LA PERICOLOSA FUNZIONE DELL’ESTREMA SINISTRA
di Andrea Fais
Dopo aver visto alcuni mesi fa la situazione dell’estrema destra nel mondo e la sua pericolosa funzionalità atlantica, è chiaro e conseguente studiare a fondo la speculare struttura fuoruscita dai sistemi politici occidentali nel secondo dopo guerra. Il vasto mondo della cosiddetta estrema sinistra è un universo forse ancora più complesso, che si nutre delle diverse e variegate interpretazioni del Marxismo e delle sue più o meno dirette derivazioni politiche.
Se ad Oriente, quel filone culturale ha dato origine ad un’azione rivoluzionaria diretta, come in Russia o in Cina, in Occidente, molto spesso, il dibattito marxista posteriore ha lasciato spazio ad una serie di riletture di natura sociologica e teoretica piuttosto strane e singolari. Dalla Scuola di Francoforte di Adorno, Marcuse e Horckeimer, allo strutturalismo di Althusser e Levi Strauss, non di rado ricondotti nell’alveo del neo-marxismo, il pensiero “marxista” nel mondo euro-americano è stato capace di trasmutarsi in pensiero di sinistra, adattandosi alla dialettica democratica delle società liberali, attraverso una singolare rivisitazione del trotzkismo e della sua teoria entrista.
Non è ancora ben chiaro il motivo, eppure fu preso a spunto uno dei più insignificanti teorici della rivoluzione bolscevica, più volte ripreso e sconfessato dallo stesso Lenin, entrato in rotta di collisione, non col solo Stalin, come spesso la vulgata tende a far credere, ma con una larga parte del Partito Comunista dell’URSS, allo stesso modo in cui Bordiga fu emarginato nel PCI, che con Gramsci, non esitava a definire il rivoluzionario russo come “il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatte, e un cosmopolita superficialmente nazionale e superficialmente europeo”.
Il trotzkismo riletto alla luce del nuovo mondo occidentale, costituiva perciò il sostrato culturale della nuova generazione della sinistra estrema, proprio in un momento cruciale per le sorti dello scontro geopolitico più importante degli ultimi cinquanta anni, la Guerra fredda. Nel 1968, infatti, scoppia la contestazione ma anche la Primavera di Praga, e la progressiva destalinizzazione avviata da Kruscev appena dieci anni prima, aveva ormai innescato una rapida trasformazione nella forma mentis politica dei comunisti, allontanandoli in via definitiva dall’orbita sovietica anche solo sul piano dell’appoggio empatico e morale. Nel mezzo il PCI, al suo interno e al di fuori, alla sua sinistra, la divisione a livello infinitesimale.
Gli eterni dibatti fra trotzkisti (o presunti trotzkisti), ciò che restava dei marxisti-leninisti convintamente stalinisti, maoisti, bordighisti, operaisti, autonomisti, libertaristi e anarchici, avrebbero riempito le agende politiche di una serie infinita di movimenti politici o intellettuali, frequentemente in lotta fra loro, imponendo una cultura giovanile tanto intensa quanto sterile e vuota, persa nella retorica di una progressiva degenerazione culturale, destinata a concludersi nelle paludi dell’astrazione e dell’idealismo, ossia in quegli stessi luoghi metafisici contro i quali Engels, ancorché Marx, aveva strenuamente combattuto, sul piano teoretico, quasi un secolo prima.
La decisiva sterzata del “compromesso storico”, la fisiologica insorgenza di una sterile e triste burocrazia intestina al Partito (con i suoi logici rivoli del migliorismo, del socialdemocratismo e della successiva deriva “liberal” ochettiana conclusa nella fondazione dell’attuale PD) hanno via, via soltanto completato l’opera del binario morto, preparato ad hoc per i comunisti italiani, ormai ridotti, nel meno peggiore dei casi, alla mera opera evangelica di testimonianza storica esplicitata nella diffusione dei vecchi incartamenti teorici di un tempo, scadendo dunque nell’insignificanza metodologica del dogmatismo e in quella teoretica del meccanicismo.
Non cambia la sostanza: le mille voci di un tempo hanno solo meno eco del passato, ma restano ben presenti sul web, nelle strade e nelle piazze. Tornano nelle vie senza timore né pudore, anche se con la riverenza di chi non è più seguito da ventimila ragazzi alle spalle, ma da dieci o cinquanta sessantenni. La distruzione interna dei più forti partiti rimasti vivi alla progressiva desertificazione dell’area della sinistra radicale, livella l’ambiente e sta mettendo tutti sullo stesso anonimo piano: le recite elettorali improvvisate da Rifondazione Comunista di Ferrero o dai Comunisti Italiani di Diliberto non smuovono più un voto, e, il popolo sembra non volerne più sapere, a maggior ragione dopo il piccolo ‘68-bis, riservatoci negli anni Novanta-Duemila, tra Porto Alegre e Davos, tra il triste ritorno sulla scena di vecchi cattivi maestri e le promiscuità di piazza all’insegna del più becero qualunquismo umanitarista, anti-sessista e anti-globalista, spesso addirittura fertile terreno per riproporre un terzomondismo sterile e decontestualizzato, condito da ridicoli diktat pauperisti e decrescitisti, sempre pronti a mettere del tutto sul lastrico interi Paesi sottosviluppati nel nome di un’improbabile “autodeterminazione” priva della benché minima condizione di esistenza.
