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    Predefinito Il paganesimo nella poesia moderna

    Ugo Foscolo, Dei sepolcri

    A Ippolito Pindemonte

    Deorum manium iura sancta sunto XII tab.

    All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
    confortate di pianto è forse il sonno
    della morte men duro? Ove piú il Sole
    per me alla terra non fecondi questa
    bella d'erbe famiglia e d'animali,
    e quando vaghe di lusinghe innanzi
    a me non danzeran l'ore future,
    né da te, dolce amico, udrò piú il verso
    e la mesta armonia che lo governa,
    né piú nel cor mi parlerà lo spirto
    delle vergini Muse e dell'amore,
    unico spirto a mia vita raminga,
    qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
    che distingua le mie dalle infinite
    ossa che in terra e in mar semina morte?
    Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
    ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
    tutte cose l'obblío nella sua notte;
    e una forza operosa le affatica
    di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
    e l'estreme sembianze e le reliquie
    della terra e del ciel traveste il tempo.
    Ma perché pria del tempo a sé il mortale
    invidierà l'illusïon che spento
    pur lo sofferma al limitar di Dite?
    Non vive ei forse anche sotterra, quando
    gli sarà muta l'armonia del giorno,
    se può destarla con soavi cure
    nella mente de' suoi? Celeste è questa
    corrispondenza d'amorosi sensi,
    celeste dote è negli umani; e spesso
    per lei si vive con l'amico estinto
    e l'estinto con noi, se pia la terra
    che lo raccolse infante e lo nutriva,
    nel suo grembo materno ultimo asilo
    porgendo, sacre le reliquie renda
    dall'insultar de' nembi e dal profano
    piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
    e di fiori odorata arbore amica
    le ceneri di molli ombre consoli.
    Sol chi non lascia eredità d'affetti
    poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
    dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
    fra 'l compianto de' templi acherontei,
    o ricovrarsi sotto le grandi ale
    del perdono d'lddio: ma la sua polve
    lascia alle ortiche di deserta gleba
    ove né donna innamorata preghi,
    né passeggier solingo oda il sospiro
    che dal tumulo a noi manda Natura.
    Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
    fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
    contende. E senza tomba giace il tuo
    sacerdote, o Talia, che a te cantando
    nel suo povero tetto educò un lauro
    con lungo amore, e t'appendea corone;
    e tu gli ornavi del tuo riso i canti
    che il lombardo pungean Sardanapalo,
    cui solo è dolce il muggito de' buoi
    che dagli antri abdüani e dal Ticino
    lo fan d'ozi beato e di vivande.
    O bella Musa, ove sei tu? Non sento
    spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
    fra queste piante ov'io siedo e sospiro
    il mio tetto materno. E tu venivi
    e sorridevi a lui sotto quel tiglio
    ch'or con dimesse frondi va fremendo
    perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
    cui già di calma era cortese e d'ombre.
    Forse tu fra plebei tumuli guardi
    vagolando, ove dorma il sacro capo
    del tuo Parini? A lui non ombre pose
    tra le sue mura la città, lasciva
    d'evirati cantori allettatrice,
    non pietra, non parola; e forse l'ossa
    col mozzo capo gl'insanguina il ladro
    che lasciò sul patibolo i delitti.
    Senti raspar fra le macerie e i bronchi
    la derelitta cagna ramingando
    su le fosse e famelica ululando;
    e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
    l'úpupa, e svolazzar su per le croci
    sparse per la funerëa campagna
    e l'immonda accusar col luttüoso
    singulto i rai di che son pie le stelle
    alle obblïate sepolture. Indarno
    sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
    dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
    non sorge fiore, ove non sia d'umane
    lodi onorato e d'amoroso pianto.
    Dal dí che nozze e tribunali ed are
    diero alle umane belve esser pietose
    di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
    all'etere maligno ed alle fere
    i miserandi avanzi che Natura
    con veci eterne a sensi altri destina.
    Testimonianza a' fasti eran le tombe,
    ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
    de' domestici Lari, e fu temuto
    su la polve degli avi il giuramento:
    religïon che con diversi riti
    le virtú patrie e la pietà congiunta
    tradussero per lungo ordine d'anni.
    Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
    fean pavimento; né agl'incensi avvolto
    de' cadaveri il lezzo i supplicanti
    contaminò; né le città fur meste
    d'effigïati scheletri: le madri
    balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
    nude le braccia su l'amato capo
    del lor caro lattante onde nol desti
    il gemer lungo di persona morta
    chiedente la venal prece agli eredi
    dal santuario. Ma cipressi e cedri
    di puri effluvi i zefiri impregnando
    perenne verde protendean su l'urne
    per memoria perenne, e prezïosi
    vasi accogliean le lagrime votive.
    Rapían gli amici una favilla al Sole
    a illuminar la sotterranea notte,
    perché gli occhi dell'uom cercan morendo
    il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
    mandano i petti alla fuggente luce.
    Le fontane versando acque lustrali
    amaranti educavano e vïole
    su la funebre zolla; e chi sedea
    a libar latte o a raccontar sue pene
    ai cari estinti, una fragranza intorno
    sentía qual d'aura de' beati Elisi.
    Pietosa insania che fa cari gli orti
    de' suburbani avelli alle britanne
    vergini, dove le conduce amore
    della perduta madre, ove clementi
    pregaro i Geni del ritorno al prode
    cne tronca fe' la trïonfata nave
    del maggior pino, e si scavò la bara.
    Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
    e sien ministri al vivere civile
    l'opulenza e il tremore, inutil pompa
    e inaugurate immagini dell'Orco
    sorgon cippi e marmorei monumenti.
    Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
    decoro e mente al bello italo regno,
    nelle adulate reggie ha sepoltura
    già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
    morte apparecchi riposato albergo,
    ove una volta la fortuna cessi
    dalle vendette, e l'amistà raccolga
    non di tesori eredità, ma caldi
    sensi e di liberal carme l'esempio.
    A egregie cose il forte animo accendono
    l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
    e santa fanno al peregrin la terra
    che le ricetta. Io quando il monumento
    vidi ove posa il corpo di quel grande
    che temprando lo scettro a' regnatori
    gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
    di che lagrime grondi e di che sangue;
    e l'arca di colui che nuovo Olimpo
    alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
    sotto l'etereo padiglion rotarsi
    piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
    onde all'Anglo che tanta ala vi stese
    sgombrò primo le vie del firmamento:
    - Te beata, gridai, per le felici
    aure pregne di vita, e pe' lavacri
    che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
    Lieta dell'aer tuo veste la Luna
    di luce limpidissima i tuoi colli
    per vendemmia festanti, e le convalli
    popolate di case e d'oliveti
    mille di fiori al ciel mandano incensi:
    e tu prima, Firenze, udivi il carme
    che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
    e tu i cari parenti e l'idïoma
    désti a quel dolce di Calliope labbro
    che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
    d'un velo candidissimo adornando,
    rendea nel grembo a Venere Celeste;
    ma piú beata che in un tempio accolte
    serbi l'itale glorie, uniche forse
    da che le mal vietate Alpi e l'alterna
    onnipotenza delle umane sorti
    armi e sostanze t' invadeano ed are
    e patria e, tranne la memoria, tutto.
    Che ove speme di gloria agli animosi
    intelletti rifulga ed all'Italia,
    quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
    venne spesso Vittorio ad ispirarsi.
    Irato a' patrii Numi, errava muto
    ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
    desïoso mirando; e poi che nullo
    vivente aspetto gli molcea la cura,
    qui posava l'austero; e avea sul volto
    il pallor della morte e la speranza.
    Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
    fremono amor di patria. Ah sí! da quella
    religïosa pace un Nume parla:
    e nutria contro a' Persi in Maratona
    ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
    la virtú greca e l'ira. Il navigante
    che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
    vedea per l'ampia oscurità scintille
    balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
    fumar le pire igneo vapor, corrusche
    d'armi ferree vedea larve guerriere
    cercar la pugna; e all'orror de' notturni
    silenzi si spandea lungo ne' campi
    di falangi un tumulto e un suon di tube
    e un incalzar di cavalli accorrenti
    scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
    e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
    Felice te che il regno ampio de' venti,
    Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
    E se il piloto ti drizzò l'antenna
    oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
    certo udisti suonar dell'Ellesponto
    i liti, e la marea mugghiar portando
    alle prode retèe l'armi d'Achille
    sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
    giusta di glorie dispensiera è morte;
    né senno astuto né favor di regi
    all'Itaco le spoglie ardue serbava,
    ché alla poppa raminga le ritolse
    l'onda incitata dagl'inferni Dei.
    E me che i tempi ed il desio d'onore
    fan per diversa gente ir fuggitivo,
    me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
    del mortale pensiero animatrici.
    Siedon custodi de' sepolcri, e quando
    il tempo con sue fredde ale vi spazza
    fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
    di lor canto i deserti, e l'armonia
    vince di mille secoli il silenzio.
    Ed oggi nella Troade inseminata
    eterno splende a' peregrini un loco,
    eterno per la Ninfa a cui fu sposo
    Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
    onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
    talami e il regno della giulia gente.
    Però che quando Elettra udí la Parca
    che lei dalle vitali aure del giorno
    chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
    mandò il voto supremo: - E se, diceva,
    a te fur care le mie chiome e il viso
    e le dolci vigilie, e non mi assente
    premio miglior la volontà de' fati,
    la morta amica almen guarda dal cielo
    onde d'Elettra tua resti la fama. -
    Cosí orando moriva. E ne gemea
    l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
    piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
    e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
    Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
    cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
    sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
    da' lor mariti l'imminente fato;
    ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
    le fea parlar di Troia il dí mortale,
    venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
    e guidava i nepoti, e l'amoroso
    apprendeva lamento a' giovinetti.
    E dicea sospirando: - Oh se mai d'Argo,
    ove al Tidíde e di Läerte al figlio
    pascerete i cavalli, a voi permetta
    ritorno il cielo, invan la patria vostra
    cercherete! Le mura, opra di Febo,
    sotto le lor reliquie fumeranno.
    Ma i Penati di Troia avranno stanza
    in queste tombe; ché de' Numi è dono
    servar nelle miserie altero nome.
    E voi, palme e cipressi che le nuore
    piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
    di vedovili lagrime innaffiati,
    proteggete i miei padri: e chi la scure
    asterrà pio dalle devote frondi
    men si dorrà di consanguinei lutti,
    e santamente toccherà l'altare.
    Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
    mendico un cieco errar sotto le vostre
    antichissime ombre, e brancolando
    penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
    e interrogarle. Gemeranno gli antri
    secreti, e tutta narrerà la tomba
    Ilio raso due volte e due risorto
    splendidamente su le mute vie
    per far piú bello l'ultimo trofeo
    ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
    placando quelle afflitte alme col canto,
    i prenci argivi eternerà per quante
    abbraccia terre il gran padre Oceàno.
    E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
    ove fia santo e lagrimato il sangue
    per la patria versato, e finché il Sole
    risplenderà su le sciagure umane.
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

    •   Alt 

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    Predefinito Re: Il paganesimo nella poesia moderna

    Ugo Foscolo, Le grazie



    Carme
    (dedica) ad ANTONIO CANOVA


    Alle Grazie immortali
    le tre di Citerea figlie gemelle
    è sacro il tempio, e son d'Amor sorelle;
    nate il dì che a' mortali
    beltà ingegno virtù concesse Giove,
    onde perpetue sempre e sempre nuove
    le tre doti celesti
    e più lodate e più modeste ognora
    le Dee serbino al mondo. Entra ed adora.

    Inno primo. A Venere

    Proemio

    Cantando, o Grazie, degli eterei pregi
    di che il cielo v'adorna, e della gioia
    che vereconde voi date alla terra,
    belle vergini! a voi chieggo l'arcana
    armonïosa melodia pittrice5
    della vostra beltà; sì che all'Italia
    afflitta di regali ire straniere
    voli improvviso a rallegrarla il carme.

    Nella convalle fra gli aerei poggi
    di Bellosguardo, ov'io cinta d'un fonte10
    limpido fra le quete ombre di mille
    giovinetti cipressi alle tre Dive
    l'ara innalzo, e un fatidico laureto
    in cui men verde serpeggia la vite
    la protegge di tempio, al vago rito15
    vieni, o Canova, e agl'inni. Al cor men fece
    dono la bella Dea che in riva d'Arno
    sacrasti alle tranquille arti custode;
    ed ella d'immortal lume e d'ambrosia
    la santa immago sua tutta precinse.20
    Forse (o ch'io spero!) artefice di Numi,
    nuovo meco darai spirto alle Grazie
    ch'or di tua man sorgon dal marmo. Anch'io
    pingo e spiro a' fantasmi anima eterna:
    sdegno il verso che suona e che non crea;25
    perché Febo mi disse: Io Fidia, primo,
    ed Apelle guidai con la mia lira.

    *****************

    Eran l'Olimpo e il Fulminante e il Fato,
    e del tridente enosigèo tremava
    la genitrice Terra; Amor dagli astri30
    Pluto feria: nè ancor v'eran le Grazie.
    Una Diva scorrea lungo il creato
    a fecondarlo, e di Natura avea
    l'austero nome: fra' celesti or gode
    di cento troni, e con più nomi ed are35
    le dan rito i mortali; e più le giova
    l'inno che bella Citerea la invoca.

    Perché clemente a noi che mirò afflitti
    travagliarci e adirati, un dì la santa
    Diva, all'uscir de' flutti ove s'immerse40
    a ravvivar le gregge di Nerèo,
    apparì con le Grazie; e le raccolse
    l'onda Ionia primiera, onda che amica
    del lito ameno e dell'ospite musco
    da Citera ogni dì vien desiosa45
    a' materni miei colli: ivi fanciullo
    la Deità di Venere adorai.
    Salve, Zacinto! All'antenoree prode,
    de' santi Lari Idei ultimo albergo
    e de' miei padri, darò i carmi e l'ossa,50
    e a te il pensier: chè piamente a queste
    Dee non favella chi la patria obblìa.
    Sacra città è Zacinto. Eran suoi templi,
    era ne' colli suoi l'ombra de' boschi
    sacri al tripudio di Dïana e al coro;55
    pria che Nettuno al reo Laomedonte
    munisse Ilio di torri inclite in guerra.
    Bella è Zacinto. A lei versan tesori
    l'angliche navi; a lei dall'alto manda
    i più vitali rai l'eterno sole;60
    candide nubi a lei Giove concede,
    e selve ampie d'ulivi, e liberali
    i colli di Lieo: rosea salute
    prometton l'aure, da' spontanei fiori
    alimentate, e da' perpetui cedri.65


    Splendea tutto quel mar quando sostenne
    su la conchiglia assise e vezzeggiate
    dalla Diva le Grazie: e a sommo il flutto,
    quante alla prima prima aura di Zefiro
    le frotte delle vaghe api prorompono,70
    e più e più succedenti invide ronzano
    a far lunghi di sé äerei grappoli,
    van alïando su' nettarei calici
    e del mèle futuro in cor s'allegrano,
    tante a fior dell'immensa onda raggiante75
    ardian mostrarsi a mezzo il petto ignude
    le amorose Nereidi oceanine;
    e a drappelli agilissime seguendo
    la Gioia alata, degli Dei foriera,
    gittavan perle, dell'ingenue Grazie80
    il bacio le Nereidi sospirando.

