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Discussione: Interraus sa LSC.

  1. #21
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    martedì 8 luglio 2008


    Quanto arroganti i crociati della Lsc
    protetti dalla Mongiu in clausura
    Hanno anche plagiato Renato Soru?

    di Giorgio Melis


    Quanto sono arroganti, tracotanti, gonfi non casualmente di sicumera. Magari è l'effetto della consonanza con l'assessora Mongiu, che fa il pesce in barile, snobba e neanche si cura dei saggi e degli scritti sulla lingua sarda di Marinella Lorinczi, come prima di Anna Oppo, Giulio Angioni e altri: ai quali non è neanche degna di sciogliere i lacci dei sandali del sapere in materia. Se così fosse come sembra, l'assessora logudoresa sarà nominata in pubblico rito patrona dei crociati della Limba sarda comuna (Lsc), che non è affatto comuna, anzi estranea al 99,9 per cento dei sardi e dei sardofoni di ogni variante. Un'invenzione a tavolino, una faccenda inutile e costosa, un ridicolo, oneroso esperanto sardo - come è accaduto di scrivere più volte dal 2007 -che non va e non andrà mai oltre la cerchia della “bottega” che se l'è inventata, e ci marcia alla grande dentro e fuori la Regione: con soldi che potrebbero essere ben altrimenti spesi. Sembrano aver plagiato - facendo leva sulla sua profonda sardità interiore stavolta maldestramente interpretata e brandita - anche Renato Soru sulla necessità che la Regione si dovesse dare una lingua sarda tanto ufficiale quanto fasulla perché incomprensibile a tutti tranne a chi se l'è sognata e ci sguazza. Nel silenzio dei cosiddetti intellettuali: muti come pesci, specie se notoriamente in dissenso. Il solito coraggio dei chierici, tremolanti per opportunismo quando si tratta di prendere le distanze dal gruppo di potere di turno.

    I crociati di questa stenterella creatura abortiva pseudo-linguistica, che mai sarebbe arrivata alla deambulazione autonoma senza le stampelle dei diktat e dei soldi regionali, sono arroganti per abitudine e altro. Di solito è delegato alle sortite e repliche aggressive Roberto Bolognesi. Al quale - dopo parecchi articoli pubblicati - non ho deliberatamente e convintamene dato accesso al giornale per la pesantezza, anche volgarità e supponenza arbitraria, di un non recente doppia replica a Marinella Lorinczi e in precedenza ad Anna Oppo, Giulio Angioni e altri. La buttano sempre sul personale. Pesantemente, con un'albagia che non possono consentirsi nel confronto con i titoli e l'attività scientifica degli intellettuali presi di mira. Fino a far sospettare che non sia tanto la passione per la LSC ad animarli ma anche altre, più concrete e operative ragioni: per cui occorre insultare, irridere, sminuire chi la pensa diverso. Come quando, delicatamente, Bolognesi, replicava che le argomentazioni di Marinella Lorinczi “anti segau is patatas”. Senza che l'assessora femminista Mongiu intervenisse: forse era in clausura per un dibattito iniziatico nel chiostro, ovvero nell'accademia della Lsc. Ora è banalmente frusto, scontato, sciatto e non spiritoso l' incipit di Diana “questa di Marinella è la storia vera”. Ma che originale! Tutto qui, uno stanco, ovvio richiamo da una abusata canzone di De André quel che (non) riesce a inventare un creativo della Limba sarda comuna, comunissima, col tracciato piatto quanto a idee e capacità di tradurle in un'espressione efficace ed elegante? Se questo è il livello medio-alto, allora la Lsc contribuirà in modo determinante all'evoluzione dell'intellettualità isolana e alle sue magnifiche sorti e progressive nell'egemonia sulla cultura mondiale. Non conosco personalmente la professoressa Lorinczi, non ha certo bisogno di difensori (infatti sto solo contestando, come faccio da due anni) i pasdaran di questa pietra non filosofale tranne per gli aspetti materiali della linguistica istituzionalizzata. Ma per quel che ho letto e saputo da fonti di alta qualificazione, la studiosa - oltre scrivere in un italiano che i contraddittori se lo sognano pur frequentando altre sei li ngue - merita tutta l'attenzione di tutti: inclusa (non casualmente?) la silente, non oracolare assessora. Qualunque comune (nell'accezione alta: non quella della Lsc) cittadino di media cultura non può che convenire con le sue rigorose argomentazioni infinitamente più convincenti delle norme autoritative, violente, con le quali si sta imponendo questa Lsc.

    Non sono un linguista ma ho l'età e la memoria necessarie per ricordare benissimo le ben altre elevatezza e finalità che innervavano la rivendicazione politica per la lingua sarda partita da Giovanni Lilliu e altri padri nobili. Non per certo per buttarla in vacca inventandosi uno sgorbio di dialetto incomprensibile a tre quinti dei sardi ed estraneo, pur comprendendolo meglio, al resto. La Francia o la Germania, non meno che la Spagna e l'Inghilterra, avrebbero adottato come lingua ufficiale scritta una variante clandestina e minimale, assolutamente da non parlare anche perché nessuno la capirebbe? Un'idea così balzana, antistorica e antidemocratica poteva nascere solo in un'isola di mentecatti come la nostra. Oltretutto in danno della maggioranza che parla e capisce il campidanese: eppure mai si è sognata di invocare il numero per imporla sulle altri varianti. Ricordo una straordinaria trasmissione di due ore in tv con Tullio De Mauro, forse un filino più qualificato di Bolognesi, Diana e altri, che sottolineava come le lingue minori, in tutte le loro varianti, debbano essere rispettate senza eccezioni: senza egemonia pur comprensibile di quelle più diffuse ed elaborate perché insieme costituivano un patrimonio eccezionale per un popolo. Figurarsi imporre il primato abusivo di una variante residuale e ignota ai più, a parte pochissimi privilegiati che si riuniscono in una cabina telefonica per disquisirne. De Mauro stramazzerebbe a terra dalle risate se sapesse che qui si sta imponendo nell'ufficialità istituzionale una variante balbettante, nota solo a pochi adepti non disinteressati. Altro che “Le lingua tagliate” del famoso libro-guida di Cesare Salvi. In Sardegna ci stiamo cucinando la lingua salmistrata in versione imperativa, violenta e pure autocoloniale.

    Sarà forse perché si conserva l'immagine persistente di persone conosciute da vicino in anni lontani, ma non riesco a ricordare - benché lo vedessi e ci parlassi quasi ogni giorno - una statura da creatore di nuove lingue e tanto meno un livello scientifico significativo in questo Giuseppe Corongiu che per diversi anni avevo applicato come corrispondente de “La Nuova Sardegna” per Quartu. Poi era stato assunto come addetto stampa del sindaco Graziano Milia (non senza passaggi burrascosi nei loro rapporti) e infine si era creato l'”ofitziu” per sa limba che ha riciclato con la Regione. Assolutamente niente di personale. È che mi pare una cosa assolutamente poco seria, anzi ridicola, estrapolare una microvariante dei Barigadu (chiedete a un sardo sotto i settant'anni cosa sia. I più fantasiosi vi risponderanno che forse è un paesino pugliese, magari di etnia albanese…) per farne ope legis la lingua scritta ufficiale dell'istituzione Regione e imporla a tutti pur essendo nota a 44 gatti in fila per sei col resto di due. Traducendo i discorsi in campidanese di Soru, quelli sennoresi di Cicito Morittu, le sortite nuoresi di Dadea e quelle aostane di Nerina Dirindin, le disposizioni antincendio e le norme anti-lingua blu pensate e scritte in italiano in questo idioma che i posteri attribuiranno a una tribù in piena fase involutiva.

    Immaginate il sindaco di Badesi, Alghero, Carloforte, Tratalias che riceve l'ordinanza antincendio in Lsc e, per patriottismo, non ne legge la versione italiana. Che fa? Invia un messo a Cagliari a “s'ofitziu” Lsc di Corongiu per la traduzione pro-veritate previa consultazione via piccione viaggiatore con un centenario sordo del Barigadu addormentato sotto una quercia secolare a 800 metri di altezza. Si può buttare sul ridere ma è una faccenda seria. Con una conclusione esplicitata in italiano, giusto per nobilitare “is patatas” del fine dicitore Bolognesi. Ne facciamo tutti, di coglionate. Questa della Lsc è sesquipedale. Da ammettere senza alcuna esitazione, correggere e festa finita. Anche, anzi soprattutto nel silenzio dell'assessora che fa il pesce in barile (Lorinczi, Oppo, Angioni chi?) e specie dei temerari intellettuali da contratto e consulenza che ne pensano e dicono riservatamente tutto il male possibile ma tacciono, timorosi di dire una parola per non rischiare prebende e favori attuali e futuri. Persistere non è diabolico: è un raddoppio di coglioneria. Al quadrato: presto al cubo.


    http://www.altravoce.net/2008/06/06/mongiu.html

  2. #22
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    venerdì 6 giugno 2008


    Cara Assessore Mongiu, volete
    logudoresizzare il campidanese
    è arbitrario ma non siate ipocriti

    di Marinella Lorincz


    Gentile Professoressa,
    leggo con molto ritardo la voce d'apertura sulla Lingua sarda, pubblicata nel sito della Regione. Vorrei commentarla, quasi per intero, dal momento che non è lunga. Inizia così: “In Sardegna, lingua e territorio non coincidono”. In nessuna parte del mondo coincidono, se per territorio s'intende il territorio politico, ben definito da frontiere sancite da trattati. Se invece s'intende “territorio geografico”, ossia “parte della superficie terrestre”, la cosa cambia, nel senso che una popolazione (un gruppo umano) che parla una lingua, una varietà linguistica, per forza di cose deve avere un suo territorio (là dove tale popolazione vive), compatto/continuo o disperso/discontinuo, piccolo o grande che sia, anche se la lingua in questione è dominante (sovrapposta) oppure subordinata (subalterna). Questo vale anche per le isole, a meno che non siano piccole o minuscole, in qual caso può avvenire una distribuzione delle varietà a carattere verticale (sociale), dal momento che il territorio geograficamente, naturalmente delimitato è minimo. Anche in quest'ultimo caso, però, due o più lingue (varietà) possono condividere lo stesso territorio geografico. Situazione molto frequente. In funzione delle vicende linguistiche, e non, delle popolazioni in questione, questi territori possono ampliarsi o restringersi. Le vicende politiche, poi, possono provocare vere e proprie catastrofi linguistiche ma anzitutto sociali e umane, collettive ed individuali.

