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Discussione: Interraus sa LSC.

  1. #11
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    Creare una lingua nazionale partendo da presupposti politici può essere una scelta; nel caso specifico, difficilmente applicabile e perfino rischiosa.
    Nel caso della Sardegna infatti, non mi pare sia praticabile visti i risultati della LSC, se non si tiene conto della sedimentazione plurisecolare delle principali macrovarianti.

    Approfitto di questo messaggio per dire che siccome alcuni link presenti in precedenti discussioni (che ho richiamato) che rimandano ad articoli molto significativi in merito al dibattito sulla Lingua Sarda, pubblicati dal periodico on line “L’altra voce” del grande giornalista che è stato Giorgio Melis, non essendo più accessibili perché il sito non esiste più, avendone salvato diversi, cercherò di riportarli integralmente nei prossimi post.
    Ultima modifica di Su Componidori; 17-09-16 alle 19:30

  2. #12
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    www.altravoce.net


    venerdì 4 maggio 2007

    “Tziu Esperantu” imposto ai sardi
    Una follia la lingua ufficiale
    che porta incarichi e soldi da sprecare
    di Giorgio Melis


    Nessuno poteva immaginare che la Sardegna avrebbe prodotto emuli di un oculista polacco, ottimista e universalista, che si firmava con lo pseudonimo di Doktoro Esperanto: “colui che spera”. La sua speranza era di abbattere la barriera delle lingue che separava e separa popoli e uomini, creando in laboratorio e diffondendo un idioma artificiale che tutti potessero studiare per capirsi e parlarsi: appunto l'esperanto. Fino a mezzo secolo fa, l'utopia della lingua universale sedusse molti: prima di cadere nell'oblio per l'imporsi dell'inglese come passepartout mondiale nel persistere degli idiomi nazionali.

    Dal parco delle rimembranze dell'oculista polacco, il pallido fiore cimiteriale di una lingua morta senza mai davvero nascere rispunta in Sardegna in versione nuragico-passatista, alquanto ridicola. Su questa sortita che sta avanzando, anzi sembra quasi affermata e potrebbe spiccare il volo con dispendio di soldi, incarichi e prebende, ha finalmente preso posizione uno studioso del calibro di Giulio Angioni. Lanciando un provvidenziale sasso in piccionaia. Sotto forma della lettera aperta inviata attraverso il nostro giornale al presidente della Regione Renato Soru. Al quale chiede di esprimersi su un'opzione di cui non è lo sponsor ma che certo non ostacola e dalla quale anzi pare sia stato alquanto sedotto.

    Il tema non è affatto, come qualche sapientone o ciarlatano subito dirà, riserva di caccia esclusiva per esperti, linguisti, glottologi, studiosi del ramo. È questione concreta su cui tutti i sardi hanno il diritto di esprimersi e di essere ascoltati: senza che qualcuno decida (come purtroppo è stato già fatto) per loro, convinto o plagiato che la LSC sia la strada maestra per far imboccare alla Sardegna le magnifiche sorti e progressive anche in campo idiomatico. LSC, appunto. Non è una roba come gli LSU, lavoratori socialmente utili. Con tutto il rispetto delle opinioni, i profeti della LSC ci sembrano lavoratori socialmente catastrofici.

    LSC è l'acronimo di Lingua Sarda Comune o Limba Sarda Comuna: una parlata inventata a tavolino, fondendo - dico all'ingrosso, non avendo competenza - il sardo delle aree centrali dell'isola «con aperture al logudorese e al campidanese». Un mix, un cocktail, o meglio un minestrone che «sarà usato in via sperimentale e con possibilità di aggiustamenti successivi dall'Amministrazione regionale in alcuni suoi atti, tra cui lo Statuto e la legge sulla promozione della cultura e della lingua sarda». L'atto è stato disposto con una delibera di Giunta dell'aprile 2006, che contestualmente ha istituito “S'Ufitziu de sa Limba Sarda”. Con sovranità semantica su plotoni di impiegati regionali convinti a frequentare corsi tenuti, si suppone, da personale parlante e scrivente in sa Comuna (benché in sa Regiona) e adeguatamente retribuito.

    Allora. La delibera parla di “via sperimentale”, che però si va estendendo e stabilizzando nell'indifferenza e nell'ignoranza dei più. Con qualche protesta finora sommessa, tacitata con maleparole dai profeti de “sa Comuna”. Tacciano di antipatriottismo e ignoranza chi sente puzza di insanità linguistica, di ubriachezza idiomatica, di una grande greppia riempita con denaro pubblico da sprecare in un'operazione da sganasciarsi dalle risate. Autoritaria, antistorica, contro il pluralistico delle parlate e dei dialetti (diamine: le chiamavamo tutte così e nessuno s'è mai offeso) per imporci un monolinguismo interno, coatto e burocratico, ufficiale perché adottato dalla Regione e dunque calato dall'alto e negli atti ope legis. Un neo-centralismo linguistico anacronistico e in-commestibile.

    Insomma, stiamo fabbricando Tziu Esperantu, che sarà ricusato a furor di popolo, purché dopo Giulio Angioni e il nostro giornale si sveglino i cittadini largamente ignari e magari l'informazione che pende dalle battute e dai sospiri del gossip politico. Non c'è lavoro, l'economia stramazza perché “il cavallo non beve”, e si propone ai sardi panem et esperantum a pranzo e a cena. L'ossessione dell'identità, quando è portata a eccessi grotteschi, scade nella caricatura. Nel ridicolo di una ricerca arbitraria e artificiosa, intollerabile perché anche a comando.

    I ragazzi sardi sono quelli che si diplomano e si laureano in misura dimezzata rispetto agli altri italiani, che a loro volta hanno tassi di istruzione dimezzati rispetto ai coetanei europei. I nostri ragazzi studiano meno italiano, matematica, scienze, e presentano un tasso di abbandono scolastico da primato assoluto. Non si riesce a far studiare loro l'inglese, senza il quale non vai da nessuna parte e ti impappini davanti a un computer. Ma ora o presto, “s'Uftiziu de sa Limba Sarda” chiederà loro - o proverà a imporre - di studiare “sa Comuna”. Si preannunciano iscrizioni in massa ai corsi, plebisciti che trasformeranno le scuole in spalti di stadio delirante di tifo pro “su sennori Esperantu”.

    Ancora. I nostri ragazzi sanno niente della storia, della geografia, dell'ambiente, dell'arte e della cultura sarda. Prima d'ogni altra cosa - con ore di scuola integrative - insegniamo loro che Amsicora non era il centravanti del Cagliari, Maracalagonis non è in Madagascar, Li Punti non ha niente a che vedere con la trigonometria e un tale Lussu non è un raffinato oggetto di Gucci. C'è un'ignoranza abissale sui luoghi, le cose e le persone che andrebbe corretta per far conoscere storia e geografia, almeno, così da aiutare i ragazzi ad amare e rispettare la propria terra.

    Ma poi, perché mai i cagliaritani e i campidanesi dovrebbero studiare una lingua fasulla che serve solo a chi l'insegna e ci pianta su un baraccone gratificante? Perché mai un sassarese dovrebbe rinunciare a insultare gli africani del Capo di Sotto con un sapido dialetto tagliente che ti fa morire dal ridere sentendolo senza capire e raddoppiando il divertimento quando ti spiegano le battute? E che facciamo, con gli scrittori? Riscriviamo in limba comuna il casteddaiu tosto di Sergio Atzeni, rivediamo in “sa Comuna” il bel campidanese di Giulio Angioni o quello grasso de “Sa scomuniga de predi Antiogu” da Masullas, correggiamo Niffoi, buttiamo a mare Ziu Paddori?

    Di frescacce ne facciamo tutti. Questa della LSC è una delle più grosse e comiche. Quando il problema della lingua fu posto (e Gramsci aveva preceduto tutti), rispondeva a una rivolta, per una conquista di identità culturale e politica, una volontà di affermazione per negare che il nostro passato fosse un buco nero immensamente profondo e vuoto. Ricordo Giovanni Lilliu, Nino Carrus, Ariuccio Carta, grandi intellettuali come Michelangelo Pira e Michele Columbu e tanti altri impegnati in una rivendicazione che era soprattutto di dignità di popolo: per affrancarlo da una subalternità totale.

