Da G. Spadolini, “L’opposizione laica nell’Italia moderna (1861-1922). Radicali e repubblicani nell’adolescenza della nazione”, Le Monnier, Firenze 1988
I. Bologna (1° novembre 1895)
“La grande maggioranza dell’Assemblea – che si tiene clandestinamente nella sala che due anni prima ha visto lo scioglimento del Patto di Fratellanza – delibera di riconoscere la partecipazione condizionata degli iscritti alle lotte elettorali amministrative e la libertà dei vari centri di presentarsi pure a quelle politiche, scegliendo, a seconda dell’opportunità, fra le candidature di protesta e le candidature nettamente repubblicane”.
II. Firenze (27 e 29 maggio 1897)
Il Congresso si svolge in forma clandestina a causa del divieto del prefetto di Firenze e approva lo statuto del partito, che riconosce “un largo margine di autonomia, di iniziativa e di decisione” alle federazioni regionali. I repubblicani ribadiscono la scelta “partecipazionista” fatta a Bologna ed approvano il programma del partito, che sottolinea “la volontà di operare in competizione con gli altri partiti politici ed economici senza limitarsi al lavoro legislativo, ma puntando sul salutare risveglio della coscienza pubblica e sullo slancio generoso del popolo”.
III. Lugano (8-9 settembre 1899)
Costretti a riunirsi in terra straniera, i repubblicani denunciano l’imperversare della reazione, definita conseguenza della “manifesta impotenza” della monarchia “a governare colla libertà” e si dichiarano concordi sulla necessità di mantenere salda l’unione dei partiti popolari – repubblicano, radicale e socialista – che in Parlamento ha dimostrato di sapersi battere con decisione e vigore contro i tentativi liberticidi del governo Pelloux[1].
IV. Firenze-Rifredi (1-3 novembre 1900)
Il Congresso, dopo aver ribadito il giudizio negativo dei repubblicani sulla Triplice Alleanza, definita “contraria, non solo alle tradizioni ed al principio dell’indipendenza italiana, ma alla economica e alla finanza dello Stato”[2], delibera di promuovere una “agitazione popolare… per l’abolizione del dazio doganale sul grano e degli altri dazi di confine” ed invita il gruppo parlamentare a proporre “le riforme nella legislazione sui tributi a base progressiva con totale esenzione delle quote minime”[3].
V. Ancona (19 febbraio 1901)
Il Congresso conferma l’opposizione dei repubblicani al Ministero Zanardelli-Giolitti. Di fronte a gravi casi di indisciplina dei parlamentari, approva un ordine del giorno nel quale dichiara “che il gruppo repubblicano sia costituito unicamente dai deputati iscritti al Partito, che accettino i deliberati sui quali il Partito intende impegnare la sua azione pubblica”[4]. Il documento provoca la reazione di Napoleone Colajanni e di Edoardo Pantano, i quali dichiarano di uscire dal gruppo parlamentare repubblicano.
VI. Pisa (6-8 ottobre 1902)
Il Congresso – presieduto da Giovanni Bovio, già colpito dal male che di lì a pochi mesi ne provocherà la morte – invita i repubblicani ad intensificare la loro azione all’interno delle organizzazioni operaie e delibera di promuovere “una grande agitazione nel paese contro il militarismo e per il suffragio universale, che integrerà la sovranità nazionale col diritto costituente, come conquista nazionale dell’eguaglianza e della libertà come istrumento di rivendicazione economica e sociale”[5].
VII. Forlì (3-5 ottobre 1903)
Di fronte al ripetersi di casi di indisciplina dei parlamentari, che rendono estremamente difficili i rapporti fra il gruppo parlamentare e le organizzazioni del partito, il Congresso approva un ordine del giorno che dichiara “i deputati repubblicani liberi e però responsabili dell’opera loro rispetto all’azione del partito, la quale azione deve avere la sua base precipua in mezzo alle organizzazioni operaie e popolari”[6]. Arcangelo Ghisleri svolge un’ampia relazione sulla questione meridionale, sottolineando che il riscatto del Mezzogiorno richiede una coraggiosa politica di autonomia, l’unica in grado di restituire capacità di intrapresa alle popolazioni meridionali.