    Proprio per questo e comunque sia, giocare sui sottintesi o sulle implicazioni della parola “territorio” non ha molto senso e può diventare un boomerang politico. Il sardo ha un suo territorio, che però non coincide con la superficie della Sardegna; tutto qui e non vi vedo niente di sconveniente o di innaturale o di eccezionale. L'italiano, invece, oggigiorno ricopre l'intera area isolana (e molto di più, perchè non solo va oltre i confini politici nazionali - vedi Svizzera - ma è pure stata esportata su altri continenti a seguito delle emigrazioni), mentre il sardo no (però lo parlano gli emigrati all'estero!). Esito di processi storici sui quali inutile recriminare: non credo che la conoscenza dell'italiano sia un grosso handicap in Sardgena!

    C'è inoltre il vezzo diffuso di chiamare il sardo “limba”, in quanto si crede comunemente, ma non è dimostrato, nemmeno da Wagner, che la variante fonetica “limba” sia più autentica di “lingua”. Come pure “abba” dovrebbe essere più “sarda” di akua campidanese. Ma poi che senso ha anche questo?

    Il senso è che si vuole logudoresizzare il territorio del sardo e possibilmente l'intera Sardegna. È arrivato il momento di dirlo chiaramente, semplice semplice; oramai nemmeno le parole del prof. Lilliu o del presidente Soru si riportano in campidanese. Che scortesia! E con quale diritto si vuole subalternizzare il campidanese, maggioritario? Od obbligare chi parla le varietà cosiddette alloglotte ad imparare il logudorese? I parlanti della varietà alloglotte non sono Sardi anche loro? E i puri italofoni sardi non sono Sardi? Con questo non voglio dire che rinvigorire, revitalizzare il sardo non sia un'operazione meritoria, utile, interessante.

    Per quanto riguarda la suddivisione nelle due macrovarietà logudorese e campidanese, questa non è opera dei linguisti moderni ma è tradizionale. Di varianti di sotto e di sopra parla già Vidal nel Seicento e Cetti nel Settecento e probabilmente dale suddivisione deriva da una comune percezione, grossolana ma non errata, da parte della popolazione.
    E ancora: i parlanti le varietà alloglotte non sono Sardi anche loro? E i puri italofoni di Sardegna non sono Sardi? O dovrebbero diventare cittadini di serie B? Con questo non voglio affatto dire che rinvigorire, revitalizzare il sardo, attraverso la promozione delle sue varietà, non sia un'operazione meritoria, utile, interessante, per alcuni imprescindibile se non altro in nome di una peraltro giusta preoccupazione rispetto ad una eventuale scomparsa del sardo e di un bagaglio semantico-culturale da questo veicolato. Che strano però che nessuno di questi ultimi versi alcuna lacrimuccia sulle lingue spazzate via dal latino! L'universo linguistico odierno sarebbe senz'altro più vario, o quanto meno diversamente vario. Le contraddizioni teoretiche non aiutano la lotta per una giusta causa, soprattutto se si calpesta il diritto individuale di usare la propria lingua.

    E poi: perchè così poca cura ufficiale-regionale per l'algherese ecc.: cosa importa che sia stato impiantato dai Catalani, secoli fa? È una perla rara l'algherese, come pure il tabarchino. E dire del sassarese che è alloglotto non ha molto senso culturale, sempre che sia vero ma non lo è: esso si è formato in Sardegna dunque è sardo al 100%. Oppure abbiamo paura degli ibridi? Tutte le lingue lo sono, in varia misura, lo dicevano già nel Settecento gli studiosi della varietà linguistica mondiale. Per quanto riguarda la suddivisione nelle due macrovarietà logudorese e campidanese, questa non è opera dei linguisti moderni ma è tradizionale. Di varianti sarde del Capo di sotto e del Capo di sopra scrivono già Salvatore Vidal nel Seicento e Francesco Cetti nel Settecento e probabilmente tale suddivisione deriva da una comune percezione, grossolana ma non errata, da parte della popolazione isolana che i due intellettuali menzionati recepiscono e condividono.

    Per concludere con un'altra osservazione netta, la cui nettezza deriva ugualmente sia dalla lontananza geografica da cui scrivo sia dalle mie conoscenza professionali, sarebbe più che opportuno affidare la stesura oppure la verifica delle voci linguistiche messe in rete nel sito della Regione a persone più esperte. Non mancano sul territorio della Sardegna i linguisti professionisti. Ringraziando per la cortese attenzione, porgo dalla Danimarca i miei saluti più cordiali.

  3. #23
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    http://www.altravoce.net/2008/08/06/giornale.html


    mercoledì 6 agosto 2008


    Benvenuto il giornale on-line in catalano
    rilancia la parità delle varietà alloglotte
    bene il piano sulla lingua, più chiarezza

    di Marinella Lorinczi


    Mentre diamo un caloroso benvenuto al primo periodico on-line in lingua algherese (Alguer.cat® El diari de l´Alguer), inaugurato sabato, diventa difficile sottrarsi a qualche riflessione che si presenta malgrado tutto, malgrado in caldo soprattutto, a proposito dei discorsi ufficiali “sull'identità sarda e il valore delle lingue parlate nell'Isola”. Evidentemente non è più possibile escludere i cosiddetti alloglotti (od eteroglotti) viventi da secoli, da decine de generazioni, sul territorio isolano, dal novero delle popolazioni che compongono la complessiva popolazione autoctona della Sardegna, le quali condividono, appunto, la stessa terra, e non da qualche annetto, come si diceva. Peraltro, sul concetto di “allo/eteroglossia” i linguisti e i giuristi hanno da tempo aperto un dibattito articolato (v. ad es. “Studi italiani di linguistica teorica ed applicata” 3, XXXIV, 2005).

    La questione dell'autoctonia o meno dovrebbe essere superata oggigiorno, a livello individuale e in Occidente, dal possesso o meno della cittadinanza. Autoctono o meno, il cittadino (italiano, in questo caso) gode degli stessi diritti dei suoi concittadini; anche se di data recente, non può essere discriminato in quanto originariamente non autoctono. Ma alcune minoranze invece sì, o perché non riconsciute tali o perché ritenute non autoctone. L'autoctonia di una popolazione è, inoltre, un argomento antipatico: quanto bisogna risalire nel tempo e nella storia per essere autoctoni? Classico esempio di litigiosità portata agli estremi è stato quello dei nazionalisti Romeni ed Ungheresi della Transilvania.

    Per quanto riguarda le comunità storiche, un conto è analizzare il processo storico mediante il quale si è costituita una comunità linguisticamente diversa dalla maggioranza che la circonda e/o con cui convive; comunità minoritaria i cui affini eventualmente esistono, ma sono distanti (algherese -> catalano; tabarchino -> ligure). Un altro conto è l'atto politico di parificazione o meno dei loro diritti (e doveri, ovviamente) con quelli della maggioranza più immediata. Un altro conto, ancora, delicato e ambiguo al contempo, la scelta dei criteri secondo cui una varietà linguistica è dichiarata diversa e minoritaria e dunque eventualmente tutelabile mediante apposite disposizioni ufficiali (ed appositi finanziamenti).

    Nel caso dell'algherese siamo in una situazione a scatole cinesi: all'interno della maggioranza facente capo linguisticamente al diasistema sardo, che però è una minoranza sul territorio dello stato italiano, l'algherese e i suoi parlanti vivono quale minoranza ancora minore. Così anche gli altri “alloglotti”.

    Sebbene queste “scatole” inserite una nell'altra non possano essere in numero infinito, la configurazione può assumere forme ancora più complesse: in una città, mettiamo, la cui popolazione maggioritaria costituisce una minoranza sul territorio regionale di riferimento, il quale ultimo a sua volta si configura come abitato da una minoranza a livello di stato, in questa città può insediarsi, per effetti neomigratori, un mini-minoranza che occuperà forse compattamente un quartiere. A questo punto si dovrà decidere se la lingua di questi “ultimi arrivati” deve o può godere di riconoscimento ufficiale, dell'apertura di una scuola apposita, ad esempio. E, ovviamente, nel quartiere minoritario ci potranno essere alcune persone, magari soltanto donne (mogli), che provengono da un'altra popolazione ancora.

    Con il “Piano triennale degli interventi di promozione e valorizzazione della cultura e della lingua sarda” approvato lo scorso 29 luglio dalla Giunta Regionale, le varietà dette alloglotte entrano esplicitamente a far parte organica delle misure di tutela e valorizzazione delle varietà linguistiche isolane al lato del sardo vero e proprio. Questo, però, avrebbe dovuto essere assunto anche nell'intitolatura del piano. Rimangono infatti sospesi sia la questione di come definire secondo criteri appropriati alla situazione e ai tempi il concetto di “popolo sardo”, sia il rapporto identitario del “popolo sardo” con l'insieme delle varietà linguistiche prese in considerazione. Rimane del tutto aperta la questione del rapporto con l'italiano, quanto meno sul piano funzionale ed educativo.