    Ora l'hanno girata a bottolo, come si dice a Cagliari e come nessuna “Comuna” potrà rendere ed esprimere nella rozza volgarità cui si vuol ridurre una nobile battaglia. Buttiamolo a mare, questo grottesco esperimento: per serietà. Con le parole in limba, e che limba, di quel grande sardo di saldissimi rognoni, combattente in Russia, poeta e splendido scrittore, carattere indomito che frustava l'apatia dei sardi de isterru insegnando e scrivendo un bellissimo italiano. Mandiamo a quel paese tziu Esperantu con le parole di Cicito Masala. Gli chiesero: «Ita ndi pènsat Frantziscu Màsala de sa proposta de unificai sa lìngua sarda?». E lui rispose: «Est unu sbàlliu perigulosu meda, certus presumius pènsant de podi unificai sa lìngua a fortza de autoridadi polìtica, is chi ant fatu custa operatzioni no stìmant sa lìngua sarda, antzis dda bolint cundennai. Sa primu proposta LSU ndi boliat scancellai sa fueddada campidanesa, boghendindi sa lìtera “x” de s'arfabetu, unu machìmini fora de sentidu, cumenti e chi nosu no depaus prus nai is fueddus Maxia o Trexenta.

    Basta così: unu machimini, una pazzia autoritaria e pericolosa voluta da chi non ama la lingua sarda e anzi la vuole condannare. Qualcuno ha qualcosa da obbiettare a Francesco Masala?

  3. #13
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    http://www.altravoce.net/2007/05/06/comuna.html

    domenica 6 maggio 2007


    Guai a chi tocca sa limba comuna
    Soru in campidanese
    rifiuta ogni dubbio e dà lezioni
    di Matteo Bordiga e Giorgio Melis



    I sardi e il sardo? Un matrimonio che resiste: il 68,4 per cento dichiara di conoscere sa limba e di parlarne una delle varietà. Pare una forte difesa della nostra lingua nelle varie declinazioni, come per reazione alla tendenza omologatrice della società globalizzata. I sardi risultano anche favorevoli - 60 contro 40 per cento, secondo un'approfondita ricerca socio-linguistica - all'esperimento avviato dalla Giunta regionale di adottare una forma scritta unica della lingua locale (LSC, Limba Sarda Comuna) nella pubblicazione di documenti ufficiali.

    Ed ecco che, in nome dell'omogeneità linguistica da promuovere, nonostante i dubbi e le obiezioni di molti studiosi, Renato Soru scende in campo a spada tratta, in occasione di un convegno a Paulilatino. Il presidente usa toni critici e perentori verso la ricerca (ben più complessa e problematica della sua interpretazione) voluta dalla Regione. È chiaro che vuole difendere - parlando anche nel campidanese di Sanluri, che certo non è Sa Limba Comuna - la delibera del 2006 con cui la Giunta ha avviato l'uso, consumo e insegnamento della LSC: «L'esperimento di utilizzare la lingua comune in alcuni atti dell'amministrazione regionale proseguirà: i cittadini mostrano di apprezzarlo e di condividerne lo spirito».

    Anche se un consistente 31,4% del campione intervistato dai ricercatori si è dichiarato “totalmente contrario”. Ma questa percentuale va rapportata e cresce esponenzialmente tra i sardi al di sotto dei 44 anni: vale a dire ragazzi, giovani e adulti. Che usano esclusivamente l'italiano in quote quasi plebiscitarie sotto i 24 anni e ancora al 67 per cento tra i 24 e i 44 anni. Insomma, la fascia demografica più giovane, dunque i sardi adulti e del futuro, hanno scelto la lingua nazionale anche se rispettano la limba come valore.

    Forse sono stati questi dati a non piacere a Soru, che nel corso del convegno ha contestato con durezza - alcuni hanno apertamente parlato di villania - la ricerca che si presentava e la sua autrice. Ovvero la sociologa Anna Oppo, studiosa di grande esperienza nazionale e internazionale (ha studiato e insegnato al fianco di grandi maestri, per molti anni anche a Berkeley, negli USA), autrice di molte altre ricerche considerate fra le più penetranti: giustamente nota una sulla condizione giovanile in Sardegna.

    Anna Oppo ha coordinato un gruppo di ricerca insieme al prof. Giovanni Lupinu sul tema “Le lingue dei sardi”. L'ha presentata a Paulilatino alla presenza di Soru che poi l'ha contestata, assieme ad altri partecipanti (era una platea a senso unico per la LSC, praticamente senza pareri diversi). Le varie accuse avallate dal presidente: ricerca “ideologica”, “non attendibile”, con “commenti tendenziosi”. Stiamo parlando della ricerca scientifica di una studiosa (assieme al linguista Lupinu) che da decenni svolge questo lavoro all'Università di Cagliari, collegata ai maggiori atenei nazionale e stranieri.

    La ricerca, su un campione vasto, non era di parte, schierata o meno per la Limba Sarda Comuna. Tant'è che registra una maggioranza favorevole all'esperimento regionale. Ma quel che non gli piace, per Soru diventa automaticamente inattendibile: sale in cattedra pretendendo di bacchettare chi in cattedra ci sta per studi, titoli, professione ed esperienza. Un atteggiamento che ha lasciato sconcertati i presenti non schierati per la LSC.

    Cosa può non essere piaciuto a Soru della ricerca? Dei 2.437 sardi intervistati in tutta l'Isola dal gruppo di ricerca, il 68,4% afferma di conoscere e di utilizzare una qualche varietà delle parlate locali. La percentuale del 68,4% schizza all'85% per gli intervistati residenti nei paesi, mentre l'80% del campione sostiene che il sardo dovrebbe essere insegnato a scuola. Inoltre, il 29% dice di comprendere almeno una lingua locale, pur nell'incapacità di parlarla. Appena il 2,7% non capisce né parla alcun dialetto. Dov'è la lesa maestà de sa limba in questi dati?

    Forse appunto nella parte dell'indagine che precisa le “preferenze” del campione per fasce d'età. Fra le persone di età compresa fra i 14 e i 24 anni, l'89% dichiara di parlare solo l'italiano, mentre il 5,8% si esprime in dialetto e il 5,2% usa sia l'idioma nazionale che quello locale. Col crescere dell'età, fino alla piena maturità, aumenta ma non troppo l'uso del sardo ma nella prevalenza dell'italiano. Il 66,9% dei soggetti fra i 25 e i 44 anni si esprime esclusivamente in italiano, il 19,9% in dialetto e il 13,2% usa entrambe le lingue.

    I più “sardofoni”, ovviamente, sono concentrati oltre i 65 anni: solo il 16,8% di loro afferma di parlare l'italiano, mentre ben il 73,7% affida i suoi pensieri alla parlata locale e il 9,5% fa ricorso sia al dialetto che alla lingua nazionale. Un dato perfettamente in linea con una recente ricerca dell'Istat che piazza la Sardegna fra le regioni più italofone: la lingua nazionale è quella esclusiva per il 52,5 per cento dei sardi. Una maggioranza che, come si è detto, sale ancora ed è schiacciante per i sardi al di sotto dei 44 anni.

    Comunque, sull'indice di gradimento del sardo, Anna Oppo ha presentato anche i dati relativi al consenso sul modello della LSC, adottata per ora solo nei documenti ufficiali della Regione. Il 37,8% del campione si è detto del tutto favorevole all'esperimento, mentre il 19,9%, più prudente, ha barrato la casella del “parzialmente favorevole”. Il 7,8% del campione si è dichiarato parzialmente contrario e il 31,4% ha bocciato l'iniziativa, scegliendo l'opzione “totalmente contrario”. Insomma, dati e numeri che appaiono in linea con la realtà e comunque frutto di una ricerca scientifica.

