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Discussione: Le armi segrete di Mussolini

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    Predefinito Le armi segrete di Mussolini

    le armi segrete di Mussolini

    I"Otto milioni di baionette", "Il numero è potenza", "Bisogna essere forti prima di tutto nel numero": la politica militare dell'Italia fascista alla vigilia della Seconda guerra mondiale viene oggi spesso condensata in questi slogan del regime, per stigmatizzare, con più di una punta di sarcasmo, l'arretratezza della cultura strategica del regime quando all'orizzonte si profilava una guerra nella quale il livello tecnologico di un paese e la sua potenza industriale avrebbero avuto un ruolo decisivo.
    Come tutte le semplificazioni, anche questa coglie elementi di verità, ma ne trascura altri di non minore importanza, che ci restituiscono un quadro più completo.
    È fuor di dubbio, infatti, che il fascismo e ovviamente per primo Benito Mussolini abbiano valorizzato in ogni occasione la carta della potenza demografica italiana sia in politica interna che estera: un richiamo alla forza delle braccia che raggiungeva con immediatezza l'Italia rurale, tradizionalista, patriarcale e socialmente maggioritaria alla quale parlava il fascismo. Su un versante diverso e forse opposto, però, il fascismo intendeva rappresentare politicamente anche le istanze radicalmente moderniste che avevano conosciuto manifestazioni culturali potenti e diffuse nelle élite italiane come il Futurismo e il Dannunzianesimo, e che in campo scientifico trovavano riscontri di eccellenza, solo per fare pochi esempi, in personalità come Guglielmo Marconi ed Enrico Fermi, o in settori di punta come l'Aeronautica.
    Questa spinta propulsiva verso il progresso si scontrava, però, con i limiti di una industria strutturalmente più debole e arretrata rispetto alle altre potenze europee, incapace di reggere il confronto con esse sia in termini di innovazione tecnologica, che di capacità produttiva e di rapidità di riconversione da una produzione all'altra. A tale condizione di oggettiva inferiorità dobbiamo poi aggiungere il difficile accesso dell'Italia alle materie prime, che si sarebbe aggravato in tempo di guerra, costituendo, così, un ulteriore insormontabile ostacolo alla modernizzazione delle Forze Armate italiane.
    Il principio militare della massa, che è il prodotto tra numero e potere di fuoco, veniva così a essere sbilanciato irrimediabilmente verso il numero: con l'illusione che il numero e il coraggio potessero compensare lo svantaggio italiano in termini di potenza di fuoco e di tecnologie, almeno nei limiti di una guerra che si riteneva sarebbe stata breve e decisiva.
    Quando l'accelerazione verso il conflitto si fece prepotente, questo divario tra l'Italia e il resto delle principali nazioni belligeranti si fece via via sempre più critico, ottenendo la sua tragica evidenza sui campi di battaglia di una guerra che contro le aspettative di Mussolini non fu affatto breve.
    La reazione italiana, tuttavia, era urgente e necessaria, e non si fece attendere. La strada della ricerca tecnologica venne percorsa con energia pari a quella di ogni altro attore del conflitto, conoscendo l'altalenanza di risultati tipica di tutte le ricerche sperimentali, ma pagando più caro ogni fallimento e ottenendo un dividendo minore da ogni successo a causa della già citata inferiorità del nostro sistema industriale e alla lentezza con la quale reagì allo sforzo di guerra.
    Nonostante questo, anche l'Italia ebbe le sue punte di diamante, i suoi progetti innovativi – alcuni giunti troppo in ritardo, o in numero insufficiente, o mai arrivati in porto – e persino le sue armi segrete fantascientifiche. Le parole "mancò la fortuna, non il valore" accolgono i visitatori del sacrario di el Alamein, e indubbiamente serve anche un po' di fortuna per inventare un'arma anticarro semplice, economica ed efficace come il Bazooka.
    Scienza, fantascienza e tecnologia
    A partire dalla seconda metà dell'Ottocento l'Italia conobbe un'eccezionale fioritura in molti campi della ricerca scientifica, ma in particolare della Matematica, con studiosi di livello mondiale come Enrico Betti (1823-1892), Francesco Brioschi (1824-1897) e Felice Casorati (1835-1890). Tra fine Ottocento e inizio Novecento la rinascita culturale del paese conobbe un ulteriore sviluppo grazie a personalità del calibro di Camillo Golgi (1843-1926), premio Nobel per la Medicina nel 1906, i fisici Antonio Pacinotti (1841-1912), Augusto Righi (1850-1920) e Quirino Majorana (1871-1957), l'ingegnere elettrico Galileo Ferraris (1847-1897), Guglielmo Marconi (1874-1937) premio nobel per la Fisica nel 1909, e, tra i molti matematici di fama mondiale, Giuseppe Peano (1858-1932) e Tullio Levi-Civita (1873-1941) e Gregorio Ricci-Curbastro (1853-1925) che crearono il metodo matematico utilizzato da Albert Einstein per elaborare la Teoria della Relatività Generale. Con l'apparizione di Enrico Fermi (1901-1954), poi, il mondo della Fisica italiana venne praticamente sconvolto, ottenendo un impulso straordinario.
    Nel primo dopoguerra vennero fondati L'Unione Matematica Italiana nel 1922, ad opera del matematico Salvatore Pincherle (1853-1936), e l'anno successivo il Consiglio Nazionale delle Ricerche, su iniziativa del matematico Vito Volterra (1860-1940). Il Fascismo mostrò un vivo interesse verso le scienze e incentivò la ricerca, in particolare quella applicata, ma al contempo la provincializzò per orgoglio nazionalistico e fervore ideologico: il "Manifesto degli intellettuali fascisti" di Giovanni Gentile del 1925 provocò una spaccatura nel mondo scientifico, accentuata nel 1931 dalla richiesta agli accademici di giurare fedeltà al re e al duce. Ne conseguì una diaspora verso l'estero di esponenti del mondo scientifico italiano, tra i quali lo stesso Volterra, incentivatasi ulteriormente con l'isolamento del paese dovuto alle sanzioni internazionali per l'invasione dell'Etiopia. Il progresso scientifico italiano subì una brusca frenata, perdendo completamente lo slancio degli anni precedenti. Le leggi razziali del 1938, e la discriminazione dei molti scienziati e accademici di religione ebraica, furono un vero e proprio colpo di grazia per una situazione già compromessa e il mondo scientifico italiano si trovò mutilato non solo di molte preziose intelligenze – ad esempio Enrico Fermi che fuggì negli USA in quanto sposato con un'ebrea – ma anche burocratizzato e reso irrimediabilmente sterile.

