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    Predefinito I Congressi nazionali del PRI dal 1895 al 1987



    Da G. Spadolini, “L’opposizione laica nell’Italia moderna (1861-1922). Radicali e repubblicani nell’adolescenza della nazione”, Le Monnier, Firenze 1988



    I. Bologna (1° novembre 1895)

    “La grande maggioranza dell’Assemblea – che si tiene clandestinamente nella sala che due anni prima ha visto lo scioglimento del Patto di Fratellanza – delibera di riconoscere la partecipazione condizionata degli iscritti alle lotte elettorali amministrative e la libertà dei vari centri di presentarsi pure a quelle politiche, scegliendo, a seconda dell’opportunità, fra le candidature di protesta e le candidature nettamente repubblicane”.


    II. Firenze (27 e 29 maggio 1897)

    Il Congresso si svolge in forma clandestina a causa del divieto del prefetto di Firenze e approva lo statuto del partito, che riconosce “un largo margine di autonomia, di iniziativa e di decisione” alle federazioni regionali. I repubblicani ribadiscono la scelta “partecipazionista” fatta a Bologna ed approvano il programma del partito, che sottolinea “la volontà di operare in competizione con gli altri partiti politici ed economici senza limitarsi al lavoro legislativo, ma puntando sul salutare risveglio della coscienza pubblica e sullo slancio generoso del popolo”.


    III. Lugano (8-9 settembre 1899)

    Costretti a riunirsi in terra straniera, i repubblicani denunciano l’imperversare della reazione, definita conseguenza della “manifesta impotenza” della monarchia “a governare colla libertà” e si dichiarano concordi sulla necessità di mantenere salda l’unione dei partiti popolari – repubblicano, radicale e socialista – che in Parlamento ha dimostrato di sapersi battere con decisione e vigore contro i tentativi liberticidi del governo Pelloux[1].


    IV. Firenze-Rifredi (1-3 novembre 1900)

    Il Congresso, dopo aver ribadito il giudizio negativo dei repubblicani sulla Triplice Alleanza, definita “contraria, non solo alle tradizioni ed al principio dell’indipendenza italiana, ma alla economica e alla finanza dello Stato”[2], delibera di promuovere una “agitazione popolare… per l’abolizione del dazio doganale sul grano e degli altri dazi di confine” ed invita il gruppo parlamentare a proporre “le riforme nella legislazione sui tributi a base progressiva con totale esenzione delle quote minime”[3].


    V. Ancona (19 febbraio 1901)

    Il Congresso conferma l’opposizione dei repubblicani al Ministero Zanardelli-Giolitti. Di fronte a gravi casi di indisciplina dei parlamentari, approva un ordine del giorno nel quale dichiara “che il gruppo repubblicano sia costituito unicamente dai deputati iscritti al Partito, che accettino i deliberati sui quali il Partito intende impegnare la sua azione pubblica”[4]. Il documento provoca la reazione di Napoleone Colajanni e di Edoardo Pantano, i quali dichiarano di uscire dal gruppo parlamentare repubblicano.


    VI. Pisa (6-8 ottobre 1902)

    Il Congresso – presieduto da Giovanni Bovio, già colpito dal male che di lì a pochi mesi ne provocherà la morte – invita i repubblicani ad intensificare la loro azione all’interno delle organizzazioni operaie e delibera di promuovere “una grande agitazione nel paese contro il militarismo e per il suffragio universale, che integrerà la sovranità nazionale col diritto costituente, come conquista nazionale dell’eguaglianza e della libertà come istrumento di rivendicazione economica e sociale”[5].


    VII. Forlì (3-5 ottobre 1903)

    Di fronte al ripetersi di casi di indisciplina dei parlamentari, che rendono estremamente difficili i rapporti fra il gruppo parlamentare e le organizzazioni del partito, il Congresso approva un ordine del giorno che dichiara “i deputati repubblicani liberi e però responsabili dell’opera loro rispetto all’azione del partito, la quale azione deve avere la sua base precipua in mezzo alle organizzazioni operaie e popolari”[6]. Arcangelo Ghisleri svolge un’ampia relazione sulla questione meridionale, sottolineando che il riscatto del Mezzogiorno richiede una coraggiosa politica di autonomia, l’unica in grado di restituire capacità di intrapresa alle popolazioni meridionali.