    Un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Soru evidentemente lo avrebbe desiderato pieno fino all'orlo. Subito dopo che Anna Oppo aveva illustrato la ricerca, il presidente della Regione Ha voluto prendere la parola, per sottolineare che, «tra favorevoli e parzialmente favorevoli, quasi il 60% degli intervistati ha dimostrato di sposare la causa della Limba Comuna». Rimproverando alla studiosa di non aver posto sufficientemente l'accento su questo «fatto assai significativo». Insomma, si doveva esaltare la volontà di riunire i sardi sotto l'egida di una limba unificatrice: in realtà ancora molto combattuta e controversa.

    Soru ha successivamente smorzato i toni nell'intervento in campidanese, con il quale ha concluso i lavori: «In ogni caso, quella della lingua comune è una sperimentazione che la Regione non intende calare dall'alto sui cittadini: siamo aperti al dialogo e al confronto e non vogliamo imporre niente a nessuno. Ci potranno essere modifiche o ripensamenti: quel che è certo», ha sostenuto il presidente, «è che la lingua è un valore da difendere strenuamente. Spesso si impiega una grande quantità di risorse per salvaguardare i beni archeologici, e questo è giusto e opportuno. Ma non ci dobbiamo dimenticare neppure della nostra identità linguistica, di un bene immateriale ma straordinariamente vivo e pulsante, oltre che intimamente nostro».

    Nel corso del convegno è intervenuto anche il linguista Roberto Bolognesi, autore di una ricerca secondo la quale, «misurando le differenze fra le diverse parlate locali, la varietà del sardo parlato nel Guilcer (la regione che comprende anche Ghilarza e Abbasanta, ndr) e nel Mandrolisai costituisce il punto di incontro naturale fra le macrovarietà dell'idioma sardo». Dunque, la “Limba Comuna” già esisterebbe, e si parlerebbe fra l'oristanese e il nuorese, pare con epicentro ad Atzara. Bisogna informarne tutti i sardi, capire e accertare se vederla insegnata all'Università e alla Regione, dove opera S'Ufitziu per la Limba Comuna, sia cosa che ritengono seria, importante e meritevole di sforzi e impegni finanziari rilevanti.

  4. #14
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    http://www.altravoce.net/2007/05/11/pianificazione.html

    venerdì 11 maggio 2007

    Interventi.
    Il sardo, lingua a rischio estinzione
    richiede cure personalizzate
    Stiamo attenti ai medici interessati

    di Giovanni Lupinu


    Esiste una disciplina giovane che si chiama pianificazione linguistica: il suo scopo è la facilitazione della vita linguistica dei parlanti, come è chiarito in un recente manuale, ove si puntualizza anche che, nonostante si tratti di una disciplina complessa, implica un lavoro da linguisti.

    Questa disciplina diventa cruciale quando si intenda operare a favore delle cosiddette minoranze linguistiche, riguardo alle quali già da qualche anno si assiste, a livello europeo, al formarsi di un atteggiamento di apertura, finalmente. Si tratta di un fatto di grande democrazia e tutti dovrebbero rallegrarsene.

    Uno dei compiti che attendono chi voglia operare in questo campo è quello di avere un quadro aggiornato, puntuale, non ideologico della realtà a favore della quale si intende agire: lo strumento principe per realizzare questo scopo è costituito dalle inchieste sociolinguistiche.

    Come quando si va dal medico è opportuno compiere le analisi ad hoc per comprendere quale sia la situazione e, in caso di malattia, vedere quanto compromessa sia la salute per trovare cure adeguate, così succede per le lingue “in pericolo di estinzione” (come le chiama l'UNESCO, che vi include anche il sardo): le misure a sostegno di una lingua minoritaria - ove la politica ritenga utile assumerne - non possono essere standardizzate, fisse, ma devono essere flessibili, tarate sulla situazione concreta.

    Questo si è cercato di fare anche in Sardegna: la ricerca sociolinguistica commissionata dalla Regione (dietro indicazione della Commissione tecnico-scientifica sulla lingua sarda) aveva l'obiettivo di rispondere a questa necessità.

    Quando si esce dai confini della ricerca e si entra in altri campi, specie quello della politica, affiorano mille problemi. La lingua, la propria lingua, non è un freddo oggetto di studio, ma un qualcosa che implica un riferimento costante alla propria esperienza e alla propria affettività: anche le politiche linguistiche meglio studiate possono fallire perché questi elementi non sono facili da ponderare.

    Personalmente, mi è toccato sentir dire e leggere che sarei contro il sardo e a favore dell'italiano perché a Paulilàtino mi sono permesso di affermare, contro i facili ottimismi, che il sardo (ma anche il gallurese, il sassarese e l'algherese) è un malato grave (il che vuol dire che la cura deve essere adeguata): ricordo soltanto che ho dato una buona mano all'amico Raimondo Turtas sulla questione della liturgia in lingua sarda curando il libro “Pregare in sardo”. Chi vuole potrà andarlo a vedere e giudicare da ciò che scrivo nell'Introduzione.

    In ogni caso, questo è il destino dei linguisti: mentre nessuno pensa di interloquire coi medici quando parlano di disfunzioni tiroidee o altre cose simili, quando si tratta di lingue tutti sono in grado di fornire etimologie e dare soluzioni a problemi più o meno spinosi; il linguista persuade solo quando ha idee uguali alle proprie (o se accetta di farle diventare tali, come vorrebbe, qualche volta, la politica).

    Mi preme dire un'altra cosa: l'Università, da cui sia Anna Oppo che io prendiamo lo stipendio, ci consente grande autonomia. Non penso che quanto noi ricaviamo dai nostri studi possa essere posto sullo stesso piano di quello che dicono persone che - in modo diretto o indiretto - ricevono lo stipendio dalla Regione Sardegna. Non è solo un fatto di competenza, ma anche di libertà intellettuale.

    Chi ha davvero a cuore il destino del sardo, dunque, deve operare con grande serietà e rigore: lasciare da parte stupidaggini tipo lo spirito di rivincita nei confronti dell'italiano che troppo spesso viene evocato (con termini quali “colonialismo” etc.: non dimentichiamo che il sardo discende dal latino, che è stato imposto brutalmente dai Romani), e puntare a obiettivi realistici.

    Il primo obiettivo, sempre per fare riferimento alla pianificazione linguistica, dovrebbe essere quello di far crescere il sardo non dall'alto, ma dal basso: se si tralascia l'uso del sardo in famiglia, cruciale per la sopravvivenza di una lingua, e si punta direttamente a usi istituzionali e colti, il fallimento è assicurato, come mostrano recenti esempi in Europa. Senza dire del cattivo uso di soldi pubblici.

  5. #15
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    http://www.altravoce.net/2007/05/12/puddas.html


    sabato 12 maggio 2007


    Gai, goi e tocadimò: ma sa limba abarrat
    e at a abarrai sèmpiri puita sa genti
    chentza mancu 'e iscola chistionat in sardu

    di Roberto Mura


    Ci fut una borta una limba. Una limba bella po nai: ti 'ollu beni, ses macu, ses imbriagu, ita ses pentzendu, non cumprendis nudda, forza paris.

    Una limba semplici, de genti chentza mancu 'e iscola, una limba de padenti e de ortu e de fai pani. Una limba de velludu e de oru beni traballau, de malicaducus e de brebus, de pregadorias e de cantus a Babai mannu.

    Nci fut e nc'est, custa limba. Nci fut, nc'est e nc'at a èssiri. Nci funt una surra de scientziaus, politigus, opinionistas, dotoris soberanus, circadoris, linguistas, lampus e tronus, chi parint puddas gherrendusì unu pùini de trigu. E intantis, ca mellu est custu e mellu est cuddu, ponedda aici e ponedda de truessu, gai, goi e tocadimò, sa limba abarrat.
    Abarrat e at a abarrai, a foras de is pùligas de crobeddera (in italianu ddi nant seghe mentali, ma siant a podi narri seghe scientifico - politico - sociolinguistiche) chi custu pesari prùini est.

    E a pustis, Soru innoi, Soru in iguddei, ma Soru eita ndi pentzat, e Soru est bravu, est malu, est macu, est stontonau: a chini prus podit lingi (ca po custu sa limba parit ca srebat) e a chini prus podit spudai in pissu de totu su chi s'est fendu. E sa genti, intantis, sa chi bivit in padenti, sa chi andat a s'ortu, sa chi fait pani, chistionat sèmpiri in sardu: e narat brebei, narat cibudda, narat farra.

