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  1. #1
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    Predefinito Il fallimento del Jobs Act

    Il Jobs Act è morto, viva il Jobs Act!

    Come una ricetta sbagliata, al momento sbagliato può portare a danni enormi per il nostro paese, anche se sponsorizzata come la panacea di tutti i mali.
    di Ivan Giovi - 30 settembre 2016
    Gli ultimi dati sull’occupazione ci hanno finalmente mostrato come la riforma del lavoro approvata ormai un anno fa sia totalmente sbagliata. Ma perché è accaduto questo? Non che i libri di economia queste cose non le dicano, ma evidentemente o non sono stati letti, o non sono stati capiti. Per capire il tutto facciamo un passo indietro e rivediamo alcune semplicissime leggi economiche. In economia, da sempre, esiste una domanda e un’offerta, sia in forma aggregata che in forma microeconomica. Questo accade anche nel mercato del lavoro dove esistono anche qui una domanda e un’offerta di lavoro. La domanda di lavoro è rappresentata dalle imprese che vogliono assumere, mentre l’offerta è rappresentata dai lavoratori che offrono la propria manodopera.
    Tralasciamo però il settore microeconomico e pensiamo a livello aggregato, ovvero macroeconomico, dove la dinamica è invertita, giacché la domanda è rappresentata dal settore dei consumi e l’offerta dal settore delle imprese che offrono i prodotti da consumare. Fatta questa doverosa premessa, trovandoci in deflazione, la nostra condizione è quella di una crisi di domanda, ovvero le persone, le famiglie non vogliono spendere. E non sempre perché non hanno soldi, a volte per paura, perché hanno l’aspettativa di un inasprirsi della crisi. Stiamo affrontando adesso uno dei casi in cui le aspettative si auto-avverano, cioè le persone non spendono perché pensano ci sarà maggiore crisi. Così le imprese non vendono, non ripartono i consumi e quindi la crisi continua. In un quadro come questo, si capisce che le politiche dal lato dell’offerta sono prettamente inutili, perché, per definizione, quando sussiste deflazione l’impianto produttivo di un sistema economico è sottoutilizzato. Se il nostro impianto produttivo è sottoutilizzato significa che non ci serviranno maggiori lavoratori, perché le macchine che dovrebbero far andare sono ferme, ma maggiori consumi, per poter sfruttare appieno il sistema produttivo.
    E’ evidente adesso come aumentare la flessibilità in uscita o in entrata nella nostra attuale condizione non serva a niente. Tanto più se consideriamo che la disoccupazione strutturale che viene indicata nel DEF (documento di economia e finanza) è a quota 11%. E questo è motivato dal fatto che serve una tale disoccupazione per mantenere l’inflazione ai livelli che chiede la Germania, cioè rasente lo zero (0,16% a luglio 2016). Al nostro sistema economico farebbe bene invece una spruzzata di liquidità direttamente sul mercato reale emessa dalla BCE, perché il QE di Draghi, ovvero l’acquisto di asset sul mercato finanziario, non sta ottenendo i risultati sperati perché questi soldi rimangono fermi nel mercato del credito, a ripianare i debiti delle banche che con i tassi d’interesse ridotti al minimo sono in grave sofferenza.La conclusione è che le riforme strutturali messe in campo dal Governo non hanno e non avranno nessun risultato, come dimostrano le statistiche del Ministero del Lavoro e dell’INPS. E questo perché non si vuole ammettere che il vero problema è la moneta unica. Finché non si avrà questa consapevolezza, che comincia a maturare ai livelli più alti dell’establishment, non si andrà da nessuna parte. Ma fino a quel momento, il Jobs Act è morto, viva il Jobs Act!