    VIII. Genova (22-24 giugno 1905)

    Il Congresso si svolge a Genova in concomitanza con le celebrazioni del centenario della nascita di Giuseppe Mazzini ed è contraddistinto dalla vigorosa campagna di Napoleone Colajanni a difesa dell’autonomia del pensiero mazziniano, contro ogni interessata interpretazione o denigrazione. Il Congresso ribadisce l’impegno dei repubblicani a favore delle classi operaie e sottolinea che il PRI “intende, nelle lotte moderne dei proletari contro il capitalismo che li opprime e li sfrutta, schierarsi francamente e risolutamente a favore dei primi”[7]. In contrasto con la pratica del riformismo socialista, il documento sottolinea la necessità che le lotte operaie vengano condotte con l’obiettivo di migliorare le condizioni di vita del proletariato e il senso di solidarietà fra tutti i lavoratori.


    IX. Roma (3-5 maggio 1908)

    L’assemblea oltre a deliberare l’adesione incondizionata alla Confederazione generale del lavoro, rivendica la laicità dello Stato ed approva un documento con il quale si fanno “voti perché la scuola primaria sia avocata allo Stato, che devolva alla scuola le somme necessarie perché essa risponda interamente ai suoi fini di educazione civile”[8].


    X. Firenze (9-11 aprile 1910)

    Di fronte all’emergere del nazionalismo, i repubblicani rivendicano il principio della “Nazione armata (che) è il sistema difensivo proprio dei paesi retti da costituzioni democratiche, ricordando che le armi popolari furono sempre, a preferenza degli eserciti regolari, lo strumento delle più audaci e nobili rivendicazioni nazionali”[9].


    XI. Ancona (18-20 maggio 1912)

    Il Congresso, ribadendo le decisioni del Convegno di Bologna dell’ottobre 1911, conferma l’ostilità dei repubblicani all’impresa libica, sottolineando che le risorse del paese sono state ancora una volta distolte dagli impieghi necessari al progresso civile ed economico del paese. Il Congresso chiama alla guida del partito Giovanni Conti e Oliviero Zuccarini, al quale la nuova giunta esecutiva affiderà la segreteria politica.


    XII. Bologna (16-18 maggio 1914)

    L’Assemblea riconferma alla guida del partito Oliviero Zuccarini, che svolge un’ampia relazione nella quale indica i tratti essenziali di uno Stato repubblicano fondato sulle autonomie e capace di garantire il pluralismo attraverso il libero confronto fra i diversi interessi rappresentati nel paese. Il Congresso ascolta anche una relazione di Luigi De Andreis sulle nazionalità, nella quale il vecchio leader mazziniano compie una precisa messa a punto rispetto a talune inclinazioni nazionalistiche dell’irredentismo.


    Convegno nazionale Firenze (8-9 dicembre 1918)

    Il Convegno, al quale non può partecipare la giovane generazione dei combattenti repubblicani, non ancora smobilitati, approva la linea indicata da Armando Casalini, che punta ad un’intesa con l’Unione Socialista Nazionale di Leonida Bissolati. Il Convegno approva, non senza polemiche, il “programma sociale” predisposto da Casalini, con il quale viene lanciata nel paese l’agitazione per la convocazione dell’Assemblea costituente, e conferma l’adesione dei repubblicani ai principi enunciati dal presidente americano Wilson.


    XIII. Roma (13-15 dicembre 1919)

    Il dibattito si svolge all’indomani delle elezioni e dell’impresa fiumana ed è caratterizzato dallo scontro fra il gruppo raccolto attorno a Carlo Bazzi e Armando Casalini, e i giovani ex combattenti guidati da Fernando Schiavetti e Guido Bergamo, i quali si riconoscono nella linea “intransigente” di Conti e Zuccarini. Il Congresso assume toni drammatici quando Guido Bergamo interviene per contestare che l’impresa fiumana possa essere ricondotta nell’alveo della tradizione garibaldina.


    XIV. Ancona (25-27 settembre 1920)

    Il Congresso segna il definitivo consolidamento della linea intransigente impersonata da Schievetti e Conti, e ribadisce la netta opposizione dei repubblicani al fascismo, che sta finalmente rivelando il suo vero volto, nonostante certe iniziali e parziali collusioni fra repubblicani e fascisti, soprattutto in Romagna, nella lotta anti-socialista. L’Assemblea approva un ordine del giorno che invita tutti gli iscritti a “non partecipare ad aggruppamenti occasionali destinati a favorire le peggiori deviazioni dello spirito rivoluzionario; e a sorreggere, infine, tutti quei movimenti tendenti a determinare e impiegare l’unione delle forze rivoluzionarie per la demolizione dell’attuale regime”[10]. Il Congresso delibera, infine, di dare vita al nuovo quotidiano del partito: La Voce repubblicana.