    E chini mullit mullit, e chini iscrit iscrit, e chini tenit limba fueddat.

    E tandu: LSD o ita? Fortzis LSD: ca parit un'imburdugu de genti foras de conca. Comuncas, deu non cuntestu perunu datu, mi ispantu invecias po is risultantzias de custus datus riferias a su tempus benidori. Is proietzionis de custa circa in su mundu de cras. Su chi non possu cumprèndiri est su studiai sa limba e su fai circas scientifigas chentza intzrimoniai mai s'economia.

    Fortzis sa limba no est economia? E fortzis non est giustu studiai cali crassis sotzialis e economicas sighint a imperai su sardu po fai s'economia intzoru? De aberu is cosas si cumprendint tirendundeddas de sa realtadi? De sa realtadi chi narat ca una limba benit e at a bènniri impreada candu permitidi e at a permitiri, a su chi da chistionat, de guadangiai sa dignidadi sua, in pagus fueddus candu at a essi unu bonu istrumentu econòmigu.

    E tandu: chi s'economia nosta at a andai beni - e chistionu de s'economia artigiana, agropastorali e operaia in primis, ca in custas crassis su sardu est meda prus impreau, finas e in su traballu - sa limba at a biviri.

    E duncas: non carrageus su mortu a biu! Annus fait ia fatu un'inchiesta e ndi fut risultau ca is crassis sotzialis resistentzialis impreant sa limba e da imparant a is fillus intzoru, meda prus de is crassis acurturadas: bolit narri ca is dotoris no imparant su sardu ais fillus, solumancu cuasi sèmpiri, e invecias is massaius giai.

    Bolit narri puru, perou, ca is massaius no imparant su sardu ais fillus chi bolint fai is dotoris. Sa contrazioni de sa limba est a imputai a sa crisi de custas economias primarias, e de custu mundu traditzionali. Bolit nai ca su cresciri de s'una est acapiau a su cresciri de s'atra e a s'imbessi.

    E tandu: su cras non si connoscit cun is percentualis, at essi s'economia de cras a cantai sa cantzoni giusta. Chi eus a andari mali mali eus a andari totus in Germania e eus a chistionari su tedescu. E s'eus a citiri puru.

    Segundu: sa forza de is bideas chi cun custa limba ant a essiri esprimias in su tempus benidori at a sinnari su destinu suu. Nc'est istau un òmini, in s'istoria, chi ddi narànt Gesus, chi assolu at ispainau una bidea, unu modu de biviri, chi at cuntagiau e cumbintu miliardus de personas.

    Is proietzionis de is datus pubricaus depint tenniri contu de custu: ca s'istoria non bivit de istatistigas. Antzis: is istatistigas narant fesserias luegu cantu is circas sotziulinguistigas! (Non si dda pigheis, est sa limba chi sola s'imbolat e giogat).

    S''e tres: nannau miu est pastori, a sa filla dd'at chistionada sèmpiri in sardu. Issa, chi est impreada in iscola, a mei m'at chistionau in italianu: sèmpiri. Deu, invecias, chistionu meda su sardu e a fillu miu si dd'ap'a imparai. Custu si podit intzerriai sardofonia di ritorno, o calencuna cosa de aici? Dd'eis pigau in cunsideru?

    Cuatru: nc'est genti chi, a manna, mancari in domu sua su sardu non si siat mai chistionau, s'est impenniendu po d'istudiai e ddu chistionat in dònnia momentu. Est sa cuscientzia de s'identidadi chi ndi pesat custus momotis ca su mundu iscientifigu no at ancora cumprendiu.

    Est po custu ca custa polèmica, chi parit fata feti poita is cosas si torrint a frimari un'atra 'orta - podint mancari de calencuna cosa: e perou toca a innanti, non torreus agoa - est feti alighingiu in is ogus. Ca sa cumplessidadi de su mundu est cosa tropu grai, spetzialmenti po puddas chi no iscint fai atru che gherrari po unu pùini de trigu.

  6. #16
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    sabato 26 maggio 2007


    Contro l'imposizione della Limba Comuna
    un manifesto culturale e civile
    in difesa di tutte le varietà del sardo

    di Giulio Angioni


    Ritengo che nel passato come nel presente ci sia in Sardegna un modo di sentire e di agire maggioritario, per quanto concerne la pluralità delle parlate sarde, privo di dispute e di campanilismi se non scherzosi, che oggi si può formulare grosso modo nei seguenti termini, quasi da manifesto o da articolato normativo, utile quanto meno a una chiarezza di confronto con posizioni diverse intorno alla politica linguistica della nostra isola.

    Proposta di manifesto della Lingua Sarda

    Constatato:
    • che la sparizione delle varietà della lingua sarda sarebbe una perdita enorme per il patrimonio culturale, storico e linguistico della Sardegna e dell'intera umanità;
    • che nessuna varietà può essere considerata come la varietà di riferimento della lingua sarda, rispetto alla quale le altre varietà risulterebbero dialetti;
    • che la lingua sarda è unica nella sua diversità e che la sua esistenza è fondata sulla decisione, concordata da coloro che la parlano, di identificarla con un nome specifico e di dichiararla autonoma rispetto alle altre lingue conosciute;
    • che gli scrittori in lingua sarda da secoli usano le varietà del sardo nelle loro scritture e che le tradizioni ortografiche secolari della Sardegna possono essere portate a una uniformità che si adatti a tutte le varietà senza privilegiarne alcuna;
    • che i parlanti e i vari autori devono essere incoraggiati a scrivere e a esprimersi nella varietà della lingua sarda del loro territorio, poiché tale scelta linguistica contribuisce a far crescere il sardo come lingua di cultura;
    • che il rispetto di tutte le varietà della lingua sarda impedisce di dare una qualunque forma di preminenza ad una varietà rispetto alle altre e che tutte insieme costituiscono una ricchezza, insieme alle parlate non sarde della Sardegna.

    Si afferma:
    • che la lingua sarda è una lingua plurale e polinomica le cui varietà hanno pari dignità e importanza;
    • che ognuna di queste varietà è l'espressione della lingua sarda in una particolare area geografica e nella popolazione che vi risiede;
    • che la piena dignità riconosciuta in questo modo ad ogni varietà della lingua sarda esclude ogni gerarchia tra le varietà stesse e tanto più esclude una ufficializzazione di una di esse.

    Si dichiara:
    • che qualsiasi azione volta ad imporre una norma unica per il sardo contrasta con il pluralismo che lo caratterizza;
    • che la polinomia della lingua sarda implica il rispetto e lo sviluppo delle sue varietà scritte ed orali in quanto sua propria ricchezza;
    • che qualsiasi azione o ideologia linguistica avente intenti unificatori è causa di impoverimento e perciò non è auspicabile per la lingua sarda.

    http://www.altravoce.net/2007/05/26/manifesto.html

  7. #17
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    domenica 27 maggio 2007



