Basta un Sì
Vittorio Ferla
Esiste un legame tra il referendum che si svolse il 2 giugno di 70 anni fa con il quale gli italiani scelsero per la Repubblica e il referendum che si terrà in autunno per confermare o meno la riforma della Costituzione approvata dal Parlamento? La risposta è sì.
Nel 1946 il Sì degli italiani alla Repubblica ebbe, tra le altre, queste conseguenze:
- l’istituzione di un regime democratico per garantire l’esercizio libero della sovranità popolare e l’efficacia dell’azione legislativa e di governo;
- il ritorno della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, grazie all’esercizio universale del diritto di voto, alla libertà di associarsi in organizzazioni civiche e sociali e di militare nei partiti politici e nei sindacati, ai referendum abrogativi che, da un certo momento in poi, modificarono radicalmente la struttura sociale e civile del nostro Paese;
- l’ingresso dell’Italia nella famiglia delle democrazie occidentali, scelta che ha permesso al nostro Paese di essere protagonista della costruzione dell’Europa unita e pacificata, ha assicurato anni di sostanziale sviluppo e prosperità. Possiamo dire, oggi, che gli obiettivi di democrazia, pace e prosperità insiti nella scelta per la Repubblica siano stati raggiunti? Certamente sì.
Perché, dunque, saremo chiamati nuovamente a votare in autunno per un referendum che ha l’obiettivo di riformare quella Costituzione che è stata ed è così importante per la nostra storia? Perché dopo il periodo ‘aureo’ del dopoguerra, durato trent’anni, negli ultimi decenni ci siamo sempre più allontanati da quegli obiettivi per i quali votammo già nel ’46? In primo luogo sappiamo che, almeno dalla fine degli anni ’70, i poteri costituzionali vivono una condizione di ‘democrazia bloccata’, mentre i partiti politici hanno perso il monopolio della rappresentanza, omnipervasivi nelle amministrazioni ma impotenti sulle grandi scelte strategiche. In particolare, l’architettura istituzionale disegnata nella Costituzione non è più in grado di garantire l’efficacia dell’azione legislativa. Ciò mortifica la sovranità popolare rendendo il potere pubblico ‘vuoto’: la sommatoria dei poteri di veto ha peggiorato la qualità delle leggi e compromesso l’azione di governo. E una democrazia in cui i processi decisionali sono lenti e confusi, le decisioni paralizzate e nessuno è responsabile di nulla è più debole ed esposta a rischi autoritari.
Servono pertanto istituzioni rinnovate, capaci di rispondere in modo più rapido ed efficace alle domande del nostro tempo e, di conseguenza, capaci di rendere effettivo l’esercizio della sovranità popolare. Le riforme appena varate dal Parlamento vanno proprio in questa direzione: una democrazia capace di governare, in cui i soggetti pubblici decidono e rendono conto delle decisioni adottate.
In secondo luogo, queste modifiche hanno una ricaduta positiva sulla partecipazione popolare. Una democrazia che semplifica i processi decisionali e rafforza l’azione dell’esecutivo è una democrazia che garantisce l’effettività del diritto di voto dei cittadini. Inoltre, la riforma appena varata contiene strumenti di partecipazione più ampi: il ricalcolo del quorum per la validità dei referendum abrogativi, l’introduzione del referendum propositivo, l’obbligo per il Parlamento di discutere le proposte di legge di iniziativa popolare. Altro che rischio per la democrazia!
In terzo luogo, bisogna ricordare che per contare davvero in Europa serve adeguare rapidamente la propria legislazione interna alle direttive europee e garantire una stabilità politica agli esecutivi che vanno a negoziare a Bruxelles. Su questi due punti l’Italia è tradizionalmente fragile e il motivo è sempre lo stesso: la debolezza del sistema politico-istituzionale. Un Paese instabile non è un buon partner negli accordi, non può nemmeno lontanamente aspirare a difendere con la necessaria determinazione gli interessi nazionali né può avere quel profilo autorevole indispensabile per promuovere il cambiamento nelle politiche europee.
La riforma costituzionale che voteremo in autunno, viceversa, crea le condizioni per invertire questa tendenza. Insomma, il legame tra il referendum del 1946 e quello del 2016 è più stretto di quanto si pensi. Adesso è arrivato il momento di completare l’opera, approvando la riforma a lungo attesa.




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