    LA SCIENZA
    Categoria troppo tardi e/o troppo poco: la radio
    L'Italia fu una delle protagoniste degli anni pionieristici delle trasmissioni radio, grazie al contributo di un inventore del calibro di Guglielmo Marconi. Tuttavia tra la fine degli Anni Trenta e l'inizio dei Quaranta, il progresso tecnologico e industriale in questo campo fu impetuoso e l'Italia si trovò in condizioni di pesante arretratezza. Tedeschi e alleati disponevano di apparecchi ricetrasmittenti potenti e di ridotte dimensioni – fino ai "Walkie-Talkie" portatili americani – e in numero sufficiente per equipaggiare praticamente tutti i propri mezzi principali, mentre sui carri armati italiani, solo per fare un esempio, le ricetrasmittenti iniziarono ad avere una diffusione consistente solo a conflitto ormai inoltrato, e con l'aiuto delle tecnologie elaborate dall'alleato tedesco.
    Categoria le armi segrete: Il raggio di Marconi
    «Trovati sull'autostrada Roma-Ostia fra le tre e le tre e mezza. Vedrai qualcosa che ti sorprenderà...». Con queste parole del marito, Rachele Mussolini inizia nelle sue memorie "Mussolini privato", il racconto di uno strano avvenimento di un giorno del giugno 1936. Quando quel pomeriggio donna Rachele e il suo autista si trovarono proprio nell'ora e nel punto indicato, l'auto su cui viaggiavano si fermò senza alcun motivo apparente, assieme a tutte quelle che percorrevano lo stesso tratto di strada, per circa 30 minuti, riprendendo a funzionare regolarmente alle 15 e 35. La spiegazione dello strano fenomeno giunse la sera stessa durante la cena di famiglia: il duce spiegò che Guglielmo Marconi aveva inventato un raggio capace di bloccare ogni motore dotato di un impianto elettrico: un'arma che costituiva un vantaggio strategico enorme contro qualsiasi nemico. Pare che in seguito Marconi sia riuscito addirittura a perfezionare il proprio raggio, ma che, preso da scrupoli morali dopo un colloquio con papa Pio XII, decise di distruggere ogni prototipo e documento del suo fantascientifico apparato. Con l'improvvisa morte di Marconi il 20 luglio 1937, la verità rimarrà per sempre un mistero.
    Categoria le armi segrete: i Servizi segreti
    Tra le "armi segrete" di Mussolini la più segreta e sottovalutata ancora ai giorni nostri sono stati i Servizi segreti italiani che furono invece tra i più efficienti della Seconda guerra mondiale, soprattutto nelle attività di controspionaggio, di "prelevamento" e di decrittazione. I tentativi di infiltrare agenti sul territorio italiano da parte dei servizi segreti nemici, in particolare britannici, per operazioni di intelligence e sabotaggio, non ebbero mai successo: le reti di spie vennero tutte scoperte e sbandate o abilmente utilizzate per la controinformazione. Carabinieri "scassinatori" sottrassero all'ambasciata americana a Roma nel settembre del 1941, quando gli USA non erano ancora entrati in guerra, il "Black Code" americano, riuscendo così a fornire al generale Rommel preziosissime informazioni sulle intenzioni dei britannici in Nord Africa. Quando sempre in questo teatro di guerra i britannici sembrarono leggere in anticipo le intenzioni delle armate dell'Asse, i tedeschi si convinsero che la responsabilità della fuga di notizie fosse tutta italiana. Invece la realtà era esattamente opposta: gli Alleati non riuscirono mai a decifrare i codici italiani, mentre grazie al matematico Alan Turing, i servizi segreti britannici avevano realizzato Ultra riuscendo così a decrittare i codici prodotti dalla macchina tedesca Enigma. Anche la più spettacolare impresa delle forze speciali italiane deve il suo successo al paziente e brillante lavoro dei Servizi segreti italiani: l'impresa di Alessandria del 19 dicembre 1941 riuscì non solo per le informazioni raccolte dalla rete di spie locali, ma anche perché il sommergibile Sciré, che trasportò presso le coste egiziane gli operatori della X MAS e i loro Siluri a Lenta Corsa, sfuggì all'individuazione di un aereo ricognitore della RAF scambiando con esso gli speciali segnali ottici di riconoscimento scoperti dal servizio decrittazione italiano, e in questo modo riuscendo a farsi passare per un sommergibile amico.

