Abortisti smentiti Colpevole non è il virus Zika, ma un pesticidadi Benedetta Frigerio08-09-2016AA+A++
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Solo dopo il tormenbtono e il panico per la diffusione del virus Zika, alimentati anche dalla macchina mediatica delle olimpiadi brasiliane, si comincia ora a parlare di uno studio controcorrente uscito a fine giugno: su 12 mila donne colombiane contagiate dal virus nessuna ha partorito figli affetti dalla microcefalia. I soli 4 casi di neonati malformati sono stati concepiti da madri non infette ed esterne al campione analizzato.A dirlo è una ricerca del New England Complex System Institute lacui casistica è così ampia che perfino il New England Journal of Medicine(che era giunto a conclusioni opposte) ne ha anticipato i risultati. Eppure, nei mesi precedenti alla pubblicazione dei dati, nonostante gli elementi correlanti il virus alla microcefalia non fossero sufficienti, anche il Centers for Disease Control (organismo della Sanità pubblica americana che monitora la diffusione di malattie contagiose ed epidemie) si era sbilanciato fino a dire che «il virus Zika senza dubbio causa la microcefalia».Secondo la nuova ricerca, l'errore si dovrebbe al fatto che le microcefalie siano dovute al pesticidaPyriproxyfen, utilizzato in alcune aree del Paese per uccidere l'insetto portatore del virus. Infatti, mentre nelle zone di residenza delle 12 mila colombiane prese in esame il pesticida non è stato utilizzato, in quelle in cui sono nati più bambini malformati era ampiamente diffuso. Addirittura nello Stato brasiliano di Pernambuco, centro di propagazione del virus, era stato trovato nell'acqua potabile proprio prima della notizia dei casi di microcefalia. Possibile che nessuno abbia pensato prima alla possibile correlazione fra pesticida e malformazioni? In ogni caso la delicatezza della questione avrebbe dovuto quantomeno dettare un atteggiamento prudente.La correlazione fra contagio del virus e conseguenze sul feto è servita, invece, a diverse istituzioni,capitanate dall'Oms, per spingere verso la legalizzazione dell'aborto in Brasile, naturalmente dipingendolo come un'eccezione necessaria. Sono seguiti, come da copione, gli appelli pro choice del business del "family planning" e dei colossi abortivi come Planned Parenthood, i cui dipendenti sono stati addirittura invitai negli Stati interessati a sensibilizzare i cittadini bussando alle porte delle loro case. Si potrebbe ancora pensare che si tratti solo di mancanza di prudenza da parte degli esperti. Senonchè la storia ci insegna che ogni legislazione anti umana, per essere accettata, ha sempre dovuto far leva sull'emotività prodotta dai casi limite, strumentalizzati quando non falsificati.Lo dimostra bene la vicenda della nube di diossina fuoriuscita da un'azienda chimica nei pressi diSeveso, che avrebbe dovuto causare malformazioni fetali e per cui nel 1976 si permise per la prima volta l'aborto legale in Italia. Nonostante poi tutti i bambini, abortiti e nati, si rivelarono perfettamente sani, fu impossibile frenare la campagna mediatica a sostegno delle spinte radicali in Parlamento. La diga era ormai stata aperta e una vera e propria legge abortista (legge 194) venne successivamente approvata nella primavera del 1978, mente in quasi tutta Europa l'aborto era già legale grazie a un effetto domino prodotto dalla sentenza “Roe vs Wade” della Corte Suprema degli Stati Uniti (1973).Effetto che subì un arresto solo dopo l'elezione di papa Giovanni Paolo II (eletto nell'ottobre del 1978) che da subito e ripetutamente si scagliò contro la pratica disumana parlando di omicidio. Per cui, di fatto, nei Paesi dell'Africa e dell'America del Sud, in cui si cominciava a discutere della normativa, la legge non venne approvata. Non é dato sapere con certezza se furono le parole del Papa, la cultura religiosa del Paese o un insieme di questi e altri fattori ad arginare le spinte occidentali. Sta di fatto, però, che anche nel Brasile post religioso, governato dalla sinistra abortista che all'inizio dell'anno sembrava intenzionata a presentare una norma, l'aborto è ancora illegale.Anche in questo caso non si può dire se i due fatti siano correlati, ma lo stallo normativo è coincisocon un intervento deciso della Chiesa e di papa Francesco che hanno fatto il giro del globo. «La malattia», aveva dichiarato la Conferenza episcopale brasiliana, «non può costituire una giustificazione per promuovere l’aborto». Il cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, della commissione cardinalizia chiamata alla riforma della Curia, aveva invece chiarito che «l'aborto terapeutico non esiste. Terapeutico vuol dire curare e l'aborto non cura nulla, semplicemente elimina le vite degli innocenti». Infine, interrogato sul virus di ritorno dal suo viaggio apostolico in Messico, papa Francesco era stato costretto a prendere posizione così: «L'aborto non è un “male minore”. È un crimine. È fare fuori uno per salvare un altro. È quello che fa la mafia. È un crimine, un male assoluto». Sembrerebbe, quindi, che denunciare davanti al mondo tutti i tentativi legislativi che mirano adistruggere l'uomo non sia solo un bene al fine educare e salvare le coscienze dal potere mondano, ma che sia anche una via necessaria ed efficace per combatterlo.


Abortisti smentiti Colpevole non è il virus Zika, ma un pesticida