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Discussione: La lezione di Arturo Reghini. Il politeismo dantesco e l'inquisizione

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    INVICTIS VICTI VICTURI
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    La lezione di Arturo Reghini. Il politeismo dantesco e l'inquisizione

    Mercoledì 19 Novembre 2008 – 16:42 – Luigi Carlo Schiavone

    Era il 1914 quando, sul numero di gennaio-febbraio della rivista Salamandra, fece la sua comparsa l’articolo intitolato “Imperialismo pagano” a firma di Arturo Reghini, il pitagorico fiorentino, che, alfiere di “quello scarso manipolo di pagani e di pitagorici conscio dell’occulto nesso che lega il passato all’avvenire affermava categoricamente la propria fede nei destini imperiali di Roma” cercava, attingendo ad una sapienza antica che mai più d’allora sembrò essere di innegabile attualità, di smuovere le coscienze intorpidite di uomini che non sembravano aver chiaro il ruolo che Roma era destinata ad occupare nel mondo.
    L’articolo, sebbene non possa essere paragonabile ad altre opere del maestro fiorentino, raccoglie in sé il nucleo centrale della speculazione reghiniana fondata sulla necessità di dar vita ad un nuovo “imperialismo pagano” da cui debba scaturire un’alternativa spirituale capace di arginare l’ormai dilagante egemonia spirituale del cattolicesimo, la cui matrice di culto esotico e plebeo era colpevole, a detta del Reghini, di aver minato seriamente quello spirito olimpico proprio della romanità.
    Questo articolo, dal “carattere iniziatico pitagorico” ci viene presentato dal Reghini come un’opera prettamente spirituale totalmente distante dalle questioni di mera contingenza politica. Ciò, però, non è totalmente vero visto che l’autore comincia la propria speculazione facendo un’attenta analisi della consultazione elettorale del 1913, la prima in Italia col suffragio universale maschile. La grande affermazione avuta dal Partito socialista ed in misura maggiore dal Partito popolare sono chiari segni, a detta del Reghini, del dilagante analfabetismo e semplicismo tra le masse popolari abilmente sfruttato dall’èlite politica del tempo; se da un lato, infatti, agli operai delle grandi città imputava la colpa di aver ceduto alle lusinghe di coloro che meglio sembravano tutelare i loro “gretti interessi di classe”, dall’altro non mancava di accusare i contadini, rei di esser stati manipolati, com’era tradizione, dai preti abili nello sfruttare la loro cieca convinzione nella fede cristiana. Non sfugge alle critiche sferzanti di Reghini nemmeno il partito nazionalista, che, sebbene si fosse dimostrato determinante in alcune battaglie di carattere nazionale, risultava incapace di raccoglierne frutti adeguati ed ottenere un successo proporzionato alla “potenza con la quale s’era risvegliata negli ultimi anni la coscienza nazionale italiana”. Un’incapacità dovuta soprattutto, secondo Reghini, al connubio sempre più stretto che andava consolidandosi fra il nazionalismo e gli ambienti clericali. Era questa un’unione che egli considerava ampiamente insensata visto che il sentimento nazionalista era da considerarsi avulso dai caratteri tipici di quel clero cattolico che non perdeva occasione, per rilanciare, soprattutto nell’ambito dei propri congressi, il problema dell’irrisolta “questione romana”.
    “Il Papato è istituzione essenzialmente internazionale, dichiaratamente cattolica, i clericali nella vita politica di tutti i popoli rappresentano l’esercito di questa istituzione; divenire nazionalisti è per essi perdere la loro stessa natura”. E’ sulla base di queste motivazioni che, secondo Arturo Reghini, diviene impossibile fidarsi di un clero che si scopre nazionalista solo a causa di mutate condizioni internazionali che ne riducono il potere nelle nazioni tradizionalmente cattoliche, creando nelle alte gerarchie ecclesiastiche preoccupazioni arginate solo dal lento progredire del “Verbo”, per cause più materiali che spirituali, in nazioni, come la Germania, solitamente a maggioranza protestante.
    La scelta nazionalista del clero è vista, quindi, da Reghini, solo come l’ennesima manovra della gerarchia vaticana per conquistare, contando su di “clero giovane e battagliero”, l’egemonia in Italia; l’obiettivo non e’ più di ottenere maggiori restituzioni, ma conquistare l’intero paese. I contadini, abbandonati dagli esponenti dei vari partiti democratici, impegnati nell’eterna causa di rimarcare “gli immortali principi dell’ottantanove”, sono visti come la manovalanza di una simile manovra che, unita alla stipulazione di “patti segreti” (Gentiloni docet), faranno sì che il “più grosso guaio capitato alla Chiesa di Roma”, ossia l’unità italiana, finisca col volgersi a beneficio di quanti rimpiangevano il Papa-Re.
    L’essenza stessa del nazionalismo, infatti, deve essere ritrovata, secondo Reghini, nella capacità di porsi a totale servizio della nazione pensando esclusivamente al bene della stessa. Diffidare del nazionalismo clericale è dovere, per l’intellettuale fiorentino, d’ogni nazionalista, in quanto l’aggettivo aggiunto simboleggia la restrizione mentale di chi si schiera in difesa della nazione solo per garantire la vittoria di una particolare credenza, il cattolicesimo. I fini di quest’ultimo, peraltro, sono da considerarsi incompatibili con la grandezza della Patria in quanto: “nella lunga serie dei secoli, dalla fondazione della Chiesa di Roma in poi, il papato, sempre e poi sempre, è stato il naturale nemico di Roma e d’Italia”.
    L’affondo reghiniano, tuttavia, si mostra più duro nel momento in cui l’autore disquisisce del fondatore della religione rea di aver minato nei tratti la civiltà gentile dell’Impero Romano. Gesù ci è presentato, infatti, come “un megalomane ipocondriaco e sentimentale”, patrocinatore di un credo che mirava a sistemare le cose dell’umanità attraverso un’opera di persuasione che avrebbe dovuto portare gli uomini ad amarsi l’un l’altro, giungendo a completa realizzazione in un paradiso retto da una giustizia divina che ben sposava le speranze dei suoi accoliti. Una predicazione mite, insomma, da cui è scaturito, in seguito l’odio teologico, il fanatismo religioso e le prime guerre di religione ignote all’umanità pagana. Di fronte a ciò, afferma Reghini, non è accettabile la tesi di quanti ricercano la colpa negli uomini che hanno distorto il messaggio di pace del cristianesimo, in quanto il reale colpevole è da ritrovarsi in Gesù stesso perché: “se egli fosse stato realmente savio avrebbe dovuto prevedere che gli uomini non avrebbero mai potuto praticare le sue sovrumane massime. Per farlo avrebbero dovuto cessare di essere uomini, e non si può cambiare quello che è persuadendolo a non essere”.
    Messe a nudo le deficienze endemiche della religione cristiana, Reghini passa ad analizzare tutte le diverse cause che, dal punto di vista storico, hanno permesso l’espandersi del fenomeno cristiano.
    Sviluppatosi in seno all’Impero Romano, grazie alla tolleranza che gli imperatori erano soliti mostrare verso tutti i culti, e alla fede dimostrata in uno Stato la cui autorità basata sulla sapienza amministrativa ed il diritto s’estendeva su tutti, questo credo, che garantiva la verità a chiunque ne divenisse seguace, si mostrava molto diverso dai culti pagani preesistenti che, esuli ad una simile pretesa, lasciavano, com’era costume di tutta l’antichità, che la sapienza fosse elargita ai soli che prendevano parte ai misteri.
    Tuttavia, quando gli imperatori si resero conto del pericolo era ormai troppo tardi; il morbo s’era esteso già fino all’Urbe e l’aquila, simbolo fino ad allora della “pax romana”, vedeva impiastricciarsi i suoi artigli “nel dolciume appiccicoso dell’amore universale”.
    L’instaurazione a Roma di questa nuova religione provocò, secondo Reghini, sia l’indebolimento del carattere stesso del cittadino romano, sia il furto de “la forza stessa e l’ascendente insito nel suolo, nell’aria nel nome santo di Roma” attraverso l’accaparramento di simboli di credenze antiche. Fu così che le chiavi e la navicella, fino ad allora simboli del culto di Giano, finirono per esser “donate” a San Pietro, mentre dall’arcaismo simbolico delle massoneria veniva mutuato il titolo di pontifex maximus e, per nascondere il suo carattere esotico, conclude Reghini, tale credenza non esitò a proclamarsi romana.