    Poi come l'orme della Diva e il riso
    delle vergini sue fêr di Citera
    sacro il lito, un'ignota violetta
    spuntò a' piè de' cipressi; e d'improvviso85
    molte purpuree rose amabilmente
    si conversero in candide. Fu quindi
    religïone di libar col latte
    cinto di bianche rose, e cantar gl'inni
    sotto a' cipressi, e d'offerire all'ara90
    le perle, e il primo fior nunzio d'aprile.

    L'una tosto alla Dea col radïante
    pettine asterge mollemente e intreccia
    le chiome dell'azzurra onda stillanti.
    L'altra ancella a le pure aure concede,95
    a rifiorire i prati a primavera,
    l'ambrosio umore ond'è irrorato il petto
    della figlia di Giove; vereconda
    la lor sorella ricompone il peplo
    su le membra divine, e le contende100
    di que' mortali attoniti al desìo.

    Non prieghi d'inni o danze d'imenei,
    ma de' veltri perpetuo l'ululato
    tutta l'isola udìa, e un suon di dardi
    e gli uomini sul vinto orso rissosi,105
    e de' piagati cacciatori il grido.
    Cerere invan donato avea l'aratro
    a que' feroci: invan d'oltre l'Eufrate
    chiamò un dì Bassarèo, giovine dio,
    a ingentilir di pampini le rupi.110
    Il pio strumento irrugginia su' brevi
    solchi, sdegnato; e divorata, innanzi
    che i grappoli recenti imporporasse
    a' rai d'autunno, era la vite: e solo
    quando apparian le Grazie, i cacciatori115
    e le vergini squallide, e i fanciulli
    l'arco e 'l terror deponeano, ammirando.

    Con mezze in mar le rote iva frattanto
    lambendo il lito la conchiglia, e al lito
    pur con le braccia la spingean le molli120
    Nettunine. Spontanee s'aggiogarono
    alla biga gentil due delle cerve
    che ne' boschi dittei schive di nozze
    Cintia a' freni educava; e poi che dome
    aveale a' cocchi suoi, pasceano immuni125
    da mortale saetta. Ivi per sorte
    vagolando fuggiasche eran venute
    le avventurose, e corsero ministre
    al viaggio di Venere. Improvvisa
    Iri che segue i Zefiri col volo130
    s'assise auriga, e drizzò il corso all'istmo
    del Laconio paese. Ancor Citèra
    del golfo intorno non sedea regina:
    dove or miri le vele alte su l'onda,
    pendea negra una selva, ed esiliato135
    n'era ogni Dio da' figli della terra
    duellanti a predarsi; e i vincitori
    d'umane carni s'imbandian convito.
    Videro il cocchio e misero un ruggito,
    palleggiando la clava. Al petto strinse140
    sotto al suo manto accolte, le tremanti
    sue giovinette, e: Ti sommergi, o selva!
    Venere disse, e fu sommersa. Ahi tali
    forse eran tutti i primi avi dell'uomo!
    Quindi in noi serpe, ahi miseri, un natìo145
    delirar di battaglia; e se pietose
    nel placano le Dee, spesso riarde
    ostentando trofeo l'ossa fraterne.
    Ch'io non le veggia almeno or che in Italia
    fra le messi biancheggiano insepolte!150

    Ma chi de' Numi esercitava impero
    su gli uomini ferini, e quai ministri
    aveva in terra il primo dì che al mondo
    le belle Dive Citerea concesse?
    Alta ed orrenda n'è la storia; e noi155
    quaggiù fra le terrene ombre vaganti
    dalla fama n'udiam timido avviso.
    Abbellitela or voi, Grazie, che siete
    presenti a tutto, e Dee tutto sapete.

    Quando i pianeti dispensò agli Dei160
    Giove padre, il più splendido ei s'elesse,
    e toccò in sorte a Citerea il più bello,
    e l'altissimo a Pallade, e le genti
    di que' mondi beate abitatrici
    sentìr l'imperio del lor proprio Nume.165
    Ma senza Nume rimanea negletto
    il picciol globo della terra, e nati
    alle prede i suoi figli ed alla guerra,
    e dopo breve dì sacri alla morte.
    * * * * * * * * * * *

    Il bel cocchio vegnente, e il doloroso170
    premio de' lor vicini arti più miti
    persuase a' Laconi. Eran da prima
    per l'intentata selva e l'oceàno
    dalla Grecia divisi; e quando eretta
    agli ospitali Numi ebbero un'ara,175
    vider tosto le pompe e le amorose
    gare e i regi conviti; e d'ogni parte
    correan d'Asia i guerrieri e i prenci argivi
    alla reggia di Leda. Ah non ti fossi
    irato Amor! e ben di te sovente180
    io mi dorrò, da che le Grazie affliggi.
    Per te all'arti eleganti ed a' felici
    ozi, per te lascivi affetti, e molli
    ozi, e spergiuri a' Greci; e poi la dura
    vita, e nude a sudar nella palestra185
    [sottentrar] le fanciulle onde salvarsi
    Amor da te. Ma quando eri per anche
    delle Grazie non invido fratello
    Sparta fioriva. Qui di Fare il golfo
    cinto d'armonïosi antri a' delfini,190
    qui Sparta e le fluenti dell'Eurota
    grate a' cigni; e Messene offria securi
    ne' suoi boschetti alle tortore i nidi;
    qui d'Augìa 'l pelaghetto, inviolato
    al pescator, da che di mirti ombrato195
    era lavacro al bel corpo di Leda
    e della sua figlia divina. E Amicle
    terra di fiori non bastava ai serti
    delle vergini spose; dal paese
    venian cantando i giovani alle nozze.200
    Non de' destrieri nitidi l'amore
    li rattenne, non Laa che fra tre monti
    ama le caccie e i riti di Dïana,
    né la Maremma Elea ricca di pesce.
    E non lunge è Brisea, donde il propinquo205
    Taigeto intese strepitar l'arcano
    tripudio e i riti, onde il femmineo coro
    placò Lieo, e intercedean le Grazie.
    .
    * * * * * * * * * * *
    Ma dove, o caste Dee, ditemi dove
    la prima ara vi piacque, onde se invano210
    or la chieggo alla terra, almen l'antica
    religïone del bel loco io senta.

    Tutte velate, procedendo all'alta
    Dorio che di lontan gli Arcadi vede,
    le Dive mie vennero a Trio: l'Alfeo215
    arretrò l'onda, e die' a' lor passi il guado
    che anc'oggi il pellegrin varca ed adora.
    Fe' manifesta quel portento a' Greci
    la Deità; sentirono da lunge
    odorosa spirar l'aura celeste.220

    De' Beoti al confin siede Aspledone:
    città che l'aureo sol veste di luce
    quando riede all'occaso; ivi non lunge
    sta sull'immensa minïèa pianura
    la beata Orcomèno, ove il primiero,225
    dalle ninfe alternato e da' garzoni,
    amabil inno udirono le Grazie.

    * * * * * * * * * * *

    Così cantaro; e Citerea svelossi;
    e quanti allor garzoni e giovinette
    vider la Deità furon beati,230
    e di Driadi col nome e di Silvani
    fur compagni di Febo. Oggi le umane
    orme evitando, e de' poeti il volgo,
    che con lira inesperta a sé li chiama,
    invisibili e muti per le selve235
    vagano. Come quando esce un'Erinne
    a gioir delle terre arse dal verno,
    maligna, e lava le sua membra a' fonti
    dell'Islanda esecrati, ove più tristi
    fuman sulfuree l'acque; o a groelandi240
    laghi, lambiti di [sulfuree] vampe,
    la teda alluma, e al ciel sereno aspira;
    finge perfida pria roseo splendore,
    e lei deluse appellano col vago
    nome di boreale alba le genti;245
    quella scorre, le nuvole in Chimere
    orrende, e in imminenti armi converte
    fiammeggianti; e calar senti per l'aura
    dal muto nembo l'aquile agitate,
    che veggion nel lor regno angui, e sedenti250
    leoni, e ulular l'ombre de' lupi.
    Innondati di sangue errano al guardo
    delle città i pianeti, e van raggiando
    timidamente per l'aereo caos;
    tutta d'incendio la celeste volta255
    s'infiamma, e sotto a quell'infausta luce
    rosseggia immensa l'iperborea terra.
    Quinci l'invida Dea gl'inseminati
    campi mira, e dal gelo l'oceàno
    a' nocchieri conteso; ed oggi forse260
    per la Scizia calpesta armi e vessilli,
    e d'itali guerrier corpi incompianti.

    * * * * * * * * * * *

    E giunte
    le Dive appiè de' monti, alla sdegnosa
    Diana Iride il cocchio e mansuete265
    le cerve addusse, amabil dono, in Creta.
    Cintia fu sempre delle Grazie amica,
    e ognor con esse fu tutela al core
    dell'ingenue fanciulle ed agl'infanti.
    E solette radean lievi le falde270
    dell'Ida irriguo di sorgenti; e quando
    fur più al Cielo propinque, ove una luce
    rosea le vette al sacro monte asperge,
    e donde sembran tutte auree le stelle,
    alle vergini sue che la seguieno275
    mandò in core la Dea queste parole:
    - Assai beato, o giovinette, è il regno
    de' Celesti ov'io riedo; a la infelice
    Terra ed a' figli suoi voi rimanete
    confortatrici; sol per voi sovr'essa280
    ogni lor dono pioveranno i Numi.
    E se vindici sien più che clementi,
    allor fra' nembi e i fulmini del Padre,
    vi guiderò a placarli. Al partir mio
    tale udirete un'armonia dall'alto,285
    che diffusa da voi farà più liete
    le nate a delirar vite mortali,
    più deste all'Arti e men tremanti al grido
    che le promette a morte. Ospizio amico
    talor sienvi gli Elisi; e sorridete290
    a' vati, se cogliean puri l'alloro,
    ed a' prenci indulgenti, ed alle pie
    giovani madri che a straniero latte
    non concedean gl'infanti, e alle donzelle
    che occulto amor trasse innocenti al rogo,295
    e a' giovinetti per la patria estinti.
    Siate immortali, eternamente belle! -
    Più non parlava, ma spargea co' raggi
    de le pupille sue sopra le figlie
    eterno il lume della fresca aurora,300
    e si partiva: e la seguian cogli occhi
    di lagrime soffusi, e lei da l'alto
    vedean conversa, e questa voce udiro:
    - Daranno a voi dolor novello i Fati
    e gioia eterna. - E sparve; e trasvolando305
    due primi cieli, s'avvolgea nel puro
    lume dell'astro suo. L'udì Armonia
    e giubilando l'etere commosse.
    Chè quando Citerea torna a' beati
    cori, Armonia su per le vie stellate310
    move plauso alla Dea pel cui favore
    temprò un dì l'universo . . . . . . . .
    Come nel chiostro vergine romita,
    se gli azzurri del cielo, e la splendente
    Luna, e il silenzio delle stelle adora,315
    sente il Nume, ed al cembalo s'asside,
    e del piè e delle dita e dell'errante
    estro e degli occhi vigili alle note
    sollecita il suo cembalo ispirata,
    ma se improvvise rimembranze Amore320
    in cor le manda, scorrono più lente
    sovra i tasti le dita, e d'improvviso
    quella soave melodia che posa
    secreta ne' vocali alvei del legno,
    flebile e lenta all'aure s'aggira;325
    così l'alta armonia che . . . . . .
    discorreva da' Cieli . . . . . . . .
    Udiro intente
    le Grazie; e in cor quell'armonia fatale
    albergàro, e correan su per la terra330
    a spirarla a' mortali. E da quel giorno
    dolce ei sentian per l'anima un incanto,
    lucido in mente ogni pensiero, e quanto
    udian essi o vedean vago e diverso
    dilettava i lor occhi, e ad imitarlo335
    prendean industri e divenia più bello.
    Quando l'Ore e le Grazie di soave
    luce diversa coloriano i campi,
    e gli augelletti le seguiano e lieto
    facean tenore al gemere del rivo340
    e de' boschetti al fremito, il mortale
    emulò que' colori; e mentre il mare
    fra i nembi, o l'agitò Marte fra l'armi,
    mirò il fonte, i boschetti, udì gli augelli
    pinti, e godea della pace de' campi.345
    .
    * * * * * * * * * * *
    E l'arte
    agevolmente, all'armonia che udiva,
    diede eleganza alla materia; il bronzo
    quasi foglia arrendevole d'acànto
    ghirlandò le colonne; e ornato e legge350
    ebber travi e macigni, e gìan concordi
    curvati in arco aereo imitanti
    il firmamento. Ma più assai felice
    tu che primiero la tua donna in marmo
    effigïasti: Amor da prima in core355
    t'infiammò del desìo che disvelata
    volea bellezza, e profanata agli occhi
    degli uomini. Ma venner teco assise
    le Grazie, e tal diffusero venendo
    avvenenza in quel volto e leggiadrìa360
    per quelle forme, col molle concento
    sì gentili spirarono gli affetti
    della giovine nuda; e non l'amica
    ma venerasti Citerea nel marmo.
    E non che ornar di canto, e chi può tutte365
    ridir l'opre de' Numi? Impazïente
    il vagante inno mio fugge ove incontri
    grazïose le menti ad ascoltarlo;
    pur non so dirvi, o belle suore, addio,
    e mi detta più alteri inni il pensiero.370
    Ma e dove or io vi seguirò, se il Fato
    ah da gran giorni omai profughe in terra
    alla Grecia vi tolse, e se l'Italia
    che v'è patria seconda i doni vostri
    misera ostenta e il vostro nume oblia?375
    Pur molti ingenui de' suoi figli ancora
    a voi tendon le palme. Io finché viva
    ombra daranno a Bellosguardo i lauri,
    ne farò tetto all'ara vostra, e offerta
    di quanti pomi educa l'anno, e quante380
    fragranze ama destar l'alba d'aprile,
    e il fonte e queste pure aure e i cipressi
    e segreto il mio pianto e la sdegnosa
    lira, e i silenzi vi fien sacri e l'arti.
    Fra l'arti io coronato e fra le Muse,385
    alla patria dirò come indulgenti
    tornate ospiti a lei, sì che più grata
    in più splendida reggia e con solenni
    pompe v'onori: udrà come redenta
    fu due volte per voi, quando la fiamma390
    pose Vesta sul Tebro e poi Minerva
    diede a Flora per voi l'attico ulivo.
    Venite, o Dee, spirate Dee, spandete
    la Deità materna, e novamente
    deriveranno l'armonia gl'ingegni395
    dall'Olimpo in Italia: e da voi solo,
    né dar premio potete altro più bello,
    sol da voi chiederem, Grazie, un sorriso.