Eppure, il potere comunicativo di questi residuati storici, sembra ancora essere forte. L’elemento comune, che ne tiene ancora in piedi una fantomatica e non identificata legittimità politica sembrerebbe essere Silvio Berlusconi. È grazie a lui, e alla sua capacità di porsi sempre nella maniera più efficace e più inopportuna, che la sinistra italiana, e non solo, sostanzialmente vive ancora di una forte identità ideologica. Senza Berlusconi, senza la personalizzazione della politica ed il personaggismo da lui importato nello scenario politico italiano a metà degli anni Novanta, la spettacolarizzazione altrettanto parodistica dell’opposizione (o delle opposizioni) sarebbe del tutto improponibile.
Come è logico, ogni spettacolo ha un suo regista, e, come ben sappiamo, dietro il tam-tam mediatico risuonato da Repubblica, L’Espresso, Santoro, Travaglio e così via, si nasconde Carlo De Benedetti, noto uomo d’affari, in perenne lotta col Cavaliere, sin dai tempi della Fininvest. Se la connessione tra gli ambienti “progressisti” della borghesia capitalistica e finanziaria italiana ed il Partito Democratico, è un fenomeno abbastanza noto (anche se non a tutti, evidentemente) e piuttosto comprensibile sul piano culturale, pare incomprensibile l’accodamento dell’ormai mini-galassia della sinistra radicale, ai temi dell’antiberlusconismo sterile e fine a sé stesso.
La prima pagina del quotidiano Liberazione, all’indomani dell’elezione di Obama in America, inneggiante ad un grottesco parallelismo tra gli eventi esteri di Washington e il trionfo del transessuale ex deputato Luxuria al reality show dell’Isola dei Famosi, come emblemi di un ipotetico “mondo in rapido cambiamento”, aveva già fatto discutere, e scalpore non può a questo punto suscitare nemmeno il totale ed acritico appoggio alle manifestazioni dell’onda verde a Tehran, nel giugno e nel dicembre di un anno fa. L’appoggio incondizionato ai teppisti che assaltarono le vie e gli edifici della capitale dell’Iran, per rovesciare il risultato evidentemente favorevole ad Ahmadinejad, non riservarono eccezioni: da Ferrero a Diliberto, da certi fantomatici “movimenti no-global“ ai pacifisti, quasi tutti si allineavano in modo agghiacciante alle versioni di quei giornali e telegiornali che tutt’ora vengono inspiegabilmente dipinti quali strumento della dittatura berlusconiana italiana. Daltronde, nessuno di questi si era posto il problema del monopolismo mass-mediatico planetario del magnate australiano Murdoch nel momento in cui la sua Sky ospitò la diretta dello speciale di Michele Santoro, “Rai per Una Notte”.
Cosa avviene? Accade che, come un tempo per Praga, anche oggi per Tehran, un labile e ondivago concetto di “antimperialismo” torna buono ad orologeria, e con un’acrobazia intellettuale degna di un abile manipolatore dialettico, alla pari del vecchio gruppo Charta77, anche l’onda di protesta in Iran, poteva essere immaginariamente imposta quale grimaldello contro un fantomatico “regime reazionario e social-imperialista”. Anche se nell’idea distorta di questi ambienti, sarebbe paradossalmente crollata sotto i colpi del suo stesso vero artefice, Stalin, o di una sua fantomatica “gerontocrazia” nell’alveo dell’agghiacciante vulgata teorica del “capitalismo di Stato” (un moloch immaginario e inconsistente, del quale non è mai stata fornita una esauriente spiegazione teorica), in realtà l’Unione Sovietica fu distrutta dal delatorio ruolo di Gorbaciov e dal criminale mandato di Eltsin coadiuvato dai suoi oligarchi. Sparito il “blocco sovietico”, Breznev è stato sostituito da Hu Jintao, nella lista dei “mostri” e dei “deviazionisti”, piacevolmente presi a tiro dall’improvvisato saltimbanco di turno della sinistra.
E la Cina, già diventata all’improvviso “fascista” dai tempi di Deng Xiaoping, torna ad essere l’obiettivo preferito dalle critiche dei salotti della sinistra radicale italiana, che, per l’occasione, si accoda alle destre, con la differenza paradossale di un Giulio Tremonti pronto ad esporre piacevolmente le sue tesi di fronte alla Scuola Politica di quel Partito Comunista Cinese tanto disprezzato in Occidente. Paradossale? Probabilmente no. Come non è paradossale, dover registrare l’alzata di strali contro Berlusconi per aver legittimato la presidenza di Lukashenko nel dicembre scorso, durante la sua visita a Minsk. Dopo la vergogna di aver definito quale “l’ultimo dittatore rimasto nell’Europa”, un leader che ha saputo incrementare in maniera impressionante i ritmi di crescita del suo Paese e sconfiggere la disoccupazione in maniera evidente, proteggendolo dalla deflagrazione post-sovietica, la nuova contestazione al fondamentale accordo geopolitico tra Italia e Libia nasce sullo stesso ipocrita umanitarismo a tassametro utilizzato dai Curdi e dal loro separatismo, un tempo buono per destabilizzare l’Irak di Saddam Hussein, sotto attacco statunitense, e oggi per organizzare attentati terroristici contro la Turchia di un Erdogan ormai scomodo alle stanze del potere statunitense.
Senza la capacità dialettica di individuare il nemico politico, la sua struttura e le concrete cause delle diseguaglianze sociali che contribuisce a ingigantire, non esiste alcuna precisa traiettoria politica ed economica, ma soltanto un qualunquismo ideologico che si espone all’inconsistenza pratica e a gravissime fallacie strutturali. Questo “antimperialismo senza impero” sempre più di moda alla sinistra della sinistra, segue la via della reazione e del servizio atlantico, proprio nell’incapacità stessa di concepire il fondamentale carattere cosmopolita ed “evangelico-umanitaristico” del capitalismo, soprattutto nella sua attuale forma post-fordiana.
Il Socialismo è prassi di studio, non certo un inno anarchico di qualche scapigliato francese, vero o presunto.
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