    Riprendendo quando citato da Dante nel Paradiso, Reghini non manca di affermare che il primo effetto tangibile del crescere dell’influenza cattolica sull’autorità imperiale è da ritrovarsi nella sfasciatura dell’unità dello Stato e nella conseguente creazione dell’Impero d’Oriente; il consolidarsi della posizione della Chiesa di Roma cresce di pari passo col passare degli anni anche grazie al fallimento dei tentativi d’unificazione italiana e di ristabilimento dell’autorità imperiale da parte degli Imperatori d’Oriente.
    L’Impero poteva, dunque, considerarsi ormai un ricordo e il suo vano simulacro sorto come baluardo del cattolicesimo per fronteggiare la “minaccia islamica” era, secondo Reghini, destinato a perire per la sua innaturalezza. Tuttavia, l’idea imperiale, era da considerarsi, per il pitagorico fiorentino, come il sogno recondito perseguito da tutte le società segrete sorte in Europa dall’anno Mille e nei quattro secoli successivi, la cui storia è ancora tutta da scrivere e da comprendere.
    Per Reghini, infatti, è difficile comprendere cosa esse si proponessero se non si conosce lo gnosticismo, il manicheismo, il paganesimo e non si è “divinato il segreto mistico e politico della cavalleria, senza aver compreso la gaia scienza d’amore dei trovatori ed il gergo ed il simbolismo delle società segrete senza aver scoperto l’affinità gli occulti vincoli che incatenavano fra loro eretici e ghibellini, lombardi e tolosani, fraticelli, trovatori e Cavalieri del Tempio”. Contro tutto ciò la Chiesa cattolica abbatté la propria mannaia; “la bestia apocalittica dell’abbominazione babilonese”, come la definivano i trovatori, abbandonò il vangelo per adoprare le spade, non più simboliche ma reali, lordandosi le mani del sangue di chi non era disposto ad accettare il suo dominio. A riguardo, Reghini ci ricorda come i domenicani, nerbo dell’inquisizione, non mancarono di farsi portatori della loro fede adottando metodi tutt’altro che amorevoli. Baluardi dell’inquisizione, essi furono lo strumento di cui la Chiesa di Roma si servi’ per estirpare il potente Ordine Templare che, come ricorda il Reghini, “minacciava scalzare fin dalle fondamenta l’autorità temporale e la spirituale in uno della Chiesa di Roma”.
    Di fronte a un simile scempio, l’intellettuale fiorentino non manca di rammentare il levarsi del “più grande degli italiani” che invocava il soccorso dell’Imperatore e la vendetta di dio. E’ con Dante, infatti, che, secondo Reghini, la concezione monarchica pitagorico-romana, divenuta la tradizione imperialistica italica, riprende intera coscienza di sé. Lontano dal definirlo un epigono del cristianesimo, Reghini si adopra in una profonda analisi del paganesimo di Dante sempre pronto ad invocare Giove ed Apollo e ad inveire contro una Chiesa che pone all’inferno, simboleggiata dalla lupa, e nel purgatorio, dove assume i tratti della bestia apocalittica.
    Altri segni tangibili del paganesimo dantesco possono scorgersi, secondo Reghini, nella sofferenza che egli mostra di fronte a tutte le sciagure e sconfitte imperiali e ghibelline; sconvolto per la perdita del ministro di Federico II Pier delle Vigne, non manca di mostrare grande simpatia per Manfredi e Corradino, la cui uccisione, come la congiura contro i Templari, lo porta a scagliarsi contro la Francia, i Capetingi, la Casa d’Angiò e Filippo il bello.
    Significativi sono anche i personaggi che sceglie per guide; oltre a Virgilio, imperialista e pitagorico, e Beatrice simbolo della filosofia, Dante sceglie San Bernardo che, solo all’apparenza, sembra essere il simbolo dell’ortodossia cristiana. Ma è Reghini, con la sua conoscenza, a svelarci il valore simbolico e pagano di tale scelta. Il contemplante, termine usato da Dante per riconoscere a san Bernardo il merito d’aver fondato la regola templare, è posto al centro d’un universo simbolico unico nel suo genere; coperto da una stola bianca che richiama la veste templare così come quella indossata dai beati, che rappresentano la rosa riunita attorno alla croce templare. Tale assemblea è definita da Dante col termine convento, che per Reghini indica un chiaro richiamo al termine tecnico usato tradizionalmente per identificare le grandi riunioni delle società segrete, mentre nel connubio Rosa-Croce si può leggere un richiamo sia al simbolo del Roman de la rose, ou l’art d’amour est tout enclose, che a quello della fraternità dei Rosa-Croce e del 18° grado del rito scozzese. Alla base di simili rivelazioni potremmo, quindi, convenire col Reghini quando afferma che Dante fu costretto a farsi cristiano per non sacrificare la sua più grande opera.
    Alla morte di Dante, tuttavia, nulla era mutato sullo scenario del potere; la Chiesa cattolica era ancora lì ed il fiorire dei Comuni, delle Repubbliche di Venezia e Firenze ed la vittoria del guelfismo rendevano impossibile la rinascita dell’idea imperiale oltre ad ogni tentativo d’unificazione dell’Italia.
    Rivedendo in Machiavelli un adepto dell’idea imperiale romana che al pari di Dante morì non vedendo esauditi i suoi propositi, Reghini continua nella sua narrazione soffermandosi sul ruolo svolto da Giordano Bruno, Telesio e Tommaso Campanella quali progenitori della cultura laica occidentale. Questi neo-pitagorici, uomini d’azione battaglieri e coraggiosi, precursori ed iniziatori della filosofia europea, furono naturalmente oggetto di pesanti persecuzioni da parte della Chiesa e non è un caso, secondo Reghini, che Campanella muoia a Parigi, città da cui avrà inizio quella famosa Rivoluzione che, come ricorda il Reghini, “fu il risultato, ed è noto, dell’opera pratica delle società segrete, la massoneria gli illuminati in specie, animate tutte da uno spirito profondamente anticristiano”. Soffermandosi sul valore simbolico della rivoluzione francese, inoltre, egli ricorda il peso avuto dal Conte di Cagliostro e dalla sua profezia londinese in merito alla presa della Bastiglia. Allo stesso tempo, Reghini si mostra critico sul comportamento del Grande Oriente d’Italia che, incapace di sottrarsi all’influenza gesuitica, non lesina di pubblicare su Rivista Massonica ogni sorta di sconcezza contro colui che i contemporanei identificavano come il “Divino Cagliostro”.
    Scorrendo gli eventi legati alla Rivoluzione, Reghini si sofferma quindi sul ruolo svolto da Napoleone, prodotto della rivoluzione ed esecutore, a suo dire, del pensiero di Dante. L’aquila romana trovava, grazie alle legioni napoleoniche, nuovamente l’ebbrezza del volo. Dalla Rivoluzione francese, quindi, si vedeva ergersi nuovamente l’idea imperiale romana, pagana nel suo essere e non inficiata nemmeno dal Concordato stipulato dall’Empereur con la Chiesa di Roma, nel 1801.
    Ma con l’esaurirsi della parentesi napoleonica, il cristianesimo, in tutte le sue sfaccettature, tornava, grazie alla Santa Alleanza, ad ergersi nuovamente a sovrano d’Europa. Contro questa egemonia, tuttavia, già si levavano due nuovi campioni italiani. Reghini si riferisce ai due Giuseppe, Mazzini e Garibaldi, “che agitavano nella loro mente l’antica e immortale idea”. Per il pitagorico fiorentino le radici dell’idea imperiale in Mazzini sono facilmente rintracciabili leggendo i suoi scritti con attenzione. Costui, definito come il “veggente genovese” da Reghini, era convinto che l’Italia fosse destinata da Dio ad avere un ruolo di primo piano nel mondo facendo sorgere da Roma la luce di una terza civiltà. Il nome di Roma venne santificato da Mazzini così come i suo suolo quando, con Garibaldi, giunse a difenderla, nel 1849, contro francesi ed austriaci, antiche nemici ora riuniti sotto il vessillo cattolico. Non meno importante, secondo Reghini, è da considerarsi l’esempio di Garibaldi che attribuì a Roma un posto d’onore nei suoi pensieri. Al grido di “a Roma, ci rivedremo a Roma” sciolse, infatti, la sua legione a San Marino mentre, a detta del Reghini, l’incitamento “O Roma o morte!” rappresenta un chiaro segno della consapevolezza di Garibaldi della trascendentale importanza di Roma per i destini d’Italia.