    XV. Trieste (22-25 aprile 1922)

    Al Congresso non partecipano Ubaldo Comandini e i suoi amici, attestati su una linea di neutralità e in taluni casi di benevolenza verso il fascismo. A conclusione del dibattito i repubblicani riconfermano la validità della scelta compiuta ad Ancona ed approvano un ordine del giorno nel quale viene definito “chiuso ormai definitivamente il periodo delle lotte per l’unità e per l’indipendenza del paese” e si ritiene “indispensabile indirizzare tutte le… energie alla soluzione dei problemi di giustizia sociale indissolubilmente legati alla trasformazione degli istituti politici del paese”[11]


    XVI. Roma (16-18 dicembre 1922)

    Riunito all’indomani della marcia su Roma, il Congresso è caratterizzato dallo scontro fra i seguaci di Ubaldo Comandini, fautori di una linea di neutralità nei confronti del fascismo, e quanti, invece, ritengono che il PRI non possa deflettere dalla posizione antifascista, adottata fin dalla primavera del 1920. Su questa linea si trovano concordi la vecchia e la nuova guardia del partito. Il Congresso, accogliendo l’appello di Luigi De Andreis – il quale esclama: “Noi abbiamo il dovere di rimanere in piedi quando tutti sono in ginocchio!” ed aggiunge: “Se il partito repubblicano tornasse indietro, questo vecchio insorgerebbe e rivendicherebbe la sua libertà d’azione”[12] – approva a larga maggioranza l’ordine del giorno presentato da Piero Delfino Pesce, che impegna il partito a “persistere nelle proprie direttive di rigida e fervida intransigenza”[13].


    XVII. Milano (9-10 maggio 1925)

    Il dibattito è caratterizzato dallo scontro fra il gruppo guidato da Giovanni Conti – il quale non ha mai nascosto la sua sfiducia nei confronti della capacità della lotta dell’Aventino – e quello guidato da Mario Bergamo, che guarda a una coalizione fra repubblicani e socialisti come all’unico strumento capace di rendere più incisiva la lotta contro il fascismo. Prevale quest’ultima tendenza ed il Congresso approva un documento – la “mozione Bergamo” – che definisce “la lotta delle classi sul terreno economico” come “il primo se non l’unico mezzo onde tutto il popolo che lavora conquista la coscienza del diritto, il sentimento del dovere, della solidarietà e della propria unità”[14]. Al Congresso uno dei sostenitori più decisi alla “intransigenza” contiana è il giovane Oronzo Reale, il quale denuncia l’esaurimento della strategia aventiniana ed afferma che “non è compito del partito repubblicano di difendere lo Statuto”. “Noi – aggiunge O. Reale – dobbiamo ispirarci soltanto ai doveri e alle esigenze delle nostre idealità per lavorare soltanto per la repubblica”[15].


    (...)



    [1] Raccolta delle deliberazioni dei Congressi nazionali dal 1895 al 1912, Roma, 1914, p. 38.

    [2] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 41.

    [3] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 37.

    [4] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 37.

    [5] Raccolta delle deliberazioni, cit., pp. 43-44.

    [6] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 38.

    [7] Raccolta delle deliberazioni cit., p. 68.

    [8] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 47.

    [9] Raccolta delle deliberazioni, cit., p. 46.

    [10] Relazione sull’opera della direzione dal 1° ottobre 1920 al 15 marzo 1922, p. 10. (senza indicazione di data e luogo).

    [11] Resoconto sommario dei lavori del XV Congresso nazionale, Roma, 1922, pp. 52-53.

    [12] Resoconto sommario del XVI Congresso nazionale, Roma, 1924, pp. 17-18.

    [13] Resoconto sommario, cit., p. 45.

    [14] La “mozione Bergamo” è stata ripubblicata in: M. BERGAMO, Nazionalcomunismo, Milano, 1965, pp. 61-65.

    [15] La tattica seguita dalla Direzione del Partito approvata a grande maggioranza, ne La Voce Repubblicana, a. V, n. 88, 12 maggio 1925.
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    Predefinito Re: I Congressi nazionali del PRI dal 1895 al 1987

    I congressi dell’esilio


    Lione (30 giugno – 1° luglio 1928)

    Il congresso dibatte la questione dell’adesione alla Concentrazione antifascista, costituitasi nella primavera dell’anno precedente: risulta in maggioranza la corrente “partecipazionista”, alla quale aderisce anche Silvio Trentin, da poco entrato nel partito, e l’Assemblea ratifica l’adesione.


