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  1. #1
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    Predefinito Tolentino, avvisaglia del Risorgimento

    Sto rileggendo proprio in questi giorni la storia militare del Risorgimento del Pieri, e francamente il quadro che delinea è davvero sconfortante...praticamente l'esercito murattiano dopo Tolentino si liquefece (ma i suoi reduci 5 anni dopo avrebbero dato vita al più vasto moto costituzionalista della penisola). E quindi parliamone.

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  2. #2
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    Predefinito Re: Tolentino, avvisaglia del Risorgimento

    Gioacchino Murat nacque a La Bastide Fortuniére nel 1767.


    Fu re di Napoli e Maresciallo di Napoleone sfatando il mito medioevale che voleva i comandi militari prerogativa della nobiltà, grazie alla Rivoluzione.

    Era infatti figlio di un locandiere che lo mandò a studiare in seminario.

    Gioacchino però fuggì e si arruolò nell’esercito del re di Francia. Da li a poco fu cacciato per insubordinazione e fu grazie a questo episodio che si convertì alla rivoluzione.

    Fece una brillante e veloce carriera militare grazie alla sua bravura, fino ad ottenere il grado di generale dal direttorio e poi maresciallo da Napoleone.

    Comanderà la cavalleria e la comandava bene, soprattutto sul campo perché era coraggioso e trascinatore di uomini anche se mediocre come organizzatore e stratega.

    Di bell’aspetto, aitante e giovane, il volto incorniciato in una cascata di riccioli, aveva tutto per piacere a tutti.

    Come militare partecipò a tutte le campagne di Napoleone dando ogni volta il suo prezioso contributo.
    Nel 1800 sposò Maria Carolina Bonaparte, sorella dell’Imperatore, come membro della famiglia ebbe il titolo di principe imperiale per diventare poi nel 1808 re di Napoli.

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  3. #3
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    Predefinito Re: Tolentino, avvisaglia del Risorgimento

    Il nuovo re fece un’ottima impressione ingraziandosi subito il popolo, tra omaggi a S. Gennaro, passeggiate in incognito tra le strade di Napoli parlando alla gente, parate militari che tanto piacciono ai napoletani.

    Quando la stella di Napoleone si eclissò, Murat senza non pochi triboli, si tenne stretta la corona e passò al nemico. Egli aveva sempre mantenuto da quando era re un comportamento per lo meno equivoco con il cognato. Quando però Napoleone fuggì dall’Elba, Murat riprese subito le parti dell’Imperatore e diede vita ad una spedizione nel Nord Italia contro gli austriaci.
    Giunti a Rimini il 30 marzo del 1815, lanciò il famoso proclama:

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    Predefinito Re: Tolentino, avvisaglia del Risorgimento

    “L’ora è venuta che debbano compiersi gli alti destini dell’Italia. La provvidenza vi chiama in fine ad essere una nazione indipendente. Dalle Alpi allo stretto di Sicilia odasi un grido solo, l’indipendenza d’Italia.”

    Poco importa se questi enfatici versi riuscirono ad ispirare a Manzoni alcuni dei suoi più brutti versi, che sono quasi tutti brutti, perché qualcuno vede in questo appello l’inizio del Risorgimento.

    Purtroppo gli italiani non risposero se non in pochissimi (500 abili al combattimento) a quel proclama di unità, perché il patriottismo in Italia restava prerogativa di pochi; sulla maggioranza non esercitava alcun fascino, anzi in alcuni casi si armavano per combatterlo.

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  5. #5
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    Predefinito Re: Tolentino, avvisaglia del Risorgimento

    La Battaglia

    Ad inizio aprile Murat si trovava sulle rive dell’Adriatico con gli austriaci schierati in modo da sbarrargli l’ingresso alla pianura padana. Due schieramenti: uno a Ferrara ed uno sul fiume Panaro (vicino a Bologna) impedivano al re di avanzare verso la Lombardia. Murat diede battaglia ed ottenne subito una vittoria vicino a Cento riuscendo a superare il fiume. Nonostante il successo non volle proseguire per non lasciarsi dietro l’altro pezzo dell’esercito nemico. Si girò e diede battaglia con i suoi uomini vicino ad Occhiobello; gli austriaci però, ebbero questa volta la meglio grazie anche al vantaggio della posizione.

    Gli attacchi napoletani si esaurirono e l’esercito fu costretto a ritirarsi per evitare l’accerchiamento.

    Nel frattempo giunse la notizia che l’Inghilterra aveva dichiarato guerra a Murat: questo significava un probabile attacco da sud dalla Sicilia occupata.

    Visto che il proclama non aveva sortito alcun effetto, nessuno si muoveva per fare l’Italia, nemmeno l’incustodita armata del nord, Murat decise di tornare sui suoi passi per difendere la capitale. Ormai la campagna si era dimostrata assai difficile e questa mossa, secondo lui, era l’unica possibile.

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    Predefinito Re: Tolentino, avvisaglia del Risorgimento

    Si mise così in marcia lungo la costa adriatica diretto a sud con l’esercito sostanzialmente intatto. Bianchi, il comandate austriaco di chiare origini italiane, dovette intuire in quella mossa un qualche segno di stanchezza o debolezza del nemico ed elaborò un piano veramente ardito per combatterlo.
    Ordinò al gen. Neipperg di tallonare Murat con metà delle truppe disponibili (circa 15.000 uomini) mentre lui stesso cercava di superarli passando per Firenze e Foligno con l’altra metà.

