Sul concetto di tradizionalismo
Sul concetto di tradizionalismo

di Alberto Cossu - 19/09/2016

Fonte: Il giornale del Ribelle
In ogni epoca capita sovente di dover denunciare degli errori, ma mai quanto nell’attuale fase liminale del presente ciclo dove la conoscenza pare ormai quasi completamente nascosta ai più. Va da sé che in un periodo di totale confusione come la nostra, siamo costretti a ritornare su questioni in realtà banali. Vogliamo qua trattare degli errori e confusioni relativi al concetto di “tradizionalismo”. Sovente sia nei presunti tradizionalisti, che negli avversari di quest’ordine di idee (che non sono ovviamente solo “idee” nel senso occidentale), troviamo un concetto di tradizionalismo che di tradizionale nel senso superiore, cioè l’unico legittimo, non ha nulla, ed anzi è ben altro di quel che si professa. In realtà tanti tradizionalisti non hanno la minima idea di cosa sia davvero la Tradizione e quali principi si è chiamati a difendere. Si confonde, infatti, il tradizionalismo con il conservatorismo o qualsiasi impostazione reazionaria. Ovvero si idealizza il passato credendo che sia bene provare a riproporlo o almeno a conservare quanto ne resta. Si confondono così con la Tradizione usi e costumi folkloristici e popolari, usanze convenzionali, abitudini del passato assolutamente contingenti, forme religiose affatto esteriori e relative; insomma pare che ai loro occhi una cosa solo in quanto fa parte del passato sia degna di lode, senza capire che una civiltà del passato è degna di lode solo nella misura in cui si approssima ai Principi universali. Sono, infatti, i Principi ad essere tradizionali, non una data civiltà che lo è solo nella misura della sua approssimazione ad essi.
Capire cosa è il tradizionalismo è comprendere dei principi metafisici valevoli in ogni tempo e luogocui per imitazione nel senso platonico l’individuo e il corpo sociale tendono a disporsi in modo organico verso la dimensione della trascendenza. Ovviamente essendo un’approssimazione all’interno della manifestazione nessuna civiltà ad esclusione di quella Iperborea sarà completamente tradizionale, ma è comunque possibile un’analisi e un raffronto per comprendere quali civiltà si siano spinte più vicine ai principi e ai valori tradizionali rispetto ad altre. L’utilità del passato è appunto questa, fornire un supporto per la comprensione ed esempi concreti non utopici di come la Tradizione, quando era viva, informava la vita dell’uomo. Inutile dire che nell’attuale fase non sussiste più praticamente nulla di tutto ciò ma disperarsi per questo sarebbe da sciocchi, poiché la dottrina tradizionale stessa prevede una tale fase all’interno del nostro Manvantara. In definitiva occorre rendersi conto che non c’è ormai un bel nulla da “conservare” (o si pensa che i residui della società borghese dell’ ‘800 siano tradizionali?) ed allo stesso tempo qualsiasi tentativo di reazione è destinato a fallire e aumentare la confusione, non essendoci affatto nessun terreno propizio. Da queste considerazioni deriva che un “tradizionalista” non è una persona demodé, non in grado di raffrontarsi con la sfida del mondo attuale, né una persona retrò nostalgica di qualsivoglia periodo o civiltà del passato e manco un “bacchettone” inzuppato del moralismo fariseo di ieri. Essere tradizionalisti significa pensare e agire secondo Principi Universali calati nella propria epoca e secondo la propria equazione personale. Non si può quindi trattare di seguire i principi delle epoche passate, cioè delle maggioranze di ieri, il che sarebbe altrettanto sbagliato del seguire il principio democratico del parere della maggioranza, che come sappiamo è il parere dell’ignoranza, solamente invece che alla maggioranza dei vivi ci si riferirebbe alla maggioranza dei morti. Ebbene un tradizionalismo che si fermasse a così poco meriterebbe la qualifica di “democrazia dei morti”.