    Il Jobs Act è morto, viva il Jobs Act!
    "L'odio per la propria Nazione è l'internazionalismo degli imbecilli"- Lenin
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  2. #2
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    Predefinito Re: Il fallimento del Jobs Act

    La verità è che Matteo Renzi è un liberale di destra che deve stare a sinistra altrimenti non riuscirebbe a fare quello che sta facendo: Berlusconi non ha potuto perché stava dal lato sbagliato, tutto qui.

    di Savino Balzano - 11 ottobre 2016

    Ormai lo hanno detto proprio tutti: persino il Ministero del lavoro ha dovuto, in quanto obbligato dalla normativa, pubblicare dati sull’occupazione davvero poco confortanti. Pare proprio che questo Jobs Act non sia stato il volano dell’economia, la svolta per l’occupazione in questo paese, il rilancio per la collocazione dei giovani nel mercato del lavoro. Pare proprio che il nostro straordinario Ministro del lavoro, un perito agrario (per chi non lo sapesse e fosse curioso in merito agli augusti studi giuslavoristici su cui fonda la sua formazione Giuliano Poletti), non si sia dimostrato il Roosevelt all’italiana, va’. Eppure, come si diceva in un film molto amato, le parole sono importanti. E pare che il Governo questo lo abbia compreso molto bene: “Jobs Act”, “Buona Scuola”, “Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni (…)”. Come se chiamare una legge con un nome figo, possa essere sufficiente a cambiarne in meglio il contenuto.
    Solo, le parole sono importanti sempre: anche quando sono utilizzate per muovere una critica. E tutti a dire che il Jobs Act si sia dimostrato un fallimento, un flop. Il fatto è che dire che il Jobs Act sia stato un fallimento, equivale a dire che il Governo si sia impegnato al massimo, ci abbia provato in buona fede a cambiare le cose, ma che non ci sia riuscito, magari a causa della crisi economica: un po’ come succedeva a Berlusconi. Ma le cose non stanno così. La verità è esattamente opposta: il Jobs Act è la riforma del lavoro più riuscita nella storia repubblicana, solo il fine non era quello che si proclamava. L’occupazione, i consumi, gli investimenti, l’economia, la flexicurity, erano solo le belle parole che servivano per ipnotizzare l’opinione pubblica. Il Jobs Act è una riforma che Renzi ha portato avanti per Confindustria e per l’Europa che la invocavano: l’effetto da produrre era molto banalmente quello che si è prodotto, ossia la totale precarizzazione e indebolimento dei lavoratori dinanzi ai padroni.
    Si diceva che in Italia non si assumesse perché in caso di necessità non sarebbe poi stato possibile licenziare: balle! Esisteva nella nostra normativa il licenziamento soggettivo (per giustificato motivo e giusta causa) e quello oggettivo. L’unica salvaguardia rimasta, peraltro già fortemente ridimensionata dalla legge Fornero, era il reintegro in caso di licenziamento illegittimo. Con l’introduzione del contratto “a tutele crescenti” (ancora una bella espressione che serve a nascondere una triste realtà) tale opzione è stata completamente espunta dal nostro ordinamento giuridico. Inoltre, il Jobs Act, ha completamente rivisto la normativa sul controllo a distanza: con la modifica dell’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori, il padrone adesso ha la possibilità di controllare a distanza i lavoratori e di misurarne la produttività anche a fini disciplinari. Tutto questo deve essere poi visto in combinato disposto con la nuova normativa sul demansionamento, che attribuisce un enorme potere al datore di lavoro, che ha adesso la possibilità di adibire il lavoratore a mansioni inferiori rispetto a quelle attualmente ricoperte.
    Contratto a tutele crescenti: la precarizzazione del contratto a tempo indeterminato – Ernesto Maria Cirillo
    L’obiettivo del Job Act era quello di creare un nuovo modello di lavoratore dove il precariato diventa principio di sistema: un lavoratore che può essere controllato in ogni momento a distanza, demansionato e licenziato senza alcuna possibilità di reintegro (se non nel caso, difficilissimo da dimostrare in giudizio, del licenziamento c.d. discriminatorio). Dinanzi ad uno scenario di questo tipo, difronte a una così profonda ricattabilità della lavoratrice e del lavoratore italiano, sorgono due domande. La prima: il nuovo lavoratore sarebbe disposto, adesso, a ribellarsi dinanzi ad un padrone che umili lui e la sua opera, che magari lo insulti, lo ricatti e in generale leda la sua dignità? Il secondo: il nuovo lavoratore sarebbe disposto a rinunciare silenziosamente a parte dei sui diritti pur di non indisporre il suo padrone potenziato, ad esempio in materia di sicurezza sul lavoro, maternità, congedi parentali, assistenza familiare, orario di lavoro, mobbing e chi più ne ha più ne metta? Dinanzi a questo, ci vuole davvero un gran bel coraggio a dire che il Job Act sia un fallimento.
    Pensiamo ai voucher, che adesso paiono essere oggetto di modifiche perché la cosa sta diventando davvero troppo zozza, e a come essi abbiano in realtà praticamente legalizzato il lavoro nero: in caso di controllo da parte delle autorità competenti, il lavoratore in nero (che per fame accetterebbe di tutto!) avrebbe dovuto semplicemente tirare fuori il fogliettino dalla tasca e sostenere di essere arrivato in azienda da una mezzoretta, per una collaborazione momentanea, quando magari prestava servizio da mesi tutti i giorni e regolarmente senza uno straccio di contribuzione previdenziale.
    Io, ingegnere assunto per Fiat con il Jobs act: in 4 mesi ho perso 3 volte il lavoro