    Partigiano, certo, ma imperialista no
    Una lingua ufficiale solo scritta
    non minaccia le tante varietà del sardo

    di Roberto Bolognesi

    Ma come? Era tutto lí?
    La polemica contro la LSC era cominciata con rulli di tamburi, squilli di tromba e il tono concitato delle grandi occasioni e dopo un paio interventi di precisazione sarebbe già tutto finito?
    Francamente sono deluso, anche perché le precisazioni - sia la mia che quelle di Giacomo Ledda e Paolo Pillonca - non entravano nel merito delle obiezioni principali mosse alla LSC da Giulio Angioni e Giorgio Melis.
    La LSC andrebbe contro «L'idea che il plurilinguismo non sia un male da sanare, ma un bene da proteggere, [che] di recente è stata riproposta anche nella forma della protesta e della rivendicazione del buon diritto alla valorizzazione di ogni varietà linguistica esistente oggi in Sardegna. È cresciuta l'idea che le varietà linguistiche non sono un guaio ma una risorsa, che la glottodiversità è tanto buona quanto la biodiversità.» (Giulio Angioni: L'Altra Voce, 3 maggio 2007)
    Questa è una critica serissima e pesante, alla quale bisogna assolutamente dare una risposta altrettanto seria. Visto che io sono uno dei “padri” della LSC, mi sento tirato per i capelli da un'accusa simile: «sa limba comuna e unica è assurda violenza contro i sardi.» Questo era il titolo dell'intervento di Angioni. Balla! E ge non ses nudda!
    Se l'accusa fosse fondata, dovremmo effettivamente aspettarci il “furor di popolo” invocato appassionatamente da Giorgio Melis il 4 maggio scorso: «Insomma, stiamo fabbricando Tziu Esperantu, che sarà ricusato a furor di popolo, purché dopo Giulio Angioni e il nostro giornale si sveglino i cittadini largamente ignari e magari l'informazione che pende dalle battute e dai sospiri del gossip politico.»
    Aspettavo altri interventi a difesa del plurilinguismo, ma questi non sono arrivati. Sono invece arrivati attacchi ai “partigiani de sa limba” ai quali ho reagito.
    A questo punto, perciò, tocca a me difenderlo, questo plurilinguismo. Anche perché, con amici come Angioni, il plurilinguismo non avrebbe più bisogno di nemici. Infatti io non credo che Angioni sia a favore della “glottodiversità”, ma semplicemente contrario qualsiasi forma ufficiale del sardo.
    Bisogna rileggersi il suo intervento a favore dello status quo - ovvero, contro il sardo - su “L'Unione Sarda” 16.12.04 (disponibile in Internet nell'archivio e-mail in der Liste “sa-limba” 16.12.2004 19.27.40) per capire i suoi mal di pancia attuali, le sue convulsioni e il digrignar di denti. In quell'articolo Angioni mostrava come anche l'Università di Cagliari disponga della metodologia per leggere il pensiero altrui: «C'è chi è contro le parlare locali in nome di una penetrazione più profonda dell'italiano. E questa è la posizione meno dichiarata, meno sbandierata, che non gode affatto di buona stampa: i suoi sostenitori espliciti passano per tagliatori di lingue, traditori della patria sarda. Basterebbe definirli semplicemente ignoranti, anche se sono una silenziosa, e sorniona maggioranza, magari sempre disposta a fare dichiarazioni sardistiche, che tanto non costano niente, ci salvano l'anima e sono pure moda, come la proclamazione vuota che il sardo è una lingua e non un dialetto.»
    Come si fa a conteggiare una maggioranza silenziosa? Provo a indovinare: si va in giro per le case della Sardegna e si chiede: «Lei è a favore della lingua sarda?» e contemporaneamente si fa l'occhiolino con aria sorniona. Tutti quelli che non rispondono, o - peggio ancora! - assentono, li conteggiamo come parte della maggioranza silenziosa e sorniona.
    Secondo questa chiave di lettura i dati della ricerca sociolinguistica coordinata dalla prof.ssa Oppo vanno interpretati nel modo seguente: il 53% di intervistati che dichiarano di sentirsi maggiormente legato alla lingua locale che ad altre lingue va considerato sornione (quello che dichiarano non è vero!); il 10% che non sa/non risponde va considerato silenzioso (insieme questi gruppi formano la maggioranza sorniona e silenziosa), mentre il 35,7% che dichiara di sentersi maggiormente legato all'italiano va considerato maggioranza rumorosa. Rimane una minoranza dell'1% che dichiara di sentirsi legato a un'altra lingua e che possiamo trascurare.
    Penso che, se di mestiere facessi l'antropologosardo, come Angioni, in questi giorni avrei anch'io un gran mal di pancia. I casi sarebbero due: gli intervistati mentirebbero (poco credibile) o io in tutti questi anni sarei stato in coma intellettuale. La LSC è una violenza contro i sardi e contro la glottodiversità? Boh?!
    La LSC è ancora quella definita nelle “Norme linguistiche di riferimento a carattere sperimentale per la lingua scritta dell'Amministrazione regionale”: «Fermo restando che intende valorizzare, valorizza e sostiene tutte le varietà linguistiche parlate e scritte in uso nel territorio regionale, la Regione ha ravvisato la necessità, dopo discussioni e confronti sulla lingua sarda durati molti anni, di sperimentare l'uso del sardo per la pubblicazione di atti e documenti dell'Amministrazione regionale. L'oralità nel contatto con gli uffici è fatta salva in ogni varietà della lingua.»
    Io faccio parte della “Commissione” di cui fa ancora parte anche Angioni e non mi risulta che la LSC stia per essere imposta agli altri enti locali o alle scuole o alle case editrici o, meno che mai, ai singoli parlanti sardi. Mi risulta invece che esista la volontà di ufficializzare la LSC, dopo averla resa ulteriormente “centrale” rispetto alle varietà tradizionali del sardo. Come ho mostrato a Paulilatino, esiste un divario tra LSC e varietà meridionali rispetto al quale si possono e si devono apportare dei miglioramenti.
    Renato Soru a Paulilatino ha detto chiaro e tondo che «la LSC è una lingua esclusivamente scritta» e ha fatto sua la mia proposta di apportare i necessari miglioramenti, per avere una lingua ufficiale, a fianco delle varietà locali, che rappresenti tutti i sardi.
    Ma allora chi accusa apertamente la LSC di “imperialismo”, di voler fagocitare le altre varietà del sardo? Angioni non lo dice. Si limita a suggerire che l'ufficializzazione della LSC porterà a questo. Infatti scrive: «Diversamente si rischia il fallimento già in fase progettuale, col rifiuto esplicito e risentito di ogni proposta fatta finora, e segnatamente l'adozione di una Limba Sarda Comuna fatta in modi che per molti sono ambigui e persino fraudolenti, non pubblici e condivisi. Non si tratta solo di rispettare tutte le varietà linguistiche dell'isola, ma, bisogna ribadire, di considerarle un patrimonio da valorizzare, una ricchezza da mettere a profitto in vari modi.»
    Insomma, qui Angioni dice che “qualcuno” fa il processo alle intenzioni che attribuisce a “qualcun altro”. Boh?! Non si sa chi accusi chi di usare la LSC per distruggere la diversità linguistica in Sardegna. Qualcuno ci capisce qualcosa? È un giallo in cui non solo non si scopre l'assassino, ma non si capisce neppure se qualcuno poi sia stato ammazzato davvero. Gli sarà scappata la mano...
    Lo scopo vero di questa cortina fumogena sembra comunque essere un altro, quello di condannare l'ufficializzazione del sardo: «Unificare e ufficializzare, dunque, non deve essere la sola cosa da fare e nemmeno la migliore e la più possibile. Nella prospettiva della pluralità linguistica come patrimonio, acquista una dimensione più realistica anche la questione di un uso ufficiale amministrativo del “sardo” da parte del governo regionale e delle amministrazioni locali, uso che non può proporsi al vecchio modo centralistico e normativo, ma rispettando e valorizzando invece proprio la pluralità in quanto risorsa, e senza trascurare che l'italiano svolge già questo ruolo (anche legale) di lingua ufficiale in Sardegna, mentre diventa sempre più necessaria la conoscenza dell'inglese».
    In parole comprensibili questo vuol dire: «Non usiamo una forma unica del sardo per i documenti ufficiali della Regione - per questo c'è già l'italiano! Visto che il sardo ormai non si può più fermare, usiamolo per dividere i sardi, anziché per unirli. E calincunu scimprotu chi creit ca firmendi sa LSC unu podit imparai s'inglesu dd'agatas sempri!»
    Ma vediamo di dare una mano al nostro giallista in crisi: mi propongo come colpevole!
    Si, io sono uno di quelli che vorrebbero vedere l'uso della LSC esteso alla scuola e magari anche alla letteratura! Ma voglio anche la fine della diversità linguistica in Sardegna?
    A questo punto bisogna anche precisare che qui sto parlando a titolo esclusivamente personale. Queste non sono le posizioni della “Commissione”, né di nessun altro al di fuori del sottoscritto.
    Esattamente dieci anni fa, si svolgeva a Quartu il secondo incontro del “Grupu po sa lingua sarda”. Siamo riusciti allora a portare in Sardegna una buona parte dei linguisti che in Europa lavoravano sul sardo. In quell'occasione ho presentato per la prima volta in Sardegna la mia proposta di unificazione della grafia del sardo.
    L'idea era semplice: sviluppare un'ortografia unitaria che permettesse diverse pronunce, mantenendo quindi inalterata la situazione del parlato. Il principio che ispirava la mia proposta era appunto quello del diritto di ciascun essere umano di parlare la propria varietà linguistica. Questo è uno dei diritti civili fondamentali e su questo terreno non accetto lezioni da nessuno.
    Ecco perché trovo particolarmente fastidiose le accuse di “imperialismo linguistico” mosse alla LSC e a chi la sostiene.
    Chi vuole saperne di più sulle motivazioni fonologiche delle mie posizioni deve solo cercare il mio nome in Internet con Google. In Internet esistono diverse mie pubblicazioni in cui sviluppo diverse proposte, tutte basate sull'idea di unificare l'ortografia, mantenendo diverse pronunce.
    Ma prima di tutto bisogna rispondere alla domanda fondamentale: perché estendere l'uso della LSC alla scuola? Perché abbatterebbe i costi del materiale didattico. Tutto lí!
    Ma, e la varietà locale?
    Basterebbe unire al materiale didattico prodotto unitariamente un manualetto in cui al docente di sardo si spiega il rapporto tra le convenzioni grafiche della LSC - ricordiamo: lingua unicamente scritta! - e il dialetto locale. Il sardo insegnato sarebbe la varietà locale e i bambini dovrebbero imparare a scriverla seguendo le convenzioni grafiche unitarie.
    Dove è l'imperialismo linguistico?
    Gli scrittori: perché dovrebbero usare la LSC? Per nessun motivo particolare-ognuno deve poter scrivere come più gli garba-se non, forse, il volersi esprimere in una forma di sardo che superi il localismo del suo dialetto.
    Di nuovo: dov'è l'imperialismo linguistico?
    Le convenzioni ortografiche sono, appunto, convenzioni. Se le si accetta funzionano. Se le si rifiuta, non funzionano. Non c'è niente di naturale nel rapporto tra fonemi e grafemi. Ma non ho voglia di ripetere argomenti che ho già presentato tante volte. A questo punto, non mi resta che invitare il pubblico a una discussione sul tema: “È possibile avere una lingua ufficiale scritta e mantere intatta la ricchezza di varietà del sardo?”
    Come si può vedere, la difesa del plurilinguismo - e del sardo meridionale - non è monopolio dei nemici della LSC.
    Deu seu de Iglesias, fueddu in maurreddinu e scriu sempri in “campidanesu”: castiai in Sotziu Limba Sarda - Associazione per la Lingua Sarda.
    Apu a scriri in LSC candu passant - chi passant - is emendamentus chi m'ant a permiti de scriri, in un'atra manera, sa lingua chi fueddu.
    Poita emu a depi incumentzai a fueddai in Atzaresu?
    P.S. Il mio intervento è stato spedito alcune ore prima che quello di Giulio Angioni venisse pubblicato.
    Nel suo intervento Angioni collega l'ufficializzazione del sardo alla negazione della dignità delle sue varietà, senza spiegare il perché di questo collegamento.
    Il “Manifesto” di Angioni conferma quello che io affermo nel mio intervento: «Angioni non è tanto a favore del plurilinguismo, quanto contrario all'ufficializzazione della lingua sarda».

