Emma Bonino: ?Dominano le agende nazionali. L?Ue trattata come un robivecchi? - La Stampa

MATTIA FELTRI


ROMA



«Angela Merkel ha ragione quando dice che bisogna regolamentare l’uso del burqa nei luoghi pubblici. Io sono senza fiato, da quanto lo ripeto», dice Emma Bonino, radicale, ex ministro degli Esteri ed ex commissario europeo agli Aiuti umanitari.

Fra il no al burqa di Merkel e il no al burkini del premier francese Valls c’è una differenza.
«Naturalmente, intanto il burqa e il burkini sono due cose diverse: il burkini lascia scoperto il viso e il burqa no quindi impedisce l’identificazione di chi lo indossa. In Italia una legge che impedisce di circolare col volto coperto è stata varata negli anni del terrorismo. Non è una questione religiosa, sennò se turba l’esibizione di simbolo confessionale poi toccherà vietare i turbanti dei sikh o i payot degli ebrei, cioè i boccoli. La questione è che chi sta in un luogo pubblico, dalle scuole alle strade, deve essere identificabile. La nostra è una società basata sulla responsabilità individuale, peraltro elemento indispensabile per qualunque politica di integrazione».

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E col burkini si è identificabili.
«Esatto. Come impedirne l’uso? Non c’è nessun dettato costituzionale, neanche in Francia, su cui poggi una legislazione di ordine vestimentario, diciamo così. E mi inquieterebbe uno Stato che mi dicesse come devo vestirmi. O svestirmi. Poi possiamo discutere della libertà di cui spesso le donne islamiche non godono. La strada della loro emancipazione sarà lunga, tortuosa, difficile. E segnalerei che per molte musulmane il burkini è un passo importante, che consente loro di stare in spiagge non segregate, cioè insieme con gli uomini. Non per tutte ovviamente, in alcuni Paesi pur a religione musulmana le donne sono già più avanti».

Difficile che si discuta di questo nel vertice di lunedì a Ventotene. Renzi ci punta molto, anche per la suggestione del posto, dove Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi hanno scritto il loro Manifesto. Ma non pare esserci un’agenda sull’integrazione.
«In politica i simboli sono importanti se sono seguiti da iniziative politiche e l’impressione è che per Hollande, Merkel e Renzi domineranno le agende nazionali. Del resto in Francia e in Germania si vota e in Italia c’è il referendum, e questo non mi sembra un periodo in cui le spinte all’integrazione federalista europea siano particolarmente popolari. Temo sia inevitabile che la ripartenza del progetto europeo di cui parla Renzi rimanga ai margini, o sia ulteriormente ritardata ma l’importante è che non venga archiviata come un robivecchi, e rimanga l’obiettivo per cui lavorare».

Lei ritiene che un giorno si potrà ricominciare a lavorare per l’integrazione, su cui oggi siamo così indietro?
«Per come vedo il mondo, non credo che gli Stati nazionali possano essere all’altezza delle sfide. Ma io rimango fedele alla straordinaria sintesi di Adenauer: Ventotene fu la visione di pochi, è diventata la realtà per molti e diventerà una necessità per tutti».

C’è stata la Brexit a complicare le cose.
«E sarà una difficoltà non da poco, anche perché Francia e Germania hanno idee diverse su come gestirla, più drastica quella francese, mi pare appoggiata dall’Italia, e più soft quella tedesca. E ricordo quando uscì la Groenlandia, cioè due pesci e due pescatori, e ci si mise tre anni. Figuriamoci stavolta».

E intanto il mondo brucia. Come trovare un’azione unica in Libia?
«E’ un problema enorme che dimostra come le capitali europee abbiano e perseguano interessi diversi. La Francia più vicina a Tobruk, e dunque all’Egitto e agli Emirati Arabi, altri più vicini al governo nazionale. Aggiungiamo che negli ultimi anni nel Mediterraneo sono nati Stati e sono emerse aree geografiche con obiettivi contrastanti. Aggiungiamo che le monarchie del Golfo sono contro i Fratelli musulmani per questioni non certo religiose ma di predominio economico. Che in Siria c’è una vastissima coalizione in cui ognuno segue obiettivi e strade proprie. Insomma, è un groviglio di cui non si vede neanche un’ipotesi di soluzione».

Inutile così sperare in passi avanti nella sicurezza.
«E’ quello che sto dicendo. Nel 2015 ci sono stati 11 mila attentati di matrice islamica, soprattutto in Afghanistan, Pakistan, Sudan e Somalia, con sconfinamenti europei. Per ora non c’è possibilità di soluzione, anche in Europa, visto che tutto è affidato agli Stati nazionali che non mettono in comune neanche le liste dei sospettati. La sicurezza è affidata agli Stati, i confini esterni agli Stati, le politiche dell’integrazione dei migranti pure. Non so che cosa debba ancora capitare perché si cambi direzione».

Un’ultima domanda: Aleppo non rischia di diventare una nuova Sarajevo, il punto dove i civili muoiono e un nuovo disastro si annuncia?
«Lo è già, basta guardare le cifre. Aggiungo che oggi il Kosovo e la Bosnia, e soprattutto Sarajevo, la città simbolo della secolare convivenza religiosa, sono brulicanti di donne in burqa, prima inesistenti, e sintomo di un’islamizzazione interna finanziata dai sauditi. Un’altra minaccia che continuiamo a non vedere».