    Inno secondo. A Vesta

    I

    Tre vaghissime donne a cui le trecce
    infiora di felici itale rose
    giovinezza, e per cui splende più bello
    sul lor sembiante il giorno, all’ara vostra
    sacerdotesse, o care Grazie, io guido.5

    Qui e voi che Marte non rapì alle madri
    correte, e voi che muti impallidite
    nel penetrale della Dea pensosa,
    giovinetti d’Esperia. Era più lieta
    Urania un dì, quando le Grazie a lei10
    il gran peplo fregiavano. Con esse
    qui Galileo sedeva a spïar l’astro
    della lor regina; e il disvïava
    col notturno rumor l’acqua remota,
    che sotto a’ pioppi delle rive d’Arno15
    furtiva e argentea gli volava al guardo.
    Qui a lui l’alba, la luna e il sol mostrava,
    gareggiando di tinte, or le severe
    nubi su la cerulea alpe sedenti,
    or il piano che fugge alle tirrene20
    Nereidi, immensa di città e di selve
    scena e di templi e d’arator beati,
    or cento colli, onde Appennin corona
    d’ulivi e d’antri e di marmoree ville
    l’elegante città, dove con Flora25
    le Grazie han serti e amabile idïoma.
    Date principio, o giovinetti, al rito,
    e da’ festoni della sacra soglia
    dilungate i profani. Ite, insolenti
    genii d’Amore, e voi livido coro30
    di Momo, e voi che a prezzo Ascra attingete.
    Qui né oscena malìa, né plauso infido
    può, né dardo attoscato: oltre quest’ara,
    cari al volgo e a’ tiranni, ite, profani.

    Dolce alle Grazie è la virginea voce35
    e la timida offerta: uscite or voi
    dalle stanze materne ove solinghe
    Amor v’insidia, o donzellette, uscite:
    gioia promette e manda pianto Amore.
    Qui su l’ara le rose e le colombe40
    deponete, e tre calici spumanti
    di latte inghirlandato; e fin che il rito
    v’appelli al canto, tacite sedete:
    sacro è il silenzio a’ vati, e vi fa belle
    più del sorriso.45

    E tu che ardisci in terra
    vestir d’eterna giovinezza il marmo,
    or l’armonia della bellezza, il vivo
    spirar de’ vezzi nelle tre ministre,
    che all’arpa io guido agl’inni e alle carole,50
    vedrai qui al certo; e tu potrai lasciarle
    immortali fra noi, pria che all’Eliso
    su l’ali occulte fuggano degli anni.

    Leggiadramente d’un ornato ostello,
    che a lei d’Arno futura abitatrice55
    i pennelli posando edificava
    il bel fabbro d’Urbino, esce la prima
    vaga mortale, e siede all’ara; e il bisso
    liberale acconsente ogni contorno
    di sue forme eleganti; e fra il candore60
    delle dita s’avvivano le rose,
    mentre accanto al suo petto agita l’arpa.

    Scoppian dall’inquïete aeree fila,
    quasi raggi di sol rotti dal nembo,
    gioia insieme e pietà, poi che sonanti65
    rimembran come il ciel l’uomo concesse
    alle gioie e agli affanni onde gli sia
    librato e vario di sua vita il volo,
    e come alla virtù guidi il dolore,
    e il sorriso e il sospiro errin sul labbro70
    delle Grazie, e a chi son fauste e presenti,
    dolce in core ei s’allegri e dolce gema.
    Pari un concento, se pur vera è fama,
    un dì Aspasia tessea lungo l’Ilisso:
    era allor delle Dee sacerdotessa,75
    e intento al suono Socrate libava
    sorridente a quell’ara, e col pensiero
    quasi a’ sereni dell’Olimpo alzossi.
    Quinci il veglio mirò volgersi obliqua,
    affrettando or la via su per le nubi,80
    or ne’ gorghi letèi precipitarsi
    di Fortuna la rapida quadriga
    da’ viventi inseguita; e quel pietoso
    gridò invano dall’alto: A cieca duce
    siete seguaci, o miseri! e vi scorge85
    dove in bando è pietà, dove il Tonante
    più adirate le folgori abbandona
    su la timida terra. O nati al pianto
    e alla fatica, se virtù vi è guida,
    dalla fonte del duol sorge il conforto.90
    Ah ma nemico è un altro Dio di pace,
    più che Fortuna, e gl’innocenti assale.
    Ve’ come l’arpa di costei sen duole!
    Duolsi che a tante verginette il seno
    sfiori, e di pianto alle carole in mezzo,95
    invidïoso Amor bagni i lor occhi.
    Per sé gode frattanto ella che amore
    per sé l’altera giovane non teme.
    Ben l’ode e su l’ardenti ali s’affretta
    alle vendette il Nume: e a quelle note100
    a un tratto l’inclemente arco gli cade.
    E i montanini Zefiri fuggiaschi
    docili al suono aleggiano più ratti
    dalle linfe di Fiesole e dai cedri,
    a rallegrare le giunchiglie ond’ella105
    oggi, o Grazie, per voi l’arpa inghirlanda,
    e a voi quest’inno mio guida più caro.

    Già del piè delle dita e dell’errante
    estro, e degli occhi vigili alle corde
    ispirata sollecita le note110
    che pingon come l’armonia diè moto
    agli astri, all’onda eterea e alla natante
    terra per l’oceàno, e come franse
    l’uniforme creato in mille volti
    co’ raggi e l’ombre e il ricongiunse in uno,115
    e i suoni all’aere, e diè i colori al sole,
    e l’alterno continüo tenore
    alla fortuna agitatrice e al tempo;
    sì che le cose dissonanti insieme
    rendan concento d’armonia divina120
    e innalzino le menti oltre la terra.

    Come quando più gaio Euro provòca
    sull’alba il queto Lario, e a quel sussurro
    canta il nocchiero e allegransi i propinqui
    lïuti, e molle il fläuto si duole125
    d’innamorati giovani e di ninfe
    su le gondole erranti; e dalle sponde
    risponde il pastorel con la sua piva:
    per entro i colli rintronano i corni
    terror del cavrïol, mentre in cadenza130
    di Lecco il malleo domator del bronzo
    tuona dagli antri ardenti; stupefatto
    perde le reti il pescatore, ed ode.
    Tal dell’arpa diffuso erra il concento
    per la nostra convalle; e mentre posa135
    la sonatrice, ancora odono i colli.

    Or le recate, o vergini, i canestri
    e le rose e gli allori a cui materni
    nell’ombrifero Pitti irrigatori
    fur gli etruschi Silvani, a far più vago140
    il giovin seno alle mortali etrusche,
    emule d’avvenenza e di ghirlande;
    soave affanno al pellegrin se innoltra
    improvviso ne’ lucidi teatri,
    e quell’intenta voluttà del canto145
    ed errare un desio dolce d’amore
    mira ne’ vólti femminili, e l’aura
    pregna di fiori gli confonde il core.
    Recate insieme, o vergini, le conche
    dell’alabastro, provvido di fresca150
    linfa e di vita, ahi breve! a’ montanini
    gelsomini, e alla mammola dogliosa
    di non morir sul seno alla fuggiasca
    ninfa di Pratolino, o sospirata
    dal solitario venticel notturno.155
    Date il rustico giglio, e se men alte
    ha le forme fraterne, il manto veste
    degli amaranti invïolato: unite
    aurei giacinti e azzurri alle giunchiglie
    di Bellosguardo che all’amante suo160
    coglie Pomona, e a’ garofani alteri
    della prole diversa e delle pompe,
    e a’ fiori che dagli orti dell’Aurora
    novella preda a’ nostri liti addussero
    vittorïosi i Zefiri su l’ale,165
    e or fra’ cedri al suo talamo imminenti
    d’ospite amore e di tepori industri
    questa gentil sacerdotessa edùca.
    Spira soave e armonïoso agli occhi
    quanto all’anima il suon, splendono i serti170
    che di tanti color mesce e d’odori;
    ma il fior che altero del lor nome han fatto
    dodici Dei ne scevra, e il dona all’ara
    pur sorridendo; e in cor tacita prega:
    che di quei fiori ond’è nudrice, e l’arpa175
    ne incorona per voi, ven piaccia alcuno
    inserir, belle Dee, nella ghirlanda
    la quale ogni anno il dì sesto d’aprile
    delle rose di lagrime innaffiate
    in val di Sorga, o belle Dee, tessete180
    a recarle alla madre.

    II

    Ora Polinnia alata Dea che molte
    Lire a un tempo percote, e più d’ogni altra
    Musa possiede orti celesti, intenda
    anche le lodi de’ suoi fiori; or quando185
    la bella donna, delle Dee seconda
    sacerdotessa, vien recando un favo.
    Nostro e disdetto alle altre genti è il rito
    per memoria de’ favi, onde in Italia
    con perenne ronzìo fanno tesoro190
    divine api alle Grazie: e chi ne assaggia
    parla caro alla patria. Ah voi narrate
    come aveste quel dono! E chi la fama
    a noi fra l’ombre della terra erranti
    può abbellir se non voi, Grazie, che siete195
    presenti a tutto, e Dee tutto sapete?

    Quattro volte l’Aurora era salita
    su l’orïente a riveder le Grazie,
    dacchè nacquero al mondo; e Giano antico,
    padre d’Italia, e l’adriaca Anfitrite200
    inviavan lor doni, e un drappelletto
    di Naiadi e fanciulle eridanine,
    e quante i pomi d’Anïene e i fonti
    godean d’Arno e di Tebro, e quante avea
    Ninfe il mar d’Aretusa; e le guidavi205
    tu, più che giglio nivea Galatea.

    * * * * * * * * * * *

    E cantar Febo pieno d’inni un carme.
    Vaticinò, com’ei lo spirto, e varia
    daranno ai vati l’armonia del plettro
    le sue liete sorelle, e Amore il pianto210
    che lusinghi a pietà l’alme gentili,
    e il giovine Lïeo scevra d’acerbe
    cure la vita, e Pallade i consigli,
    Giove la gloria, e tutti i Numi eterno
    poscia l’alloro; ma le Grazie il mèle215
    persüadente grazïosi affetti,
    onde pia con gli Dei torni la terra.
    E cantando vedea lieto agitarsi
    esalando profumi, il verdeggiante
    bosco d’Olimpo, e rifiorir le rose,220
    e [scorrere] di nèttare i torrenti,
    e risplendere il cielo, e delle Dive
    raggiar più bella l’immortal bellezza;
    però che il Padre sorrideva, e inerme
    a piè del trono l’aquila s’assise.225

    * * * * * * * * * * *

    Inaccessa agli Dei splende una fiamma
    solitaria nell’ultimo de’ cieli,
    per proprio foco eterna; unico Nume
    la veneranda Deità di Vesta
    vi s’appressa, e deriva indi una pura230
    luce che, mista allo splendor del sole,
    tinge gli aerei campi di zaffiro,
    e i mari, allor che ondeggiano al tranquillo
    spirto del vento facili a’ nocchieri,
    e di chiaror dolcissimo consola235
    con quel lume le notti, e a qual più s’apre
    modesto fiore a decorar la terra
    molli tinte comparte, invidïate
    dalla rosa superba.

    * * * * * * * * * * *

    Dite, o garzoni, a chi mortale, e voi,240
    donzelle, dite a qual fanciulla un giorno
    più di quel mèl le Dee furon cortesi.
    N’ebbe primiero un cieco; e sullo scudo
    di Vulcano mirò moversi il mondo,
    e l’alto Ilio dirùto, e per l’ignoto245
    pelago la solinga itaca vela,
    e tutto Olimpo gli s’aprì alla mente
    e Cipria vide e delle Grazie il cinto.
    Ma quando quel sapor venne a Corinna
    sul labbro, vinse tra l’elèe quadrighe250
    di Pindaro i destrier, benché Elicona
    li dissetasse, e li pascea di foco
    Eolo, e prenunzia un’aquila correva,
    e de’ suoi freni li adornava il Sole.

    * * * * * * * * * * *

    Di quel mèl la fragranza errò improvvisa255
    sul talamo all’eolïa fanciulla,
    e il cor dal petto le balzò e la lira
    ed aggiogando i passeri, scendea
    Venere dall’Olimpo, e delle sue
    ambrosie dita le tergeva il pianto.260
    Indarno Imetto
    le richiama dal dì che a fior dell’onda
    ergea, beate volatrici, il coro
    eliconio seguieno, obbedïenti
    all’elegia del fuggitivo Apollo.265
    Però che quando su la Grecia inerte
    Marte sfrenò le tartare cavalle
    depredatrici, e coronò la schiatta
    barbara d’Ottomano, allor l’Italia
    fu giardino alle Muse, e qui lo stuolo270
    fabro dell’aureo mèl pose a sua prole
    il felice alvear. Né le Febee
    api (sebben le altre api abbia crudeli)
    fuggono i lai della invisibil Ninfa,
    che ognor delusa d’amorosa speme,275
    pur geme per le quete aure diffusa,
    e il suo altero nemico ama e richiama;
    tanta dolcezza infusero le Grazie,
    per pietà della Ninfa, alle sue voci,
    che le lor api immemori dell’opra,280
    ozïose in Italia odono l’eco
    che al par de’ carmi fe’ dolce la rima.