VIII. Genova (22-24 giugno 1905)
Il Congresso si svolge a Genova in concomitanza con le celebrazioni del centenario della nascita di Giuseppe Mazzini ed è contraddistinto dalla vigorosa campagna di Napoleone Colajanni a difesa dell’autonomia del pensiero mazziniano, contro ogni interessata interpretazione o denigrazione. Il Congresso ribadisce l’impegno dei repubblicani a favore delle classi operaie e sottolinea che il PRI “intende, nelle lotte moderne dei proletari contro il capitalismo che li opprime e li sfrutta, schierarsi francamente e risolutamente a favore dei primi”[7]. In contrasto con la pratica del riformismo socialista, il documento sottolinea la necessità che le lotte operaie vengano condotte con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita del proletariato e il senso di solidarietà fra tutti i lavoratori.
IX. Roma (3-5 maggio 1908)
L’assemblea oltre a deliberare l’adesione incondizionata alla Confederazione generale del lavoro, rivendica la laicità dello Stato ed approva un documento con il quale si fanno “voti perché la scuola primaria sia avocata allo Stato, che devolva alla scuola le somme necessarie perché essa risponda interamente ai suoi fini di educazione civile”[8].
X. Firenze (9-11 aprile 1910)
Di fronte all’emergere del nazionalismo, i repubblicani rivendicano il principio della “Nazione armata (che) è il sistema difensivo proprio dei paesi retti da costituzioni democratiche, ricordando che le armi popolari furono sempre, a preferenza degli eserciti regolari, lo strumento delle più audaci e nobili rivendicazioni nazionali”[9].
XI. Ancona (18-20 maggio 1912)
Il Congresso, ribadendo le decisioni del Convegno di Bologna dell’ottobre 1911, conferma l’ostilità dei repubblicani all’impresa libica, sottolineando che le risorse del paese sono state ancora una volta distolte dagli impieghi necessari al progresso civile ed economico del paese. Il Congresso chiama alla guida del partito Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini, al quale la nuova giunta esecutiva affiderà la segreteria politica.
XII. Bologna (16-18 maggio 1914)
L’Assemblea riconferma alla guida del partito Oliviero Zuccarini, che svolge un’ampia relazione nella quale indica i tratti essenziali di uno Stato repubblicano fondato sulle autonomie e capace di garantire il pluralismo attraverso il libero confronto fra i diversi interessi rappresentati nel paese. Il Congresso ascolta anche una relazione di Luigi De Andreis sulle nazionalità, nella quale il vecchio leader mazziniano compie una precisa messa a punto rispetto a talune inclinazioni nazionalistiche dell’irredentismo.
Convegno nazionale – Firenze (8-9 dicembre 1918)
Il Convegno, al quale non può partecipare la giovane generazione dei combattenti repubblicani, non ancora smobilitati, approva la linea indicata da Armando Casalini, che punta ad un’intesa con l’Unione Socialista Nazionale di Leonida Bissolati. Il Convegno approva, non senza polemiche, il “programma sociale” predisposto da Casalini, con il quale viene lanciata nel paese l’agitazione per la convocazione dell’Assemblea costituente, e conferma l’adesione dei repubblicani ai principi enunciati dal presidente americano Wilson.
XIII. Roma (13-15 dicembre 1919)
Il dibattito si svolge all’indomani delle elezioni e dell’impresa fiumana ed è caratterizzato dallo scontro fra il gruppo raccolto attorno a Carlo Bazzi e Armando Casalini, e i giovani ex combattenti guidati da Fernando Schiavetti e Guido Bergamo, i quali si riconoscono nella linea “intransigente” di Conti e Zuccarini. Il Congresso assume toni drammatici quando Guido Bergamo interviene per contestare che l’impresa fiumana possa essere ricondotta nell’alveo della tradizione garibaldina.
XIV. Ancona (25-27 settembre 1920)
Il Congresso segna il definitivo consolidamento della linea intransigente impersonata da Schievetti e Conti, e ribadisce la netta opposizione dei repubblicani al fascismo, che sta finalmente rivelando il suo vero volto, nonostante certe iniziali e parziali collusioni fra repubblicani e fascisti, soprattutto in Romagna, nella lotta anti-socialista. L’Assemblea approva un ordine del giorno che invita tutti gli iscritti a “non partecipare ad aggruppamenti occasionali destinati a favorire le peggiori deviazioni dello spirito rivoluzionario; e a sorreggere, infine, tutti quei movimenti tendenti a determinare e impiegare l’unione delle forze rivoluzionarie per la demolizione dell’attuale regime”[10]. Il Congresso delibera, infine, di dare vita al nuovo quotidiano del partito: La Voce repubblicana.