    Parigi (29-30 giugno 1929)

    Torna nuovamente sul tappeto il problema della partecipazione alla Concentrazione, che il Congresso conferma anche se questo fatto provoca l’abbandono dei lavori da parte della corrente di “sinistra”, guidata da Fernando Schiavetti e Francesco Volterra. L’Assemblea ratifica anche il patto di alleanza stretto a Bordeaux nell’ottobre 1928 con i rappresentanti delle organizzazioni repubblicane spagnuole (Miguel De Unamuno ed Eduardo Ortega Y Gasset).


    Annemasse (28-29 marzo 1931)

    Il Congresso ratifica il “patto di unione” stretto con il partito socialista nel settembre dell’anno precedente, ed esamina i problemi posti dallo sviluppo della società industriale sulla base di un documento approvato dalla sezione di Parigi, dove si legge: “lo Stato repubblicano respinge, in nome dei princìpi di libertà e di autonomo sviluppo della personalità individuale, la concezione totalitaria che è comunista e fascista… ma rifiuta altresì di accettare la formula del liberalismo assoluto, cioè la concezione dello Stato che si chiude nella pratica di poche funzioni fondamentali e assiste impassibile… allo scatenarsi delle lotte tra gruppi, ceti e classi che nascono dalle diseguaglianze sociali”[1].


    St. Louis (27-28 maggio 1932)

    Il dibattito congressuale torna a concentrarsi sul problema della partecipazione alla Concentrazione antifascista, nella quale è entrato recentemente anche il Movimento di “Giustizia e Libertà” che attraverso il suo leader, Carlo Rosselli, ha condotto una vivace polemica contro esponenti repubblicani (in particolare contro C. Facchinetti). Il Congresso delibera di ritirare l’adesione repubblicana alla Concentrazione, ritenendo che questa organizzazione “per le sue recenti trasformazioni, per il modo con cui queste trasformazioni sono avvenute e per lo spirito che la dirige, non risponde più alle esigenze della lotta rivoluzionaria italiana”[2].


    Parigi (23-24 aprile 1933)

    Il Congresso è caratterizzato da un serrato dibattito tra la corrente “tradizionalista”, che propone il ritorno del PRI nella Concentrazione e la Sinistra, che ha tentato di avviare un processo di revisione ideologica tendente ad allontanare il PRI dalle sue matrici storiche e propone un’intesa organica con il PCI. Soprattutto grazie all’intervento di Egidio Reale il dibattito si conclude con una netta sconfitta della Sinistra, guidata da R. Rossetti e F. Schiavetti, ed il PRI delibera di rientrare nella Concentrazione.


    Lione (24-25 marzo 1934)

    Il Congresso risente della grave crisi che ormai da tempo investe tutto l’antifascismo militante in esilio, di cui sarà prova l’imminente scioglimento della Concentrazione. I repubblicani non mancano, tuttavia, di interrogarsi sul futuro dell’Europa, reso particolarmente oscuro dalla vittoria elettorale di Hitler in Germania. Nella relazione congressuale il segretario uscente, R. Pacciardi, richiama la necessità di coordinare a livello internazionale gli sforzi per la difesa della libertà e afferma: “Noi tendiamo alla disciplina internazionale delle varie e slegate iniziative antifasciste e all’organizzazione di un movimento internazionale antifascista; non soltanto morale e simbolico, quale deve essere un’alleanza tra i gruppi nazionali impegnati, ma effettivo e potente”[3].


    Parigi (3 febbraio 1935)

    Dopo l’uscita della Sinistra, seguita al Congresso di Lione, la crisi del PRI raggiunge il culmine: il Congresso arriva al punto di prendere in considerazione la possibilità di autoscioglimento del partito. Cipriano Facchinetti reagisce decisamente a questa ipotesi esclamando: “Se anche il partito dovesse essere sciolto, io come repubblicano fedele lo farò rivivere, perché nel partito c’è posto per i destri come per i sinistri”[4].