    Quell’angelette scesero da prima
    ove assai preda di torrenti al mare
    porta Eridàno. Ivi la fata Alcina285
    di lor sorti presàga avea disperso
    molti agresti amaranti; e lungo il fiume
    gran ciel prendea con negre ombre un’incolta
    selva di lauri: su’ lor tronchi Atlante
    di Ruggiero scrivea gli avi e le imprese,290
    e di spettri guerrier muta una schiera
    e donne innamorate ivan col mago,
    aspettando il cantor; e questi i favi
    vide quivi deposti, e si mietea
    tutti gli allori; ma de’ fior d’Alcina295
    più grazïoso distillava il mèle,
    e il libò solo un lepido poeta,
    che insiem narrò d’Angelica gli affanni.
    Ma non men cara l’api amano l’ombra
    del sublime cipresso, ove appendea300
    la sua cetra Torquato, allor che ardendo
    forsennato egli errò per le foreste
    "sì che insieme movea pietate e riso
    "nelle gentili Ninfe e ne’ pastori:
    "né già cose scrivea degne di riso305
    "se ben cose facea degne di riso".

    ...Deh! perché torse
    i suoi passi da voi, liete in udirlo
    cantar o Erminia, e il pio sepolcro e l’armi?
    Né disdegno di voi, ma più fatale310
    Nume alla reggia il risospinse e al pianto.

    ...A tal ventura
    fur destinate le gentili alate
    che riposâr sull’Eridano il volo.
    Mentre nel Lilibeo mare la fata315
    dava promesse, e l’attendea cortese
    a quante all’Adria indi posaro il volo
    angiolette Febee, l’altro drappello
    che, per antico amor Flora seguendo,
    tendea per le tirrene aure il suo corso,320
    trovò simile a Cerere una donna
    su la foce dell’Arno; e l’attendeva
    portando in man purpurei gigli e frondi
    fresche d’ulivo. Avea riposo al fianco
    un’etrusca colonna, a sé dinanzi325
    di favi desïoso un alveare.
    Molte intorno a’ suoi piè verdi le spighe
    spuntavano, e perìan molte immature
    fra gli emuli papaveri; mal nota,
    benché fosse divina, era l’Ancella330
    alle pecchie immortali. Essa agli Dei
    non tornò mai, da che scendea ne’ primi
    dì noiosi dell’uomo; e il riconforta
    ma le presenti ore gl’invola; ha nome
    Speranza e men infida ama i coloni.335
    Già negli ultimi cieli iva compiendo
    il settimo de’ grandi anni Saturno
    col suo pianeta, da che a noi la Donna
    precorrendo le Muse era tornata
    per consiglio di Pallade, a recarne340
    l’ara fatale ove scolpite in oro
    le brevi rifulgean libere leggi,
    madri dell’arti onde fu bella Atene.

    * * * * * * * * * * *

    Ecco prostrata una foresta, e fianchi
    rudi d’alpe, e masse ferree immani345
    al braccio de’ Ciclòpi, a fondar tempio
    che ceda tardo a’ muti urti del tempo.
    E al suono che invisibili spandeano
    le Grazie intorno, assunsero nell’opra
    nuova speme i viventi: e l’Architetto350
    meravigliando della sua fatica,
    quasi nubi lievissime, di terra
    ferro e abeti vedea sorgere e marmi,
    a le sue leggi arrendevoli, e posarsi
    convessi in arco aereo imitanti355
    il firmamento. Attonite le Muse
    come vennero poscia alla divina
    mole il guardo levando, indarno altrove
    col memore pensier ivan cercando
    se altrove Palla, . . . . . . . . . . . . .360
    o quando in Grecia di celeste acànto
    ghirlandò le colonne, o quando in Roma
    gli archi adornava a ritornar vittrice
    trïonfando con candide cavalle,
    miracolo sì fatto avesse all’arti365
    mai suggerito. Quando poi la Speme
    veleggiando su l’Arno in una nave
    l’api recò e l’ancora là dove
    sorger poscia dovea delle bell’arti
    sovra mille colonne una gentile370
    reggia alle Muse, ... corser l’api
    a un’indistinta di novelle piante
    soavità che intorno al tempio oliva.

    Un mirto
    che suo dall’alto Beatrice ammira,375
    venerando slpendeva; e dalla cima
    battea le penne un Genio disdegnoso
    che il passato esplorando e l’avvenire
    cieli e abissi cercava, e popolato
    d’anime in mezzo a tutte l’acque un monte;380
    poi, tornando, spargea folgori e lieti
    raggi, e speme e terrore e pentimento
    ne’ mortali; e verissime sciagure
    all’Italia cantava.

    Appresso al mirto385
    fiorian le rose che le Grazie ogni anno
    ne’ colli euganei van cogliendo, e un serto
    molle di pianto il dì sesto d’aprile
    ne recano alla Madre. A queste intorno
    dolcemente ronzarono, e sentiro390
    come forse d’Eliso era venuto
    ad innestare il cespo ei che più ch’altri
    libò il mèl sacro su l’Imetto, e primo
    fe’ del celeste amor celebre il rito.
    Pur con molti frutteti e con l’orezzo395
    le sviò de’ quercioli una valletta
    dove le Ninfe alle mie Dee seguaci
    non son Genii mentiti.

    Io dal mio poggio
    quando tacciono i venti fra le torri400
    della vaga Firenze, odo un Silvano
    ospite ignoto a’ taciti eremiti
    del vicino Oliveto: ei sul meriggio
    fa sua casa un frascato, e a suon d’avena
    le pecorelle sue chiama alla fonte.405
    Chiama due brune giovani la sera,
    né piegar erba mi parean ballando.
    Esso mena la danza. N’eran molte
    sotto l’alpe di Fiesole a una valle
    che da sei montagnette ond’è ricinta410
    scende a sembianza di teatro acheo.
    Affrico allegro ruscelletto accorse
    a’ lor prieghi dal monte, e fe’ la valle
    limpida d’un freschissimo laghetto.
    Nulla per anco delle Ninfe inteso415
    avea Fiammetta allor ch’ivi a diporto
    novellando d’amori e cortesie
    con le amiche sedeva, o s’immergea,
    te, Amor, fuggendo e tu ve la spïavi,
    dentro le cristalline onde più bella.420
    Fur poi svelati in que’ diporti i vaghi
    misteri, e Dïoneo re del drappello
    le Grazie afflisse. Perseguì i colombi
    che stavan su le dense ali sospesi
    a guardia d’una grotta: invan gementi425
    sotto il flagel del mirto onde gl’incalza
    gli fan ombra dattorno, e gli fan prieghi
    che non s’accosti; sanguinanti e inermi
    sgombran con penne trepidanti al cielo.
    Dalla grotta i recessi empie la luna,430
    e fra un mucchio di gigli addormentata
    svela a un Fauno confusa una Napea.
    Gioì il protervo dell’esempio, e spera
    allettarne Fiammetta; e pregò tutti
    allor d’aita i Satiri canuti,435
    e quante emule ninfe eran da’ giochi
    e da’ misteri escluse: e quegli arguti
    ozïando ogni notte a Dïoneo
    di scherzi e d’antri e talami di fiori
    ridissero novelle. Or vive un libro440
    dettato dagli Dei; ma sfortunata
    la damigella che mai tocchi il libro!
    Tosto smarrita del natìo pudore
    avrà la rosa; né il rossore ad arte
    può innamorar chi sol le Grazie ha in core.445
    O giovinette Dee, gioia dell’inno,
    per voi la bella donna i riti vostri
    imìta e le terrene api lusinga
    nel felsineo pendio d’onde il pastore
    mira Astrea che or del ciel gode e de’ tardi450
    alberghi di Nereo; d’indiche piante
    e di catalpe onde i suoi Lari ombreggia
    sedi appresta e sollazzi alle vaganti
    schiere, o le accoglie ne’ fecondi orezzi
    d’armonïoso speco invïolate455
    dal gelo e dall’estiva ira e da’ nembi.
    La bella donna di sua mano i lattei
    calici del limone, e la pudica
    delle vïole, e il timo amor dell’api,
    innaffia, e il fior delle rugiade invoca460
    dalle stelle tranquille, e impetra i favi
    che vi consacra e in cor tacita prega.
    Con lei pregate, donzellette, e meco
    voi, garzoni, miratela. Il segreto
    sospiro, il riso del suo labbro, il dolce465
    foco esultante nelle sue pupille
    faccianvi accorti di che preghi, e come
    l’ascoltino le Dee. E certo impetra
    che delle Dee l’amabile consiglio
    da lei s’adempia. I preghi che dal Cielo470
    per pietà de’ mortali han le divine
    vergini caste, non a voi li danno,
    giovani vati e artefici eleganti,
    bensì a qual più gentil donna le imìta.
    A lei correte, e di soavi affetti475
    ispiratrici e immagini leggiadre
    sentirete le Grazie. Ah vi rimembri
    che inverecondo le spaventa Amore!

    III

    Torna deh! torna al suon, donna dell’arpa;
    guarda la tua bella compagna; e viene480
    ultima al rito a tesser danze all’ara.

    Pur la città cui Pale empie di paschi
    con l’urne industri tanta valle, e pingui
    di mille pioppe aerëe al sussurro,
    ombrano i buoi le chiuse, or la richiama485
    alle feste notturne e fra quegli orti
    freschi di frondi e intorno aurei di cocchi
    lungo i rivi d’Olona. E già tornava
    questa gentile al suo molle paese;
    così imminente omai freme Bellona490
    che al Tebro, all’Arno, ov’è più sacra Italia,
    non un’ara trovò, dove alle Grazie
    rendere il voto d’una regia sposa.
    Ma udì ’l canto, udì l’arpa; e a noi si volse
    agile come in cielo Ebe succinta.495
    Sostien del braccio un giovinetto cigno,
    e togliesi di fronte una catena
    vaga di perle a cingerne l’augello.
    Quei lento al collo suo del flessuoso
    collo s’attorce, e di lei sente a ciocche500
    neri su le sue lattee piume i crini
    scorrer disciolti, e più lieto la mira
    mentr’ella scioglie a questi detti il labbro:

    GRATA AGLI DEI DEL REDUCE MARITO
    DA’ FIUMI ALGENTI OV’HANNO PATRIA I CIGNI,505
    ALLE VIRGINEE DEITÀ CONSACRA
    L’ALTA REGINA MIA CANDIDO UN CIGNO

    Accogliete, o garzoni, e su le chiare
    acque vaganti intorno all’ara e al bosco
    deponete l’augello, e sia del nostro510
    fonte signor; e i suoi atti venusti
    gli rendan l’onde e il suo candore, e goda
    di sé, quasi dicendo a chi lo mira,
    simbol son io della beltà. Sfrondate
    ilari carolando, o verginette,515
    il mirteto e i rosai lungo i meandri
    del ruscello, versate sul ruscello,
    versateli, e al fuggente nuotatore
    che veleggia con pure ali di neve,
    fate inciampi di fiori, e qual più ameno520
    fiore a voi sceglia col puniceo rostro,
    vel ponete nel seno. A quanti alati
    godon l’erbe del par l’aere e i laghi
    amabil sire è il cigno, e con l’impero
    modesto delle grazie i suoi vassalli525
    regge, ed agli altri volator sorride,
    e lieto le sdegnose aquile ammira.
    Sovra l’òmero suo guizzan securi
    gli argentei pesci, ed ospite leale
    il vagheggiano, s’ei visita all’alba530
    le lor ime correnti, desïoso
    di più freschi lavacri, onde rifulga
    sovra le piume sue nitido il sole.
    Fioritelo di gigli.

    Al vago rito535
    Donna l’invia, che nella villa amena
    de’ tigli (amabil pianta, e a’ molli orezzi
    propizia, e al santo coniugale amore)
    nudrialo afflitta; e a lei dal pelaghetto
    lieto accorrea, agitandole l’acque540
    sotto i lauri tranquille. O di clementi
    virtù ornamento nella reggia insùbre!
    Finché piacque agli Dei, o agl’infelici
    cara tutela, e di tre regie Grazie
    genitrice gentil, bella fra tutte545
    figlie di regi, e agl’Immortali amica!
    Tutto il Cielo t’udìa quando al marito
    guerreggiante a impedir l’Elba ai nemici
    pregavi lenta l’invisibil Parca
    che accompagna gli Eroi, vaticinando550
    l’inno funereo e l’alto avello e l’armi
    più terse e giunti alla quadriga i bianchi
    destrieri eterni a correre l’Eliso.
    Ma come Marte, quando entro le navi
    rispingeva gli Achei, vide sul vallo555
    fra un turbine di dardi Aiace solo,
    fumar di sangue; e ove dirùto il muro
    dava più varco a’ Teucri, ivi attraverso
    piantarsi; e al suon de’ brandi, onde intronato
    avea l’elmo e lo scudo, i vincitori560
    impäurir del grido; e rincalzarli
    fra le dardanie faci arso e splendente;
    scagliar rotta la spada, e trarsi l’elmo
    e fulminar immobile col guardo
    Ettore, che perplesso ivi si tenne:565
    tal dell’Ausonio Re l’inclito alunno
    fra il lutto e il tempestar lungo di Borea
    si fe’ vallo dell’Elba, e minacciando
    il trïonfo indugiava e le rapine
    dello Scita ramingo oltre la Neva.570
    Quinci indignato il sol torce il suo carro,
    quando Orïone predator dell’Austro
    sovra l’Orsa precipita e abbandona
    corrucciosi i suoi turbini e il terrore
    sul deserto de’ ghiacci orridi, d’alto575
    silenzio e d’ossa e armate esuli larve.
    Sdegnan chi a’ fasti di fortuna applaude
    le Dive mie, e sol fan bello il lauro
    quando Sventura ne corona i prenci.
    Ma più alle Dive mie piace quel carme580
    che d’egregia beltà l’alma e le forme
    con la pittrice melodia ravviva.

    Spesso per l’altre età, se l’idïoma
    d’Italia correrà puro a’ nepoti,
    (è vostro, e voi, deh! lo serbate, o Grazie!)585
    tento ritrar ne’ versi miei la sacra
    danzatrice, men bella allor che siede,
    men di te bella, o gentil sonatrice,
    men amabil di te quando favelli,
    o nutrice dell’api. Ma se danza,590
    vedila! tutta l’armonia del suono
    scorre dal suo bel corpo, dal sorriso
    della sua bocca; e un moto, un atto, un vezzo
    manda agli sguardi venustà improvvisa.
    E chi pinger la può? Mentre a ritrarla595
    pongo industre lo sguardo, ecco m’elude,
    e le carole che lente disegna
    affretta rapidissima, e s’invola
    sorvolando su’ fiori; appena veggio
    il vel fuggente biancheggiar fra’ mirti.600
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

  3. #3
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    Predefinito Re: Il paganesimo nella poesia moderna

    Inno terzo. A Pallade (Atena)
    I

    Pari al numero lor volino gl’inni
    alle vergini sante, armonïosi
    del peregrino suono uno e diverso
    di tre favelle. Intento odi, Canova;
    ch’io mi veggio d’intorno errar l’incenso,5
    qual si spandea sull’are a’ versi arcani
    d’Anfïone: presente ecco il nitrito
    de’ corsieri dircèi; benché Ippocrene
    li dissetasse, e li pascea dell’aure
    Eolo, e prenunzia un’aquila volava,10
    e de’ suoi freni li adornava il Sole,
    pur que’ vaganti Pindaro contenne
    presso il Cefiso, ed adorò le Grazie.
    Fanciulle, udite, udite: un lazio Carme
    vien danzando imenei dall’isoletta15
    di Sirmïone per l’argenteo Garda
    sonante con altera onda marina,
    da che le nozze di Pelèo, cantate
    nella reggia del mar, l’aureo Catullo
    al suo Garda cantò. Sacri poeti,20
    a me date voi l’arte, a me de’ vostri
    idïomi gli spirti, e co’ toscani
    modi seguaci adornerò più ardito
    le note istorie, e quelle onde a me solo
    siete cortesi allor che dagli antiqui25
    sepolcri m’apparite, illuminando
    d’elisia luce i solitari campi
    ove l’errante Fantasia mi porta
    a discernere il vero. Or ne preceda
    Clio, la più casta delle Muse, e chiami30
    consolatrici sue meco le Grazie.

