Riporto un'analisi che condivido in pieno e che ritengo foriera di pensieri profondi e discussioni, se mai qualcuno le volesse fare...
L’elezione di Trump è soltanto il sintomo di un problema più grande. Che siamo noi indignati
Di Mauro Bottarelli , il 10 novembre 2016 14 Comment
Immagino che la gran parte di voi abbia visto il film “Harry ti presento Sally”. Ricorderete la scena allo stadio, quando all’inizio del film Billy Crystal confida all’amico di aver scoperto la relazione extra-coniugale della moglie e questi cerchi di confortarlo, dicendo che quell’adulterio è soltanto il sintomo di qualcosa di più grande che devono capire e sondare. Perentoria e passata alla storia delle battute, la risposta di Crystal: “Quel sintomo si scopa mia moglie”. Bene, Donald Trump è soltanto un sintomo di un malessere più grande ma il mondo intero lo sta caricando di un peso che non ha, sia sul fronte di chi lo avversa, sia su quello opposto. Emil Cioran diceva che “vivere significa ingannarsi sulle proprie dimensioni”.
I telegiornali oggi aprivano con le proteste scoppiate nella notte a New York, quasi ci si volesse aggrappare alla speranza di una nuova Berkley, di un nuovo ’68: semplicemente, George Soros ha ricominciato a fare bonifici e gli “antagonisti” tornano a bruciare qualche bandiera e spaccare qualche vetrina. Sono utili, servono a legittimare l’intera pantomima andata in onda per mesi e che ha trovato il suo epilogo la mattina del 9 dicembre: se davvero non volevano Donald Trump alla Casa Bianca, sapete benissimo che non ci sarebbe arrivato. Ma non si può, adesso, fare come la Borsa, la quale ha svelato subito al mondo l’inganno, fregandosene allegramente dello “shock Trump”. Siamo nella società dello spettacolo, come diceva Guy Debord. Invece, in questo momento preciso, le elite hanno capito di aver tirato troppo la corda dal 2008 in poi e, non essendo idiote, sono passate dal bastone alla carota, hanno tirato un po’ il freno: volete sfogare la vostra rabbia di classe media ormai ridotta a lumpenproletariat? Va bene, eleggete pure Trump come novello working-class hero e sfanculate il familismo clientelare e corrotto della Clinton, sfogatevi nell’urna.
Tanto, passata la buriana, rotta qualche vetrina, ascoltati i peana sulla democrazia ferita di intellettuali del calibro di Lady Gaga o Robert De Niro a reti unificate, tutto tornerà come prima. Ma con l’illusione che tutto sia cambiato. Un capolavoro, tocca ammetterlo. Sapete quale è stato il primo atto di politica estera di Donald Trump, attraverso il suo staff, questa mattina? Far sapere al governo israeliano che il neo-eletto presidente non ritiene affatto gli insediamenti un ostacolo alla pace e che, come gesto di amicizia e riconoscimento, l’ambasciata Usa sarà spostata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ecco la discontinuità e il non-interventismo promessi da Donald Trump: entrare in tackle nella questione palestinese (vagamente dirimente per l’intero mondo arabo, come sapete) come primo atto – ancorché informale – di politica estera. L’unico merito del tycoon newyorchese è quello che gli ha riconosciuto Clint Eastwood: aver messo a tacere per un po’ la generazione di fighette cresciute con il latte materno del politicamente corretto. Punto. Non c’è altro dietro all’enorme farsa di un uomo che apre il suo discorso da vincitore ringraziando la Clinton per quanto fatto per il Paese.
Per cosa, esattamente? La strage di Bengasi? Le primavere arabe eterodirette che portarono destabilizzazione e nascita dell’Isis? Le donazioni saudite alla Clinton Foundation? Le mail top secret transitate da un server privato e poi distrutte? Quale di queste azioni è meritevole di ringraziamento da parte dei cittadini Usa, precisamente? L’unica porta di un edificio federale che la Clinton dovrebbe varcare è quella di una prigione ma vedrete che, invece, si godrà soldi e vecchiaia in qualche cottage nel Maine o in una villa a Martha’s Vineyard. L’FBI avrà altre priorità e come ministro della Giustizia, il buon Donald intende nominare Rudolph Giuliani, paraculo di fama mondiale e uno che sa come si sta al mondo.
Molte persone che conosco e che la pensano più o meno come me su questi argomenti nelle scorse ore si sono lanciati sui social network contro personaggi come Fabrizio Rondolino o Vittorio Zucconi per i loro tweet contro il suffragio universale o sottolineanti la natura ignorante e buzzurra di chi ha eletto Trump. Li capisco, ascoltando la pancia anch’io vorrei rispondere a certe argomentazioni radical chic ma poi, fermandomi un attimo a riflettere, mi chiedo quale utilità abbia perdere del tempo con gente che agisce nei propri ambiti culturali e professionali come ricamatori del nulla, guardiani di un deposito di convenzioni interessate, gente per cui sempre Cioran ha vergato questo aforisma: “Si è civilizzati nella misura in cui non si esibisce la propria lebbra e si porta rispetto all’elegante falsità costruita dai secoli”.