    Parigi (11-12 giugno 1938)

    È il Congresso della ricostruzione delle strutture del partito. La “dichiarazione finale”, dopo aver rivendicato il contributo di idee e di sangue dato dai repubblicani alla lotta per la libertà, sottolinea che “la vitalità rivoluzionaria” del PRI “scaturisce dai postulati sempre verdi del socialismo mazziniano… un socialismo, che non ha alcun ondeggiamento tra la libertà e la dittatura, che non attende la redenzione umana da una concatenazione fatalistica di fattori determinanti, ma proclama il valore del combattimento e la sublime virtù del martirio; che non affida poteri e privilegi rivoluzionari a categoria particolari di lavoratori, ma a tutta la massa dei lavoratori del braccio e dell’intelligenza”[5].


    Portsmouth (9-10 ottobre 1943)

    Il Congresso ribadisce la pregiudiziale repubblicana contro il compromesso che si va delineando dopo l’armistizio dell’8 settembre e prende posizione contro le aperture possibiliste della Mazzini Society.





    [1] Partito repubblicano italiano, Bollettino mensile riservato alle sezioni, n. 1, 6 aprile 1931, p. 8.

    [2] S. FEDELE, Storia della concentrazione antifascista 1927-1934, Milano, 1976, p. 153 e 183 e sgg.

    [3] R. PACCIARDI, Il Congresso repubblicano a Lione: 24 e 25 marzo, La Relazione della segreteria politica, ne L’Italia del Popolo, anno VII, 3 febbraio 1934.

    [4] Resoconto dei lavori del VII Congresso del PRI, p. 3, in ACS, Ministero dell’Interno. DG AA GG RR Ctg K4 Pacco 111 (Parigi, 1935).

    [5] Una dichiarazione del Partito repubblicano ne La Giovine Italia, 18 giugno 1938.
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    Predefinito Re: I Congressi nazionali del PRI dal 1895 al 1987

    Congresso clandestino dell’Alta Italia Milano (5 dicembre 1943)

    Sotto la presidenza di Ernesto Re il Congresso delibera di differenziarsi dal partito d’azione e di promuovere formazioni armate nonché la fusione con un partito repubblicano rivoluzionario fondato da Giovanbattista Pirolini.


    Convegno nazionaleRoma (26-27 maggio 1945)

    I repubblicani tornano a riunirsi a Roma a 20 anni esatti di distanza dal loro ultimo Congresso nazionale. L’Assemblea conferma il suo appoggio a Randolfo Pacciardi, che vede approvata la sua linea tendente alla costituzione di una Concentrazione repubblicana come alternativa alla coalizione del Cln, ma deve cedere sul tema della partecipazione alla Consulta, sul quale si era dimostrato più possibilista di Giovanni Conti.


    XVIII. Roma (9-11 febbraio 1946)

    Avvicinandosi il referendum istituzionale, i repubblicani concentrano la loro attenzione sul problemi della ricostruzione economica del paese e della edificazione del nuovo Stato democratico e repubblicano. L’Assemblea approva la mozione economica preparata da Oliviero Zuccarini, che reclama lo smantellamento delle bardature autarchiche e corporative ed una rigorosa politica economica tendente a consentire, in primo luogo, la ripresa delle attività produttive. Il Congresso approva anche la relazione di Giulio Andrea Belloni sul progetto di costituzione repubblicana redatto da Giovanni Conti e Tomaso Perassi durante l’occupazione nazista di Roma.


    XIX. Bologna (17-20 gennaio 1947)

    Il Congresso, che si rivolge all’indomani del viaggio di Alcide De Gasperi negli USA e della scissione socialista di Palazzo Barberini, accogliendo l’invito di R. Pacciardi, decide di ritirare la propria delegazione dal governo. Nel corso del dibattito il ministro degli Esteri, Carlo Sforza, replica a Togliatti, che lo aveva criticato per la sua scelta a favore delle democrazie occidentali, sostenendo che la “svolta di Salerno” aveva di molto ritardato la soluzione repubblicana del “problema italiano”.


    XX. Napoli (16-18 febbraio 1948)

    Il Congresso approva a larghissima maggioranza l’ingresso di ministri repubblicani nel quarto ministero De Gasperi, avvenuto nel rimpasto del dicembre precedente, con il quale De Gasperi dette vita alla formula centrista. Il vicepresidente del Consiglio, Randolfo Pacciardi, sintetizza le ragioni di questa scelta nella volontà di “stabilizzare il regime democratico-repubblicano con un governo” capace di resistere “agli urti delle violenze reazionarie o estremiste”; e ribadisce che i repubblicani intendono lavorare per la costruzione di una “terza forza”: “quella di coloro che vogliono superare il sistema capitalistico conservando il sommo bene della democrazia e della libertà”[1].