    * * * * * * * * * * *

    Come se a’ raggi d’Espero amorosi
    fuor d’una mìrtea macchia escon secrete
    le tortorelle mormorando a’ baci,
    guata dall’ombra l’upupa e sen duole,35
    fuggono quelle impaurite al bosco;
    così le Grazie si fuggian tremando.
    Fu lor ventura che Minerva allora
    risaliva que’ balzi, al bellicoso
    Scita togliendo il nume suo. Di stragi40
    su’ canuti, e di vergini rapite,
    stolto! il trionfo profanò che in guerra
    giusta il favore della Dea gli porse.
    Delle Grazie s’avvide e della fuga
    immantinente, e dietro ad un’opaca45
    rupe il cocchio lasciava, e le sue quattro
    leonine poledre; ivi lo scudo
    depose, e la fatale ègida, e l’elmo,
    e inerme agli occhi delle Grazie apparve.
    - Scendete, disse, o vergini, scendete50
    al mar, e venerate ivi la Madre;
    e dolce un lutto per Orfeo nel core
    vi manderà, che obblierete il vostro
    terror, tanto ch’io rieda a offrirvi un dono,
    né più vi offenda Amore. - E tosto al corso55
    diè la quadriga, e la rattenne a un’alta
    reggia che al par d’Atene ebbe già cara;
    or questa sola ha in pregio, or quando i Fati
    non lasciano ad Atene altro che il nome.

    II

    * * * * * * * * * * *
    E a me un avviso Eufrosine, cantando,60
    porge, un avviso che da Febo un giorno
    sotto le palme di Cirene apprese.
    Innamorato, nel pierio fonte
    guardò Tiresia giovinetto i fulvi
    capei di Palla, liberi dall’elmo,65
    coprir le rosee disarmate spalle;
    sentì l’aura celeste, e mirò l’onde
    lambir a gara della Diva il piede,
    e spruzzar riverenti e paurose
    la sudata cervice e il casto petto,70
    che i lunghi crin discorrenti dal collo
    coprian, siccome li moveano l’aure.
    Ma né più rimirò dalle natìe
    cime eliconie il cocchio aureo del Sole,
    né per la coronèa selva di pioppi75
    guidò a’ ludi i garzoni, o alle carole
    l’anfïonie fanciulle; e i capri e i cervi
    tenean securi le beote valli,
    chè non più il dardo suo dritto fischiava,
    però che la divina ira di Palla80
    al cacciator col cenno onnipotente
    avvinse i lumi di perpetua notte.
    Tal destino è ne’ fati. Ahi! senza pianto
    l’uomo non vede la beltà celeste.


    III


    * * * * * * * * * * *

    Isola è in mezzo all’oceàn, là dove85
    sorge più curvo agli astri; immensa terra,
    come è grido vetusto, un dì beata
    d’eterne messi e di mortali altrice.
    Invan la chiede all’onde oggi il nocchiero,
    or i nostri invocando or dell’avverso90
    polo gli astri; e se illuso è dal desio,
    mira albeggiar i suoi monti da lunge,
    e affretta i venti, e per l’antica fama
    Atlantide l’appella. Ma da Febo
    detta è Palladio Ciel, che da la santa95
    Palla Minerva agli abitanti irata,
    cui il ricco suolo e gl’imenei lascivi
    fean pigri all’arti e sconoscenti a Giove,
    dentro l’Asia gli espulse, e l’aurea terra
    cinse di ciel pervio soltanto ai Numi.100
    Onde, qualvolta per desìo di stragi
    si fan guerra i mortali, e alla divina
    libertà danno impuri ostie di sangue;
    o danno a prezzo anima e brandi all’ire
    di tiranni stranieri, o a fera impresa105
    seguon avido re che ad innocenti
    popoli appresta ceppi e lutto a’ suoi;
    allor concede le Gorgòni a Marte
    Pallade, e sola tien l’asta paterna
    con che i regi precorre alla difesa110
    delle leggi e dell’are, e per cui splende
    a’ magnanimi eroi sacro il trionfo.
    Poi nell’isola sua fugge Minerva,
    e tutte Dee minori, a cui diè giove
    d’esserle care alunne, a ogni gentile115
    studio ammaestra: e quivi casti i balli,
    quivi son puri i canti, e senza brina
    i fiori e verdi i prati, ed aureo il giorno
    sempre, e stellate e limpide le notti.
    Chiamò d’intorno a sé le Dive, e a tutte120
    compartì l’opre del promesso dono
    alle timide Grazie. Ognuna intenta
    agl’imperî correa: Pallade in mezzo
    con le azzurre pupille amabilmente
    signoreggiava il suo virgineo coro.125
    Attenuando i rai aurei del sole,
    volgeano i fusi nitidi tre nude
    Ore, e del velo distendean l’ordito.
    Venner le Parche di purpurei pepli
    velate e il crin di quercia; e di più trame130
    raggianti, adamantine, al par de l’etre
    e fluide e pervie e intatte mai da Morte,
    trame onde filan degli Dei la vita,
    le tre presàghe riempiean la spola.
    Né men dell’altre innamorata, all’opra135
    Iri scese fra’ Zefiri; e per l’alto
    le vaganti accogliea lucide nubi
    guareggianti di tinte, e sul telaio
    pioveale a Flora a effigïar quel velo;
    e più tinte assumean riso e fragranza140
    e mille volti dalla man di Flora.
    E tu, Psiche, sedevi, e spesso in core,
    senz’aprir labbro, ridicendo: "Ahi, quante
    gioie promette, e manda pianto Amore!",
    raddensavi col pettine la tela.145
    E allor faconde di Talia le corde,
    e Tersicore Dea, che a te dintorno
    fea tripudio di ballo e ti guardava,
    eran conforto a’ tuoi pensieri e a l’opra.
    Correa limpido insiem d’Èrato il canto150
    da que’ suoni guidato; e come il canto
    Flora intendeva, e sì pingea con l’ago.
    Mesci, odorosa Dea, rosee le fila;
    e nel mezzo del velo ardita balli,
    canti fra ’l coro delle sue speranze155
    Giovinezza: percote a spessi tocchi
    antico un plettro il Tempo; e la danzante
    discende un clivo onde nessun risale.
    Le Grazie a’ piedi suoi destano fiori,
    a fiorir sue ghirlande: e quando il biondo160
    crin t’abbandoni e perderai ’l tuo nome,
    vivran que’ fiori, o Giovinezza, e intorno
    l’urna funerea spireranno odore.
    Or mesci, amabil Dea, nivee le fila;
    e ad un lato del velo Espero sorga165
    dal lavor di tue dita; escono errando
    fra l’ombre e i raggi fuor d’un mìrteo bosco
    due tortorelle mormorando ai baci;
    mirale occulto un rosignuol, e ascolta
    silenzïoso, e poi canta imenei:170
    fuggono quelle vereconde al bosco.
    Mesci, madre dei fior, lauri alle fila;
    e sul contrario lato erri co’ specchi
    dell’alba il sogno; e mandi a le pupille
    sopite del guerrier miseri i volti175
    de la madre e del padre allor che all’are
    recan lagrime e voti; e quei si desta,
    e i prigionieri suoi guarda e sospira.
    Mesci, o Flora gentile, oro alle fila;
    e il destro lembo istorïato esulti180
    d’un festante convito: il Genio in volta
    prime coroni agli esuli le tazze.
    Or libera è la gioia, ilare il biasmo,
    e candida è la lode. A parte siede
    bello il Silenzio arguto in viso e accenna185
    che non volino i detti oltre le soglie.
    Mesci cerulee, Dea, mesci le fila;
    e pinta il lembo estremo abbia una donna
    che con l’ombre e i silenzi unica veglia;
    nutre una lampa su la culla, e teme190
    non i vagiti del suo primo infante
    sien presagi di morte; e in quell’errore
    non manda a tutto il cielo altro che pianti.
    Beata! ancor non sa quanto agl’infanti
    provido è il sonno eterno, e que’ vagiti195
    presagi son di dolorosa vita.
    Come d’Èrato al canto ebbe perfetti
    Flora i trapunti, ghirlandò l’Aurora
    gli aerei fluttuanti orli del velo
    d’ignote rose a noi; sol la fragranza,200
    se vicino è un Iddio, scende alla terra.
    E fra l’altre immortali ultima venne
    rugiadosa la bionda Ebe, costretti
    in mille nodi fra le perle i crini,
    silenzïosa, e l’anfora converse:205
    e dell’altre la vaga opra fatale
    rorò d’ambrosia; e fu quel velo eterno.
    Poi su le tre di Citerea Gemelle
    tutte le Dive il diffondeano; ed elle
    fra le fiamme d’amore invano intatte210
    a rallegrar la terra; e sì velate
    apparian come pria vergini nude.

    * * * * * * * * * * *

    E il velo delle Dee manda improvviso
    un suon, qual di lontana arpa, che scorre
    sopra i vanni de’ Zeffiri soave;215
    qual venìa dall’Egeo per l’isolette
    un’ignota armonia, poi che al reciso
    capo e al bel crin d’Orfeo la vaga lira
    annodaro scagliandola nell’onde
    le delire Baccanti; e sospirando220
    con l’Ionio propinquo il sacro Egeo
    quell’armonia serbava, e l’isolette
    stupefatte l’udiro e i continenti.

    * * * * * * * * * * *

    Addio Grazie: son vostri, e non verranno
    soli quest’inni a voi, né il vago rito225
    obblieremo di Firenze ai poggi
    quando ritorni April. L’arpa dorata
    di novello concento adorneranno,
    disegneran più amabili carole
    e più beato manderanno il carme230
    le tre avvenenti ancelle vostre all’ara:
    e il fonte, e la frondosa ara e i cipressi,
    e i serti e i favi vi fien sacri, e i cigni
    votivi, e allegri i giovanili canti
    e i sospir delle Ninfe. Intanto, o belle235
    o dell’arcano vergini custodi
    celesti, un voto del mio core udite.
    Date candidi giorni a lei che sola,
    da che più lieti mi fioriano gli anni,
    m’arse divina d’immortale amore.240
    Sola vive al cor mio cura soave,
    sola e secreta spargerà le chiome
    sovra il sepolcro mio, quando lontano
    non prescrivano i fati anche il sepolcro.
    Vaga e felice i balli e le fanciulle245
    di nera treccia insigni e di sen colmo,
    sul molle clivo di Brianza un giorno
    guidar la vidi; oggi le vesti allegre
    obliò lenta e il suo vedovo coro.
    E se alla Luna e all’etere stellato250
    più azzurro il scintillante Èupili ondeggia,
    il guarda avvolta in lungo velo, e plora
    col rosignuol, finché l’Aurora il chiami
    a men soave tacito lamento.
    A lei da presso il piè volgete, o Grazie,255
    e nel mirarvi, o Dee, tornino i grandi
    occhi fatali al lor natìo sorriso.

    - FINE -
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

  4. #4
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    Predefinito Re: Il paganesimo nella poesia moderna

    All'amica risanata

    Qual dagli antri marini
    L'astro più caro a Venere
    Co' rugiadosi crini
    Fra le fuggenti tenebre
    Appare, e il suo viaggio
    Orna col lume dell'eterno raggio;

    Sorgon così tue dive
    Membra dall'egro talamo,
    E in te bèltà rivive,
    L'aurea beltate ond'ebbero
    Ristoro unico a' mali
    Le nate a vaneggiar menti mortali.
    Fiorir sul caro viso
    Veggo la rosa, tornano
    I grandi occhi al sorriso
    Insidiando; e vegliano
    Per te in novelli pianti
    Trepide madri, e sospettose amanti.
    Le Ore che dianzi meste
    Ministre eran de' farmachi,
    Oggi l'indica veste
    E i monili cui gemmano
    Effigiati Dei
    Inelito studio di scalpelli achei,
    E i candidi coturni
    E gli amuleti recano,
    Onde a' cori notturni
    Te, Dea, mirando obliano
    I garzoni le danze,
    Te principio d'affanni e di speranze:
    0 quando l'arpa adorni
    E co' novelli numeri
    E co' molli contorni
    Delle forme che facile
    Bisso seconda, e intanto
    Fra il basso sospirar vola il tuo canto
    Più periglioso; o quando
    Balli disegni, e l'agile
    Corpo all'aure fidando,
    Ignoti vezzi sfuggono
    Dai manti, e dal negletto
    Velo scomposto sul sommosso petto.
    All'agitarti, lente
    Cascan le trecce, nitide
    Per ambrosia recente,
    Mal fide all'aureo pettine
    E alla rosea ghirlanda
    Che or con l'alma salute April ti manda.
    Così ancelle d'Amore
    A te d'intorno volano
    Invidiate l'Ore.
    Meste le Grazie mirino
    Chi la beltà fugace
    Ti membra, e il giorno dell'eterna pace.
    Mortale guidatrice
    D'oceanine vergini,
    La parrasia pendice
    Tenea la casta Artemide,
    E fea terror di cervi
    Lungi fischiar d'arco cidonio i nervi
    Lei predicò la fama
    Olimpia prole; pavido
    Diva il mondo la chiama,
    E le sacrò l'elisio
    Soglio ed il certo telo,
    E i monti, e il carro della luna in cielo.
    Are così a Bellona.
    Un tempo invitta amazzone,
    Die' il vocale Elicona;
    Ella il cimiero e l'egida
    or contro l'Anglia avara.
    E le cavalle ed il furor prepara.
    E quella a cui di sacro
    Mirto te veggo cingere
    Devota il simolacro,
    Che presiede marmoreo
    Agli arcani tuoi lari
    Ove a me sol sacerdotessa appari,
    Regina fu, Citera
    E Cipro ove perpetua
    Odora primavera
    Regnò beata, e l'isole
    Che col selvoso dorso
    Rompono agli Euri e al grande Ionio il corso.
    Ebbi in quel mar la culla,
    Ivi erra ignudo spirito
    Di Faon la fanciulla,
    E se il notturno zeffiro
    Blando sui futti spira,
    Suonano i liti un lamentar di lira:
    Ond'io, pien del nativo.
    Aer sacro, su l'itala
    Grave cetra derivo
    Per te le corde eolie,
    E avrai divina i voti
    Fra gl'inni miei delle insubri nepoti.
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