    Per poter scaricare ed esaminare od interrogare l'intero Piano, non diviso in files, ci vuole un computer abbastanza potente. Si può però incominciare dal comunicato stampa : ("Lunga estate": la Regione incentiva l'impresa turistica fuori stagione-Regione Autonoma della Sardegna).

  4. #24
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    mercoledì 17 ottobre 2007


    I tempi e gli obiettivi della politica
    tra forzature e scorciatoie
    nello sviluppo degli standard linguistici

    di Marinella Lőrinczi


    Questo articolo - che contiene alcuni riferimenti all'attualità politica in Sardegna - è stato scritto e inviato alla redazione prima delle votazioni per la scelta del segretario del Partito democratico.

    Nella prima metà dello scorso settembre si è svolto a Innsbruck il XXV Congresso internazionale di filologia e linguistica romanza. Per i romanisti è un incontro importante che si tiene ogni tre anni e che raccoglie centinaia di partecipanti di tutto il mondo. Tra le novità di questa volta era l'organizzazione di due sezioni aventi come tema la “costituzione della norma linguistica in area romanza” e la “lingua sarda”. Fatto su misura, si direbbe, sulle odierne problematiche linguistiche isolane. Proprio per questo sarebbe stato normale che chi intendeva abbandonare la condizione iuvenile del dopolavorismo dilettantesco in materia di normativizzazione del sardo, fosse assiduamente incollato ai banchi di entrambe le sezioni per imparare e per crescere.

    Ho speso 700 euro scarsi (tutto compreso eccetto i pasti) dai miei fondi di ricerca (ammontanti quest'anno alla ricca somma di 1.400 euro) per partecipare al congresso. Dai fondi ottenuti in base alla legge 482, con i quali Regione e Università hanno organizzato un convegno internazionale che inizierà il 18 ottobre sull'uso del sardo “comente limba giurìdicu amministrativa”, qualche migliaia di euro destinate all'aggiornamento di chi lo necessitava potevano essere stornate. Ma evidentemente tutti qui sanno il fatto loro e all'Università di Innsbruck era inutile andarci.

    Nelle comunicazioni lì proposte sono invece emersi aspetti interessanti dei processi di standardizzazione linguistica. Cosa dire, ad esempio, del caso friulano (che dopo quello catalano è l'altro modello che viene frequentemente illustrato in Sardegna), quando si viene a sapere che per ragioni di norme ortografiche contestate, l'amministrazione pubblica e la benemerita Societât Filologjiche Furlane (fondata nel lontano 1919) sono finite in tribunale, davanti al TAR, e che alla fine degli anni Ottanta erano in uso cinque sistemi ortografici, ridotti poi a uno - quello attualmente ufficiale - dopo lunghi dibattiti e trattative.

    Chi intendesse portare, quindi, il caso del friulano come esempio per quello sardo - come buon esempio, s'intende - aggiunga, per doverosa completezza d'informazione (altrimenti si dissimulano gli eventuali effetti collaterali, e questo non è “scientifico”) che uno standard moderno non si fa dall'oggi al domani (quelli con più tradizione ci hanno impiegato secoli) e che forse lo standard sardo lo vedranno i nostri figli, se accordo ci sarà in tal senso.

    Accordo tra chi e perché sussiste la duplice possibilità di raggiungerlo o meno? In questo punto possiamo innestare altre osservazioni, desunte dal processo di francesizzazione del piccardo medievale usato come lingua amministrativa (il piccardo è un idioma della Francia settentrionale, affine al francese, oggi ha lo statuto di “dialetto” settentrionale ma nel Medioevo ha lasciato importanti testimonianze scritte, aveva quindi un prestigio che successivamente ha perso). Nel processo non brevissimo che porta alla sostituzione del piccardo amministrativo e letterario con lo standard centralizzante francese, lo status sociale nonché la distanza spaziale del destinatario dell'atto amministrativo possono determinare la varietà di lingua utilizzata.

    Ciò succedeva anche nella Sardegna medievale: nella cancelleria giudicale arborense del XIV secolo si emanavano documenti scritti in latino, catalano, italiano o sardo a seconda del destinatario. I principi generali sottostanti sono il “rispetto verso l'interlocutore” e la “volontà di farsi capire” da quel determinato interlocutore, principi che non hanno applicazione obbligatoria, ma che vanno attuati quando si vuole/deve esprimere stima e spirito di collaborazione anche linguistica. Sottolineo che siamo nell'ambito della comunicazione scritta di carattere ufficiale.

    Trarre insegnamenti anche da situazioni medievali non è anacronistico per ragioni che dirò in seguito. È invece controproducente sbandierare modelli, anche se più recenti, sperimentati altrove e in condizioni sociali e politiche diverse, condizioni sulle quali si tende a glissare, per cui il modello viene presentato in forma epurata. Il modello catalano non tira più tanto in Sardegna da quando il valenzano viene ufficialmente presentato anche davanti all'Unione Europea come lingua a se stante. Il modello friulano ha i suoi lati oscuri, come abbiamo visto.

    Per la grande varietà dei processi di codificazione linguistica compiuti o in via di compimento, e a causa dell'incertezza sulla loro sorte, una teoria generale predittiva sullo sviluppo degli standard non è stata elaborata se non quella relativa allo stato-nazione che oramai, nell'Europa delle regioni (anche transfrontaliere), è in fase di superamento. Sono però stati messi a fuoco, sulla scia di noti lavori del norvegese Einar Haugen e di altri, alcuni principi generali desunti dai casi storici.

    L'elaborazione dello standard implica alcune costanti la cui sequenza può variare: la scelta di un dialetto a scapito degli altri (vedi sopra francese contro piccardo); la messa per iscritto di tale dialetto (ortografia ecc.); l'elaborazione del cosiddetto corpus (cioè dei lavori linguistici di riferimento: dizionari, glossari di neologismi, grammatiche, manuali ortografici e di retta pronuncia ecc.); il prestigio o lo status elevati di tale dialetto e dei suoi utenti (prestigio già esistente oppure raggiunto a mano a mano); il dominio di questa variante diventata o fatta diventare “alta” sulle altre rimaste o diventate “basse”; l'ingegneria linguistica (cioè l'adeguamento guidato dell'idioma a nuove funzioni come l'uso amministrativo o giuridico).

    Una volta constatata l'esistenza di questi principi e di qualche altro, previsioni di durata e di successo duraturo il linguista tecnico non ne può fare, mentre invece il politico militante può intraprendere la pianificazione linguistica del futuro con l'aiuto, non necessariamente dovuto, dei tecnici (linguisti, pedagogisti, giuristi ecc.). Per questo i risultati delle ricognizioni linguistiche sugli standard sono di tipo storico e non di tipo predittivo. A questo punto entrano infatti in campo le forze sociali che agevolano o ostacolano la formazione dello standard, in quanto è altrettanto fondamentale, anzi è cruciale, che esso, lo standard, venga accettato, assunto, fatto proprio, e non soltanto dai promotori. Questi ultimi possono avere, se ne hanno, prestigio, forza politica e fondi d'investimento. Dinai, per dirla volgarmente.

    Veniamo alla questione del rispetto dell'interlocutore che si vuole coinvolgere nella gestione della res publica linguistica. Questa tappa è purtroppo inevitabile (dico “purtroppo” dal punto di vista di chi invece vuole essere decisionista, impositivo, sbrigativo, fattivo e scattante). Non comprendo come sia pensabile che parlanti adulti competenti, consapevoli, dell'area campidanese, vengano esposti semplicemente, senza il permesso di replica da pari a pari, in nome di non meglio definiti sentimenti identitari o patriottici uniformi e immutabili (naturali, per così dire), sotto la copertura dello slogan circolante “l'unione fa la forza” (la forza di chi?; manca soltanto “tutti per uno e uno per tutti”), esposti, quindi, a documenti emanati, nel capoluogo del Campidano, in un idioma di tipo centrale-logudorese che così suona: «Referendum abrogativu. Bìndighi mìgia eletores o bator consìgios provintziales chi rapresentent nessi su chimbanta pro chentu de sa populatzione regionale podent rechèdere su referendum pro s'abrogatzione totale o partziale de una lege, de unu regulamentu o de un'atu de programmatzione o pianificatzione generale de sa Regione.»

    Come è quanto meno inelegante mettere in bocca al professor Lilliu, decano e maestro dell'archeologia sarda (e non “babbu mannu”), e buon parlante di campidanese come tutti sappiamo, «chèrgio incoragire su Presidente [Soru] a sighire in su caminu chi at printzipiadu» [riguardo alla promozione della lingua]. Lo stesso presidente Soru parla il campidanese, e non il sardo e basta. Con le forzature e le scortesie anticampidanesi, che nessuno ha il diritto e il prestigio per fare, l'accordo sullo standard sarà difficile. E nessuno può sostenere in buona fede che «bìndighi mìgia … o bator consìgios provintziales … su chimbanta pro chentu … podent rechèdere» è espressione di equidistanza linguistica. Infatti qualcuno a Cagliari si sta ribellando.

    E non si tratta nemmeno, non più secondo gli intenti manifesti, di un esercizio linguistico per vedere cos'è possibile fare. (Tra l'altro il quesito «può il sardo assolvere alle delicate e speciali necessità di una lingua tecnica giuridico-amministrativa?» che sta al centro del convegno del 18-19 ottobre, dal punto di vista del linguista è già ampiamente soddisfatto sia in base al principio dell'onnipotenza semantica: potenzialmente si può dire tutto in tutte le lingue, basta sviluppare socialmente le funzioni appropriate, sia dalla possibilità dei neologismi endogeni o esogeni; se non abbiamo ancora assimilato queste premesse teoriche, andiamo male; del resto nel Medioevo e anche in seguito alcune varietà sarde hanno abbondantemente assolto alle necessità di una lingua tecnica giuridico-amministrativa e lo sappiamo altrettanto abbondantemente.)

