Quando nella pianura padana c'erano ancora vaste maremme (residui dell'antichissimo mare interno che poi si ritirò nell'Adriatico) i Celti prima e i Liguri poi si stanziarono nelle valli appenniniche. Qui le popolazioni, tra il 3000 e il 2000 a.C. costituirono un culto a un dio di pietra, che venne chiamato Penn, che significa "altura, monte", da qui il nome alle Alpi Pennine e agli Appennini (ma anche i monti Penice, Penna, Pennino e la località Pentema), che era una divinità, appunto, della cima delle montagne, poi venerata dai Salassi e ricordata da Tito Livio. Veniva adorato a forma di scheggione di roccia più o meno lavorato o talvolta con semplici ammassamenti di pietre. I Romani lo latinizzarono col nome di Pennius e divenne Giove Pennino. Oggi è ancora possibile trovare antiche rappresentazioni di questo dio dimenticato, una di queste si trova nell'entroterra di Finale Ligure, lungo l'antica via romana Via Julia Augusta: un enorme menhir rialzato, consumato dal tempo, con lontane fattezze umane. Alla base della singolare 'scultura' millenaria ci sono ancora segni incisi, forse di rituali e ancora oggi si trovano offerte, il che vorrebbe dire che qualcuno nutre ancora una forma di venerazione per questa divinità. Buona parte delle testimonianze di questi antichi culti sparirono con l'avvento del cristianesimo, specialmente tra il VI e il IX secolo, quando i sovrani Childeberto, Chilperico, Carlo Magno e molti altri ordinarono agli abitanti dei monti e delle campagne, sotto minaccia di pene gravissime, di distruggere i simulacri di pietra, i dolmen e qualsiasi altro oggetto al quale si volgeva culto.
Da quel momento in poi, ogni culto alla divinità scomparve e ne rimase solo il toponimo. Gli unici frammenti giunti sino a noi devono la loro fortuna o alla protezione popolare o all'inaccessibilità del luogo in cui si trovano.