1) la guerra di classe dall’alto che il capitale ha condotto negli ultimi decenni – attraverso finanziarizzazione dell’economia, riforme del sistema politico, ristrutturazione tecnologica e battaglie culturali – è stata cosìefficace che non è solo riuscita a stroncare la resistenza delle classi subordinate: ne ha modificato (almeno in parte, se non del tutto per quanto riguarda gli strati medio alti) l’antropologia;
2) quelle forze politiche che, per motivi imperscrutabili, continuano a dirsi di sinistra – e non parlo solo delle socialdemocrazie, ma anche di buona parte delle cosiddette sinistre radicali e «antagoniste», oltre che della totalità dei «nuovi movimenti» – non si sono semplicemente adattate al contesto sociopolitico e culturale generato dall’offensiva capitalistica, ma contribuiscono attivamente alla sua riproduzione (sia chiaro: non sto parlando di «tradimenti» – parola che in politica suona ridicola -, si tratta semplicemente degli effetti della mutazione antropologica di cui al punto precedente;
3) malgrado la débâcle delle sinistre, il trionfo del capitale non è avvenuto a costo zero, perché la crisi permanente come strumento di dominio e controllo ha generato una serie di effetti collaterali: controtendenze crescenti nei confronti del processo di globalizzazione; ripresa su larga scala di guerre distruttive (alcune delle quali assumono l’aspetto di guerre civili a sfondo etnico-religioso); ondate migratorie ingestibili e, infine, insorgenze populiste (di destra e di sinistra) che rilanciano il conflitto di classe come guerra fra chi sta in alto e chi sta in basso.

Nella parte finale del libro, sostengo che solo prendendo atto di questa riconfigurazione del conflitto sociale, e intrepretandola con gli strumenti del pensiero di Gramsci (blocco sociale, egemonia, guerra di posizione, farsi stato delle classi subordinate, ecc.) si può sperare di restituire senso a un progetto anticapitalista. Come si vede, non ho qui accennato alla critica del paradigma operaista perchéla consideroparte integrante del discorso sulla mutazione genetica delle sinistre (e della loro base sociale): le tesi postoperaiste rappresentano infatti la punta di lancia del progetto di cooptazione del cosiddetto lavoro cognitivo nel blocco sociale neoborghese.
Azzardo una definizione ancora più sintetica: questo libro descrive il conflitto sociale contemporaneo come guerra fra due mondi che, benché mantengano relazioni reciproche (da materialistacontinuo a pensare che la realtà sia unitaria), appaiono sostanzialmente incompatibili, irriducibili l’uno all’altro e dunque «nemici» nel senso forte che Carl Schmittattribuisce al termine: mi riferisco al mondo «immateriale» e «leggero» – in realtà materialissimo e pesantissimo – dei flussi (di segni di valore, merci, servizi, informazioni e membri delle élite che li governano) e al mondo dei luoghi in cui vivono i corpi di coloro che chiedono cibo, casa, lavoro e affettività. Tronti ha scritto in varie occasioni che il movimento operaio ha iniziato a perdere quando ha iniziato a correre; ha perfettamente ragione: è lasciandosi incantare dalle categorie borghesi di modernità, progresso, innovazione, velocità, efficienza, ecc. che la sinistra, nell’illusione di poter competere con il capitale sul suo stesso terreno, si è progressivamente convertita ai principi e ai valori del mondo dei flussi e ha abbandonato al proprio destino il mondo dei luoghi, recidendo in tal modo le sue stesse radici.

Opporre flussi e luoghi non è tuttavia sufficiente: occorre ragionare sul terreno sul quale si svolge il conflitto, occorre, cioè, ragionare sulla costruzione dei territori (colonizzazione versus autonomia) e delle comunità che li abitano, evitando di lasciarsi ammaliare dal canto di sirene «dialettiche». Provo a spiegare quest’ultima avvertenza servendomi delle metafore che Aldo Bonomi – uno degli autori che più ha lavorato sul tema della ricostruzione di comunità – utilizza in uno dei suoi ultimi saggi
Riferendosi ai processi di aggregazione comunitaria (e alle loro proiezioni politico-culturali) in atto sul territorio, Bonomi identifica tre idealtipi: la comunità del rancore, la comunità di cura e la comunità operosa. La prima è la comunità degli esclusi, dei perdenti al gioco della globalizzazione (lavoratori precari, working poor, migranti, disoccupati e sottoccupati, abitanti delle periferie del mondo e delle metropoli, ecc.) che alimentano la rabbia populista; la seconda è la comunità dei soggetti che si assumono il compito di garantire quei servizi sociali che la crisi del welfare ha spazzato via (volontari, associazioni, operatori del terzo settore, Ong, ecc.), la terza è la comunità di coloro che – dopo che la crisi ha spazzato via i distretti che contavano sull’autosfruttamento per competere sui mercati globali – cercano di scommettere sull’innovazione tecnologica e culturale, facendo rete attraverso social network e strumenti analoghi (è il mondo delle startup, della sharing economy, delle smart city, dei «creativi». ecc.).


Semplificando, potremmo dire che, dal punto di vista «ideologico», le due ultime comunità sono quelle che fanno da base di riferimento, rispettivamente, alle sinistre alternative, alle sinistre neo socialdemocratiche e ad alcune formazioni populiste di sinistra (o almeno non di destra) come il M5S.
Da questo scenario Bonomi fa emergere un progetto politico – un’utopia, se vogliamo – simile a quello che ho descritto nell’ultimo paragrafo del secondo capitolo, dedicato a «territorialisti e neocomunitari»: l’idea è che, se si riuscisse a tenere insieme comunità operosa e comunità di cura, facendo in modo che la prima aiuti la seconda a «fare marchio» dei luoghi, trasformandoli in un territori capaci, ad un tempo, di difendere la propria autonomia dai flussi e di interfacciarsi con questi ultimi per ottenere le risorse indispensabili alla propria riproduzione, diverrebbe possibile immaginare un’alternativa al dominio assoluto e incontrastato dei flussi.
Tradotto sul piano dell’operatività politica, tutto ciò somiglia alla speranza di Giuseppe De Rita che una forza politica come il M5S possa trasformarsi nel nucleo costitutivo di una «neoborghesia Se si accetta tale punto di vista, alla comunità del rancore non resta però altro ruolo se non quello di un bacino di consenso elettorale, da strappare all’egemonia dei populismi di destra (non a caso Grillo si è sempre vantato del fatto che il suo movimento ha impedito la nascita di una destra radicale di massa in Italia).

Come il lettore avrà avuto modo di notare, questo libro invertela prospettiva: per combattere il colonialismo dei flussi, occorre partire dal basso, organizzando la lotta dei «nuovi barbari», delle comunità del rancore. Solo laddove si è riusciti a farlo – con più decisione e coerenza da parte dei populismi di sinistra latinoamericani, in modo più esitante e contraddittorio da parte di quelli statunitensi ed europei – si è riusciti a contrastare l’egemonia delle destre sulla rappresentanza degli strati sociali inferiori e a ottenere qualche risultato nel contrastare il dominio coloniale dei flussi sui territori. Ma imboccare questa strada vuol dire compiere un salto di paradigma, a partire dalla comprensione della necessità di sfruttare le difficoltà e le contraddizioni del processo di globalizzazione per riconquistare sovranità popolare. Vuol dire assemblare dal basso partiti federativi di tipo nuovo, come il MAS boliviano, vuol dire lottare contro questa Europa, vuol dire non avere paura di rivendicare la riconquista della propria sovranità nazionale. Nessun processo costituente potrà essere messo in atto in assenza di tali condizioni.
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