    Infine inviò un piccolo contingente di soldati comandati dal gen. Nugent, direttamente a minacciare Napoli.

    Il piano mirava ad un accerchiamento a larghissimo raggio con però un grosso rischio: se Murat si fosse incontrato con uno dei due scaglioni dell’esercito separatamente dall’altro, si sarebbe trovato in netto vantaggio numerico. Questo li quadro strategico della battaglia. Poi come succede, l’esito finale dipende da un caso del tutto imprevisto.

    Murat di accorse della manovra austriaca e prese le misure per sventarla.

    Lasciò una piccola ma sufficiente forza sulla riva adriatica per fermare Neipperg mentre lui si buttò con il grosso dell’esercito incontro a Bianchi che aveva appena attraversato l’Appennino presso Tolentino. La battaglia quindi si svolgerà con una netta superiorità numerica napoletana ma agli austriaci rimaneva la posizione migliore.

    Il due maggio Murat attaccò in massa presso il castello della Rancia che venne preso e perso più volte fino a che la sera restò in mano ai napoletani.

    Il giorno successivo il campo di battaglia era il medesimo con però un terreno scivoloso per via della pioggia caduta nella notte.

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    Predefinito Re: Tolentino, avvisaglia del Risorgimento

    La manovra di Murat doveva prevedere un attacco al centro e dei tentativi di accerchiamento laterali, tattica che fu disattesa perché il tutto si risolse in una serie di urti frontali al quanto sanguinolenti in posizione sempre svantaggiosa e con un pessimo terreno. Il fulcro della battaglia fu al centro dello schieramento in località Cantagallo: una collina assai ripida anche se da lontano non sembra. Sulla cima c’è ancora la casa semi diroccata da cui Murat ordinò l’attacco. Quest’ultimo fu guidato al centro da un generale inesperto, un certo D’Aquino, che sostituiva il suo superiore ferito il giorno prima. D’Aquino temendo d’essere esposto ad una carica di cavalleria, mandò all’attacco la sua divisione in formazione a “Quadrato”. Questa sventurata manovra obbligava i soldati a superare un fosso e a risalire l’irta collina, in una formazione compatta e lenta, completamente esposti al fuoco nemico. Fu un ecatombe.
    Gli austriaci tentarono allora un attacco che fu però respinto evitando così il disastro.
    Verso le cinque del pomeriggio, i napoletani non avevano fatto molti progressi. Murat aveva ancora molte riserve da impegnare ma successe qualcosa che cambiò i piani della battaglia.

    Mentre Murat cercava di raggiungere una delle colonne laterali, giunse una pessima notizia: gli austriaci erano arrivati all’Aquila conquistandola senza colpo ferire. Altre regioni come la Calabria o lo stesso Abruzzo si stavano sollevando grazie a bande filo-borboniche.
    In tutto questo probabilmente c’era un fondo di verità, riferito probabilmente alla colonna del generale Nugent, ma anche molta esagerazione. Sta di fatto che il re perse la testa e nel timore di trovarsi un regno in subbuglio diede l’ordine di ritirata.
    I generali lo presero alla lettera ed abbandonarono tutte le posizioni, anche le più vantaggiose, senza nemmeno curarsi di usare diversivi per coprire i movimenti. Gli austriaci ovviamente si accorsero ed iniziarono l’inseguimento.
    Purtroppo Murat non guidava le famose truppe dell’Imperatore, ma un tipico esercito all’italiana con generali che si odiavano, Pepe, Carrascosa, Pignatelli qualificava Colletta un “mozza orecchi”. Le truppe iniziarono a disertare in massa, vuoi per la fatica, per la fame (i servizi subirono un tracollo) per le numerose perdite subite. Alla fine dei conti Murat non guidava altro che uno spettro di quello che era il suo bel esercito del Sud.
    Quando entrò a Napoli la folla lo portò a palazzo reale in trionfo ( non si capisce di che) ma qualcuno già cantava “tra Macerata e Tolentino / è finito re Gioacchino” “ Tra il Chienti e il Potenza finì l’indipendenza”. A Carolina disse: “tutto è perduto fuorché la vita, non sono riuscito a morire”. Le affidò i poteri, incaricò i generali di trattare la resa con Bianchi ed abdicò.

    La Fine

    Murat tornò in Francia dal cognato, ma Napoleone non ne volle più sapere di lui (anche se a Waterloo gli sarebbe sicuramente stato utile).
    Dopo varie vicissitudini, l’ex re tentò di rientrare in quello che era stato il suo regno. Sbarcò a Pizzo di Calabria alla testa di pochi uomini. Nel paese c’erano delle truppe napoletane in esercitazione; sperando di suscitare ancora amore si lanciò in mezzo a loro sventolando la bandiere del regno e gridando “Viva Murat” “Viva re Gioacchino”. Venne però derubato, deriso, poi arrestato, rapidamente processato e fucilato.

    Questa tragica fine, simile a quella che arriverà più tardi per i fratelli Bandiera e Carlo Pisacane, si può probabilmente ritenere parte del Risorgimento Italiano.

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