    Il valore riconosciuto ad entrambi è molto ampio; Reghini, infatti, critica duramente chi in Italia ha consegnato all’oblio le tesi mazziniane preferendo inseguire le futili utopie materialiste importate dalla Germania. Critico si mostra, inoltre, verso quanti, impegnati a salvaguardare la validità dei “principi dell’89”, dimenticano la massima mazziniana che invita a non fidarsi troppo della Francia che, in nome di una fraternità latina pro domo sua, può contare su questi utili servi nel porre ostacoli all’Italia ogniqualvolta questa si trova costretta a difendere i propri diritti dalla tracotanza d’Oltralpe.

    La conclusione a cui Reghini giunge, quindi, sta nella necessità di debellare dall’Italia il dominio del cattolicesimo, “che per venti secoli è stata la sciagura d’Italia” ed estraneo ad ogni senso di romanità. Lo strumento che propone è la costituzione di un partito imperialista, laico, pagano, ghibellino che veda in Virgilio, Dante, Campanella e Mazzini i suoi numi tutelari.

    Pietra miliare, tanto da esser ripubblicato in Atanor nel 1924 nonché al centro delle polemiche con Evola nel 1928, l’articolo di Reghini offre, a nostro avviso, ottimi spunti di riflessioni. Consapevoli dello scorrere dei secoli e della necessità di affrontare in chiave del tutto nuova le questioni poste dall’evolversi degli scenari internazionali, Roma, per il destino insito nel suo nome e in quanto centro propulsore della civiltà mondiale, deve necessariamente tornare ad occupare un ruolo di primo piano nella rinascita italiana ed europea, magari smuovendone le radici ancestrali. Per far ciò si rende necessaria, da parte dei popoli, un’immediata presa di coscienza che permetta di svincolarsi da un diverso tipo di “imperialismo”, quello d’oltreoceano, mosso da istanze materialistiche ed affaristiche e spesso benedetto dai “morosi inquilini della Città eterna” che, volto a far della splendida diversità del mondo un’enorme massa informe, rappresenta il più intenso condizionamento all’azione delle nazioni, sempre più libere nei trattati, ma sempre più schiave nella pratica quotidiana dell’esistenza.

