Antonio Ligabue. La follia del genio
"Quando il sole martella le zucche" scriveva Giovannino Guareschi, il creatore di Peppone e Don Camillo" e il grande fiume Po scorre grigio e lento, i cervelli ci mettono poco a bollire. Succede che le stramberie naturali degli individui si cuociono in caratteri forsennati. Basta ricordarsi delle strampalerie del pittore Antonio Ligabue." "El Matt", questo il nome dato a Ligabue (1899 – 1965) dai contadini di Guarnieri, il paese della Bassa reggiana dove il "Toni" era arrivato nell’agosto del 1919 scortato dai carabinieri. E d’altra parte come definire quell’uomo strambo che entrava e usciva dal manicomio, che preferiva gli animali della stalla alla compagnia di un uomo, che amava la solitudine di un bosco alle baldorie da osteria e che scorrazzava per i viottoli di campagna con la sua Guzzi rossa? Obbligato a lasciare la Svizzera dove era nato, e tradotto a Gualtieri, paese d'origine di Bonfiglio Laccabue, l’uomo che Elisabetta Costa, madre naturale del "Toni" aveva sposato nel 1901, Ligabue si era ritrovato sradicato: non capiva l' italiano, non aveva un lavoro, dormiva nei capanni del Po e per non morire si nutriva di gatti. Sporco e selvatico, "al tedesch" (un altro dei nomignoli affibbiatigli) era anche brutto: con un corpo macilento e deforme, dolorosa eredità di un'infanzia di stenti, un viso deturpato dal gozzo e da un gran naso camuso che tentava di raddrizzare a pietrate, un carattere turbolento che era stato la causa della sua espulsione dalla Svizzera. In questo nuovo ambiente italiano di provincia, tra lavori saltuari, vagabondaggi per i boschi e sulle sponde sabbiose del Po nasceva la sua arte - con l' argilla trovata lungo il fiume, inizia a modellare animali che offre ai contadini in cambio di cibo - che si sviluppava tra ostilità e incomprensioni, tra internamenti all'Istituto Psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia e al Ricovero di mendicità di Gualtieri, trascinato da un carattere irascibile e violento e dai suoi atti di autolesionismo.
Nel 1927-28, l'incontro con Marino Renato Mazzacurati gli cambia la vita. Dal pittore e scultore romagnoloLigabue riceve i più sostanziosi rudimenti artistici insieme a colori e pennelli. Sodale di Scipione e Mafai nella Scuola Romana, Mazzacurati si prodiga per far conoscere l’arte di Toni: a guerra finita la critica comincia ad interessarsi ai lavori di Ligabue visto come la perfetta incarnazione dell’artista popolare, del"poeta contadino" autodidatta e istintivo. La fama di pittore naif procura all’artista di Gualtieri un po’ di soldi e una qualche visibilità nel circuito espositivo: la sua prima monografica è nel 1961 alla galleria "La Barcaccia" di Roma, e poi nel 1962 a Guastalla, infine nel 1965 a Reggio Emilia, con una mostra apertasi pochi giorni prima della sua morte. Malgrado Anatole Jakovsky, padre spirituale della naïveté europea, non avesse incluso Ligabue nel firmamento naïf, dichiarando "egli resterà uno dei grandi enigmi del nostro tempo!", la nomea di artista ingenuo ha accompagnato a lungo la figura dell’artista di Gualtieri e allo stesso tempo ha sottratto la sua arte ad un’analisi critica più seria.
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