    http://www.altravoce.net/2007/05/27/ufficiale.html

  8. #18
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    http://www.altravoce.net/2007/06/03/orrios.html

    sabato 2 giugno 2007


    La lingua che non si inventa a tavolino
    e un dibattito che non sale al cielo

    di Miali Logudoresu


    Ho letto con molta attenzione l'articolo dettagliato e preciso di Matteo Bordiga sull'utilizzo terapeutico degli asini. La riscoperta (era ora!) della valenza positiva di questo simpatico animale è anche una riconferma, mi pare, di antichi simbolismi presenti in molte tradizioni che all'asino attribuivano non soltanto accezioni negative, se non addirittura asuriche o sataniche, ma lo consideravano un animale sacro. Esso aveva infatti un ruolo importante nei culti apollinei di Delfi e aveva un ruolo insostituibile nel culto di Dioniso: portava il cofano che serviva da culla al dio.

    Lo schiavo delle Rane di Aristofane dice al suo padrone che gli carica il fardello sulle spalle: «sono io l'asino che porta i misteri». Nella commedia si tratta forse di un'immagine caricaturale, e tuttavia l'asino portatore di misteri non è per niente un'immagine isolata e gli studiosi del simbolismo la interpretano come il simbolo del re e del potere temporale. Per cui - se ci si riferisse a questa illustre tradizione - chiamare “asino” un assessore o un presidente, un ministro o un premier, non dovrebbe suonare affatto offensivo.

    Fra le molte valenze del simbolo ce n'è un'altra che considera l'onagro, l'asino selvatico, come il rappresentante degli asceti del deserto e dei solitari. Pare che questo significato sia in relazione con la particolare durezza della mascella dell'onagro. E infatti fu proprio con una mandibola d'asino (probabilmente selvatico) che Sansone fece fuori un migliaio di nemici, prima che lo accecassero e lo incatenassero alle colonne del tempio.

    Rievocando questo aspetto del simbolo si potrebbe dare onorevolmente dell'asino, o dell'onagro, al cosiddetto “cane sciolto senza collare” (col quale volentieri ci identifichiamo) o al “rabdomante triste” di una sinistra che non c'è o che non c'è più.

    Dice dunque bene Bordiga, in conclusione del suo articolo: «Insomma, sulle potenzialità dell'asino e dei suoi prodotti naturali si stanno scoprendo un mucchio di cose interessanti e inaspettate. Alla faccia di quelli, e non erano pochi, che lo ritenevano un animale inutile, da confinare in un giardino zoologico».

    Ho letto questo articolo subito dopo aver dato una scorsa ai numerosi e dottissimi interventi di linguisti esimi, antropologi da nobel, professionisti delle giurie dei premi con i quali esaltare i somari, titolati accademici e scrittori già emersi o emergenti; e con intollerabile insolenza ho sentito salirmi dalle viscere la considerazione: il mondo sarà un giardino di gioia e forse anche questa piccola isola potrà tornare ad essere “felice” (come la definivano, tra gli altri, antichi cronisti cultori di Apollo e di Dioniso) quando quel che saggiamente ricorda Bordiga a proposito degli asini potrà applicarsi anche agli uomini. Che come ci ricorda un grande saggio indiano altro non sono che «animali forniti di mente che non sempre usano».

    Qualcuno dirà che non basta trincerarsi dietro i simbolismi e il gusto pericoloso dell'insulto (letterario, sia chiaro): bisognerebbe entrare nel merito e nel vivo del dibattito.
    Ma sarebbe come unire agli altri uno dei tanti orrios che notoriamente «no alcian a chelu» e riecheggiano, stagnando, fra le colline delle marmille e delle gallure. Dato che le lingue, tutte le lingue, anche quelle minoritarie o poco diffuse, non si inventano a tavolino, né in uffici né in studi televisivi o in sinagoghe. Le lingue si parlano e si scrivono. E parlandole e scrivendole si trasformano. E nonostante la strana opinione di certi linguisti offuscati, parlandole e scrivendole si evolvono.

    Se si richiamasse alla memoria questo elementare principio credo che tutto lo spreco di risorse, di soldi e di energie, attorno all'annosa questione della lingua sarda data in mezzadrìa, finirebbe per apparire come quella parata di “burichi e burichetti” - magistralmente descritta dal Bresciani - che assieme ai “cavallucci piccoletti, gai, rubizzi e pepati” incantavano il re di Piemonte, strappando l'applauso del popolo quando «aggiogati al cocchio del Principe, lo scorrazzavano per le vie» della capitale d'oltremare, «agitando la negra e folta criniera, ringalluzziti, quasi sentissero il nobile pegno loro affidato da sì gran ....