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    Predefinito Riferimento: La lezione di Arturo Reghini. Il politeismo dantesco e l'inquisizione

    La storia di questo grande periodo è ancora non diciamo da fare, ma certamente da comprendere. Non è possibile penetrare nel vero spirito dei rivolgimenti di quel tempo senza una conoscenza dello gnosticismo, del manicheismo, del paganesimo di quasi tutte l'eresie d'allora, senza avere divinato il segreto mistico e politico della cavalleria, senza avere compreso la gaia scienza d'amore dei trovatori, ed il gergo ed il simbolismo delle società segrete, e senza avere scoperto l'affinità e gli occulti vincoli che incatenavano tra loro eretici e ghibellini, lombardi e tolosani, fraticelli, trovatori e cavalieri del Tempio.
    La chiesa, raffigurata dai trovatori e dai poeti d'amore (Dante compreso) come la bestia apocalittica dell'abbominazione babilonese, si sentì profondamente minacciata, e si difese con tutti i mezzi. I primi apostoli

    dall'evangelio fero scudo e lancie

    ma le mani sanguinose di San Domenico e dei pari suoi adoperarono spade non simboliche per propagare la fede e la carità cristiana. Il fuoco ed il ferro aveva ragione dell'eresia tolosana; la frode e la tortura e l'inquisizione abbattevano lo strapotente Ordine del Tempio, che minacciava scalzare fin dalle fondamenta l'autorità temporale e la spirituale in uno della Chiesa di Roma.
    L'assalto era stato tremendo, la difesa fu spietata. Il più grande degli italiani ne fremeva e ne dolorava, ed invocava il soccorso dell'Imperatore e la vendetta di Dio.
    Con Dante la concezione monarchica pitagorico-romana, divenuta la tradizione imperialista italica, riprende visibilmente intiera coscienza di sé. Questa grande idea lega infatti tra loro Numa, Pitagora, Cesare, Virgilio, Augusto, Dante e gli altri grandi italiani venuti più tardi.
    E quei nazionalisti cattolici che ci vogliono gabellare Dante per cristiano quasi che non fosse stato perseguitato e processato come eretico, e che si danno l'aria di non porre in dubbio la ortodossia dell'imperialismo dantesco, come se non fosse all'indice proprio il De Monarchia, si cerchino qualche altro Cristoforo Colombo da stamburare come gloria cattolica all'umanità!
    Perché Dante, per il sommo Giove e per il buon Apollo che egli invocava, non eracattolico ed il suo imperialismo era pagano e romano!
    Come egli stesso dichiara, il suo solo maestro è Virgilio; ma aveva egli stesso

    "umani corpi già veduti accesi"

    torcie viventi a maggior gloria del signore Iddio mite e misericordioso, conosceva il suo valore e non voleva certo sacrificandosi inutilmente rinunciare alla sua grande opera; la necessità lo costrinse a farsi cristiano, ma non fu che una grande Commedia.
    Egli è pagano e non lascia passare un'occasione per farlo intravedere; sino dal primo canto del poema sacro Dante invoca il Sole, il divino Apollo, l'iniziatore di Ercole e di Enea; ed è noto quanto la Divina Commedia si richiami al sesto canto dell'Eneide.
    L'isagogia è la stessa nei due, è la esposizione allegorica e talvolta categorica della metamorfosi dell'uomo in Dio; politicamente poi Virgilio e Dante non fanno che l'esaltazione dell'Impero Romano.
    Il nemico sempre presente, l'oggetto perenne della formidabile invettiva dantesca è la Chiesa, simboleggiata in inferno dalla lupa, nel purgatorio dalla bestia apocalittica; e mentre egli trova il modo di precipitare nell'inferno anche i due papi ancor vivi al tempo del suo mistico viaggio, non si serve delle parole eretico e cattolico che una sola volta in tutto il poema, quasi a parare l'accusa di averle volute evitare di proposito come si scansano gli appestati.
    Tutte le sconfitte e le sciagure imperiali e ghibelline lo fanno soffrire. Si sente che ei maledice la male augurata e misteriosa tragedia che tolse a Federigo il suo grande ministro; Manfredi e Corradino hanno tutta la sua simpatia. E per l'uccisione di Corradino e per il tradimento contro i templari si scaglia appena lo può contro la Francia, i Capetingi, casa d'Angiò e specialmente contro Filippo il Bello.
    Naturalmente Dante non poteva in nessun modo trascinarsi dietro Virgilio in Paradiso. Le sue guide, come è noto, si succedono in quest'ordine: Virgilio, pitagorico ed imperialista; Stazio che egli nominava tolosano "motu proprio", semplice ipostasi di Virgilio; Beatrice, simbolo della filosofia; e finalmente San Bernardo.
    Il quale San Bernardo, così ortodosso, in apparenza, deve tanto onore all'avere fondato la regola dei Templari. Dante, che non dimentica di chiamarlo quel "contemplante", lo riveste della bianca stola, l'abito dei cavalieri templari; lo stesso abito che indossano i beati che costituiscono la rosa del Paradiso attorno alla grande croce templare; e vedendo questa immensa croce egli esce in queste parole significative:

    "Quale è colui che tace e dicer vuole
    mi trasse Beatrice e disse: Mira
    quanto è il convento delle bianche stole !''

    dove la parola convento è il termine tecnico tradizionale per le grandi riunioni delle società segrete, ed è proprio al suo posto trattandosi di bianche stole; e tutta la visione richiama alla mente la preghiera gnostica di Valentino

    Adeste visiones stolis albis candidae.

    I due grandi simboli del Paradiso sono l'aquila, il santo uccello che fè i Romani al mondo reverendi, e la rosa-croce, che non è la rosa mistica ma sibbene la rosa settaria del "Roman de la rose" ou l'art d'amour est tout enclose, ed il simbolo fondamentale della misteriosa fraternità dei rosa croce, e del 18° grado del rito scozzese.
    L'imperatore era tale per diritto divino, e siccome Dante faceva derivare la legittimità dell'imperatore germanico da quella del divino Augusto, che non la aveva certo ricevuta dal Papa, ne segue che anche spiritualmente l'autorità imperiale era indipendente da quella del Papa. Basta leggere il De Monarchia e confrontarlo con il De Repubblica di Cicerone (Lib. I-XXXVII e Lib. II-XXIII) per accorgersi che l'uno e l'altro sostengono la tesi della eccellenza del governo monarchico (universale) sopra ogni altro basandosi sopra il principio unitario pitagorico; come Cicerone e come Virgilio, Dante si atteneva alla grande immortale tradizione della Scuola ltalica, cronologicamente ed essenzialmente anticristiana.
    Ma altra volta ci occuperemo più ampiamente del paganesimo e dell' imperialismo di Dante.


    [Tratto da "Imperialismo Pagano" di Arturo Reghini - 1914]

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    Eccellente,attualissimo,sarebbe bello se il moderatore lo potesse tenere sempre in evidenza..

  4. #4
    INVICTIS VICTI VICTURI
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    Eccellente,attualissimo,sarebbe bello se il moderatore lo potesse tenere sempre in evidenza..
    Concordo! Vorrei chiedere alla nuova moderazione se é possibile il Rilievo.

    Valete!
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    Concordo! Vorrei chiedere alla nuova moderazione se é possibile il Rilievo.