    La verità è che la crisi è profonda e che in tempo di vacche magre qualcuno deve pagare e rinunciare a qualcosa: il Governo doveva solo decidere a chi presentare il conto e pare che la scelta sia stata chiara e assai ben riuscita. Altrimenti, dinanzi a dati tanto allarmanti sull’occupazione, l’esecutivo avrebbe anche potuto aprire a ipotesi di ripensamento e modifica di quella che appare una normativa semplicemente criminale. Non lo fa e questo la dice assai lunga. La verità è che Matteo Renzi è un liberale di destra che deve stare a sinistra altrimenti non riuscirebbe a fare quello che sta facendo: Berlusconi non ha potuto perché stava dal lato sbagliato, tutto qui.
    “Le parole sono (…) la nostra massima e inesauribile fonte di magia, in grado sia di infliggere dolore che di alleviarlo”, diceva un vecchio mago in un film, e il Governo pare lo abbia capito bene: basti pensare alla riforma costituzionale. E allora, sempre in merito alla riforma costituzionale, avendo ormai compreso il metodo del Governo, bene concludere con un ulteriore interrogativo, da lasciare sospeso alla libera interpretazione di ognuno: se il reale obiettivo dell’esecutivo non è quello che si legge nel titolo della legge – e questo pare ovvio alla semplice analisi dell’articolato – qual’è questa volta il reale disegno? A cosa serve realmente lo snellimento dell’iter legis? A cosa serve realmente accentrare la funzione legislativa in capo a Roma? A cosa serve realmente, con l’aiuto della legge elettorale, avere un Parlamento composto da gente servile e scelta dalle segreterie di partito? A cosa serve realmente spostare ulteriormente il baricentro del potere sull’asse dell’esecutivo? La prospettiva fa davvero paura, soprattutto se in filigrana non riemerga altro che un solo e unico proposito, perseguito da almeno vent’anni a questa parte da tutti gli esecutivi susseguitisi in Italia e in Europa: la demolizione dello stato sociale.

    http://www.lintellettualedissidente.it/italia-2/jobs-act-colpire-la-classe-media-per-ingrassare-il-libero-mercato/

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  3. #3
    Rossobruno cattivone
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    Predefinito Re: Il fallimento del Jobs Act

    Pienamente d'accordo con l'autore dell'articolo e con la parte che Kavalerists ha sottolineato in rosso.

    Un lungo processo di erosione dei diritti sociali, che prende il via negli anni '90 con i governi di centro sinistra. E siamo alle solite: Pacchetto Treu , Legge Biagi-Maroni (ma non era un "leghista di sinistra"?), Legge Fornero e, oggi, questo malefico Job Act. Tutte leggi che andrebbero abolite e confinate nel "museo degli orrori". Eppure i lavoratori non hanno la possibilità di ribellarsi.

    Non esiste un modello alternativo al quale guardare, i sindacati sono sempre più filo-padronali, non esiste un grosso partito pronto a sostenere le loro rivendicazioni e il capitale ha sapientemente diviso la mano d'opera, mettendo gli uni contro gli altri. Ma si tratta pur sempre di guerra tra poveri.