  9. #19
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    mercoledì 6 giugno 2007


    Imboscate linguistiche nei concorsi
    Che arma micidiale sarà
    sa limba comuna degli azzeccagarbugli

    di Miali Logudoresu

    L'esclusione dell'operaio tedesco dal concorso regionale ad un posto di specializzato (commentata da Andrea Pusceddu su questo giornale) credo la dica lunga sull'uso che i nostri governanti & burocrati intendono fare del loro esperanto sardesco non ancora passato in giudicato: uno strumento aggiuntivo di esclusione e di ricatto.

    Per convincersene basterebbe, credo, dare una sminciata ai nomi nelle commissioni giudicanti. In particolare a quelli elevati al ruolo di promuovere o bocciare il candidato in relazione alle sue competenze linguistiche. È già successo qualche mese fa in un altro concorso a funzionario regionale, di cui nessuno ha parlato. Un paio di accademici del sardo artificioso o artificiale hanno disinvoltamente fatto fuori una candidata (con la motivazioe che non era all'altezza della loro scientia linguistica, nonostante fosse addottorata all'Università di Grenoble proprio in glottologia e linguistica sarda).

    In quell'occasione - tanto per non fare nomi - i commissari con licenza di uccidere erano un tale dal nome di uccello e un suo tirapiedi di cui ricordo il nome ma non il cognome. Persone note all'entourage e al sottobosco linguistico-letterario (dove la maldicenza impera), additati da molti come “maestri di sgarri” (virtuali, ovviamente) ed abili tessitori di esclusioni dalla pochezza. Più volgarmente detti “maestri di intrallazzo e di trallallèro”. Anche se - ovviamente - si presentano frequentemente alla ribalta come giurati di professione addetti alle premiazioni dei favoriti e dei piazzati. Sapendo bene che il fascino sottile del giudicare non sta tanto nel premiare quanto nel bocciare.

    Sulle reali competenze linguistiche ostentate da costoro ci sarebbe molto da discutere, se ne valesse la pena. Quanto al livello culturale, a prescindere dalle credenziali, meglio soprassedere. Naturalmente la candidata addottorata avrebbe anche potuto ricorrere - come saggiamente ha fatto l'operaio tedesco - e se non lo ha fatto è probabilmente perché non nutre molta fiducia nei ricorsi. O ha ritenuto che non fosse il caso. E tuttavia bisogna sempre osservare e riflettere sui soliti noti ai quali viene e verrà affidato (per questioni di entrature più che di meriti) l'applicazione delle leggi e dei provvedimenti e, soprattutto, la gestione dei concorsi.

    In quello al quale si accenna, ad esempio, la candidata era andata benissimo nella parte scritta ed è stata sommariamente giustiziata nella parte orale dagli innominati di cui sopra, che avevano praticamente carta bianca nel deciderne le competenze. E visto che le erano decisamente inferiori per titolo e qualità degli studi e delle ricerche, dovevano pure, in qualche modo, prendersi la rivalsa e far passare il raccomandato di turno. Cosa che è sempre difficile da provare, ma per una valutazione disinteressata credo che gli indizi siano più che sufficienti.

    Non si sta mica chiedendo di processarli e neppure di escluderli dalle commissioni per palese incompetenza di giudizio (anche se la mediocrità, in questo fazzoletto di mondo, è la credenziale più pregiata e se glielo fai notare pubblicamente c'è anche il rischio che ti denuncino per diffamazione). La valutazione disinteressata può solo fare appello al diritto di satira. Ad essa, inoltre, si può sempre replicare, magari facendo ricorso alla stessa arma, che se non mi sbaglio dovrebbe essere l'ironia.

    Sempre per metterla in chiave e tono ironici, l'operaio tedesco è stato escluso dal concorso - come sottolinea Pusceddu - non tanto per incompetenza specifica riguardo alla mansione ma perché, essendo un immigrato, non aveva ancora avuto modo di scegliersi la variante da approfondire. L'ufficializzazione della LSU dovrebbe tagliare la testa al toro: la lingua che sarebbe obbligatorio conoscere e manipolare - anche per riparare i tubi o pulire i cessi e gli uffici - dovrebbe essere il burocratese. Cioè una varietà linguistica che in tutti i paesi del mondo serve a rendere quanto più oscuri possibili i decreti e le norme, in modo che solo gli addetti ai lavori possano essere in grado di interpretarli e produrre cavilli.

    Oltre che la lingua dei burocrati e dei commissari dei concorsi, la LSU dovrebbe così diventare la lingua dei legulei e degli azzeccagarbugli. Bella prospettiva! Qualcuno sostiene che una lingua burocraticamente unificata sarebbe il passaporto per entrare a far parte delle minoranze europee riconosciute, con diritto a un seggio a Strasburgo e a Bruxelles. Ma il costo da pagare per avere una simile rappresentanza sarebbe davvero esiziale. O per lo meno, se tanto ci dà tanto, deleterio.

    I pilloncos and company - ovvero i cinguettanti uccelletti delle norme, al di là del fatto che siano schierati a favore o a sfavore della proposta - avrebbero nelle mani un'arma micidiale e potrebbero avvalorare definitivamente la loro pretesa di essere super-partes, come dovevano ritenersi, un tempo, i reggitori dei giudicati di Sardegna.

    In questo corsivo, sia chiaro, si fa per ridere. Senza neppure lontanamente richiamarsi alla lingua acuminata di un Marziale. Più che altro potrebbe dirsi un discorso da marziani. Quelli che se ne infischiano delle credenziali attribuite e non si impicciano di dare giudizi, nè a caldo nè a freddo. E quando si permettono di valutare ironicamente (in base al diritto di parola, di opinione e di pensiero costituzionalmente sancito) cercano di farlo badando più al tuorlo che non al guscio gonfiato. Ben consapevole del detto: chi di lingua ferisce di lingua perisce.
    D'altra parte, c'era un tempo in cui i “letterati” si sfidavano a duello per molto meno. In questi tempi oscuri qualche sfida a colpi di malalingua ci può anche stare.

  10. #20
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    venerdì 4 luglio 2008


    Guerra delle lingue e il silenzio degli intellettuali
    il logudorese per forza, violenza e anche bottega
    pari dignità al campidanese che si vuole castrare

    di Daniela Paba


    Nel dedalo del conte Dracula, Marinella Lorinczi, dolce e chiara com'è, forse non sarebbe sopravissuta a lungo. Il destino l'ha portata in Sardegna, dove vive e lavora da molti anni come filologa romanza, all'Università di Cagliari. All'isola e alla sua lingua ha dedicato studi innumerevoli. Da qualche tempo ha aperto una polemica, tanto garbata quanto decisa, sulla politica di valorizzazione del sardo intrapresa dalla Giunta e sulle sue accelerazioni posa lo sguardo pacato della studiosa che conosce i tempi storici. “Dietro la Lingua sarda comune c'è il logudorese” sostiene senza enfasi, e in questa scelta vede una nuova censura del campidanese che difende con naturalezza, perché, come spiega “In Sardegna sono arrivata dal sud, nel Campidano. Lamarmora è arrivato tra i graniti della Gallura. Da qui ho la percezione che il povero campidanese venga maltrattato, con la scusa che la vera lingua sarda è logudorese. Da bambina ho ricevuto un'educazione trilingue, ma tutte erano importanti allo stesso modo, senza complessi d'inferiorità, l'ungherese, l'italiano e il romeno. Tutte hanno un registro molto elaborato e, passando dall'una all'altra, non avevo la sensazione di parlare con un registro più basso. Qui sono pochi quelli che usano la lingua sarda per conversare di tutto, ci riesce Lilliu. Anche Soru, ma sempre in situazioni formali. All'appuntamento per l'intervista si presenta con una serie di articoli e con un piccolo volume scritto da Francesco Manconi per la Cuec Tener la patria gloriosa, dove si tratta dei conflitti tra i sardi del Capo di Sopra e quelli del Capo di Sotto: “I popolo che hanno dietro di sé origini nomadiche si sentono superiori - spiega- Gli ungheresi, i mongoli, i germani hanno fondato imperi. Rumeni e sardi hanno un senso di inferiorità perché non possono dimostrare di venire da un altrove. E infatti l'eroe fondatore non è locale”.

