di Arthur C. Clarke
Prevedere il futuro è impossibile, scriveva nel 1965 Arthur C. Clarke, che pure già anni prima aveva previsto per primo l'utilizzo dell'orbita geostazionaria per i satelliti. Tante scoperte e invenzioni del XX secolo sarebbero risultate incomprensibili ai più illustri scienziati del secolo precedente, e ciò dimostra che quasi sempre il progresso prende strade inimmaginabili solo qualche decennio prima.

Tratto da Le nuove frontiere del possibile, Rizzoli, 1965 (Profiles of the Future, 1962)



Prima di cimentarsi nella pericolosa carriera del profeta è istruttivo vedere quale successo ne hanno ottenuto gli altri; e anche più istruttivo è vedere dove hanno fallito. Con monotona regolarità uomini di manifesta competenza hanno stabilito leggi su ciò che è tecnicamente possibile o impossibile. E sono stati clamorosamente smentiti: talvolta quando ancora non si era asciugato l’inchiostro delle loro penne. Risulta, a un’analisi accurata, che queste débâcles rientrano in due categorie, che chiamerò “cedimento del coraggio” e “cedimento della fantasia”.
Il cedimento del coraggio sembra essere il più comune. Lo si riscontra quando, pur con tutti i dati pertinenti a disposizione, l’aspirante profeta non sa vedere come questi convergano a un’unica conclusione inevitabile. Alcuni di questi cedimenti sono tanto ridicoli da essere quasi incredibili: potrebbero costituire materia interessante per un’analisi psicologica. “Dicevano che non era possibile” è una frase che ricorre in tutta la storia dell’invenzione. Ignoro se qualcuno abbia mai esaminato le ragioni per cui “si diceva” questo, spesso con una veemenza del tutto inutile. Oggi è impossibile far rivivere la mentalità del tempo in cui si costruivano le prime locomotive e c’era chi seriamente prospettava l’asfissia per chiunque raggiungesse la spaventosa velocità di cinquanta chilometri all’ora. Allo stesso modo è difficile credere che, solo ottant’anni fa, l’idea della luce elettrica nelle case era messa in ridicolo da tutti gli “esperti”, eccettuato un inventore americano trentunenne di nome Thomas Alva Edison. Quando, nel 1878, le azioni del gas precipitarono per il fatto che Edison (ormai personaggio autorevole, con il fonografo e il microfono a carbone al proprio attivo) annunciò che stava lavorando alla lampada a incandescenza, il parlamento britannico istituì una commissione che indagasse sulla faccenda (Westminster è capace di battere Washington con estrema facilità in questo tipo di gara). Con grande sollievo delle compagnie del gas, gli eminenti investigatori riferirono che le idee di Edison “potevano soddisfare i nostri amici d’oltreoceano… ma non meritavano l’attenzione di uomini di scienza o di buon senso”. E Sir William Preece, ingegnere campo del British Post Office, dichiarò chiaro e tondo che “la distribuzione della luce elettrica è un vero e proprio ignis fatuus”. Ma a nessuno certo sfugge che la fatuità non stava proprio nell’ignis (…).
Ma gli esempi più famosi e forse più istruttivi di un simile cedimento si sono riscontrati nel campo dell’aeronautica e dell’astronautica. All’inizio del ventesimo secolo gli scienziati erano tutti concordi nel dichiarare che il volo di un mezzo più pesante dell’aria era impossibile e che era pazzo chi cercava di costruire aeroplani. Il grande astronomo americano Simon Newcomb scrisse un famoso saggio che concludeva: “La dimostrazione che le combinazioni possibili di sostanze e congegni e forze conosciute non sono capaci di concorrere alla costruzione d’una macchina con cui l’uomo possa volare per lunghi tratti, sembra all’autore tanto completa quanto la può essere la dimostrazione di un fatto fisico”. Stranamente, Newcomb era di vedute abbastanza larghe per ammettere che qualche scoperta del tutto nuova – per esempio la neutralizzazione della gravità – poteva rendere effettuabile il volo. Non è lecito quindi accusarlo di mancanza di fantasia. Il suo errore consisteva nell’azzardarsi a dare un ordine alle leggi dell’aerodinamica, scienza di cui era incompetente. La sua mancanza di coraggio sta nel non aver compreso che i mezzi per il volo erano già a portata di mano. L’articolo di Newcomb, infatti, ebbe vasta risonanza proprio nel periodo in cui i fratelli Wright, non avendo un congegno adatto contro la gravità nella loro bottega di biciclette, montavano su ali un motore a benzina. Quando la notizia del loro successo arrivò all’astronomo, questi solo per un attimo accusò il colpo. Concesse che le macchine volanti potevano sì essere costruite, ma non sarebbero state certamente di alcuna utilità pratica, giacché era impossibile ch’esse potessero portare il peso di un altro passeggero oltre quello del pilota (…).


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