    Valete!
    Atlantideo

    Fatto ! Adesso pian piano spulcierò tutto il forum per trovare tutto ciò che merita di stare "in vetrina".
    "C'era un Tempo in cui l'uomo viveva accanto agli Dei..poi la predicazione galilea ci porto' il deserto del nulla...e infine caddero le tenebre della modernità"



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    Clandestino
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    Predefinito Rif: Riferimento: La lezione di Arturo Reghini. Il politeismo dantesco e l'inquisizio

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    Concordo! Vorrei chiedere alla nuova moderazione se é possibile il Rilievo.

    Valete!
    Atlantideo
    Non sarebbe male se questa discussione fosse dedicata totalmente al grande maestro pitagorico.

  7. #7
    Clandestino
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    Predefinito Rif: La lezione di Arturo Reghini. Il politeismo dantesco e l'inquisizione

    La tragedia del Tempio.

    Eresie e falsità
    Venerdi 4 Gennaio 2008

    Chi l’avrebbe mai detto?
    Da quell’autentico e per molti inaccessibile pozzo di libri, documenti, pergamene che risponde al nome di Archivio Segreto, il Vaticano ha tirato fuori, come un coniglio dal cappello del mago, un prezioso volume in una tiratura limitata di 799 esemplari intitolato “Processus contra Templarios”.
    Il contributo tendente a svelare la verità sul processo dei Templari, sulla loro condanna e sulla loro morte sarà però molto limitato, soprattutto perché, “i documenti papali concernenti il processo sono così pieni di falsità da non potere riporre in essi che scarsissima fiducia”; mentre cospicuo sarà l’introito che la vendita del prezioso libro porterà alle povere casse della Chiesa: il prezzo si aggira intorno ai 5.000 euro per ogni esemplare e in tempi di magra come questi, in cui gli editori si affannano a far quadrare i conti, non è poco.
    Dai giornali che si sono occupati dell’argomento e in particolare, in un articolo apparso su “il Giornale” del 4 ottobre 2007, leggiamo che Clemente V “non li considerava (i Templari) eretici e aveva cercato in tutti i modi di salvarli dal re di Francia Filippo IV il Bello, vero ideatore della loro messa al bando e del loro annientamento”. Egli capì che il destino dei Templari era segnato dalla volontà di Filippo il Bello e finì per sciogliere d’autorità l’ordine in modo da non farlo condannare, pur non assolvendolo per non compromettere i rapporti tra la Santa Sede e la Francia”.
    Questo papa così pietoso era dunque ben convinto che i Templari non fossero eretici e non avessero aderito a dottrine sbagliate tuttavia permise che Jacques de Molay e altri templari fossero arsi vivi ad opera di quel re malvagio rispondente al nome Filippo il Bello.
    Ignari, i due angioletti, della maledizione che il Gran Maestro avrebbe lanciato contro di loro un attimo prima di bruciare vivo, tennero nascosta la ragione vera del loro crimine al mondo intero sotto la facile e ipocrita accusa d’eresia.
    A questo proposito, Franco Cardini, lo storico cattolico che si accinge a pubblicare un libro sui Templari, sostiene che “tutte le storie riguardanti l’adorazione del Baphomet (immagine dell’androgino alato con testa di caprone sormontato da un pentacolo, la stella a cinque punte) e i rituali esoterici che rappresentano i Templari come una setta iniziatica direttamente collegata con la moderna massoneria non sono invece altro che leggende ottocentesche”.
    La derivazione della massoneria moderna dall’Ordine del Tempio, se non è messa in dubbio sul piano storico, è decisamente negata da Reghini sul piano spirituale ed iniziatico.
    Per quanto riguarda invece il cerimoniale segreto dell’affiliazione all’Ordine del Tempio che prevedeva il rigetto del cristianesimo Cardini non esclude che si trattasse di cerimonie scherzose, di carattere quasi goliardico, più simili a pesanti episodi di nonnismo che a culti esoterici.
    Desideriamo ricordare che il parere di autorevoli studiosi di esoterismo, citato da Roberto Sestito nella Storia del Rito Filosofico Italiano, è leggermente diverso.
    “Un’altra accusa – leggiamo a pag. 49 - fu di adorare un idolo chiamato Baphu-methi (Baphomet) il cui simulacro rappresentante un nero caprone era l’innocuo simbolo arcaico della virilità trascendente, solare, maschia, fecondatrice ed eroica, analogo al simbolo del mercurio igneo degli ermetisti: la croce dei quattro elementi dominata dal principio solare e questo sormontato dalle corna dell’ariete. Nel gergo dei Fedeli d’Amore era la Signoria d’Amore.
    Essendo poi la croce un simulacro più antico del cristianesimo, non si trattava calpestandola di un oltraggio verso di esso, come volle l’accusa, ma forse di una cerimonia riflettente un antico rito con cui l’iniziazione superiore si conferiva dopo la morte mistica dell’adepto sulla croce dei quattro elementi, il centro della quale rappresentava la risultanza equilibrata e purificata della quinta essenza degli ermetisti, e la psiche angelicata dei Fedeli d’Amore dopo la morte di madonna.
    Altro che “cerimonie scherzose di carattere goliardico”.
    Non sappiamo se Franco Cardini e gli altri storici della sua scuola abbiano letto lo scritto del “pagano” e “pitagorico” Arturo Reghini intitolato “La tragedia del Tempio”. Lo ripubblichiamo con la speranza che possa aiutare quei lettori e quegli studiosi che intendono seriamente avvicinarsi alla verità di quel dramma storico e spirituale: verità che si riassume in poche e semplici parole. Responsabili morali e materiali di quella soppressione furono il re e il papa in combutta tra loro. I gesuitismi e i distinguo per scoprire se uno fu più o meno responsabile dell’altro li lasciamo ai clericali e ai perditempo di ieri e di oggi.
    Lo scritto di Reghini risale al 1914 ma leggendolo si vedrà quanto sia attuale specialmente in tempi come i nostri in cui alterare e ignorare la verità è lo sport preferito di istituzioni laiche e religiose.
    Questo saggio apparve sulla rivista “Salamandra” n. 2 Anno 1 – 20 marzo 1914.

    Roberto Sestito
    Rio de Janeiro


    Erano passati 600 anni dalla morte di Filippo il Bello (1314.1914)

    O milizia del ciel cu’io contemplo (Par.XVIII).