    Cosa pensa della LSC, la lingua sarda comune?

    Sul piano psicologico a cosa serve spaccare l'opinione pubblica dicendo che il Capo di Sopra vale di più? E a cosa serve una delibera sull'emergenza incendi in LSC, se uno non la capisce? In Molise e Calabria vivono, dal Medioevo comunità grecofone, croatofone, albanofone, si tratta di una decina di comunità in trenta villaggi. Tra le iniziative recenti c'è quella di usare le lingue del posto come attrazione turistica. Ovviamente la ricchezza è nella varietà delle lingue. Il turista vuole conoscere la variante locale, e la valorizzazione sta nella varietà. Qua è diverso, c'è una Regione autonoma, ci sono altri finanziamenti, un altro territorio. La maggioranza della popolazione è sarda, così gli algheresi, per dire, vengono mollati. È una scortesia nei confronti dei catalani. Se ci fosse più attenzione per Alghero, magari la Catalogna investirebbe di più per dare visibilità alla Sardegna. I galluresi sono indifferenti, sembrano dire “fate vobis, noi parliamo gallurese”, sono rivolti alla Francia e ai corsi. Ogni minoranza è degna di interesse, e che dire degli italofoni puri o impuri? Flavio Soriga non scrive mica in sardo, non è matto. Ci sono minoranze storiche e ci saranno neo minoranze. In Svizzera se ne discute molto anche in relazione alla scuola.

    Perché secondo lei, sulla questione della lingua, gli intellettuali non si pronunciano?

    Quelli che hanno dissentito sono stati tacciati di tradimento, ma non possono sardizzare ad oltranza. Conoscere le proprie cose è un bene vantaggioso ma poi bisogna conoscere l'altrui. Per l'Occitano (il provenzale) c'è una legge del 1951 che forse adesso comincia a dare i suoi frutti. Lo Stato francese è molto centralizzato, ma il problema che ci si è posti per l'introduzione della lingua a scuola è l'appesantimento dei programmi: volete il latino o il provenzale? Non possono essere in alternativa, la lingua minoritaria deve essere in aggiunta, cosa che i genitori non accettano. In più, non c'erano docenti qualificati. Se varrà come punteggio la conoscenza del sardo, oltre la laurea, bisogna capire che la conoscenza di una lingua non è sinonimo di cultura alta. Può un sardo dire Dante non lo so perché sono sardo? La scuola plurilingue c'è in Lussemburgo ma sono lingue tutte di prestigio, non si fanno guerra e garantiscono ascesa sociale. Lingue minoritarie sono anche ungherese e romeno ma è chiaro cha una madre transilvana punta sull'inglese non sull'ungherese. A mio avviso anche le repubbliche baltiche che hanno rinunciato al russo si sono castrate. Negli stati baltici gli immigrati russi del primo ‘900 non imparavano la lingua locale mentre gli abitanti dovevano imparare il russo. Ora la situazione è rovesciata, chi non parlava la lingua locale è stato discriminato.

    Quindi lei è convinta dietro le quinte ci sia una difesa arrogante del logudorese o del nuorese?

    Per quanto si coprano le spalle con la scusa della lingua degli atti formali si tratta di censura linguistica. Perché non usare due varianti fondamentali? Chi ha detto che lo standard deve essere uno? L'importante è che si parli il sardo. La koiné si forma, come si è già formata. Ma questi sono i tempi storici e non biologici. I tempi biologici impongono carriere rapida e di sistemarci. Tutto molto umano.

    Come nella disputa descritta da Manconi ci sono due fazioni, i dialetti del capo di sopra e quelli del capo di sotto. Lo dicono tanti studiosi prima di Wagner, ma una percezione comune, documentabile dal ‘600, riserva un occhio di riguardo al logudorese che non ho capito fino in fondo. La spiegazione, piuttosto infantile, è forse che assomiglia di più all'italiano e allo spagnolo, con gli infiniti in -are, -ere e -ire, dà familiarità.. Anche la sillaba in più in poesia: come si fa a dire che non c'è poesia in campidanese, quando abbiamo ottimi poeti improvvisatori? In sintesi l'immagine che alcuni autorevoli critici e studiosi offrono della poesia improvvisata logudorese obnubila la presenza di forme di poesia diversa e ne riduce il valore, indicandola come forma a diffusione locale e di ridotto prestigio, e così i criteri di valore diventano che la poesia logudorese è più bella, più profonda più sentita. Quando si arriva alla questione del bello, a me cadono le braccia. La bellezza dipende dai valori prestigiosi e formali dell'uso. Infatti non citano mai le commedie di Garau che, come Lobina, non gli torna e non viene mai nominato.

    Ma perché nessuno parla?

    Soru ha messo il dito sulla piaga: basta parlare di sardo, parliamo in sardo. Adesso chi è troppo attivo non è all'altezza chi sarebbe all'altezza è poco attivo. Corraine e Corongiu ce l'hanno tanto con l'accademia che pure li ha protetti e agevolati dentro l'Università. Dire adesso che gli universitari sono contrari è offensivo. Il loro modo di rappresentare il sardo non mi piace. E poi finché conveniva loro che fossi l'universitaria, bene. Ora per “Diariu Limba” non sono più un professore ordinario di Cagliari ma una studiosa rumena e dirlo in questo momento significa stai zitto che non hai titolo.

    Quante lingue conosce?

    Io sono nata da una madre cittadina italiana e da padre ungherese, cittadino rumeno, mi classifico come ungherese di Bucarest, è la mia città, ha il parco urbano più bello del mondo. Sono passata attraverso tante lingue, l'italiano, l'ungherese, il rumeno in casa, a scuola la lingua veicolare era l'ungherese. Poi ho studiato latino francese e russo, poco purtroppo, fino alla maturità. All'Università di Bucarest ho studiato spagnolo, tedesco inglese e arabo. Leggo tutte le lingue romanze. Il sardo per me è stato difficile all'inizio, la varietà della Trexenta con tutte le nasalizzazioni e le metatesi. Però ora capisco bene tutte le varietà e Garau l'ho letto in sardo. Sentendo parlare campidanese, mi chiedevo spesso ma perché questo è meno sardo? Dietro le contrapposizioni linguistiche ci sono altre contrapposizioni. Mi sono trovata a difendere il campidanese senza rendermene conto, anche perché non pensavo che ne avesse bisogno. C'è un aneddoto molto divertente del giovane Lévi-Strauss che incontra il grande antropologo Franz Boas, nella sua casa in America. Davanti a una cassapanca indiana di grande bellezza Levi-Strauss commenta “Deve essere un'esperienza fantastica occuparsi di indiani così bravi”. Boas risponde secco “Sono indiani come gli altri”. Ogni dialetto è indiano, i logudoresi si sentono più indiani degli altri, per questo sono più aggressivi e sono sempre lì a sbraitare.

    Con Diego Corraine rapporti eccellenti

    Riceviamo e pubblichiamo

    “Ho sempre considerato l'attività di Diego Corraine, spesa concretamente per l'emancipazione del sardo, come pionieristica, senza la quale quanto accade oggi, nel bene e nel male, non esisterebbe. Abbiamo sempre avuto e spero continueremo ad avere rapporti amichevoli. Se ha ricevuto l'appoggio di universitari, mio ma soprattutto di altri, del tutto disinteressati, l'hanno ricevuto anche altri, dopo di lui, ed abbondantemente. I tempi di allora e i tempi di adesso sono però diversi e gli appoggi hanno altro significato. Non ho mai percepito ostilità nei miei confronti, da parte sua, mentre in altre occasioni, dove io non ero presente, avrà tirato fuori anche lui unghie e denti. Per cui ci sarà stato nel mio discorrere una certa dose di imprecisione che avrà indotto ad equiparare erroneamente il suo agire a quello di altri. Me ne scuso. Marinella Lorinczi”


    http://www.altravoce.net/2008/07/08/crociati.html

 

 
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