    Non si tratta di sperimentazioni, di tentativi (che, se vogliamo ancora essere “scientifici”, possono anche fallire o essere inficiati), ma di altro. Infatti, citando dalla home page della Regione, «il testo [della Statutaria] è stato tradotto nella lingua di identità storica [sardo? Limba Sarda Comuna? le altre varietà non sono storicamente identitarie?] della nostra isola e ufficializzato [da parte di chi? con quale atto formale e legale?] nel portale SardegnaCultura. Una traduzione non solo simbolica, ma piuttosto una ricodificazione che dà/tende a dare [la variazione, significativa, è propria del documento] dignità formale alla lingua amministrativa scelta dalla Regione.»

    Cioè, una “traduzione” sarebbe piuttosto un atto simbolico, mentre soltanto una “ricodificazione” neologistica conferirebbe dignità formale alla lingua del documento legale: infatti d'ora in poi parleremo non di traduzioni legali, legalizzate, giurate, ma di ricodificazioni e basta, in quanto queste ultime sarebbero garanti di e per se stesse. Ciò che manca nel testo sopracitato è «[alla lingua amministrativa scelta] sperimentalmente [dalla Regione]». Questo a proposito dell'annuncio del referendum. L'esistenza di una fase sperimentale non ancora conclusasi viene ricordata nella presentazione del summenzionato convegno, che ovviamente ha un pubblico molto più ridotto e diversamente attento: «È corretto l'uso sperimentale che se ne fa nella pubblica amministrazione dell'isola?». Risposta di chi scrive: sulla base di quanto detto sopra, non troppo.

    Perché questa forzatura delle cose e questi equilibrismi di parole dell'ultima ora? Si scorge un cocktail abbastanza indigesto i cui ingredienti sono referendum statutario, elezioni per il PD, posizione del presidente Renato Soru e questione della lingua. «Renato Soru incàsciat s'ammiru e s'aprètziu de duos intelletuales de su movimentu linguìsticu natzionàlitariu. In antis Giuanne Lilliu chi firmat su manifestu pro defensare sa Lege Istatutària e como Bachis Bandinu chi sutalìneat chi Soru at cumpresu bene chi s'identidade e sa limba sunt pretziosas pro s'economia. In custas dies chi podent èssere detzisivas pro su benidore de su guvernu suo (ca depet colare sas primàrias de su Partidu Democràticu e su Referendum contras a s'istatutària sua [di chi? di Soru?]), su primu Presidente de sa Regione chi at impreadu sa limba sarda [il campidanese, però] in pùblicu, otenet si non s'apògiu semper e cando su reconnoschimentu de su chi at fatu finas a como pro sa cultura natzionale de sa Sardigna.» (“DiariuLimba”, 8.10.2007, firmato?, Sotziu Limba Sarda - Associazione per la Lingua Sarda con linkaggio a www.altravoce.net/2007/09/25/morsa.html).

    Come per dire, parrebbe, chi è per Soru è per la limba (e la cultura), chi è per la limba è per la Statutaria, chi è per il PD è per la Statutaria e tutte le altre combinazioni binomiali possibili. Ma che razza di confusione ideologica … fatta ad arte.

    Da convegno siamo partiti e con convegno chiudiamo. Al convegno del 18 e 19 ottobre (che si terrà all'Hotel Regina Margherita a Cagliari), stando ai titoli degli interventi presenti nel programma, la maggioranza, sardi e non sardi, parlerà in sardo regionale (cioè della Regione). Altre lingue presenti: inglese, catalano, aranese, ladino. Manca come invitato Diego Corraine, senza la cui lunga attività pionieristica la LSC e i suoi sostenitori non esisterebbero. Si parlerà, nel momento conclusivo del convegno, di un argomento di grande importanza, complessità e costosità: l'informatizzazione in lingua minoritaria delle istituzioni, cioè dell'amministrazione e della scuola.



    http://www.altravoce.net/2007/10/31/sardo.html

  5. #25
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    mercoledì 31 ottobre 2007


    Passioni e rivoluzioni attorno al sardo
    Ma le forzature e la fretta
    sono causa di esclusione e discriminazione

    di Marinella Lőrinczi


    Il 18-19 ottobre scorso si è tenuto a Cagliari un convegno scientifico internazionale, organizzato congiuntamente dagli Atenei sardi e dalla Regione, sull'uso del sardo, ma per dirla bene, sull'uso della Limba sarda comuna «comente limba giurìdicu-amministrativa». Il giorno dopo, sabato di pomeriggio, “atobiu mannu” e partecipato, con un uditorio altrettanto numeroso se non di più, e senza obbligo di firma, nel Comune di Masullas, sindaco presente, per la valorizzazione di tutte le parlate della Sardegna, a partire, chiaramente, dal campidanese-masullese (immortalato dall'anonima e celeberrima Scomuniga ottocentesca de Predi Antiogu arrettori de Masuddas).

    La settimana successiva mi è capitato di essere presidente di una seduta di laurea, alla Facoltà di Lingue, durante la quale è stata presentata una tesi sugli usi linguistici infantili nel comune di Scano in Montiferro. Un condensato dunque di eventi - collegati a questioni ed atmosfere di emancipazione del sardo - a forte impatto potenziale od effettivo, anche emotivo, soprattutto se considerati insieme con le recenti iniziative della scuola cagliaritana “Randaccio” a favore del cagliaritano e del consiglio comunale di Sinnai a favore del sinnaese. E con altre più o meno recenti.

    Ogni componente del fenomeno ha una sua rilevanza particolare. È anzitutto evidente che c'è una accelerazione, un aumento delle iniziative a favore del sardo, a tutti i livelli, iniziative che nel loro insieme sono senz'altro positive e promettenti. Ma per prudenza non andrebbero indicate, assecondando le parole entusiastiche dell'assessore alla cultura Maria Antonietta Mongiu, come gli inizi di una «rivoluzione copernicana». Se quest'ultima metafora, adattata al caso Sardegna, significasse spostamento da un assetto italocentrico ad un assetto sardocentrico della situazione linguistica della Sardegna, il successo del processo andrebbe comunque valutato in itinere e a posteriori, poiché le previsioni potrebbero non avverarsi o portare addirittura al fallimento, se gli interventi politici sono poi fatti con mano pesante, come avviene già adesso. Un direttivo politico diverso potrebbe persino adottare linee di condotta differenti se non contrarie.

    Quanto alle esperienze del passato, usarle come modelli illustri per il presente è improprio e storicamente sbagliato, poiché gli usi ufficiali medievali del sardo si situano al culmine di un processo le cui fasi iniziali non conosciamo. Mentre ora viviamo e conosciamo le fasi iniziali di una eventuale koinéizzazione, di una eventuale e problematica formazione di una lingua unitaria, e non ne possiamo prevedere il futuro. Comunque sia, osservatori esterni raccomandano ai politici interessati e agli operatori linguistici mosse ed atteggiamenti soft, carezzevoli, cauti, insomma non impattanti sulla masse dei parlanti con usi linguistici consolidati. Forse queste raccomandazioni, che non sono mai inutili e troppe, arrivano in Sardegna un po' in ritardo, dal momento che stiamo giungendo alla logica della discriminazione, proposta con la massima tranquillità o ingenuità, a seconda dei casi. E le reazioni non sono soltanto risentite o vivaci ma possono assumere toni isterici persino durante gli incontri tra specialisti. Proprio per questo è opportuno evitare i commenti a caldo.
    Il summenzionato convegno sui moderni usi giuridici e amministrativi della lingua sarda è stato presentato come un incontro scientifico. Gli incontri scientifici hanno un protocollo preciso e collaudato per garantire pari opportunità e svolgimento ordinato. Le autorità sono presenti all'ora prestabilita e se questo è reso impossibile da contrattempi istituzionali, l'evento ha comunque inizio per rispetto verso il pubblico e verso i relatori, e non con un'ora buona di ritardo. I tempi di ciascun intervento vanno dunque rispettati.

    I nomi di ciascuno vanno ugualmente rispettati, per cui un invitato di nome, mettiamo, Jack White non diventa Giacomo Bianco o Jaccu Biancu/Arbu, e Carla (Marcato, professore all'Università di Udine) non dovrebbe diventare Càrula. Nel programma di un incontro scientifico, il titolo di ciascun contributo va enunciato nella lingua scelta dal relatore (e poi eventualmente tradotto), a meno che non ci siano limitazioni nelle lingue d'uso previste dal comitato scientifico. Non si tratta di pignolerie pseudofilologiche. Anche queste regole, che non sono sempre e soltanto di buona creanza o consuetudinarie, sono in parte prescritte da norme giuridico-amministrative: il nome di ciascuno, in situazioni serie e formali, va usato così come registrato negli atti anagrafici.

    Ma, evidentemente, alla Regione ci si sta soltanto vezzosamente esibendo davanti all'Europa con l'uso di una koiné sarda pseudoufficiale. Con la stessa stessa disinvoltura e serietà l'ufficio stampa della Regione aveva comunicato, a maggio, che a Paulilàtino si sarebbe fatta la presentazione dell'indagine “Limba sarda comuna. Una ricerca sociolinguistica” che invece s'intitola “Le lingue dei sardi. Ecc.”. Le norme bibliografiche prescrivono l'obbligo di riportare il titolo originario di un lavoro scientifico o creativo. Se è questo che insegniamo ai nostri studenti, come mai la regola dell'esatta citazione non deve valere per l'Ufficio stampa della Regione? Perché, appunto, si gioca alla lingua sarda giuridica oppure perché si vuole ciurlare nel manico attraverso forzature, dando per acquisito e ufficiale ciò che acquisito e ufficiale non è (ancora).