  5. #5
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    Predefinito Re: Il paganesimo nella poesia moderna

    Nè più mai toccherò le sacre sponde
    Ove il mio corpo fanciulletto giacque,
    Zacinto mia, che te specchi nell’onde
    4Del greco mar, da cui vergine nacque

    Venere, e fea quelle isole feconde
    Col suo primo sorriso, onde non tacque
    Le tue limpide nubi e le tue fronde
    8L’inclito verso di Colui che l’acque

    Cantò fatali, ed il diverso esiglio
    Per cui bello di fama e di sventura
    11Baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

    Tu non altro che il canto avrai del figlio,
    O materna mia terra; a noi prescrisse
    14Il fato illacrimata sepoltura.
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

  6. #6
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    Predefinito Re: Il paganesimo nella poesia moderna

    Giacomo Leopardi, Ultimo canto di Saffo

    Placida notte, e verecondo raggio
    Della cadente luna; e tu che spunti
    Fra la tacita selva in su la rupe,
    Nunzio del giorno; oh dilettose e care
    Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,
    Sembianze agli occhi miei; già non arride
    Spettacol molle ai disperati affetti.
    Noi l'insueto allor gaudio ravviva
    Quando per l'etra liquido si volve
    E per li campi trepidanti il flutto
    Polveroso de' Noti, e quando il carro,
    Grave carro di Giove a noi sul capo,
    Tonando, il tenebroso aere divide.
    Noi per le balze e le profonde valli
    Natar giova tra' nembi, e noi la vasta
    Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto
    Fiume alla dubbia sponda
    Il suono e la vittrice ira dell'onda.

    Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella
    Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta
    Infinita beltà parte nessuna
    Alla misera Saffo i numi e l'empia
    Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni
    Vile, o natura, e grave ospite addetta,
    E dispregiata amante, alle vezzose
    Tue forme il core e le pupille invano
    Supplichevole intendo. A me non ride
    L'aprico margo, e dall'eterea porta
    Il mattutino albor; me non il canto
    De' colorati augelli, e non de' faggi
    Il murmure saluta: e dove all'ombra
    Degl'inchinati salici dispiega
    Candido rivo il puro seno, al mio
    Lubrico piè le flessuose linfe
    Disdegnando sottragge,
    E preme in fuga l'odorate spiagge.

    Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso
    Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo
    Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?
    In che peccai bambina, allor che ignara
    Di misfatto è la vita, onde poi scemo
    Di giovanezza, e disfiorato, al fuso
    Dell'indomita Parca si volvesse
    Il ferrigno mio stame? Incaute voci
    Spande il tuo labbro: i destinati eventi
    Move arcano consiglio. Arcano è tutto,
    Fuor che il nostro dolor. Negletta prole
    Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo
    De' celesti si posa. Oh cure, oh speme
    De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,
    Alle amene sembianze eterno regno
    Diè nelle genti; e per virili imprese,
    Per dotta lira o canto,
    Virtù non luce in disadorno ammanto.

    Morremo. Il velo indegno a terra sparto,
    Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,
    E il crudo fallo emenderà del cieco
    Dispensator de' casi. E tu cui lungo
    Amore indarno, e lunga fede, e vano
    D'implacato desio furor mi strinse,
    Vivi felice, se felice in terra
    Visse nato mortal. Me non asperse
    Del soave licor del doglio avaro
    Giove, poi che perìr gl'inganni e il sogno
    Della mia fanciullezza. Ogni più lieto
    Giorno di nostra età primo s'invola.
    Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra
    Della gelida morte. Ecco di tante
    Sperate palme e dilettosi errori,
    Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno
    Han la tenaria Diva,
    E l'atra notte, e la silente riva.
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

  7. #7
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    Predefinito Re: Il paganesimo nella poesia moderna

    Il tramonto della Luna

    Quale in notte solinga,
    Sovra campagne inargentate ed acque,
    Là 've zefiro aleggia,
    E mille vaghi aspetti
    E ingannevoli obbietti
    Fingon l'ombre lontane
    Infra l'onde tranquille
    E rami e siepi e collinette e ville;
    Giunta al confin del cielo,
    Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno
    Nell'infinito seno
    Scende la luna; e si scolora il mondo;
    Spariscon l'ombre, ed una
    Oscurità la valle e il monte imbruna;
    Orba la notte resta,
    E cantando, con mesta melodia,
    L'estremo albor della fuggente luce,
    Che dianzi gli fu duce,
    Saluta il carrettier dalla sua via;

    Tal si dilegua, e tale
    Lascia l'età mortale
    La giovinezza. In fuga
    Van l'ombre e le sembianze
    Dei dilettosi inganni; e vengon meno
    Le lontane speranze,
    Ove s'appoggia la mortal natura.
    Abbandonata, oscura
    Resta la vita. In lei porgendo il guardo,
    Cerca il confuso viatore invano
    Del cammin lungo che avanzar si sente
    Meta o ragione; e vede
    Che a se l'umana sede,
    Esso a lei veramente è fatto estrano.

    Troppo felice e lieta
    Nostra misera sorte
    Parve lassù, se il giovanile stato,
    Dove ogni ben di mille pene è frutto,
    Durasse tutto della vita il corso.
    Troppo mite decreto
    Quel che sentenzia ogni animale a morte,
    S'anco mezza la via
    Lor non si desse in pria
    Della terribil morte assai più dura.
    D'intelletti immortali
    Degno trovato, estremo
    Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni
    La vecchiezza, ove fosse
    Incolume il desio, la speme estinta,
    Secche le fonti del piacer, le pene
    Maggiori sempre, e non più dato il bene.

    Voi, collinette e piagge,
    Caduto lo splendor che all'occidente
    Inargentava della notte il velo,
    Orfane ancor gran tempo
    Non resterete; che dall'altra parte
    Tosto vedrete il cielo
    Imbiancar novamente, e sorger l'alba:
    Alla qual poscia seguitando il sole,
    E folgorando intorno
    Con sue fiamme possenti,
    Di lucidi torrenti
    Inonderà con voi gli eterei campi.
    Ma la vita mortal, poi che la bella
    Giovinezza sparì, non si colora
    D'altra luce giammai, nè d'altra aurora.
    Vedova è insino al fine; ed alla notte
    Che l'altre etadi oscura,
    Segno poser gli Dei la sepoltura.

    NDR: questa fu l'ultima poesia di Leopardi, gli ultimi sei versi li dettò ad Antonio Ranieri poche ore prima di morire, sdraiato sul letto
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

  8. #8
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    Predefinito Re: Il paganesimo nella poesia moderna

    Una prosa di Leopardi, una delle Operette morali a sfondo mitologico (le altri sono più satiriche in stile lucianeo, come La scommessa di Prometeo).