XV. Trieste (22-25 aprile 1922)
Al Congresso non partecipano Ubaldo Comandini e i suoi amici, attestati su una linea di neutralità e in taluni casi di benevolenza verso il fascismo. A conclusione del dibattito i repubblicani riconfermano la validità della scelta compiuta ad Ancona ed approvano un ordine del giorno nel quale viene definito “chiuso ormai definitivamente il periodo delle lotte per l’unità e per l’indipendenza del paese” e si ritiene “indispensabile indirizzare tutte le… energie alla soluzione dei problemi di giustizia sociale indissolubilmente legati alla trasformazione degli istituti politici del paese”[11]
XVI. Roma (16-18 dicembre 1922)
Riunito all’indomani della marcia su Roma, il Congresso è caratterizzato dallo scontro fra i seguaci di Ubaldo Comandini, fautori di una linea di neutralità nei confronti del fascismo, e quanti, invece, ritengono che il PRI non possa deflettere dalla posizione antifascista, adottata fin dalla primavera del 1920. Su questa linea si trovano concordi la vecchia e la nuova guardia del partito. Il Congresso, accogliendo l’appello di Luigi De Andreis – il quale esclama: “Noi abbiamo il dovere di rimanere in piedi quando tutti sono in ginocchio!” ed aggiunge: “Se il partito repubblicano tornasse indietro, questo vecchio insorgerebbe e rivendicherebbe la sua libertà d’azione”[12] – approva a larga maggioranza l’ordine del giorno presentato da Piero Delfino Pesce, che impegna il partito a “persistere nelle proprie direttive di rigida e fervida intransigenza”[13].
XVII. Milano (9-10 maggio 1925)
Il dibattito è caratterizzato dallo scontro fra il gruppo guidato da Giovanni Conti – il quale non ha mai nascosto la sua sfiducia nei confronti della capacità della lotta dell’Aventino – e quello guidato da Mario Bergamo, che guarda a una coalizione fra repubblicani e socialisti come all’unico strumento capace di rendere più incisiva la lotta contro il fascismo. Prevale quest’ultima tendenza ed il Congresso approva un documento – la “mozione Bergamo” – che definisce “la lotta delle classi sul terreno economico” come “il primo se non l’unico mezzo onde tutto il popolo che lavora conquista la coscienza del diritto, il sentimento del dovere, della solidarietà e della propria unità”[14]. Al Congresso uno dei sostenitori più decisi alla “intransigenza” contiana è il giovane Oronzo Reale, il quale denuncia l’esaurimento della strategia aventiniana ed afferma che “non è compito del partito repubblicano di difendere lo Statuto”. “Noi – aggiunge O. Reale – dobbiamo ispirarci soltanto ai doveri e alle esigenze delle nostre idealità per lavorare soltanto per la repubblica”[15].
(...)
[1] Raccolta delle deliberazioni dei Congressi nazionali dal 1895 al 1912, Roma, 1914, p. 38.
[2] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 41.
[3] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 37.
[4] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 37.
[5] Raccolta delle deliberazioni, cit., pp. 43-44.
[6] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 38.
[7] Raccolta delle deliberazioni cit., p. 68.
[8] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 47.
[9] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 46.
[10] Relazione sull’opera della direzione dal 1° ottobre 1920 al 15 marzo 1922, p. 10. (senza indicazione di data e luogo).
[11] Resoconto sommario dei lavori del XV Congresso nazionale, Roma, 1922, pp. 52-53.
[12] Resoconto sommario del XVI Congresso nazionale, Roma, 1924, pp. 17-18.
[13] Resoconto sommario, cit., p. 45.
[14] La “mozione Bergamo” è stata ripubblicata in: M. BERGAMO, Nazionalcomunismo, Milano, 1965, pp. 61-65.
[15] La tattica seguita dalla Direzione del Partito approvata a grande maggioranza, ne La Voce Repubblicana, a. V, n. 88, 12 maggio 1925.





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