    Nessuna delle due risposte è esaltante, tanto meno se poi veniamo a sapere che nel punteggio per gli avanzamenti di carriera, interni alla Regione, si incomincia a computare anche le conoscenze linguistiche (di Lingua sarda comune?), secondo norme e con commissioni valutative non meglio pubblicizzate. Se fosse vero, questa è l'anticamera del famigerato patentino linguistico degli impiegati pubblici, rispetto al quale ci saranno persone preposte o autopreposte a decretare chi parla bene o male il sardo (ovviamente quello Comune, per come stanno le cose).

    Il personale della Regione costituiva, infatti, la maggioranza (precettata?) del pubblico al convegno sugli usi giuridici. Venivano prese le firme di presenza. I relatori avranno per lo più riassunto o ripreso argomenti già trattati durante un precedente corso regionale di addestramento all'uso della Lingua sarda comune, e i corsisti, impiegati e funzionari, si trovavano in sala per ricevere gli ultimi insegnamenti o le ultime informazioni. Non convegno scientifico, dunque, ma corso o conclusione di corso. Tanto valeva farlo nei locali della Regione, risparmiando anche sull'affitto della sala e sui gadget (ossia accessori di propaganda) tipici dei convegni: zainetti, portadocumenti, blocchi per appunti, voci di spesa che la legge 482 permette.

    Ho appreso che c'è stato anche un dibattito alla fine della seconda giornata, ma me n'ero andata prima, quasi in chiusura, poiché i relatori esterni e stranieri erano già comunque quasi tutti partiti e un dibattito affrettato in quelle condizioni (prereferendarie, per di più) non aveva molto senso, se non per poi dire e scrivere che c'è stato dibattito, dunque posizioni diverse, dunque democrazia. Sarebbe invece valsa la pena di commentare per lo meno due dei temi trattati, che hanno attinenza con il sentimento di discriminazione che molti Sardi provano dinanzi alla Lingua sarda comune e alla sua gestione.

    Si sentono discriminati e temono l'emarginazione, immagino, gli italofoni sardi adulti professionisti, per i quali l'italiano è lingua dominante al 90% come minimo se non al 99%. Possiamo affermare, per la maggiore gioia di chi era già raggiante per le numerose autoattestazioni di conoscenza del sardo rilevate nell'inchiesta Oppo (Le lingue dei sardi), che chi vive in Sardegna da più anni ha necessariamente una minima competenza attiva del sardo; questo vale anche per gli immigrati intellettuali e non intellettuali, ma soprattutto per questi ultimi: sanno spiccicare o intercalare qualche frase in sardo. Così i bambini delle città; anche se succede, al limite, come è successo qualche settimana addietro, che un ragazzino torni felice da scuola vantandosi: «Mamma, so parlare il sardo.» «E cioè?» «A sa facci tua.» «E cosa significa, secondo te?» «Vacci tu.»

    Che cosa illustra quest'aneddoto? Numerosi sono gli intellettuali sardi, nati e soprattutto cresciuti in città, per i quali il sardo è un idioma di tipo gergale-confidenziale imparato ed usato con i coetanei, nei giochi e a scuola (come sta capitando a quel bambino). Questi intellettuali sanno il sardo, ma come lingua d'antan, come lingua coesiva di gruppi/bande giovanili che poi viene abbandonata, lasciata sopita, messa in stand-by ossia sleep mode, fenomeno ben studiato d'altronde.

    Questa categoria di italo(-sardo)parlanti adulti, importante professionalmente, non è nemmeno intervistabile direttamente, a mio avviso, sulla questione dell'emancipazione del sardo, perché si mettono subito in guardia. Fanno i puristi riguardo al sardo, cercano il pelo nell'uovo rispetto a questi primi tentativi di traduzioni di documenti ufficiali dall'italiano in sardo. Forse non sanno che ogni tradizione scrittoria o traduttoria ha inizi difficili ed esitanti (la storia delle traduzione bibliche è più che istruttiva: è esemplare); che le equivalenze terminologiche vanno create; che gli xenismi, i forestierismi (che però spesso sono internazionalismi e non solo italianismi) sono inevitabili a meno che non si ricorra ad arcaismi (potremmo dire, perché no, Rennu o Logu Sardu anziché Regioni, Regione Sarda ecc.); che si deve tradurre e ritradurre per imparare a tradurre.

    Se si sta cercando di creare una nuova lingua, o, meglio, nuovi stili di lingua adatti a nuovi argomenti e circostanze, alla modernità anzitutto, il primo risultato inevitabile è una lingua piena di italianismi anche nella sintassi, percepita, come è normale che sia, aliena e brutta finché non ci si fa l'abitudine e/o finché non si affinano i mezzi linguistici interni. Proprio per questo, nonché per creare la necessaria assuefazione, il pianificatore dovrebbe muoversi con circospezione, senza impartire lezioni ma soltanto proponendo.

    Ma alla Regione si rendono pubblici nel sito i primi vagiti di traduzione, validati da chi?, e si insegnano pure come modelli. E gli italofoni colti sbuffano sdegnati, mentre contemporaneamente sappiamo, per esperienza e attraverso la ricerca, che il sardo sta sviluppando comunque e da tempo, per adeguamento pragmatico spontaneo, varianti sempre più italianizzate anche se si tratta di varianti a basso prestigio e non ad alto prestigio come dovrebbe essere una lingua ufficiale. Dunque, dov'è il problema? Il problema non è il sardo, non è il problema tecnico degli italianismi sì o degli italianismi no, ma il sentimento di emarginazione da tale processo, che rende aggressivi. Vanno anche loro compresi: l'italofonia non è un delitto antipatriottico.

    C'è un altro aneddoto a questo proposito. In un altro incontro simile dell'anno scorso (al Lazzaretto di Sant'Elia) un giovane sotto la trentina ha dichiarato che a lui il sardo non lo avevano insegnato, parlava perciò solo l'italiano e non si sentiva per niente colonizzato. Un signore anziano l'ha rimproverato per questo, parlando in sardo, senza però rendersi conto che era la sua generazione che aveva peccato, se vogliamo metterla in questi termini, di mancata trasmissione del sardo ai giovani. I figli pagano per i torti commessi dai padri? Voler usare o preferire l'italiano è un delitto antipatriottico? Perché il principio della polinomia linguistica, includente l'italiano, non può essere adottato?

    Un'altra discriminazione si sta inoltre compiendo ai danni di quei parlanti che non usano le varianti centro-logudoresi. Qui la plurisecolare teoria accademica, che ho da sempre percepita come perniciosa, sulla superiorità del sardo-logudorese o del sardo-nuorese, propagandata a generazioni di studenti, sta dando i suoi frutti più vischiosi. Sia il progetto della Lingua sarda unificata, sia il progetto della Lingua sarda comune discendono da tali teorizzazioni, a loro volta sorrette da luoghi comuni culturali di antica data che situano nelle aree centrali e montuose della Sardegna il prototipo della sardità intatta, inglobante anche analoghe caratteristiche linguistiche.

    «Prescegliamo il dialetto del Logodoro, ch'è il più primigenio, più chiaro, e più puro che l'altro, del Capo di Cagliari.» Questo non è stato scritto adesso, ma nel Settecento, da Matteo Madao, e riecheggia ancora puntualmente nelle premesse sia della LSU sia della LSC. Oggi si direbbe più in generale (non cito la fonte): «La montagna, più che la pianura, rappresenta infatti un luogo privilegiato, nel quale si osserva come il radicamento e il mantenimento della tradizioni linguistiche e culturali, rientrino all'interno di reti relazionali che si sviluppano dentro allo stesso ambiente geografico.» Non so cosa ne penserebbero i Mongoli, pastori nomadi per tradizione, in un ambiente di steppa, o gli abitanti degli altopiani. Avranno problemi esistenziali tremendi: siamo montagna o siamo pianura?

    Le varianti sarde che hanno limba (e non lingua) sarebbero perciò più identitarie. È scritto a chiare lettere. Altrettanto chiaramente è stato enunciato nel convegno, con semplicità, che scrivere in un modo e leggere in modi diversi sta nella natura delle cose linguistiche-grafiche: vedi il cinese. E allora perché non scrivere tutti chelu, ad esempio, che a seconda dei sistemi fonetici locali potrà essere pronunciato kelu oppure celu; in fondo il digramma, cioè l'insieme di lettere <ch> ha in italiano il valore fonetico di Casa e in spagnolo il valore di CHocolate. Semplice, no?

    I Campidanesi imparerebbero in fretta, con un po' di buona volontà, che abe sta per abi, abes sta per abis, domo sta per domu, iscola sta per scola, pische, pronunciato alla tedesca, sta per pisci, cantare sta per cantai, cantadu sta per cantau, ruju sta per arrubiu. Non si è osato dire che sos, sas stanno ovviamente per is; sarebbe stato troppo. Né si è giustificato perché i Campidanesi, maggioritari, dovrebbero fare tale sforzo, con la Regione che ha la sua sede a Cagliari. L'abate Madao, che ha lavorato anche in altre direzioni assai più meritorie, non è stato scomodato come testimonial.

    Indignati, quindi, i Campidanesi a Masullas, indipendentemente da quanto raccontato sopra. Bella locandina, pubblico folto, tutti attenti per oltre tre ore di fila senza pausa, discorsi vivaci, numerosi e variegati sia in sardo sia in italiano. Atmosfera ravvivata da alcune esibizioni artistiche di launeddas e di chitarra e da improvvisazioni elaborate a s'arrepentina. È stato tra le altre cose contestato, sul piano storico e sul piano della prassi, ciò che compare purtroppo ancora in tesi di dottorato o di laurea (come quella a cui ho assistito come commissaria): che è il logudorese ad essere stato usato maggiormente per finalità creative, artistiche. Se è vero, com'è senz'altro vero ciò che sostiene lo studioso francese Louis-Jean Calvet, noto per i suoi studi di ecologia linguistica, secondo cui gli idiomi non sono uguali tra di loro, e che la disuguaglianza può generare situazioni di conflitto ma è anche un principio organizzatore, è altrettante vero - prosegue lo studioso - che la situazione ecolinguistica, dei rapporti reciproci tra le lingue, può cambiare sotto le spinte sociali. A maggior ragione se il disequilibrio è un costrutto, una invenzione, una favola, senza corrispondenza effettiva nella realtà.

