 5 del mese e portò alla conquista di una porzione esterna delle difese di Torino al costo di 300 uomini. Ma ormai i Francesi erano giunti a ridosso della Cittadella e poterono schierare le proprie artiglierie a distanza ravvicinata. Iniziava per la città il mese più lungo e difficile della sua storia. La situazione per Torino si era fatta disperata, viveri e munizioni erano ormai razionati e i civili, uomini, donne e bambini, combattevano caparbiamente al fianco delle truppe nella difesa della città, animati da un’unica speranza: il principe Eugenio di Savoia stava accorrendo in loro soccorso con un esercito di poco più di 20.000 austro-prussiani.

Il 6 luglio, elusa la sorveglianza delle truppe Francesi guidate dal duca d’Orleans, il principe aveva attraversato l’Adige e, dopo essersi sbarazzato in battaglia di improvvisati tentativi francesi di fermarlo, aveva abbandonato ogni indugio e ogni cautela per intraprendere una marcia a tappe forzate di oltre 400 km verso Torino, risalendo la sponda destra del Po. Incurante delle “regole” della guerra settecentesca, con questo espediente aveva volontariamente abbandonato le regolari linee di rifornimento: un rischio necessario e ben calcolato e che si rivelò vincente.

Fu una grande impresa militare che dimostrò il genio del principe, ma soprattutto il suo carisma e la disciplina che aveva instillato nei propri soldati, capaci di marciare anche 30 km al giorno senza regolare vettovagliamento.

Era una febbrile corsa contro il tempo che rese più intensi e spasmodici di ora in ora i combattimenti in città. E il sacrificio di Pietro Micca la notte del 29 agosto è solo uno degli innumerevoli episodi che testimoniano la disperata determinazione degli assediati: i Francesi erano ormai a ridosso delle mura della Cittadella e perseguivano ogni tentativo per conquistarla. Avevano scoperto che nella fortificazione chiamata Mezzaluna di Soccorso si apriva una porta che, lungo cunicoli sotterranei, poteva condurli nel cuore della fortezza. Era difesa solo da pochi granatieri piemontesi e nella notte tra il 29 e il 30 agosto i Francesi tentarono un’incursione di sorpresa. Sopraffatte le guardie all'ingresso, dopo un furioso combattimento, il gruppo era all’interno: benché fossero molto pochi, altri avrebbero potuto aggiungersi a loro con pericolose conseguenze.

La galleria, però, era presidiata da due minatori, uno dei quali era Pietro Micca, il cui compito era impedire con l’esplosivo l’accesso al livello sotterraneo dal quale si raggiungeva direttamente la cittadella. Qualcosa andò storto, e la miccia predisposta non si accese. Micca tentò il tutto per tutto: allontanato il compagno, ne accese una molto più corta e si diede immediatamente alla fuga, finendo però travolto dall’onda d’urto.

Ma quello stesso 29 agosto Vittorio Amedeo ed Eugenio si erano finalmente incontrati e, riunite le forze, si apprestavano alla battaglia decisiva. Il 2 settembre, dall’alto del colle di Superga, i due cugini studiarono il piano di battaglia e il giudizio del principe Eugenio sui Francesi fu “quelli là sono già mezzi sconfitti”.

Il piano di battaglia di Eugenio di Savoia prevedeva che i Francesi difficilmente avrebbero abbandonato le posizioni d’assedio, preferendo affrontare battaglia protetti dalle trincee di circonvallazione. Il principe osò allora una lunga marcia attorno alla città, per attaccare battaglia da Ovest, dove le difese francesi apparivano più deboli. Per due giorni l’esercito alleato letteralmente sfilò a poca distanza dai nasi degli sbalorditi Francesi che si trovarono il nemico alle spalle proprio sulla loro linea di collegamento con la madrepatria. La battaglia sarebbe stata decisiva, perché a questo punto ai Francesi sarebbero mancati i rifornimenti, tanto più che gli alleati riuscirono anche a catturare un convoglio francese con viveri e munizioni.

Impassibile, La Feuillade non mutò la disposizione delle proprie forze, che ammontavano complessivamente ad oltre 40.000 uomini, convinto che i circa 15.000 comandati dal duca d’Orleans sarebbero stati sufficienti a contenere il numero doppio di avversari in virtù delle proprie trincee.

Eugenio progettò di sfondare il fianco sinistro della linea francese, quello appoggiato alla Stura, per prenderla quindi a rovescio. Il principe affidò questo decisivo incarico alle sue forze migliori e più motivate: i Prussiani guidati da Leopoldo Anhalt-Dessau e i Piemontesi del duca Vittorio Amedeo. L’esercito prussiano, per quanto piccolo e di una nazione ancora periferica, era già considerato tra i migliori d’Europa e Leopoldo di Anhalt-Dessau, un comandante determinato che diventerà famoso nei decenni successivi come l’organizzatore dell’esercito di Federico il Grande, si dimostrerà all’altezza dei suoi uomini. Per ben 3 volte, infatti, i Francesi asserragliati resistettero alle cariche alleate, ma alla quarta guidata personalmente dallo stesso Leopoldo, ebbe successo e i Francesi costretti a inesorabilmente a ripiegare incalzati energicamente da Vittorio Amedeo . Quando La Feuillade decise di inviare rinforzi era troppo tardi perché una puntuale sortita della guarnigione di Torino aveva definitivamente concluso la battaglia con un attacco alle spalle.

La battaglia di Torino fu uno dei più importanti fatti d’arme compiuti sul suolo italiano: decisivo per le sorti della Guerra di successione spagnola, che continuerà ancora molti anni, ma il cui esito finale fu segnata proprio a Torino, decisiva per la creazione del regno di Sardegna, decisiva per le sorti dell’Italia, nella quale iniziò la dominazione austriaca. Ma decisiva anche, grazie a uomini come Pietro Micca e a tutta la cittadinanza torinese, per la formazione di una cultura popolare che conferiva dignità eroica anche agli umili senza quarti di nobiltà.