    XXI. Roma (5-8 febbraio 1949)

    I repubblicani approvano a larghissima maggioranza la scelta atlantica ed europeistica tenacemente voluta da Carlo Sforza e Randolfo Pacciardi. La mozione conclusiva del Congresso sottolinea che “le condizioni interne e internazionali dell’equilibrio e della stabilità democratica, condizioni comuni all’Italia e agli altri paesi dell’Europa libera, richiedono che l’attuale indirizzo sia mantenuto fermo e che in esso sia intensificato lo sforzo rivolto a fare del PRI una sempre più sensibile e realizzatrice forza di costruzione democratica”[2].


    XXII. Livorno (18-21 maggio 1950)

    Il Congresso ratifica la decisione – adottata malgrado le pressioni interne e internazionali – di dar vita ad un terzo sindacato laico e democratico. La mozione conclusiva sottolinea l’urgenza delle “riforme di struttura fissate nel programma” del sesto ministero De Gasperi (dal quale sono stati esclusi i liberali a causa della loro opposizione alla riforma agraria, posta dal PRI come condizione per proseguire nella collaborazione governativa); e ribadisce l’impegno europeistico dei repubblicani[3].


    XXIII. Bari (6-8 marzo 1952)

    Il Congresso concentra la sua attenzione sulle relazioni di Ugo La Malfa e Ferruccio Parri dedicate, rispettivamente, alla politica economica e alla politica europeista. Nella sua relazione Ugo La Malfa, dopo aver esaltato il valore e l’attualità del pensiero mazziniano, sottolinea la necessità, anche ai fini della difesa e del consolidamento della democrazia, di avviare una coraggiosa politica meridionalistica ad aggiunge: “questa Italia quasi contemporaneamente ha due problemi: il problema della sua unità economica e quello delle ‘due Italie’, il problema cioè di due Italie che non sono state unite nel loro discorso storico, che si trovano su due piani strutturali diversi”[4].


    XXIV. Firenze (29 aprile - 2 maggio 1954)

    I repubblicani esaminano le nuove condizioni venute a determinarsi nel paese a seguito del voto elettorale del 7 giugno 1953. Sul terreno della politica estera il Congresso esprime la convinzione che il progetto per la costituzione della CED (Comunità europea di difesa) vada sostenuto come premessa di unificazione politica dell’Europa.


    XXV. Roma (16-19 marzo 1956)

    Il Congresso approva a larga maggioranza la relazione politica di Oronzo Reale; e nella mozione conclusiva “riconosce l’importanza che avrebbe una convinta e costante adesione del partito socialista italiano ad una politica di consolidamento della democrazia e di progresso sociale”. Il documento auspica inoltre “una più particolare e stretta intesa delle forze di democrazia laica”, capace di trasformarsi “in una azione concreta di effettiva collaborazione”.


    XXVI. Firenze (20-23 novembre 1958)

    Si accentua il distacco dalla linea centrista. La mozione conclusiva del Congresso afferma, in sostanza, che i repubblicani hanno già compiuto la loro scelta a favore del centro-sinistra e che, pertanto, il passo definitivo “spetta ai prossimi dibattiti congressuali del PSI e della DC, dai quali il paese attende che si esprimano scelte, indirizzi e forme capaci di operare sul terreno democratico per il rafforzamento delle libere istituzioni, in una ferma volontà di progresso economico e sociale”[5].


    XXVII. Bologna (3-6 marzo 1960)

    Concludendo con un accesissimo dibattito un lungo processo iniziato all’indomani delle elezioni del 1953, il Congresso approva la relazione di O. Reale e dichiara esplicitamente di considerare “esaurita la formula centrista… ed afferma che la sola soluzione capace di interessare i repubblicani è quella di un governo di centro-sinistra, garantito nel suo impegno sociale ma anche nella sua fermezza democratica dalla presenza del PRI e del PSDI e che… possa contare quanto meno sull’astensione parlamentare del PSI, mettendo alla prova la sua consapevolezza democratica e la sua volontà costruttiva”. Questo indirizzo è vivamente contrastato da Randolfo Pacciardi, attorno al quale si raccoglie quasi la metà dei voti congressuali[6].