  6. #26
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    Po imoi apu acabau, ca mi seu stracau.
    Ma sa documentatzioni e is articulus ant a sighì...

  7. #27
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    Vale la pena riportare quanto scriveva Ugo Dessy, a proposito del bilinguismo, dedicando un capitoletto in questa sua pubblicazione:


    Quali banditi? 1977 – 1983
    Controinchiesta sulla società sarda
    volume III
    con indice analitico dei voll. I° II° e III°
    Bertani editore – Verona 1984




    Cap. V


    LA QUESTIONE DEL BILINGUISMO


    Il primo atto politico di un certo rilievo per l'affermazione del bilinguismo è del 16 gennaio 1978, con l'inizio della raccolta delle firme per la presentazione di una legge regionale.
    L'iniziativa è preceduta da un lungo e pesante dibattito sui concetti di colonia, di nazione, di cultura - che si trascinava da anni ed è riesploso con vivacità in questi ultimi anni con la scoperta dei radicali dell'art. 6 della Costituzione.
    Le linee ideologico-politiche del dibattito sono contradditorie, spesso tra loro inconciliabili. Si configura infatti un "fronte anticolonialista" composito e disarticolato, che ha come base comune una idealistica difesa dei valori culturali del popolo sardo.
    All'interno di questo "fronte" si distinguono diverse componenti:
    1) Componente borghese, di intellettuali e politici su posizioni riformistiche. Gli intellettuali, epigoni del più gretto provincialismo, disquisiscono finemente nella terza pagina dell'Unione, alla ricerca di una effimera notorietà. I politici, che si collocano sia nella DC che nel PSDAZ, intendono la scelta "sardista" come strumentale ed elettoralistica.
    2) Componente sardista dissidente (i cosiddetti indipendentisti) che tende a raccogliere l'eredità del primo partito sardo d'azione come movimento di liberazione popolare prettamente contadino, "non contaminato - come specificava Emilio Lussu - dal marxismo, né dai movimenti culturali sorti in Italia nel dopoguerra, ivi compresa Rivoluzione liberale di Gobetti - e neppure da Gramsci".
    3) Componente marxista-leninista (stalinista). Ho aggiunto tra parentesi il terzo termine per il frequente ricorrere nel suo interno alle opinioni di Stalin a sostegno dell'asserita o dubitata esistenza di una "nazionalità" sarda.
    4) Componente radicale. Bisogna dare atto ai radicali di aver riproposto in chiave concreta, di attuazione, l'art. 6 della Costituzione, ingrossando il loro "pacchetto" di principi nella lotta per i diritti civili.
    5) Componente che fa capo a Democrazia Proletaria che ha capito di poter esistere in Sardegna soltanto in chiave sardista. Ma se la scelta di cavalcare l'idea di una nazionalità sarda può apparire squisitamente politica, bisogna dire che i suoi dirigenti sono sinceramente e autenticamente legati alle esigenze di liberazione e di crescita culturale del popolo sardo.
    6) Componente che fa capo a Nazione sarda, una rivista che per altro ha vissuto stentatamente senza raccogliere consensi popolari. Si tratta di un gruppo di intellettuali radicati nella cultura sarda, che se uscissero da certi velleitarismi accademici, potrebbero meglio animare il movimento anticolonialista.
    7) Componente denominata SARDINNA E LIBERTADE, che si dichiara l'unica autentica rappresentante delle istanze indipendentiste del popolo sardo. Parlerò più avanti di SARDINNA LIBERTADE in relazione al tentativo in atto di criminalizzare gli uomini di punta del movimento politico culturale per l'indipendenza della Sardegna.
    Tutte le componenti di questo eterogeneo fronte sardista (a cui si è aggiunto di recente il PSDAZ convertitosi all'indipendentismo) sono d'accordo su un punto: l'introduzione del bilinguismo con il riconoscimento legale della lingua sarda.
    Personalmente non credo che sia questo il punto su cui i Sardi devono battersi unitariamente. Il riconoscimento (legalizzazione) da parte dello stato italiano (fatta l'ipotesi che venga concesso) significa l'istituzionalizzazione della attuale posizione subalterna della lingua sarda; significa la modificazione della lingua del popolo in lingua ufficiale, di potere: una modificazione che la corromperebbe vuotandola di tutti i contenuti rivoluzionari che le sono propri in quanto patrimonio di un popolo oppresso. La lingua sarda, inserita come appendice ripetitiva e folclorica della lingua italiana nelle istituzioni del sistema (parlamento regionale, scuola, partiti,
    municipi, tribunali, burocrazia in generale) non modificherebbe la sostanza e i fini oppressivi e violenti di quelle stesse istituzioni, ma ne diverrebbe essa stessa complice. Il popolo - che oggi questa lingua parla esprimendo la propria autenticità - finirebbe per rifiutare la sua stessa lingua diventata espressione di un potere che aborre. In verità, così come sono contrapposte e inconciliabili la realtà dell'oppresso e quella dell'oppressore, anche le loro lingue, le loro culture, i loro fini sono contrapposti e inconciliabili. In parole semplici: che differenza fa per il contadino, per il pastore essere sfruttato da un potere che si esprime in lingua sarda anziché in lingua italiana o in tutte due le lingue insieme?
    Riappropriarci della nostra lingua e della nostra cultura deve significare riappropriarci della nostra terra, del nostro patrimonio naturale, delle nostre strutture economiche, dei nostri istituti sociali, in una parola della libertà di essere ciò che siamo e ciò che vogliamo essere.
    Ma non basta che si voglia imporre con la legge, istituzionalizzandogliela, la propria lingua ai Sardi. Ora gli si vuole imporre anche l'uso corretto della grafia di questa stessa lingua.
    Con tutto il rispetto dovuto allo spirito di iniziativa della Giunta regionale, l'idea di voler affidare a una équipe di esperti la stesura di una sorta di mappa delle diverse grafie del sardo, da cui ricavare la lingua unica corretta, ricorda Concili di altri tempi, con esperti teologici chiamati a dissertare e a decidere sulla forma più ortodossa della tonsura. "E se alcuno dirà non essere la scrittura della Lingua Unificata per volontà della Autorità Costituita l'unica graficamente corretta e l'unica legittima espressione pubblicamente consentita, SIA SCOMUNICATO" - sarà questa la sostanza finale dell'operazione; giusta la formula rituale conciliare, ripetuta a conclusione di ogni affermazione di ortodossia.
    E' probabile, con i tempi di marasma che corrono, che il gruppetto di esperti linguistici, chiamati dalla Giunta regionale a dare vita a una "costituente" della "unificazione delle lingue sarde scritte", non si rendano conto della enormità di una simile impresa.
    Il fatto è che esiste una lingua sarda parlata, articolata in diverse varianti, che è viva - finché vivrà un popolo sardo. Ed è anche vero che, per diverse ragioni, non esiste consolidata nell'uso una lingua sarda scritta - se non, finora, come tentativo inautentico, direi politico-folclorico, di espressione poetica, letteraria e giornalistica.
    La corretta grafia di una lingua non può essere inventata a tavolino: una lingua parlata diventa scritta quando la si scrive. Quando nella sua crescita culturale il popolo sardo maturerà l'esigenza di esprimere per iscritto idee e sentimenti, allora nascerà ed emergerà un modello di lingua scritta - cui, chi vorrà, potrà rifarsi; poiché il principio di libertà di espressione riferito ai contenuti si estende anche alla forma e ai mezzi.
    Mi sembra semmai corretto stimolare, anche incentivandola - come da qualche parte si sta già facendo - una produzione letteraria e pubblicistica in lingua sarda, campidanese o logudorese, con o senza kappa. (Anche se sono contrario alle "incentivazioni" dall'alto della crescita umana, che producono sempre effetti snaturanti - tal quale l'uso degli estrogeni nello sviluppo dei polli da allevamento).
    Forse c'è ancora chi in buona fede non si rende conto che una cosa è la lingua parlata dal popolo, che sacrifica la vita lavorando, e ben altra cosa è la lingua "sarda" parlata o scritta dalla borghesia compradora - politica, intellettuale o mercantile che sia – che la utilizza per farsi bella (e sardista) agli occhi della gente sarda e ottenere consensi nella loro arrampicata al potere. Questi signori, che si sono scoperti oggi, in età di climaterio, la vocazione anti-colonialista e nazionalitaria, che si arrabattano a parlare e a scrivere in una lingua che non è la loro, che vivono in lussuose ville e storcono il naso all'odore di un ovile, questi signori, in qualunque idioma si esprimano, parlano sempre la stessa lingua: la lingua del potere.
    E dunque, l'operazione promossa dalla Giunta non ha lo scopo di unificare nella grafica le diverse parlate popolari, ma di modificare e legalizzare la lingua del popolo per asservirla, correlarla, alla lingua del potere.
    I potenti di ieri, gli "Unti del Signore", frastornavano e truffavano le plebi prostrate dallo sfruttamento, dalla fame, dalle epidemie, fanatizzandole, deviandone la carica di rivolta con Sante Crociate e Cacce alle Streghe e agli Untori. E quando le plebi avevano l'elementare coscienza di lamentarsi, essi, i potenti, tuonavano scandalizzati: "Ma come? Non abbiamo ancora risolto il problema dell'esistenza di Dio, e voi volete mangiare?!".
    Così oggi. Alla gente sarda, travagliata come non mai da una crisi economica senza sbocchi, afflitta dalla selvaggia rapina del suo patrimonio, devastata desertificata la sua terra da militari, petrolieri, siccità, incendi e allucinanti morbi radioattivi, alla gente sarda, oggi, i potenti ripetono la solfa di sempre; "Ma come?
    Non abbiamo ancora risolto il problema della Unificazione grafica di tutte le parlate sarde, e voi volete l'indipendenza?".