    Il diciannove marzo 1314, al tramontare del sole, aveva il suo epilogo in Parigi, in una isoletta della Senna, una delle più grandi tragedie che la storia ricordi.
    Sopra un rogo eretto a gran furia dai soldati di Filippo il Bello nell’isola degli Ebrei accanto al palazzo reale, due eretici relapsi venivano uccisi a fuoco lento. Sdegnato il perdono offerto loro per una ritrattazione, sopportavano in silenzio con sovraumana forza e serenità quel tormento di poche ore che ne coronava un altro di anni, e di tra il fumo e le fiamme perveniva sino a loro la simpatia della moltitudine reverente all’intorno ed il bacio del sole morente. Jacques de Molay, Gran Maestro dell’Ordine del Tempio, e Geoffroi de Charney, Maestro per la Normandia, ritraevano la loro coscienza in quell’interno dominio di pace che la carità cristiana, né per ferro né per fuoco, può togliere agli uomini di buona volontà. Vuole la tradizione, e nessun storico può dimostrarla errata, che Jacques de Molay prima di abbandonare i sensi parlasse al popolo dall’alto del suo patibolo.
    Venerando nell’aspetto, grande ancora negli animi per la potenza avuta, reso sacro dal martirio, egli invocò sull’Ordine la protezione di San Giorgio, il santo dei cavalieri, e citò a comparire dinanzi al tribunale, per rendere conto dei loro delitti, il papa entro un mese ed entro un anno il re.
    Moriva Clemente V poco più di un mese dopo, corroso il corpo dal lupus e l’animo, forse, dal rimorso per i suoi grandi delitti: l’avvelenamento di Enrico VI, la rovina dei Beguini e quella dei Templari. E sette mesi dopo rendeva la poco bella anima a Dio Filippo IV, ancora giovine, per un accidente di caccia.
    Non ci è possibile esporre sia pure per sommi capi la storia dell’Ordine, e ci contenteremo per la intelligenza dell’argomento di tratteggiare a grandi linee il processo e la condanna dei cavalieri Templari. Rimandiamo per il resto il lettore alle opere non numerose ne definitive sopra l’interessante soggetto.
    H. C. Lea vi ha dedicato un centinaio di pagine della sua Storia dell’Inquisizione nel medio evo; poiché, secondo il Lea, il processo dei Templari è un esempio tipico del procedimento inquisitorio; è chiara in esso la disperata condizione, senza difesa, della disgraziata vittima, una volta caduta sotto la terribile accusa di eresia e presa nell’inesorabile ingranaggio della macchina inquisitoria. Tutti i documenti e le storie di questo processo narrano infatti una storia di crudeltà e di perfidie, di abusi e di orrori indicibili.
    L’accusa generica di eresia formulata contro l’Ordine da Filippo il Bello, coll’aiuto compiacente dell’Inquisitore di Francia, si precisava in accuse particolari grossolane, risibili, assurde per loro stesse. Si pretendeva che al ricevimento di un neofita il precettore lo conduceva dietro l’altare, od in sacrestia od in altro posto segreto, gli mostrava un crocifisso, gli faceva rinnegare Gesù e lo faceva sputare tre volte sulla croce. Che il neofita veniva spogliato e che il precettore lo baciava tre volte, sulle natiche, l’ombelico e la bocca. Che gli si dichiarava allora legittimo l’amore innaturale (unnatural lust, dice il Lea), assicurandolo che era molto praticato nell’Ordine. Che la corda portata dai Templari giorno e notte sopra la camicia come simbolo di castità, si consacrava avvolgendola intorno ad un idolo avente forma di testa umana con una grande barba, e che questa testa (il famoso Baphomet), benché nota al solo Gran Maestro ed agli anziani, veniva adorata nei Capitoli. Si accusavano, infine, i preti dell’Ordine di non consacrare l’ostia nella celebrazione della messa.
    Queste le pazze accuse, incoerenti, inverosimili per qualsiasi cervello non fosse stato irrimediabilmente deformato dal fanatismo cattolico, e queste le accuse che i poveri Templari dovettero confessare per non morire sotto la tortura.
    L’inquisitore di Francia, dunque, presa conoscenza in virtù del suo ufficio dell’accusa di eresia, invitava Filippo ad arrestare .quei cavalieri che si trovassero nei suoi stati ed a portarli in esame dinanzi all’ inquisizione. La mattina del 13 ottobre 1307 all’improvviso quasi tutti i-Templari del Regno venivano presi; nel Tempio di Parigi venivano arrestati centoquaranta Templari con De Molay ed i capi dell’Ordine alla testa; ed il ricchissimo tesoro dell’Ordine cadeva nelle avidissime mani del re, già fortissimamente indebitato coi cavalieri del Tempio. Così ripagava Filippo coloro che lo avevano pochi anni prima protetto e salvato dalla sollevazione popolare provocata falsificando la moneta.
    L’inquisizione si pose subito al lavoro. E lavorò così bene che dei 138 Templari catturati nel Tempio di. Parigi, soltanto tre riuscirono a non fare confessione di sorta. La confessione la si faceva fare, a dir vero, all’uscita dalla camera di tortura, ed alla vittima si faceva giurare che essa era libera e non obbligata per forza o paura; ma per comprendere che razza di libertà fosse questa basta considerare che la disgraziata creatura sapeva bene come, ritrattando quel che aveva detto o promesso di dire sotto la corda, si esponeva a nuova tortura od al patibolo come eretico relapso. Soltanto in. Parigi 36 Templari morirono sotto la tortura; e nel resto di Francia la mortalità mantenne questa spaventosa proporzione del venticinque per cento.
    Naturalmente De Molay non fu risparmiato. Pare facesse una breve confessione, quantunque i documenti papali concernenti il processo siano così pieni di falsità evidenti da non potere riporre in essi che scarsissima fiducia. […]
    Il papa si riserbava di giudicare direttamente De Molay ed i principali ufficiali dell’Ordine e si destreggiò in modo da impedir loro di comparire dinanzi al Concilio. Gli altri cavalieri, dispersi, isolati, sbigottiti, abituati ad obbedire e non a prendere iniziative non seppero né poterono efficacemente difendere l’Ordine.
    Clemente, poiché l’Ordine non aveva mandato i suoi capi e procuratori a difenderlo, ne propose senza altro la condanna. Fu nominata una commissione per discutere la cosa ed ascoltare i rapporti degli inquisitori; ed ecco un giorno dinanzi a questa commissione si presentano sette templari offrendosi di difendere l’Ordine in nome di duemila cavalieri, erranti per le montagne del lionese. Invece di ascoltarli il papa li fa porre in prigione; alcuni giorni dopo due eroi compaiono a ripetere l’offerta, non sgomentati dalla sorte dei loro fratelli, ed anche questi Clemente fa imprigionare. Il Concilio esitava dinanzi all’infamia di una condanna senza difesa; senza le pressioni del papa e di Filippo non avrebbe forse condannato i templari; e l’essere scomparsi gli atti del Concilio di Vienna dagli archivi papali è abbastanza significativo. Ma Filippo il Bello agitando lo spauracchio della questione della condanna di Bonifacio VIII per eresia, che portava naturalmente ad infirmare la validità delle nomine cardinalizie di Bonifacio e quindi anche la validità della stessa elezione di Clemente V, riuscì a fare prevalere la sua volontà.
    Nel marzo 1312 Clemente presentava ad un concistoro segreto di prelati e di cardinali una bolla, nella quale, dopo avere ammesso che le prove raccolte non giustificavano canonicamente la definitiva condanna dell’Ordine, invocava lo scandalo oramai caduto su di esso e la necessità di provvedere ai suoi possessi in Terra Santa per sopprimerlo provvisoriamente. Un mese dopo per altro un’altra bolla con ordinanza apostolica aboliva provvisoriamente ed irrevocabilmente l’Ordine, lo poneva sotto perpetua inibizione, e scomunicava ipso facto chiunque avesse voluto entrare in esso e portarne l’abito. Le grandi proprietà dell’Ordine del Tempio venivano trasferite a quello degli Ospitalieri di S. Giovanni di Gerusalemme; ma fu eredità quasi nominale tanto larga breccia vi fecero colla violenza e colla frode Filippo ed altri principi. I cavalieri infine venivano rinviati al giudizio dei concilii provinciali, ad eccezione del Gran Maestro e dei capi.
    Per investigare i procedimenti tenuti contro di essi, ed assolverli o condannarli Clemente nominò una commissione di tre cardinali, che, insieme ad altri prelati, emisero una sentenza di perpetua prigionia.. Il 19 marzo 1314 Jacques De Molay, Hugues de Peraud, Visitatore di Francia, Geoffroi de Charney, e Godefroi de Gonneville furono tratti dalle prigioni dove avevano languito per quasi sette anni, e furono condotti sopra un palco eretto dinanzi a Nôtre Dame per sentirsi leggere questa condanna. Tutto sembrava così finito, quando, tra la meraviglia della moltitudine raccolta all’intorno e lo sgomento dei prelati, De Molay e Geoffroi de Charney si alzarono. E si dichiararono colpevoli non dei delitti loro imputati, ma di non avere difeso l’Ordine per salvare la loro vita; l’Ordine era puro e santo, false le accuse, strappate le confessioni. Così dicendo, essi ben sapevano quale sarebbe stata la inevitabile conseguenza.
    Quando Filippo seppe della inattesa novità andò su tutte le furie; ma il caso era semplice, le leggi canoniche prescrivevano che un eretico relapso doveva bruciarsi senza neppure ascoltarlo; i fatti erano manifesti e non occorreva aspettare il giudizio formale di una commissione papale, bastava un breve consulto col suo concilio.
    Lo stesso giorno, al tramonto, il rogo dislegava quelle due grandi anime da ogni nube di mortalità. Mancò agli altri due il coraggio di imitarli, accettarono la condanna e perirono miseramente in prigione.