Beppe Grillo, Il Vaffanculo di Trump
Chi mi preoccupa è gente come Beppe Grillo, uno che il potere sa benissimo cos’è e sta giocandoci allegramente ma travestito da tagliatore di teste con sullo sfondo la Bastiglia della Casaleggio Associati. Il suo video di ieri mattina, quello in cui rivendicava il “grande vaffanculo americano”, l’ho rivisto parecchie volte e al suo interno c’è, a mio avviso, la radice del male che stiamo patendo. Ovvero, la vana speranza della rivoluzione dall’interno del sistema e su basi parlamentari, quasi la libertà di un uomo sia dettata dalla presenza in numero sufficiente di suoi presunti rappresentanti. Vi faccio un esempio. Quando prima parlavo delle elite che si sono rese conto di aver tirato troppo la corda e che adesso lasciano sfogare un po’ i sudditi, mi riferivo al fatto che il lavoro compiuto diabolicamente finora è stato fatto molto bene, da maestri. Gli ultimi dati resi noti dalla Fed lunedì scorso ci dicono che, in settembre, il credito al consumo è cresciuto di 19,3 miliardi di dollari negli Usa, più dei 18 attesi ma la cosa interessante sta qui,
ovvero il fatto che i prestiti studenteschi e per l’acquisto di automobili siano saliti rispettivamente a 1,396 trilioni di dollari e 1,098 trilioni di dollari, entrambi record assoluti. E chi deve ripagare questa montagna di debito? Ce lo dice questa tabella,
la quale ci mostra come dal 2014 ad oggi, negli Usa siano stati creati 547mila posti di lavoro da barista e cameriere e persi 36mila posti nella manifattura. Ovvero, stando al ragionamento di Grillo, dovremmo credere che un miliardario pluri-bancarottiere rivoluzionerà questo sistema in cui ha sguazzato per decenni? Gli Usa sono la galera sociale perfetta, perché senza sbarre se non quelle invisibili dei pignoramenti e delle rate. Un sistema in cui paghi uno sproposito per andare all’università e quando esci, magari con 50mila dollari di prestito da onorare, sempre più frequentemente trovi lavori a salario minimo, senza tutele e destinati a farti vivere da servo del debito per sempre. Ma c’è lo zuccherino sulla pillola amara della tua vita: puoi comprarti l’automobile anche a rate e persino se hai un rating di credito personale subprime, per il semplice fatto che per vendere la balla della ripresa, dopo aver salvato l’industria dei veicoli di Detroit, in America hanno prodotto così tante auto che i depositi esplodono e la ratio scorte-vendite grida vendetta. Produci, consuma e crepa. Pensate che Donald Trump metterà il brechtiano granello di sabbia nell’ingranaggio perfetto del sistema americano?
Solo Grillo lo crede, dopo aver sfanculato il tycoon per tutta la campagna elettorale per non compromettersi troppo con Villa Taverna, sede dell’ambasciata Usa a Roma, dove i Cinque Stelle sono stati parecchio di casa dopo i loro primi exploit politici. Attenzione ai falsi profeti, spesso più infidi di quelle elite che dicono di voler abbattere ma di cui sono, di fatto, parte integrante, non fosse altro per lo svuotamento totale del processo democratico che compiono in nome della Rete e della sua democrazia del click. La Rete non è un’entità astratta ma l’insieme di milioni di persone, tra cui anche una considerevole quantità di teste di cazzo, peggio dei parlamentari che Grillo e i suoi tanto vituperano. La politica non è Facebook, è cosa seria e, come disse Rino Formica, “è sangue e merda”. Chi entra nel Palazzo, si sporca inevitabilmente di sangue e merda e se si premura ogni 5 minuti di farti vedere che ha le mani pulite e solo perché lo sa e passa più tempo degli altri in bagno col sapone dell’ipocrisia.
Ed è da questa presa d’atto che nasce la scelta non della politica ma dell’apolitìa, come la chiama Evola o la “scelta impolitica” come invece l’aveva definita Thomas Mann. Qual è la soluzione? La sapessi, farei il politico. Una cosa è certa: fino a quando avremo bisogno di cambiare smartphone ogni sei mesi, avere dieci paia di sneakers, fare i debiti per andare in ferie, comprare a rate cose che non ci servono per il solo gusto di possederle, finché saranno la televisione o Internet a dettare legge e non un libro o una mostra o uno spettacolo teatrale, finché lasceremo cloroformizzare l’analisi e la protesta da filtri del dissenso amatoriale e masturbatorio chiamati social network, possiamo votare tutti i partiti del mondo e ritenere Beppe Grillo il nuovo Che Guevara che spezzerà le nostre catene a colpi di “vaffanculo” ma non cambierà nulla. Perché il problema siamo noi. Io per primo.
E non sto dicendo che se dopo 8 ore di lavoro, ti siedi sul divano a guardare la partita invece che andare a sminare un campo in Bosnia, allora sei un qualunquista. Il problema è quando esiste solo il calcio, solo il Grande Fratello, solo L’isola dei famosi e l’approfondimento è solo Porta a porta o Piazza Pulita, quando vivi attaccato ai social o cerchi Pokemon per strada. Il problema è quando, come la scorsa estate, dilaga il fenomeno di persone che si facevano selfie con sfondi marini o montani finti per postarli su Facebook e dimostrare di essere in vacanza e non in città, perché senza un euro in tasca: siamo alla negazione del proprio status di uomo elevata a forma d’arte e comunicazione sociale. Nemmeno Ionesco o Pirandello sarebbero arrivati a tanto. Solo questo intendo dire. Che non puoi dare l’assalto e abbattere il Palazzo d’inverno delle elite, se ne sei tu stesso una delle fondamenta con i tuoi comportamenti quotidiani.
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