  8. #28
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  9. #29
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    Da un articolo di Daniela Pinna sull’Unione sarda del 16 aprile 2014 “Lingua. Giovani professionisti crescono. In tv o in Rete il futuro è qui. E parla sardo”, tratto dal link Lingua Giovani professionisti crescono In tv o in Rete il futuro è qui E parla sardo - Rassegna Stampa - Comune Cagliari News, emerge il profilo biografico di due brillanti giovani sardo/tedesche, laureate in Filologia in due Università germaniche: Alexandra Porcu e Carolina Bacciu.

    Di Alexandra si possono apprezzare i suoi interventi/note nel suo profilo facebook, che sono stato autorizzato a richiamare ed eventualmente postare per intero:
    La Muppet-Show del Sardo
    24 luglio 2011
    https://www.facebook.com/notes/alexa...50265172826988

    Perché il Sardo è una Lingua
    4 agosto 2012
    https://www.facebook.com/notes/alexa...51819434706988

    LA VERITÀ SULLA LIMBA SARDA COMUNA (LSC)
    20 dicembre 2012
    https://www.facebook.com/notes/alexa...52039804636988

    Il Fascismo del Gruppo Facebook: "Comitadu pro sa Limba Sarda"!
    25 dicembre 2012
    https://www.facebook.com/notes/alexa...52048381141988

    La Limba Sarda Comuna, l’Ufficio della Lingua Sarda e Giuseppe Corongiu
    8 gennaio 2014 ·
    https://www.facebook.com/notes/alexa...52852150671988


    Molti altri interessanti articoli e riflessioni si trovano sul suo blog personale:
    https://alexandrarrexinisarrexonus.wordpress.com/


    Altri interventi in rete:

    Is partidus idipendentistas e sa politica linguistica in Sardinnia
    Editoriali - Alexandra Porcu
    Venerdì 26 Luglio 2013 00:05
    Is partidus idipendentistas e sa politica linguistica in Sardinnia

    La "Questione della lingua sarda" esiste, ma serve più tempo. E la fiducia nasce dal reciproco riconoscimento.
    Editoriali - Alexandra Porcu
    Domenica 10 Agosto 2014 20:47
    La "Questione della lingua sarda" esiste, ma serve più tempo. E la fiducia nasce dal reciproco riconoscimento.

  10. #30
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    Predefinito Re: Interraus sa LSC.

    Il seguente post è stato scritto oggi dal prof. Gigi Sanna nella sua pagina facebook.
    Ho voluto evidenziare in rosso un passaggio significativo e determinante, che comprende la nota 11.


