Il sottosegretario: «Granata non usi la clava della mafia»
GUIDO RUOTOLO
ROMA
Se dovesse scommettere punterebbe sulla pace o sulla rottura? «Non scommetto mai, da cattolico faccio solo voti. Sì, andrei in pellegrinaggio a piedi perché scoppi la pace tra Berlusconi e Fini. Una pace vera, fondata su basi solide, non una tregua». Una battuta. Alfredo Mantovano, sottosegretario all’Interno, ex An, al centro delle polemiche con Fabio Granata, il finiano intransigente. E sulla vicenda Spatuzza, Mantovano ha le idee molto chiare: «Se l’Antimafia chiedesse al Parlamento di modificare la legge sui collaboratori di giustizia, cancellando il limite temporale dei 180 giorni per fare tutte le dichiarazioni, e il Parlamento approvasse questa risoluzione, l’indomani mattina Gaspare Spatuzza avrebbe il programma di protezione».
Sottosegretario, lei accusa Fabio Granata di aver superato il confine della critica legittima sconfinando nella diffamazione. E’ sanabile questa frattura tra lei e Granata?
«Vorrei trascorrere una giornata senza dover leggere o sentire una dichiarazione di Bocchino o di Granata. Le polemiche oscurano i risultati del lavoro delle forze di polizia e dell’autorità giudiziaria che, grazie a sforzi e sacrifici, sono senza precedenti. In alcuni casi, sono arrivati prima che si consumassero reati gravissimi, come nel caso di Expo 2015 o nella ricostruzione all’Aquila. Tutto questo si perde perché mediaticamente passa la frase forte di Tizio o di Caio».
A Orvieto lei, Lupi, La Russa - e poi a seguire tutti gli altri - avete aperto il fuoco contro Granata, chiedendo l’intervento dei probi viri.
«A chi giova l’ansia distruttrice? Nei giorni scorsi alcuni finiani hanno paragonato il Pdl a un partito sudamericano. Faccio parte dell’Ufficio di presidenza del Pdl. Prima delle elezioni regionali il presidente Berlusconi non voleva che trovassimo un accordo elettorale con l’Udc e invece questa intesa è stata raggiunta. Sulle intercettazioni, avevamo trovato una intesa e sintesi con i finiani. Poi, siamo andati ben oltre. Dico questo per testimoniare che il nostro è un partito che discute e riesce a trovare una sintesi, se si vuole trovarla».
Perché fa paura Gaspare Spatuzza?
«Non è questa la domanda da porre. Nelle sette pagine di motivazioni con le quali la Commissione ministeriale che presiedo gli ha negato la concessione del programma di protezione, è scritto che Spatuzza su via D’Amelio e via dei Georgofili è stato riscontrato. Ricordo che la Commissione è giunta a una conclusione dopo aver letto tutti i verbali, tutte le dichiarazioni fatte da Spatuzza all’autorità giudiziaria. Il punto è il rispetto della legge. E la legge ci imponeva di bocciare la sua domanda perché Spatuzza ha fatto rivelazioni su vicende molto importanti ben oltre il limite del 180 giorni».
E’ legittimo criticare la decisione della sua Commissione?
«Ci mancherebbe. Ma cosa c’entra una critica legittima con l’affermazione che io ostacolerei l’accertamento della verità sulle stragi? Sono assolutamente contrariato dal fatto che il contrasto alla mafia sia oggetto di scontro interno allo stesso partito. E non sono per nulla d’accordo con l’agitare il vessillo della legalità, trasformandolo in clava con cui tramortire i colleghi di partiti».
Lei viene dalla storia di An, non dell’Msi, da quel cosiddetto movimento cattolico integralista. Mantovano, come vive lo strappo con Gianfranco Fini?
«In virtù della mia storia sono orgoglioso di aver contribuito a raggiungere risultati importanti di governo sul fronte dell’antimafia e della sicurezza».
Ma Fini, Granata, Bocchino hanno ragione quando pongono la questione morale nel Pdl?
«Così genericamente è incomprensibile e strumentale. Voglio dire che bisogna entrare nel dettaglio, nel particolare. E allora poi discutiamo. Da quattro mesi aspetto che a Claudio Scajola, che si è dimesso da ministro, vengano contestati i reati».




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