    L’eresia Templare
    In questo modo cadeva il grande Ordine militare e contemplativo ad un tempo, che riuniva insieme i due caratteri che l’India aveva separato nei due ashramas dei Brahmani e degli Kshatria. Furono i templari veramente colpevoli di eresia? Ebbero essi in realtà l’intenzione di formarsi un dominio temporale? Dopo sei secoli la questione non è stata ancora risolta; ed anche il Lea, che pure trova nel fattore economico la spiegazione della tragedia templare, riconosce che essa promette di rimanere uno dei problemi insoluti della storia. […]
    Metafisicamente parlando è fuori dubbio che la rigidità della disciplina e l’abdicazione della individualità doveva portare anche nei templari a quella superiorità spirituale che ne è la naturale conseguenza, e che è manifesta, per esempio, nei Gesuiti, un Ordine molto simile al templare per la ferrea disciplina, lo spirito gerarchico ed altri caratteri.
    Per noi la falsità delle accuse di grossolane pratiche eretiche è evidente; e così pure che le confessioni si dovettero soltanto alla tortura od alla paura della tortura; ma come la Massoneria è profondamente anticristiana pur non essendo vera l’accusa fatta ai Massoni di sputare sopra le ostie consacrate o di trafiggerle col pugnale, così la questione della possibilità dell’eresia templare, intesa in un senso più profondo e più serio rimane aperta, e noi vogliamo esaminarla un momento pure sapendo che il solo ausilio delle considerazioni storiche non può condurre a deciderla seriamente in un senso o nell’altro.
    Ricordiamo lo sfondo storico della questione: la grande lotta tra la Chiesa e l’Impero, ricordiamo il pullulare delle eresie per tutta la Francia, l’Italia e gran parte dell’Europa, e la naturale simpatia degli eretici per i ghibellini. E consideriamo l’importanza che doveva avere agli occhi dei contendenti un Ordine possente, ricchissimo, indipendente e per giunta ravvolto nel segreto. Assolutamente autonomo per la bolla stessa di fondazione e pei brevi papali, impenetrabile agli estranei grazie al mistero, organicamente omogeneo ed obbediente alla autorità assoluta del Gran Maestro, esso costituiva un perfetto e temibile strumento di azione, uno strumento ideale per chi avesse voluto tentare un travolgimento, sociale od anche soltanto isolarsi come in una medioevale fortezza dalle autorità e dalla società di quel tempo. La mancanza di prove materiali non basta per escludere che dalla fondazione dell’Ordine od in seguito la Grande Maestranza abbia potuto trovarsi nelle mani di uomini liberi da devozione verso la Santa Sede ed anche dalla credenza cristiana; che anzi, se gli intendimenti eretici furono, ogni prova materiale deve essere stata accuratamente evitata perché troppo pericolosa dato il fanatismo e la inquisizione, e perchè ogni legame esteriore era superfluo in una società che traeva la sua forza non da una comunità di credenze ma dalla ferrea legge per la quale i fratelli dovevano obbedire passivamente agli ordini del loro capo. […]
    Nella lotta tra Chiesa ed Impero i templari non potevano apertamente manifestare le loro simpatie perchè la funzione dell’Ordine era esplicitamente un’altra. Pure quando Urbano IV preparava una crociata contro Manfredi troviamo che Etiénne de Sissy, maresciallo dell’Ordine e Precettore di Puglia, rifiutò di dare al papa il suo aiuto; ed al papa che gli ordinò di dimettersi dalla sua carica rispose audacemente che nessun papa si era mai immischiato degli affari interni dell’Ordine, e che egli avrebbe rassegnato il suo ufficio solo al gran Maestro che glielo aveva conferito. Urbano lo scomunicò, e l’Ordine lo sostenne rimproverando al papa di volere distrarre per la crociata contro Manfredi le forze destinate per la guerra in Palestina.
    Un’altra forte presunzione di eresia si può trovare interpretando il canto chiuso dei poeti d’amore, ed il simbolismo della gaia scienza dei trovatori che prendevano tanto volentieri a soggetto delle loro canzoni il leggendario Ordine del Graal, di cui quello del Tempio pareva la reale manifestazione.
    Il posto che Dante dà ai templari nella “Divina Commedia” mostra quale importanza avesse secondo lui l’Ordine nella vita politica del suo tempo. Dante, che ha attaccato così fieramente i francescani e i domenicani ed in generale i papi, la chiesa e il clero, non ha una sola parola contro i templari, anzi ne prende apertamente le difese; ed i templari, Filippo il Bello e Clemente V costituiscono grandissima parte della allegoria politica della Commedia. Per tutto il poema li tiene sempre presenti; inveisce contro il papa e contro Filippo ogni volta che ne ha l’occasione, invoca la vendetta di Dio contro di loro e nella grande visione finale del Purgatorio raffigura nella meretrice la Chiesa e nel gigante che delinque in sua compagnia Filippo. Clemente V ha il suo posto bello e pronto tra i simoniaci perché agì per denaro contro i templari, e, per vendicare la morte di J. de Molay bruciato vivo col capo in alto, Clemente è destinato ad andare a prendere il posto di Bonifacio e quindi a bruciare col capo all’ingiù: e farà quel d’Alagna esser più giusto. […]