    1 - STORIA DEL GENERE UMANO

    Narrasi che tutti gli uomini che da principio popolarono la terra, fossero creati per ogni dove a un medesimo tempo, e tutti bambini, e fossero nutricati dalle api, dalle capre e dalle colombe nel modo che i poeti favoleggiarono dell'educazione di Giove. E che la terra fosse molto più piccola che ora non è, quasi tutti i paesi piani, il cielo senza stelle, non fosse creato il mare, e apparisse nel mondo molto minore varietà e magnificenza che oggi non vi si scuopre. Ma nondimeno gli uomini compiacendosi insaziabilmente di riguardare e di considerare il cielo e la terra, maravigliandosene sopra modo e riputando l'uno e l'altra bellissimi e, non che vasti, ma infiniti, così di grandezza come di maestà e di leggiadria; pascendosi oltre a ciò di lietissime speranze, e traendo da ciascun sentimento della loro vita incredibili diletti, crescevano con molto contento, e con poco meno che opinione di felicità. Così consumata dolcissimamente la fanciullezza e la prima adolescenza, e venuti in età più ferma, incominciarono a provare alcuna mutazione. Perciocché le speranze, che eglino fino a quel tempo erano andati rimettendo di giorno in giorno, non si riducendo ancora ad effetto, parve loro che meritassero poca fede; e contentarsi di quello che presentemente godessero, senza promettersi verun accrescimento di bene, non pareva loro di potere, massimamente che l'aspetto delle cose naturali e ciascuna parte della vita giornaliera, o per l'assuefazione o per essere diminuita nei loro animi quella prima vivacità, non riusciva loro di gran lunga così dilettevole e grata come a principio. Andavano per la terra visitando lontanissime contrade, poiché lo potevano fare agevolmente, per essere i luoghi piani, e non divisi da mari, né impediti da altre difficoltà; e dopo non molti anni, i più di loro si avvidero che la terra, ancorché grande, aveva termini certi, e non così larghi che fossero incomprensibili; e che tutti i luoghi di essa terra e tutti gli uomini, salvo leggerissime differenze, erano conformi gli uni agli altri. Per le quali cose cresceva la loro mala contentezza di modo che essi non erano ancora usciti della gioventù, che un espresso fastidio dell'esser loro gli aveva universalmente occupati. E di mano in mano nell'età virile, e maggiormente in sul declinare degli anni, convertita la sazietà in odio, alcuni vennero in sì fatta disperazione, che non sopportando la luce e lo spirito, che nel primo tempo avevano avuti in tanto amore, spontaneamente, quale in uno e quale in altro modo, se ne privarono.
    Parve orrendo questo caso agli Dei, che da creature viventi la morte fosse preposta alla vita, e che questa medesima in alcun suo proprio soggetto, senza forza di necessità e senza altro concorso, fosse a disfarlo. Né si può facilmente dire quanto si maravigliassero che i loro doni fossero tenuti così vili ed abbominevoli, che altri dovesse con ogni sua forza spogliarseli e rigettarli; parendo loro aver posta nel mondo tanta bontà e vaghezza, e tali ordini e condizioni, che quella stanza avesse ad essere, non che tollerata, ma sommamente amata da qualsivoglia animale, e dagli uomini massimamente, il qual genere avevano formato con singolare studio a maravigliosa eccellenza. Ma nel medesimo tempo, oltre all'essere tocchi da non mediocre pietà di tanta miseria umana quanta manifestavasi dagli effetti, dubitavano eziandio che rinnovandosi e moltiplicandosi quei tristi esempi, la stirpe umana fra poca età, contro l'ordine dei fati, venisse a perire, e le cose fossero private di quella perfezione che risultava loro dal nostro genere, ed essi di quegli onori che ricevevano dagli uomini.
    Deliberato per tanto Giove di migliorare, poiché parea che si richiedesse, lo stato umano, e d'indirizzarlo alla felicità con maggiori sussidi, intendeva che gli uomini si querelavano principalmente che le cose non fossero immense di grandezza, né infinite di beltà, di perfezione e di varietà, come essi da prima avevano giudicato; anzi essere angustissime, tutte imperfette, e pressoché di una forma; e che dolendosi non solo dell'età provetta, ma della matura, e della medesima gioventù, e desiderando le dolcezze dei loro primi anni, pregavano ferventemente di essere tornati nella fanciullezza, e in quella perseverare tutta la loro vita. Della qual cosa non potea Giove soddisfarli, essendo contraria alle leggi universali della natura, ed a quegli uffici e quelle utilità che gli uomini dovevano, secondo l'intenzione e i decreti divini, esercitare e produrre. Né anche poteva comunicare la propria infinità colle creature mortali, né fare la materia infinita, né infinita la perfezione e la felicità delle cose e degli uomini. Ben gli parve conveniente di propagare i termini del creato, e di maggiormente adornarlo e distinguerlo: e preso questo consiglio, ringrandì la terra d'ogn'intorno, e v'infuse il mare, acciocché, interponendosi ai luoghi abitati, diversificasse la sembianza delle cose, e impedisse che i confini loro non potessero facilmente essere conosciuti dagli uomini, interrompendo i cammini, ed anche rappresentando agli occhi una viva similitudine dell'immensità. Nel qual tempo occuparono le nuove acque la terra Atlantide, non sola essa, ma insieme altri innumerabili e distesissimi tratti, benché di quella resti memoria speciale, sopravvissuta alla moltitudine dei secoli. Molti luoghi depresse, molti ricolmò suscitando i monti e le colline, cosperse la notte di stelle, rassottigliò e ripurgò la natura dell'aria, ed accrebbe il giorno di chiarezza e di luce, rinforzò e contemperò più diversamente che per l'addietro i colori del cielo e delle campagne, confuse le generazioni degli uomini in guisa che la vecchiezza degli uni concorresse in un medesimo tempo coll'altrui giovanezza e puerizia. E risolutosi di moltiplicare le apparenze di quell'infinito che gli uomini sommamente desideravano (dappoi che egli non li poteva compiacere della sostanza), e volendo favorire e pascere le coloro immaginazioni, dalla virtù delle quali principalmente comprendeva essere proceduta quella tanta beatitudine della loro fanciullezza; fra i molti espedienti che pose in opera (siccome fu quello del mare), creato l'eco, lo nascose nelle valli e nelle spelonche, e mise nelle selve uno strepito sordo e profondo, con un vasto ondeggiamento delle loro cime. Creò similmente il popolo de' sogni, e commise loro che ingannando sotto più forme il pensiero degli uomini, figurassero loro quella pienezza di non intelligibile felicità, che egli non vedeva modo a ridurre in atto, e quelle immagini perplesse e indeterminate, delle quali esso medesimo, se bene avrebbe voluto farlo, e gli uomini lo sospiravano ardentemente, non poteva produrre alcun esempio reale.
    Fu per questi provvedimenti di Giove ricreato ed eretto l'animo degli uomini, e rintegrata in ciascuno di loro la grazia e la carità della vita, non altrimenti che l'opinione, il diletto e lo stupore della bellezza e dell'immensità delle cose terrene. E durò questo buono stato più lungamente che il primo, massime per la differenza del tempo introdotta da Giove nei nascimenti, sicché gli animi freddi e stanchi per l'esperienza delle cose, erano confortati vedendo il calore e le speranze dell'età verde. Ma in progresso di tempo tornata a mancare affatto la novità, e risorto e riconfermato il tedio e la disistima della vita, si ridussero gli uomini in tale abbattimento, che nacque allora, come si crede, il costume riferito nelle storie come praticato da alcuni popoli antichi che lo serbarono, che nascendo alcuno, si congregavano i parenti e loro amici a piangerlo; e morendo, era celebrato quel giorno con feste e ragionamenti che si facevano congratulandosi coll'estinto. All'ultimo tutti i mortali si volsero all'empietà, o che paresse loro di non essere ascoltati da Giove, o essendo propria natura delle miserie indurare e corrompere gli animi eziandio più bennati, e disamorarli dell'onesto e del retto. Perciocché s'ingannano a ogni modo coloro i quali stimano essere nata primieramente l'infelicità umana dall'iniquità e dalle cose commesse contro agli Dei; ma per lo contrario non d'altronde ebbe principio la malvagità degli uomini che dalle loro calamità.
    Ora poiché fu punita dagli Dei col diluvio di Deucalione la protervia dei mortali e presa vendetta delle ingiurie, i due soli scampati dal naufragio universale del nostro genere, Deucalione e Pirra, affermando seco medesimi niuna cosa potere maggiormente giovare alla stirpe umana che di essere al tutto spenta, sedevano in cima a una rupe chiamando la morte con efficacissimo desiderio, non che temessero né deplorassero il fato comune. Non per tanto, ammoniti da Giove di riparare alla solitudine della terra; e non sostenendo, come erano sconfortati e disdegnosi della vita, di dare opera alla generazione; tolto delle pietre della montagna, secondo che dagli Dei fu mostrato loro, e gittatosele dopo le spalle, restaurarono la specie umana. Ma Giove fatto accorto, per le cose passate, della propria natura degli uomini, e che non può loro bastare, come agli altri animali, vivere ed essere liberi da ogni dolore e molestia del corpo; anzi, che bramando sempre e in qualunque stato l'impossibile, tanto più si travagliano con questo desiderio da se medesimi, quanto meno sono afflitti dagli altri mali; deliberò valersi di nuove arti a conservare questo misero genere: le quali furono principalmente due. L'una mescere la loro vita di mali veri; l'altra implicarla in mille negozi e fatiche, ad effetto d'intrattenere gli uomini, e divertirli quanto più si potesse dal conversare col proprio animo, o almeno col desiderio di quella loro incognita e vana felicità.
    Quindi primieramente diffuse tra loro una varia moltitudine di morbi e un infinito genere di altre sventure: parte volendo, col variare le condizioni e le fortune della vita mortale, ovviare alla sazietà e crescere colla opposizione dei mali il pregio de' beni; parte acciocché il difetto dei godimenti riuscisse agli spiriti esercitati in cose peggiori, molto più comportabile che non aveva fatto per lo passato; e parte eziandio con intendimento di rompere e mansuefare la ferocia degli uomini, ammaestrarli a piegare il collo e cedere alla necessità, ridurli a potersi più facilmente appagare della propria sorte, e rintuzzare negli animi affievoliti non meno dalle infermità del corpo che dai travagli propri, l'acume e la veemenza del desiderio. Oltre di questo, conosceva dovere avvenire che gli uomini oppressi dai morbi e dalle calamità, fossero meno pronti che per l'addietro a volgere le mani contra se stessi, perocché sarebbero incodarditi e prostrati di cuore, come interviene per l'uso dei patimenti. I quali sogliono anche, lasciando luogo alle speranze migliori, allacciare gli animi alla vita: imperciocché gl'infelici hanno ferma opinione che eglino sarebbero felicissimi quando si riavessero dei propri mali; la qual cosa, come è la natura dell'uomo, non mancano mai di sperare che debba loro succedere in qualche modo. Appresso creò le tempeste dei venti e dei nembi, si armò del tuono e del fulmine, diede a Nettuno il tridente, spinse le comete in giro e ordinò le eclissi; colle quali cose e con altri segni ed effetti terribili, instituì di spaventare i mortali di tempo in tempo: sapendo che il timore e i presenti pericoli riconcilierebbero alla vita, almeno per breve ora, non tanto gl'infelici, ma quelli eziandio che l'avessero in maggiore abbominio, e che fossero più disposti a fuggirla.
    E per escludere la passata oziosità, indusse nel genere umano il bisogno e l'appetito di nuovi cibi e di nuove bevande, le quali cose non senza molta e grave fatica si potessero provvedere, laddove insino al diluvio gli uomini, dissetandosi delle sole acque, si erano pasciuti delle erbe e delle frutta che la terra e gli arbori somministravano loro spontaneamente, e di altre nutriture vili e facili a procacciare, siccome usano di sostentarsi anche oggidì alcuni popoli, e particolarmente quelli di California. Assegnò ai diversi luoghi diverse qualità celesti, e similmente alle parti dell'anno, il quale insino a quel tempo era stato sempre e in tutta la terra benigno e piacevole in modo, che gli uomini non avevano avuto uso di vestimenti; ma di questi per l'innanzi furono costretti a fornirsi, e con molte industrie riparare alle mutazioni e inclemenze del cielo. Impose a Mercurio che fondasse le prime città, e distinguesse il genere umano in popoli, nazioni e lingue, ponendo gara e discordia tra loro; e che mostrasse agli uomini il canto e quelle altre arti, che sì per la natura e sì per l'origine, furono chiamate, e ancora si chiamano, divine. Esso medesimo diede leggi, stati e ordini civili alle nuove genti; e in ultimo volendo con un incomparabile dono beneficarle, mandò tra loro alcuni fantasmi di sembianze eccellentissime e soprumane, ai quali permise in grandissima parte il governo e la potestà di esse genti: e furono chiamati Giustizia, Virtù, Gloria, Amor patrio e con altri sì fatti nomi. Tra i quali fantasmi fu medesimamente uno chiamato Amore, che in quel tempo primieramente, siccome anco gli altri, venne in terra: perciocché innanzi all'uso dei vestimenti, non amore, ma impeto di cupidità, non dissimile negli uomini di allora da quello che fu di ogni tempo nei bruti, spingeva l'uno sesso verso l'altro, nella guisa che è tratto ciascuno ai cibi e a simili oggetti, i quali non si amano veramente, ma si appetiscono.
    Fu cosa mirabile quanto frutto partorissero questi divini consigli alla vita mortale, e quanto la nuova condizione degli uomini, non ostante le fatiche, gli spaventi e i dolori, cose per l'addietro ignorate dal nostro genere, superasse di comodità e di dolcezza quelle che erano state innanzi al diluvio. E questo effetto provenne in gran parte da quelle maravigliose larve; le quali dagli uomini furono riputate ora geni ora iddii, e seguite e culte con ardore inestimabile e con vaste e portentose fatiche per lunghissima età; infiammandoli a questo dal canto loro con infinito sforzo i poeti e i nobili artefici; tanto che un grandissimo numero di mortali non dubitarono chi all'uno e chi all'altro di quei fantasmi donare e sacrificare il sangue e la vita propria. La qual cosa, non che fosse discara a Giove, anzi piacevagli sopra modo, così per altri rispetti, come che egli giudicava dovere essere gli uomini tanto meno facili a gittare volontariamente la vita, quanto più fossero pronti a spenderla per cagioni belle e gloriose. Anche di durata questi buoni ordini eccedettero grandemente i superiori; poiché quantunque venuti dopo molti secoli in manifesto abbassamento, nondimeno eziandio declinando e poscia precipitando, valsero in guisa, che fino all'entrare di un'età non molto rimota dalla presente, la vita umana, la quale per virtù di quegli ordini era stata già, massime in alcun tempo, quasi gioconda, si mantenne per beneficio loro mediocremente facile e tollerabile.
    Le cagioni e i modi del loro alterarsi furono i molti ingegni trovati dagli uomini per provvedere agevolmente e con poco tempo ai propri bisogni; lo smisurato accrescimento della disparità di condizioni e di uffici constituita da Giove tra gli uomini quando fondò e dispose le prime repubbliche; l'oziosità e la vanità che per queste cagioni, di nuovo, dopo antichissimo esilio, occuparono la vita; l'essere, non solo per la sostanza delle cose, ma ancora da altra parte per l'estimazione degli uomini, venuta a scemarsi in essa vita la grazia della varietà, come sempre suole per la lunga consuetudine; e finalmente le altre cose più gravi, le quali per essere già descritte e dichiarate da molti, non accade ora distinguere. Certo negli uomini si rinnovellò quel fastidio delle cose loro che gli aveva travagliati avanti il diluvio, e rinfrescossi quell'amaro desiderio di felicità ignota ed aliena dalla natura dell'universo.
    Ma il totale rivolgimento della loro fortuna e l'ultimo esito di quello stato che oggi siamo soliti di chiamare antico, venne principalmente da una cagione diversa dalle predette: e fu questa. Era tra quelle larve, tanto apprezzate dagli antichi, una chiamata nelle costoro lingue Sapienza; la quale onorata universalmente come tutte le sue compagne, e seguita in particolare da molti, aveva altresì al pari di quelle conferito per la sua parte alla prosperità dei secoli scorsi. Questa più e più volte, anzi quotidianamente, aveva promesso e giurato ai seguaci suoi di voler loro mostrare la Verità, la quale diceva ella essere un genio grandissimo, e sua propria signora, né mai venuta in sulla terra, ma sedere cogli Dei nel cielo; donde essa prometteva che coll'autorità e grazia propria intendeva di trarla, e di ridurla per qualche spazio di tempo a peregrinare tra gli uomini: per l'uso e per la familiarità della quale, dovere il genere umano venire in sì fatti termini, che di altezza di conoscimento, eccellenza d'instituti e di costumi, e felicità di vita, per poco fosse comparabile al divino. Ma come poteva una pura ombra ed una sembianza vota mandare ad effetto le sue promesse, non che menare in terra la Verità? Sicché gli uomini, dopo lunghissimo credere e confidare, avvedutisi della vanità di quelle profferte; e nel medesimo tempo famelici di cose nuove, massime per l'ozio in cui vivevano; e stimolati parte dall'ambizione di pareggiarsi agli Dei, parte dal desiderio di quella beatitudine che per le parole del fantasma si riputavano, conversando colla Verità essere per conseguire; si volsero con instantissime e presuntuose voci dimandando a Giove che per alcun tempo concedesse alla terra quel nobilissimo genio, rimproverandogli che egli invidiasse alle sue creature l'utilità infinita che dalla presenza di quello riporterebbero; e insieme si rammaricavano con lui della sorte umana, rinnovando le antiche e odiose querele della piccolezza e della povertà delle cose loro. E perché quelle speciosissime larve, principio di tanti beni alle età passate, ora si tenevano dalla maggior parte in poca stima; non che già fossero note per quelle che veramente erano, ma la comune viltà dei pensieri e l'ignavia dei costumi facevano che quasi niuno oggimai le seguiva; perciò gli uomini bestemmiando scelleratamente il maggior dono che gli eterni avessero fatto e potuto fare ai mortali, gridavano che la terra non era degnata se non dei minori geni; ed ai maggiori, ai quali la stirpe umana più condecentemente s'inchinerebbe, non essere degno né lecito di porre il piede in questa infima parte dell'universo.
    Molte cose avevano già da gran tempo alienata novamente dagli uomini la volontà di Giove; e tra le altre gl'incomparabili vizi e misfatti, i quali per numero e per tristezza si avevano di lunghissimo intervallo lasciate addietro le malvagità vendicate dal diluvio. Stomacavalo del tutto, dopo tante esperienze prese, l'inquieta, insaziabile, immoderata natura umana; alla tranquillità della quale, non che alla felicità, vedeva oramai per certo, niun provvedimento condurre, niuno stato convenire, niun luogo essere bastante; perché quando bene egli avesse voluto in mille doppi aumentare gli spazi e i diletti della terra, e l'università delle cose, quella e queste agli uomini, parimente incapaci e cupidi dell'infinito, fra breve tempo erano per parere strette, disamene e di poco pregio. Ma in ultimo quelle stolte e superbe domande commossero talmente l'ira del dio, che egli si risolse, posta da parte ogni pietà, di punire in perpetuo la specie umana, condannandola per tutte le età future a miseria molto più grave che le passate. Per la qual cosa deliberò non solo mandare la Verità fra gli uomini a stare, come essi chiedevano, per alquanto di tempo, ma dandole eterno domicilio tra loro, ed esclusi di quaggiù quei vaghi fantasmi che egli vi avea collocati, farla perpetua moderatrice e signora della gente umana.
    E maravigliandosi gli altri Dei di questo consiglio, come quelli ai quali pareva che egli avesse a ridondare in troppo innalzamento dello stato nostro e in pregiudizio della loro maggioranza, Giove li rimosse da questo concetto mostrando loro, oltre che non tutti i geni, eziandio grandi, sono di proprietà benefici, non essere tale l'ingegno della Verità, che ella dovesse fare gli stessi effetti negli uomini che negli Dei. Perocché laddove agl'immortali ella dimostrava la loro beatitudine, discoprirebbe agli uomini interamente e proporrebbe ai medesimi del continuo dinanzi agli occhi la loro infelicità; rappresentandola oltre a questo, non come opera solamente della fortuna, ma come tale che per niuno accidente e niuno rimedio non la possano campare, né mai, vivendo, interrompere. Ed avendo la più parte dei loro mali questa natura, che in tanto sieno mali in quanto sono creduti essere da chi li sostiene, e più o meno gravi secondo che esso gli stima; si può giudicare di quanto grandissimo nocumento sia per essere agli uomini la presenza di questo genio. Ai quali niuna cosa apparirà maggiormente vera che la falsità di tutti i beni mortali; e niuna solida, se non la vanità di ogni cosa fuorché dei propri dolori. Per queste cagioni saranno eziandio privati della speranza; colla quale dal principio insino al presente, più che con altro diletto o conforto alcuno, sostentarono la vita. E nulla sperando, né veggendo alle imprese e fatiche loro alcun degno fine, verranno in tale negligenza ed abborrimento da ogni opera industriosa, non che magnanima, che la comune usanza dei vivi sarà poco dissomigliante da quella dei sepolti. Ma in questa disperazione e lentezza non potranno fuggire che il desiderio di un'immensa felicità, congenito agli animi loro, non li punga e cruci tanto più che in addietro, quanto sarà meno ingombro e distratto dalla varietà delle cure e dall'impeto delle azioni. E nel medesimo tempo si troveranno essere destituiti della naturale virtù immaginativa, che sola poteva per alcuna parte soddisf arli di questa felicità non possibile e non intesa, né da me, né da loro stessi che la sospirano. E tutte quelle somiglianze dell'infinito che io studiosamente aveva poste nel mondo, per ingannarli e pascerli, conforme alla loro inclinazione, di pensieri vasti e indeterminati, riusciranno insufficienti a quest'effetto per la dottrina e per gli abiti che eglino apprenderanno dalla Verità. Di maniera che la terra e le altre parti dell'universo, se per addietro parvero loro piccole, parranno da ora innanzi menome: perché essi saranno instrutti e chiariti degli arcani della natura; e perché quelle, contro la presente aspettazione degli uomini, appaiono tanto più strette a ciascuno, quanto egli ne ha più notizia. Finalmente, perciocché saranno stati ritolti alla terra i suoi fantasmi, e per gl'insegnamenti della Verità, per li quali gli uomini avranno piena contezza dell'essere di quelli, mancherà dalla vita umana ogni valore, ogni rettitudine, così di pensieri come di fatti; e non pure lo studio e la carità, ma il nome stesso delle nazioni e delle patrie sarà spento per ogni dove; recandosi tutti gli uomini, secondo che essi saranno usati di dire, in una sola nazione e patria, come fu da principio, e facendo professione di amore universale verso tutta la loro specie; ma veramente dissipandosi la stirpe umana in tanti popoli quanti saranno uomini. Perciocché non si proponendo né patria da dovere particolarmente amare, né strani da odiare; ciascheduno odierà tutti gli altri, amando solo, di tutto il suo genere, se medesimo. Dalla qual cosa quanti e quali incomodi sieno per nascere, sarebbe infinito a raccontare. Né per tanta e sì disperata infelicità si ardiranno i mortali di abbandonare la luce spontaneamente: perocché l'imperio di questo genio li farà non meno vili che miseri; ed aggiungendo oltremodo alle acerbità della loro vita, li priverà del valore di rifiutarla.
    Per queste parole di Giove parve agli Dei che la nostra sorte fosse per essere troppo più fiera e terribile che alla divina pietà non si convenisse di consentire. Ma Giove seguitò dicendo. Avranno tuttavia qualche mediocre conforto da quel fantasma che essi chiamano Amore; il quale io sono disposto, rimovendo tutti gli altri, lasciare nel consorzio umano. E non sarà dato alla Verità, quantunque potentissima e combattendolo di continuo, né sterminarlo mai dalla terra, né vincerlo se non di rado. Sicché la vita degli uomini, parimente occupata nel culto di quel fantasma e di questo genio, sarà divisa in due parti; e l'uno e l'altro di quelli avranno nelle cose e negli animi dei mortali comune imperio. Tutti gli altri studi, eccetto che alcuni pochi e di picciolo conto, verranno meno nella maggior parte degli uomini. Alle età gravi il difetto delle consolazioni di Amore sarà compensato dal beneficio della loro naturale proprietà di essere quasi contenti della stessa vita, come accade negli altri generi di animali, e di curarla diligentemente per sua cagione propria, non per diletto né per comodo che ne ritraggano.
    Così rimossi dalla terra i beati fantasmi, salvo solamente Amore, il manco nobile di tutti, Giove mandò tra gli uomini la Verità, e diedele appo loro perpetua stanza e signoria. Di che seguitarono tutti quei luttuosi effetti che egli avea preveduto. E intervenne cosa di gran maraviglia; che ove quel genio prima della sua discesa, quando egli non avea potere né ragione alcuna negli uomini, era stato da essi onorato con un grandissimo numero di templi e di sacrifici; ora venuto in sulla terra con autorità di principe, e cominciato a conoscere di presenza, al contrario di tutti gli altri immortali, che più chiaramente manifestandosi, appaiono più venerandi, contristò di modo le menti degli uomini e percossele di così fatto orrore, che eglino, se bene sforzati di ubbidirlo, ricusarono di adorarlo. E in vece che quelle larve in qualunque animo avessero maggiormente usata la loro forza, solevano essere da quello più riverite ed amate; esso genio riportò più fiere maledizioni e più grave odio da coloro in che egli ottenne maggiore imperio. Ma non potendo perciò né sottrarsi, né ripugnare alla sua tirannide, vivevano i mortali in quella suprema miseria che eglino sostengono insino ad ora, e sempre sosterranno.
    Se non che la pietà, la quale negli animi dei celesti non è mai spenta, commosse, non e gran tempo, la volontà di Giove sopra tanta infelicità; e massime sopra quella di alcuni uomini singolari per finezza d'intelletto, congiunta a nobiltà di costumi e integrità di vita; i quali egli vedeva essere comunemente oppressi ed afflitti più che alcun altro, dalla potenza e dalla dura dominazione di quel genio. Avevano usato gli Dei negli antichi tempi, quando Giustizia, Virtù e gli altri fantasmi governavano le cose umane, visitare alcuna volta le proprie fatture, scendendo ora l'uno ora l'altro in terra, e qui significando la loro presenza in diversi modi: la quale era stata sempre con grandissimo beneficio o di tutti i mortali o di alcuno in particolare. Ma corrotta di nuovo la vita, e sommersa in ogni scelleratezza, sdegnarono quelli per lunghissimo tempo la conversazione umana. Ora Giove compassionando alla nostra somma infelicità, propose agl'immortali se alcuno di loro fosse per indurre l'animo a visitare, come avevano usato in antico, e racconsolare in tanto travaglio questa loro progenie, e particolarmente quelli che dimostravano essere, quanto a sé, indegni della sciagura universale. Al che tacendo tutti gli altri, Amore, figliuolo di Venere Celeste, conforme di nome al fantasma così chiamato, ma di natura, di virtù e di opere diversissimo; si offerse (come è singolare fra tutti i numi la sua pietà) di fare esso l'ufficio proposto da Giove, e scendere dal cielo; donde egli mai per l'avanti non si era tolto; non sofferendo il concilio degl'immortali, per averlo indicibilmente caro, che egli si partisse, anco per piccolo tempo, dal loro commercio. Se bene di tratto in tratto molti antichi uomini, ingannati da trasformazioni e da diverse frodi del fantasma chiamato collo stesso nome, si pensarono avere non dubbi segni della presenza di questo massimo iddio. Ma esso non prima si volse a visitare i mortali, che eglino fossero sottoposti all'imperio della Verità. Dopo il qual tempo, non suole anco scendere se non di rado, e poco si ferma; così per la generale indegnità della gente umana, come che gli Dei sopportano molestissimamente la sua lontananza. Quando viene in sulla terra, sceglie i cuori più teneri e più gentili delle persone più generose e magnanime; e quivi siede per breve spazio; diffondendovi sì pellegrina e mirabile soavità, ed empiendoli di affetti sì nobili, e di tanta virtù e fortezza, che eglino allora provano, cosa al tutto nuova nel genere umano, piuttosto verità che rassomiglianza di beatitudine. Rarissimamente congiunge due cuori insieme, abbracciando l'uno e l'altro a un medesimo tempo, e inducendo scambievole ardore e desiderio in ambedue; benché pregatone con grandissima instanza da tutti coloro che egli occupa: ma Giove non gli consente di compiacerli, trattone alcuni pochi; perché la felicità che nasce da tale beneficio, è di troppo breve intervallo superata dalla divina. A ogni modo, l'essere pieni del suo nume vince per sé qualunque più fortunata condizione fosse in alcun uomo ai migliori tempi. Dove egli si posa, dintorno a quello si aggirano, invisibili a tutti gli altri, le stupende larve, già segregate dalla consuetudine umana; le quali esso Dio riconduce per questo effetto in sulla terra, permettendolo Giove, né potendo essere vietato dalla Verità, quantunque inimicissima a quei fantasmi, e nell'animo grandemente offesa del loro ritorno: ma non è dato alla natura dei geni di contrastare agli Dei. E siccome i fati lo dotarono di fanciullezza eterna, quindi esso, convenientemente a questa sua natura, adempie per qualche modo quel primo voto degli uomini, che fu di essere tornati alla condizione della puerizia. Perciocché negli animi che egli si elegge ad abitare, suscita e rinverdisce per tutto il tempo che egli vi siede, l'infinita speranza e le belle e care immaginazioni degli anni teneri. Molti mortali, inesperti e incapaci de' suoi diletti, lo scherniscono e mordono tutto giorno, sì lontano come presente, con isfrenatissima audacia: ma esso non ode i costoro obbrobri; e quando gli udisse, niun supplizio ne prenderebbe; tanto è da natura magnanimo e mansueto. Oltre che gl'immortali, contenti della vendetta che prendono di tutta la stirpe, e dell'insanabile miseria che la gastiga, non curano le singolari offese degli uomini; né d'altro in particolare sono puniti i frodolenti e gl'ingiusti e i dispregiatori degli Dei, che di essere alieni anche per proprio nome dalla grazia di quelli.
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