    XXVIII. Livorno (31 maggio – 3 giugno 1962)

    Il Congresso di Livorno, al quale non partecipa la minoranza guidata da Randolfo Pacciardi, tira le somme della lunga battaglia per la costituzione del centro-sinistra. Nel suo intervento Ugo La Malfa indica nella programmazione economica lo strumento per il superamento degli antichi squilibri territoriali e settoriali del paese e ribadisce l’invito alle organizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori “a sedersi attorno al tavolo della programmazione”. Si avvia a prevalere la linea del centro-sinistra[7].


    XXIX. Roma (25-29 marzo 1965)

    La mozione conclusiva approvata a larghissima maggioranza sottolinea la necessità di adottare una coraggiosa politica dei redditi come l’unica condizione che possa garantire lo sviluppo economico del paese e in modo particolare la lotta contro la disoccupazione: “Soltanto attraverso uno sforzo programmato di contemperamento delle trasformazioni tecnologiche e della tutela dell’occupazione operaia – precisa il documento – si possono ridurre gli squilibri territoriali, settoriali e sociali che pesano tuttora sulla nostra società e che potrebbero essere aggravati da una politica sindacale di rivendicazione salariale non correlata con i limiti di compatibilità insiti nel piano di sviluppo”[8]. Si creano le premesse per la segreteria di Ugo La Malfa, dopo l’ingresso di Oronzo Reale nel primo governo Moro, di centro-sinistra organico.


    XXX. Milano (7-10 novembre 1968)

    È l’anno della contestazione globale. Ugo La Malfa ammonisce che “non si deve reagire… con sentimento sostanzialmente reazionario verso qualunque società del benessere e dei consumi… ma si deve reagire contro le società del benessere e dei consumi squilibrati, cioè quelle in cui certi tipi di consumo fanno premio sui consumi collettivi… e in cui l’esercizio del potere è tuttora concepito in forma autoritaria o pressoché feudale”. Ed aggiunge che “una politica di sinistra… si fa non contrapponendo al modello esistente un’astratta… concezione socialista o una qualsiasi concezione libertaria, altrettanto indefinita, ma partendo dal modello esistente per riformarlo fino a delineare le strutture di una società nuova”[9]. Le elezioni politiche segnano il primo rafforzamento del partito, dopo la leadership lamalfiana.


    XXXI. Firenze (11-14 novembre 1971)

    Nella sua relazione Ugo La Malfa denuncia il progressivo deterioramento della condizione complessiva del paese, provocato dal “vanificarsi delle forze politiche di fronte ai problemi di puro schieramento” e dal “capovolgimento istituzionale dei rapporti fra forze politiche e sindacali” contraddistinto dal “progressivo e quasi fatalistico adattamento [delle forze politiche] alle indicazioni che venivano dalle organizzazioni sindacali, erettesi… a protagoniste dell’azione politico-sociale”[10].


    XXXII. Genova (27 febbraio – 2 marzo 1975)

    Il Congresso – che si svolge all’indomani della costituzione del bicolore Moro-La Malfa, al quale i repubblicani hanno deciso di partecipare nell’intento di fronteggiare la situazione di emergenza che si va delineando nel paese – approva la relazione del segretario uscente, Ugo La Malfa, che contiene una rigorosa analisi delle cause che hanno condotto il paese in una condizione di eccezionale difficoltà. Il documento conclusivo dichiara, in particolare, che nel compiere ogni scelta politica si dovrà dare priorità all’aspetto che si riferisce “alla condizione internazionale entro cui oggi l’Italia di colloca”[11].

    XXXIII. Roma (14-18 giugno 1978)
    La mozione conclusiva del Congresso – approvata a larghissima maggioranza – sottolinea che solo “un impegno concorde e di largo respiro” delle forze dell’arco costituzionale “può arrestare il processo in atto di un indebolimento progressivo della democrazia italiana” ed aggiunge che “perdurando l’attuale condizione di emergenza del paese non paiono realizzabili alternative all’attuale assetto politico del paese che abbiano un contesto programmatico più rigoroso e severo di quello che l’attuale maggioranza fondata su un così largo consenso di forze, permette di realizzare”[12].