    Qualche tiepido segnale arriva dai cugini francesi. Ma la lotta deve essere ben organizzata e trovare delle avanguardie (sempre revocabili e contestabili) che indirizzino le lotte verso obiettivi concreti e ragionevoli.
    Lottiamo per una giustizia sociale che non sia un favore, ma un diritto - J. D. Perón -

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  4. #4
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    Predefinito Re: Il fallimento del Jobs Act

    Istat, in Italia nel 2014 l’economia in nero è salita a 211 miliardi. E vale il 13% del Pil

    Numeri & News


    Aumentano rispetto ai tre anni precedenti i lavoratori in nero, mentre contrabbando di tabacco, prostituzione e traffico di stupefacenti valgono l'1 per cento del prodotto interno lordo. E sul totale della cifra, il 46,9% deriva dall'evasione fiscale
    di F. Q. | 14 ottobre 2016

    COMMENTI (41)

    Più informazioni su: Economia Sommersa, Istat


    Oltre 3 milioni e mezzo di lavoratori in nero, 180mila in più rispetto al 2013, mentre il valore connesso a traffico di droga,prostituzione e il contrabbando di tabacco ammonta all’1 per cento del Pil, cioè 17 miliardi. È questo il quadro che emerge dal rapporto Istat L’economia non osservata nei conti nazionali, che indica come economia sommersa e relativa ad attività illecite nel 2014 valesse il 13% del Pil. In valore assoluto parliamo di 211 miliardi, e il 46,9% deriva dall’evasione fiscale. Numeri che superano di quasi cinque miliardi i valori registrati nel 2013, quando l’economia non osservata pesava per il 12,9%, per un totale di circa 206 miliardi. E nel 2011 il peso sul Pil si fermava al 12,4% (pari a circa 203 miliardi). Quindi, nel giro di tre anni, il valore è aumentato dello 0,6%.
    Per il 2014 il valore aggiunto generato dalla sola economia sommersa ammonta a 194,4 miliardi di euro (12% del Pil). La componente di valore aggiunto generata dall’impiego di lavoro irregolare è particolarmente rilevante nel settore degli altri servizi alle persone (23,3% nel 2014), dove è principalmente connessa al lavoro domestico, e nell’agricoltura, silvicoltura e pesca (16,3%). Nel 2014 le unità di lavoro irregolari sono 3 milioni 667 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 595 mila), in significativo aumento sull’anno precedente (rispettivamente +180 mila e +157 mila).
    Evasione e lavoro irregolare – Nel 2014 le “unità di lavoro irregolari”, sono 3 milioni 667 mila, in prevalenza dipendenti (2 milioni 595 mila), in significativo aumento sull’anno precedente (rispettivamente +180 mila e +157 mila). In pratica si tratta del totale dei posti irregolari, considerati a tempo pieno. Il tasso diirregolarità è così pari al 15,7% (+0,7 punti percentuali rispetto al 2013). Scomponendo il valore aggiunto generato dall’economia non osservata nel 2014, pari a 211 miliardi, per il 46,9% (47,9% nel 2013) deriva dalla componente relativa alla sotto-dichiarazione da parte degli operatori economici. La restante parte è attribuibile per il 36,5% all’impiego di lavoro irregolare (34,7% nel 2013), per l’8,6% alle altre componenti (fitti in nero, mance e integrazione domanda-offerta) e per l’8% alle attività illegali.
    Irregolarità dall’agricoltura al commercio – Il tasso di irregolarità, calcolato come incidenza delle unità di lavoro (ula) non regolari sul totale, è pari al 15,7% (+ 0,7 punti percentuali rispetto al 2013). Il tasso di irregolarità dell’occupazione risulta particolarmente elevato nel settore dei servizi alla persona(47,4% nel 2014, 2,4 punti percentuali in più del 2013), seguono a grande distanza l’agricoltura (17,5%), il commercio, trasporti,alloggio e ristorazione (16,5%) e le costruzioni (15,9%).

    di F. Q. | 14 ottobre 2016

    Istat, in Italia nel 2014 l'economia in nero è salita a 211 miliardi. E vale il 13% del Pil - Il Fatto Quotidiano

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