  9. #9
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    Predefinito Re: Il paganesimo nella poesia moderna

    Gabriele D'Annunzio, Alla vita (da Maia, I, Laus Vitae)

    O Vita, o Vita,
    dono terribile del dio,
    come una spada fedele,
    come una ruggente face,
    come la gorgóna,
    7come la centàurea veste;
    o Vita, o Vita,
    dono d’oblìo,
    offerta agreste,
    come un’acqua chiara,
    come una corona,
    come un fiale, come il miele
    che la bocca separa
    14dalla cera tenace;
    o Vita, o Vita,
    dono dell’Immortale
    alla mia sete crudele,
    alla mia fame vorace,
    alla mia sete e alla mia fame
    d’un giorno, non dirò io
    21tutta la tua bellezza?
    Chi t’amò su la terra
    con questo furore?
    Chi ti attese in ogni
    attimo con ansie mai paghe?
    Chi riconobbe le tue ore
    sorelle de’ suoi sogni?
    28Chi più larghe piaghe
    s’ebbe nella tua guerra?
    E chi ferì con daghe
    di più sottili tempre?
    Chi di te gioì sempre
    come s’ei fosse
    per dipartirsi?
    35Ah, tutti i suoi tirsi
    il mio desiderio scosse
    verso di te, o Vita
    dai mille e mille vólti,
    a ogni tua apparita,
    come un Tìaso di rosse
    Tìadi in boschi folti,
    42tutti i suoi tirsi!

    Nessuna cosa
    mi fu aliena;
    nessuna mi sarà
    mai, mentre comprendo, mondo
    Laudata sii, Diversità
    delle creature, sirena
    49del mondo! Talor non elessi
    perché parvemi che eleggendo
    io t’escludessi,
    o Diversità, meraviglia
    sempiterna, e che la rosa
    bianca e la vermiglia
    fosser dovute entrambe
    56alla mia brama,
    e tutte le pasture
    co’ lor sapori,
    tutte le cose pure e impure
    ai miei amori;
    però ch’io son colui che t’ama,
    o Diversità, sirena
    63del mondo, io son colui che t’ama.

    Vigile a ogni soffio,
    intenta a ogni baleno,
    sempre in ascolto,
    sempre in attesa,
    pronta a ghermire,
    pronta a donare,
    70pregna di veleno
    o di balsamo, tòrta
    nelle sue spire
    possenti o tesa
    come un arco, dietro la porta
    angusta o sul limitare
    dell’immensa foresta,
    77ovunque, giorno e notte,
    al sereno e alla tempesta,
    in ogni luogo, in ogni evento,
    la mia anima visse
    come diecimila!
    È curva la Mira che fila,
    poi che d’oro e di ferro pesa
    84lo stame come quel d’Ulisse.

    Tutto fu ambìto
    e tutto fu tentato.
    Ah perché non è infinito
    come il desiderio, il potere
    umano? Ogni gesto
    armonioso e rude
    91mi fu d’esempio;
    ogni arte mi piacque,
    mi sedusse ogni dottrina,
    m’attrasse ogni lavoro.
    Invidiai l’uomo
    che erige un tempio
    e l’uomo che aggioga un toro,
    e colui che trae dall’antica
    98forza dell’acque
    le forze novelle,
    e colui che distingue
    i corsi delle stelle,
    e colui che nei muti
    segni ode sonar le lungue
    105dei regni perduti.

    Tutto fu ambìto
    e tutto fu tentato.
    Quel che non fu fatto
    io lo sognai;
    e tanto era l’ardore
    che il sogno eguagliò l’atto.
    112Laudato sii, potere
    del sogno ond’io m’incorono
    imperialmente
    sopra le mie sorti
    e ascendo il trono
    della mia speranza,
    io che nacqui in una stanza
    119di porpora e per nutrice
    ebbi una grande e taciturna
    donna discesa da una rupe
    roggia! Laudato sii intanto,
    o tu che apri il mio petto
    troppo angusto pel respiro
    della mia anima! E avrai
    126da me un altro canto.
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

  10. #10
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    Predefinito Re: Il paganesimo nella poesia moderna

    Giosuè Carducci, Dinanzi alle terme di Caracalla

    Corron tra 'l Celio fosche e l'Aventino
    le nubi: il vento dal pian tristo move
    umido: in fondo stanno i monti albani
    bianchi di neve.
    A le cineree trecce alzato il velo
    verde, nel libro una britanna cerca
    queste minacce di romane mura
    al cielo e al tempo.
    Continui, densi, neri, crocidanti
    versansi i corvi come fluttuando
    contro i due muri ch'a più ardua sfida
    levansi enormi.
    — Vecchi giganti, — par che insista irato
    l'augure stormo — a che tentare il cielo? —
    Grave per l'aure vien da Laterano
    suon di campane.
    Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,
    grave fischiando tra la folta barba,
    passa e non guarda. Febbre, io qui t'invoco,
    nume presente.
    Se ti fur cari i grandi occhi piangenti
    e de le madri le protese braccia
    te deprecanti, o dea, dal reclinato
    capo de i figli:
    se ti fu cara su 'l Palazio eccelso
    l'ara vetusta (ancor lambiva il Tebro
    l'evandrio colle, e veleggiando a sera
    tra 'l Campidoglio
    e l'Aventino il reduce quirite
    guardava in alto la città quadrata
    dal sole arrisa, e mormorava un lento
    saturnio carme);
    Febbre, m'ascolta. Gli uomini novelli
    quinci respingi e lor picciole cose;
    religioso è questo orror: la dea
    Roma qui dorme.
    Poggiata il capo al Palatino augusto,
    tra 'l Celio aperte e l'Aventin le braccia,
    per la Capena i forti omeri stende
    a l'Appia via.
    Io ho fondato la mia causa sul nulla.

 

 
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