    L’eredità templare
    La tradizione afferma intanto che l’Ordine continuò ad esistere anche dopo e nonostante la condanna papale. In un libro raro e segreto: A Sketch of the History of the Knights Templar, stampato a soli cento esemplari nel 1833, di cui è autore James Burnes, Grande Officiale dell’Ordine del Tempio, si racconta che Jacques de Molay, prevedendo il suo martirio, nominasse a suo successore in potere e dignità Giovanni Marco Larmenio di Gerusalemme. E da allora sino ad oggi la linea dei Grandi Maestri si è mantenuta regolare ed ininterrotta; l’originale della carta di trasmissione firmata da tutti i Grandi Maestri e che il Burnes riporta nel suo libro, si trova a Parigi, insieme agli antichi statuti, rituali, sigilli, ecc... e nel convento generale dell’Ordine tenuto a Parigi nel 1810 venne esaminato da circa duecento cavalieri Templari. […]
    Altri documenti e manoscritti che riferiscono la storia dell’Ordine prima e dopo la condanna si trovano negli archivi del Grand Prieurè Indépendant d’Helvétie, che è oggi la quinta provincia dell’Ordine del Tempio. Secondo questi manoscritti, in armonia colla tradizione massonica, i Templari sfuggiti al disastro in Svezia, Norvegia, Irlanda e Scozia continuarono l’Ordine e per meglio sfuggire alle persecuzioni si nascosero entro la corporazione dei Liberi Muratori, continuando dentro di essa ed in segreto il loro Ordine. Si permise ai cavalieri di ammogliarsi per potere continuare l’Ordine nei loro figli; e per maggiore sicurezza per circa tre secoli nessun estraneo venne iniziato al grado di Maestro, riservando tale grado soltanto ai figli dell’Ordine.
    Sopra i legami e la derivazione della Massoneria dall’Ordine del Tempio tutti gli autori massonici si trovano d’accordo.
    E quasi a rendere evidente il carattere fatale della rivoluzione, la nemesi dei re di Francia li portava ad espiare il delitto di Filippo proprio nel quartiere generale dell’Ordine, divenuto per essi la prigione del Tempio.

    Ivi su’ l medioevo il secolare
    Braccio discese di Filippo il Bello
    Ivi scende de l’ultimo Templare
    Su l’ultimo Capeto oggi l’appello.

    Ed è fama che il giorno della esecuzione di Luigi XVI, un gigante orribile e barbuto, una specie di genio diabolico della rivoluzione, sempre presente quando vi erano preti da strozzare, montò sul patibolo e, prendendo a piene mani il sangue reale, ne spruzzò le teste all’intorno gridando: Peuple français, je te baptìse au nom de Jacques et de la liberté.
    La continuazione esteriore dell’Ordine del Tempio ed il concetto rimastone nell’Ordine massonico si accordano dunque nell’indicarci la profonda eterodossia del grande Ordine medioevale.
    La massoneria ed i numerosi ordini templari oggi esistenti sono gli eredi storici, esteriori dell’Ordine del Tempio. Ma la continuazione interiore spirituale non pare oramai associata a questa esteriore derivazione.
    La Massoneria e gli Ordini da essa procedenti pei paesi anglo-sassoni si perdono quasi unicamente in opere di beneficenza ed in magnifiche cerimonie che sembrano fatte apposte per appagare la curiosa passione del pageant; e nei paesi latini la massoneria, rinnegato il suo patrimonio filosofico sociale per accattare un informe arsenale di ferri vecchi dai materialisti tedeschi ed un incoerente bric à brac di luoghi comuni dai rigattieri della democrazia francese, si è ridotta a fare da mezzana ai partiti politici democratici e da spaventapasseri per le animuccie cristiane. E’ vano sperare da essa il compimento della vendetta templare.
    Pure l’eredità templare non può essere andata perduta, pure è fatale che la vendetta si compia e che perisca di spada chi di spada ha ferito. Coloro che conoscono la immateriale indistruttibile natura degli esseri vedono nella perennità puramente spirituale delle individualità la base e la prova di una reale eredità; e quando questa vi è, non è questione che di tempo e di contingenze perché se ne veda la inesorabile manifestazione nel mondo degli uomini.

  8. #8
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    Predefinito Rif: La lezione di Arturo Reghini. Il politeismo dantesco e l'inquisizione

    Secondo voi, la vendetta promessa dai templari, c'entra qualcosa col nuovo ordine mondiale di cui tanto si parla?
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

  9. #9
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    Predefinito Rif: La lezione di Arturo Reghini. Il politeismo dantesco e l'inquisizione

    Citazione Originariamente Scritto da Dr. Caligari Visualizza Messaggio
    Secondo voi, la vendetta promessa dai templari, c'entra qualcosa col nuovo ordine mondiale di cui tanto si parla?
    Si dovrebbe chiedere a giacobbo per questo hefico:
    "Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo."

  10. #10
    Ritorno a Strapaese
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    Predefinito Rif: La lezione di Arturo Reghini. Il politeismo dantesco e l'inquisizione

    Citazione Originariamente Scritto da Stella Maris Visualizza Messaggio
    Si dovrebbe chiedere a giacobbo per questo hefico:
    Lascia perdere quel mistificatore...
    "Non posso lasciarti né obliarti: / il mondo perderebbe i colori / ammutolirebbero per sempre nel buio della notte / le canzoni pazze, le favole pazze". (V. Solov'ev)

 

 
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