    XXXIV. Roma (22-25 maggio 1981)

    È il Congresso del “dopo La Malfa”, che si svolge negli stessi giorni in cui esplode il caso della loggia P2. I repubblicani confermano la segreteria Spadolini e lanciano un severo monito al paese e alle altre forze politiche per un deciso impegno sul fronte delle “tre emergenze”. La mozione conclusiva sottolinea, infatti, l’esigenza di spingere a fondo nella lotta contro il terrorismo, per contrastare la sfida lanciata dall’eversione armata contro lo Stato democratico; di procedere al risanamento della finanza pubblica, attraverso il coinvolgimento di tutte le forze sociali, nel quadro di una politica dei redditi finalizzata al rilancio degli investimenti e dell’occupazione; e chiede che piena luce sia fatta su tutti i “tenebrosi aspetti” della vicenda P2, che “investe i gangli più riservati o essenziali della vita pubblica”. È su questa linea che l’11 giugno il Presidente della Repubblica conferirà a Giovanni Spadolini l’incarico di formare il nuovo governo, a seguito delle dimissioni presentate dal presidente del Consiglio Arnaldo Forlani[13].


    XXXV. Milano (27-30 aprile 1984)

    È il Congresso ispirato alla realtà dei ceti emergenti. Fu scelta Milano per il grande successo elettorale del giugno ’83: Spadolini nel centro del capoluogo lombardo raccolse maggiori preferenze di Craxi e di Berlinguer. Il Congresso fu dominato dalla relazione del Segretario e da un appassionato dibattito in cui intervennero Visentini, La Malfa, Biasini, Battaglia, Gualtieri, Mammì, Del Pennino, Gunnella. Concluse l’assise una mozione unitaria organica per il partito della democrazia.


    XXXVI. Firenze (22-26 aprile 1987)

    È il terzo Congresso della segreteria di Giovanni Spadolini (che poi sarà eletto, il 2 luglio 1987, con voto quasi unanime, presidente del Senato). Il PRI si conferma forza democratica, inconfondibile, “diversa”. Peculiare nel saper interpretare le esigenze dei ceti emergenti, ma non rampanti; diverso nel rivendicare “più Stato e meno partito” e nell’opporsi alle lottizzazioni. Il congresso viene tenuto a Firenze per onorare la memoria di Lando Conti, l’ex-sindaco repubblicano assassinato il 10 febbraio 1986.







    [1] Le forze del partito repubblicano oggi a congresso per la libertà e la democrazia. Ne La Voce repubblicana, a. XXVIII, 16 febbraio 1948.

    [2] La mozione è pubblicata in Il XXII congresso del Partito repubblicano italiano, Livorno 18-21 maggio 1950, Roma, s.d., p. 23.

    [3] Resoconto del XXIII Congresso del Partito Repubblica Italiano, Tivoli, 1953, p. 59.

    [4] Resoconto del XXV Congresso del Partito Repubblicano Italiano, Tivoli, 1958, p. 202.

    [5] Resoconto dei lavori del XXVI Congresso del Partito Repubblicano Italiano, Tivoli, p. 157.

    [6] Resoconto del XXVII Congresso del Partito Repubblicano Italiano, Tivoli, 1962, p. 124.

    [7] Resoconto del XXVIII Congresso del Partito Repubblicano Italiano, Roma, 1964, pp. 146-147.

    [8] La mozione è pubblicata in La politica economica nei documenti del PRI 1946-1971 (con prefazione di Ugo La Malfa), Roma, 1971, p. 19.

    [9] U. LA MALFA, Evoluzione e riforma della società, Roma, 1972, pp. 37 e 42.

    [10] U. LA MALFA, La crisi della società italiana. Condizioni di ripresa, di sviluppo e di riforma (Relazione al 29° Congresso del PRI) in L’altra Italia, a cura di R. Romeo, Milano, 1975, pp. 159-160.

    [11] Il 32° Congresso nazionale del PRI – Atti e risoluzioni, Roma, 1978, p. 190.

    [12] Uno sforzo supremo di salvezza nazionale nell’emergenza dinanzi alla crisi del paese e ai rischi di cedimenti dello Stato – La mozione di maggioranza, ne La Voce repubblicana, anno LVIII, 20 giugno 1978.

    [13] Cfr. G. SPADOLINI, Emergenza senza solidarietà. I repubblicani nella crisi italiana. 1979-1981. Relazione al 34° Congresso nazionale del PRI, e Documenti del PRI per gli anni ottanta. Testi integrativi della relazione del segretario Emergenza senza solidarietà al 34° Congresso nazionale del PRI.
    Il mio stile è vecchio...come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore...

    …bisogna uscire dall’egoismo individuale e creare una società per tutti gli italiani, e non per gli italiani più furbi, più forti o più spregiudicati. Ugo La Malfa

 

 

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