    https://www.facebook.com/gigi.sanna....09397735473882


    LINGUA SARDA: FASCISMO E SEMINARIO DI CUGLIERI. LA ‘CATASTROFE’ ANTROPOLOGICA DEL SARDO
    di G. Sanna

    Sabato scorso alla Conferenza sulla ‘prosa’ in lingua sarda ho fatto vedere con dati scientifici alla mano (1), e cioè con la documentazione, che un colpo quasi mortale fu inferto, tra gli anni trenta e quaranta, alla lingua dei Sardi, con due operazioni che, anche se non combinate, si diedero una mano per raggiungere ‘a bolla o a marolla’ (2) l’obiettivo.
    Fu infatti l’avvento del fascismo degli anni venti/trenta con la sua ideologia integralista della nazione e della patria unica e pressoché nello stesso periodo la fondazione del Seminario teologico di Cuglieri che ‘tagliarono’ con cosciente programmazione e determinazione l’elemento base e fondante dell’identità. Poi arrivò il giacobinismo della scuola ‘antropologica’ (politica) della seconda metà del Novecento con i suoi ‘miti al contrario’ (le bufale storiche) a tentare il completamento del successo in una guerra linguistica e psicologica ad ami impari (3) che aveva lasciato quasi solo macerie Ma quest’ultima è una storia sull’antisardismo, tutta da scrivere, non trattata nella Conferenza, che abbiamo lasciato alle successive Conferenze degli anni a venire, quelle annunciate che organizzerà il Comune di Assolo (4).
    Sulla energia con la quale il fascismo cercò di sradicare la lingua dei Sardi, persino giudicando obsoleta ed inutile la poesia, tutti sanno (o in molti dovrebbero sapere). E’ notissima nella storia della lingua e della letteratura in Sardegna la polemica che ci fu in quegli anni tra il fascista Anchisi e il nostro Antioco Casula (Montanaru), l’uno detrattore quasi fino al disprezzo della ‘poesia’ sarda e l’altro difensore, soprattutto con l’esempio dei suoi versi dell’espressione unica ed originale letteraria sarda. Tanto difensore che mentre in Italia ci si affannava, attraverso il dibattito teorico ‘poesia’ e ‘non poesia’ del filosofo Croce e dei suoi antagonisti (tra questi il sardo Gramsci), a dare una definizione di ‘poesia’, il poeta di Desulo sornionamente e con garbo insuperabile così entrava, in lingua sarda, nel detto dibattito: It’est sa Poesia? Esta sa lontana/ bella immagine bida e non toccada/ unu vanu disizu, una mirada/ unu raggiu ‘e sole in sa ventana/ Sas armonias de una serenada/ o sa ‘oghe penosa e disperada de su ‘entu / tirende a tramontana […] It’est sa poesia? Sa poesia est totu / si nos animat cudd’impetu sinceru / e nos faghet cun s’anima cantare.
    Si era lontani ancora dal tentare di valorizzare, come accadde dagli anni Ottanta in poi del Novecento, anche la prosa in lingua sarda ma la nascita ( dei racconti e dei romanzi di oggi) e la crescita di questa va ricercata nella resistenza del poeta sardo che fece vedere con le ‘cose’ la qualità dell’espressione, anche storica e non solo del suo periodo, del sardo in tutte le sue varianti.
    Sulla prosa letteraria in lingua sarda si hanno idee sbagliate e confuse sulla sua esistenza storica. Mi è capitato più di una volta di polemizzare con studiosi della letteratura della Sardegna che hanno negato o taciuto sulla sua consistenza quando invece, lasciando da parte la ‘prosa alta letteraria formale’ del Carta del logu), dal Concilio Tridentino in poi si diede inizio alla creazione di un vero e proprio genere formale prosastico e cioè alla predica recitata e scritta in ‘vulgari sermone’ (5) , si può dire, in ogni angolo della Sardegna. Una prosa che, in pochissimo tempo crebbe tanto da essere ‘normata’ da rigide regole che praticamente furono del tutto ‘codificate’ con il Consiglio plenario provinciale del 1606, indetto dal Vescovo Bacallar. In questo venne sancita la forma della prosa in sardo, prima ovviamente da scriversi e poi da recitarsi (6) . Si noti questo canone (7) delle deliberazioni : Caveant concionatores ne ostendendae doctrinae causa difficiles admodum atque inanes quaestiones exagitent et a jocosis et ridiculis verbis prorsus abstineant (Si guardino i concionatori, mossi dall’intento di ostentare la loro dottrina e la loro eloquenza, dal trattare argomenti troppo difficili e senza utilità pratica; e si astengano del tutto dall’uso di un lessico scherzoso e che susciti la risata).
    La prosa della predica in lingua sarda (vulgaris sermo) viene così disciplinata: argomenti semplici, recitati in modo semplice ma in modo ‘gravis’, sempre serio. Naturalmente questa fu la traccia ma chiunque legge una predica in sardo del Seicento (5), del Settecento, dell’Ottocento e della prima metà del Novecento si rende subito conto che i predicatori cercarono sempre di rendere la forma espressiva e/o molto espressiva trattandola ‘letterariamente’, cioè con tutti gli espedienti tipici della prosa oratoria del passato (latina e greca) e del presente, anche sulla base di ‘exempla’ castigliani (spagnoli) e italiani. E leggendo alcune prediche del famosissimo Pietro Casu di Berchidda ci si rende conto che, con il garbo e l’opportunità, qualche volta anche il ‘riso’ degli ‘iscurtantis’ poteva essere provocato, soprattutto se esso aveva il fine di allontanare il peccatore dal peccato. Nell’Ottocento sorse in Oristano, per merito dell’Arcivescovo di Oristano, Antoni (7) Soggiu una vera e propria scuola di produzione di prediche e di recitazione con tanto di manuale (8) che, anche se indirizzato ai seminaristi del Seminario Tridentino di Oristano, in realtà era esteso a tutti i Seminari della Sardegna (9).
    Questa prosa, ignorata dagli studiosi, sardi e non, praticamente sino alla nostra pubblicazione sulla letteratura sarda alla fine del secolo scorso (10), ebbe quindi una vita lunghissima (quasi quattro secoli!) e fu abbondantissima. Le nostre ricerche, solo per le Diocesi di Oristano, Ales e Terralba, hanno permesso di individuare una produzione manoscritta (ma qualche volta anche data alle stampe) di oltre seicento prediche in lingua ‘campidanese’ (il più dei casi) e in lingua ‘logudorese’, quindi nella lingua della koinè (11) dei due macrosistemi della lingua sarda. Questo vuol dire che, con ogni probabilità delle ricerche più mirate, nel resto della Sardegna potrebbero portare quel numero al doppio o al triplo facendo vedere quale importanza sul piano della predica ma anche sul piano della ‘forma prosastica’ ebbe la produzione oratoria dei preti, dei canonici, dei vescovi e degli arcivescovi Sardi.
    Abbondantissima certo, ma essa (incredibile a dirsi!) scomparve, come si è detto, nel giro di qualche decennio, con le imposizioni politiche del fascismo e con gli atti cogenti religiosi didattici del Seminario di Cuglieri. Fu quest’ultimo in particolare la causa di una vera e propria catastrofe antropologica di cui paghiamo ancora le conseguenze con i dibattiti più o meno accesi a proposito de ‘sa limba’. Gli insegnanti di Cuglieri, tutti o quasi tutti continentali di Torino, imposero ai giovanissimi seminariristi, l’uso dell’italiano non solo nelle aule a scuola ma anche al di fuori di queste e annullarono lo studio della storia della Sardegna (12). Ma, fatto gravissimo per le sue conseguenze, trattennero quelli che erano poco più che bambini, in tempo di vacanze estive e natalizie, per impedire loro di usare il sardo a casa o, perlomeno, usarlo il meno possibile. Credo che non ci voglia molta intelligenza per capire che gli insegnanti torinesi volessero ottenere il risultato pratico di giovani sacerdoti che sarebbero andati nelle loro parrocchie di affidamento parlando in italiano, insegnando in italiano, celebrando in italiano e predicando in italiano.
    Per far vedere gli effetti di quella che non a caso abbiamo chiamato ‘catastrofe’ (mutamento radicale) forniamo una tabella sulla predicazione in sardo e in italiano del canonico Efisio Marras di Allai e un documento scritto del 1938 relativo all’inizio di una predica in sardo campi danese sempre dello stesso Marras (13):
    Dal Corpus (preigas) .
    Prediche recitate in Oristano dal canonico in 12 chiese:
    in lingua sarda campi danese : 63
    in lingua italiana: 23
    Prediche recitate nelle ville delle diocesi di Oristano, Ales e Terralba:
    in lingua sarda campidanese: 591
    in lingua italiana: 92
    Incipit della predica su Santu Lussurgiu (Corpus, 74) recitata in Usellus (anno 1928)
    Cristianus carissimus, nosaterus seu fillus de Santus: su sanguni chi scurrit in is venas nostras est sanguni de is martiris de sa fidi. Sa storia nostra giaghì non est ateru che storia de continua sclavitudini amada de si gloriai de su splendori de cuscus erois chi hant combattiu po dogna giusta libertadi, sa libertadi de sa patria e sa libertadi de sa religioni. Calis custas glorias? Sa storia nostras sunt pagas paraulas: Cartagini, Roma, is Vandalus, Pisa e Genova, Sa Spagna. Is monumentus nostrus funti is nuraghis, is casteddus isciusciaus, is barracas de is pastoris. Is erois nostrus? Amsicora, Yosto, Eleonora, Leonardo de Alagon, Giovanni Maria Angioi. E custu est totu su chi teneus de grandu memorias, de is calis podeus imparai e pigai ispirazioni po s’avvenire de sa patria. Ebbenis ancora chi pagas siant is glorias civilis nos si depit cunfortai su pentzai chi de medas e ateras glorias si podeus gloriai ….
    Questa era dunque la situazione del sardo meno di un secolo fa e questi erano i predicatori amanti della storia della Sardegna. Poi in venti anni ci fu un vero e proprio tsunami e tutto o quasi tutto fu raso al suolo. Quante sono oggi le prediche reciate in sardo ? Nessuna. Le conoscete oggi le prediche dei parroci sardi dissardizzati o dei vescovi sardi e continentali? Se non le conoscete, dato il loro squallore e l’assenza totale di passione ‘nazionale’ e ‘patria’, non vi perdete nulla. Neanche l’arte della predica in italiano, non dico in sardo.
    Note e indicazioni bibliografiche
    1. I dati statistici e storici sono stati offerti sulla scorta della documentazione di oltre 500 prediche manoscritte e sulle circa 100 prediche pubblicate nel corso di tre secoli e più di predicazione.
    2. Volenti o nolenti (lett. con voglia o di mala voglia)
    3. Negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso, complici anche le Università della Sardegna e i docenti delle facoltà umanistiche (tranne qualche esempio di studiosi come il linguista Antonio Sanna) fu organizzata una lotta politica contro il ‘sardismo’ (e l’autonomismo in generale) e contro quelli che venivano giudicati ‘miti’ creati ad arte dai sardi ‘sconfitti’ e sublimanti la triste realtà con un passato di ‘glorie’ mai esistito. Sulle basi di un internazionalismo di maniera e di un nazionalismo italocentrico, fu negato tutto di tutto: che i Sardi costituissero una ‘nazione’, che avessero una lingua, che avessero una loro specifica letteratura, un loro grandioso passato. A tale scopo furono fondate delle riviste falsamente ‘gramsciane’, perché prive spesso di qualsiasi rigore storicistico, dedite soprattutto ad abbattere sistematicamente gli idoli storici (quelli così fortemente ‘gridati’ invece dai predicatori sardi dell’Ottocento e del Novecento). Le aule universitarie, dove più dove meno, furono palestre di annichilimento della sardità anche di quella più moderata. Ricordiamo una conferenza che si tenne in Oristano sul Basso Medioevo durante la quale alcuni giovani storici sardi fecero a gara, sulla base di categorie critiche non pertinenti, per ridimensionare il ruolo di Eleonora d’Arborea nella storia della Sardegna. Persino la Carta de Logu fu giudicata ‘in fondo’ ben poca cosa. La Presidente della Camera dei deputati Nilde Jotti, presente al Convegno, perse letteralmente le staffe (anche come donna) per quella ‘ingenerosità’ collettiva accademica, tenendo una lezione di equilibrio magistrale sulla ‘grandezza’ della Giudicessa oristanese (regina) di quel tempo, ritenendola una delle donne più rappresentative nel panorama politico, sociale e legislativo europeo. E tutti zitti zitti, naturalmente, dopo le sonore bacchettate di ‘vertice’.
    4. Questa la promessa del Sindaco Minnei. Certo è che un piccolissimo comune che si mettesse alla guida su di un campo così specifico come quello della ‘prosa’ in lingua sarda potrebbe infondere coraggio per ‘comunità’, anche più grandi, in grado di arrestare politicamente il fenomeno della scomparsa della lingua sarda. Sulla base anche della considerazione che la desertificazione della Sardegna rurale non è dovuta a motivi solo economici ma anche e soprattutto culturali. I sardi né carne né pesce, privi della loro identità, soprattutto linguistica, non hanno saputo dare (e ancora non sanno dare) risposte adeguate alla ‘crisi che non è di questi giorni, mesi e anni, ma di cinquanta e più anni, con la nascita dell’era industriale. Forse studi specifici, condotti con rigore, su materie specifiche possono contribuire a risanare e ad riequilibrare una società come quella sarda sempre di più priva di ‘valori’, ‘invidiosa’ delle ‘tanche’ altrui e sempre più ingannata psicologicamente dalla globalizzazione.
    5. L’espressione ‘vulgaris sermo’ non ha connotazioni negative. Significa, alla lettera, la lingua del ‘vulgus’, cioè del popolo sardo.
    6. Sanna G., 2002, Pulpito, politica e letteratura. Predica e predicatori in lingua sarda. S’Alvure editore Oristano, passim.
    7. Sanna G., 2002, Pulpito, politica, ecc. cit. cap. 4, p. 41.
    8. Soggiu A., 1841,Lezioni di sacra predicazione per i seminaristi di Oristano.
    9. Sanna G., 2002, Pulpito, politica, ecc. cit. cap. 7, pp. 71 - 81.
    10. Atzori G. - Sanna G., 1996 -1998, Lingua Conunicazione Letteratura, voll. I – II, Edizioni Castello, Quartu Sant’Elena (Cagliari).
    11. L’aspetto che più colpisce della produzione delle prediche in lingua sarda è quello della koinè linguistica elaborata e, direi, quasi codificata, nel corso di due secoli. Per consenso comune, forse solo con saltuarie consultazioni epistolari e senza i dibattiti defatiganti di oggi sul come scrivere il sardo e ‘quale’ sardo adoperare, si formarono praticamente due lingue di livello prosastico medio-alto. In ragione di questo notevole ‘deposito’ linguistico letterario, Il sardo odierno della prosa, secondo me, dovrebbe rifarsi e ispirarsi anche ai due modelli otto - novecenteschi, soprattutto ai modelli della prosa alta e stilisticamente valida della predicazione, purtroppo così poco conosciuta nonostante la ricchissima documentazione.
    12. Si ricordi che detto studio all’unanimità era stato promosso nel 1924 nei lavori delle sessioni del Consiglio plenario dei vescovi sardi cioè poco tempo prima. Va detto subito, per la verità storica, che la chiesa sarda in genere cercò di fare resistenza e si mostrò alquanto ostile alle iniziative dirigistiche ‘italianiste’ e non furono pochi gli attriti tra le due istituzioni. Sta di fatto però che, anno dopo anno, la politica culturale del Seminario di Cuglieri fece scuola e in tempi molto rapidi. E la dissennata dissardizzazione linguistica e storica del clero sardo dell’Isola, subito intuita e pertanto osteggiata dai vescovi sardi, interpreti e garanti questi della specificità e della sardità nella ‘cura animarum’, apportò un' immane catastrofe alla ‘nazione’ sarda.
    13. Efisio Marras nacque in Allai nel 1883 da Giuseppe e da Peppica Pippia. Fu alunno e poi, una volta conseguita la laurea in Teologia a Roma, insegnante nel Seminario Tridentino di Oristano. Dirigente e attivista dell’azione cattolica, valentissimo e rinomato predicatore, ci ha lasciato un corpus di 175 prediche. Di queste 134 in lingua sarda campidanese o meridionale. Morì nel 1966 presso le suore dell’Opera Pia Cottolengo. Il corpus delle prediche si trova custodito presso la biblioteca del Seminario oristanese.

 

 
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