    L'ESERCITO
    L'Esercito italiano affrontò lo scoppio della Seconda guerra mondiale consapevole della propria inferiorità rispetto alle altre potenze belligeranti, un sentimento diffuso sia negli alti comandi, che negli ufficiali subordinati e nella truppa. Le prime battaglie, poi, non solo consolidarono questa convinzione, ma le conferirono sostanza e misura con i negativi esiti dei combattimenti sul campo. Le carenze del Regio esercito erano gravi e numerose, ma per quanto riguardava i mezzi e i sistemi d'arma, tre in particolare pesarono drammaticamente: 1) la mancanza di mobilità a causa dei pochi mezzi di trasporto che l'industria italiana riusciva a produrre; 2) la debolezza complessiva di capacità anticarro, per scelte sbagliate o rimedi inadeguati e tardivi; 3) lo scarso volume di fuoco esprimibile delle truppe, in termini di armi di accompagnamento e di armi automatiche individuali. A guerra iniziata, il ritmo dell'innovazione tecnologica e della produzione industriale dei paesi in guerra raggiunse livelli vertiginosi e il tentativo italiano per recuperare terreno nei confronti degli avversari fu quindi reso ancora più arduo. Nonostante tutto, però, anche l'Italia seppe esprimere mezzi e armi di assoluto rilievo, anche se in ritardo rispetto a quando forse sarebbero state decisive, e sempre in numero insufficiente, se paragonate alle esigenze delle nostre truppe. Alcune lacune non vennero mai colmate, ad esempio nel caso delle armi anticarro portatili, e i soldati italiani spesso dovettero fare fronte ai carri avversari con temerari attacchi ravvicinati. In altri casi si trovarono soluzioni improvvisate: efficaci, ma solo temporaneamente. In altri ancora la collaborazione tra militari e industria realizzò armi decisamente buone che portarono
    Categoria progetti non realizzati: il lanciabombe controcarro da 60 mm.
    Un Esercito che faceva affidamento sul numero dei propri effettivi di Fanteria come quello italiano avrebbe tratto estremo giovamento di un'arma anticarro portatile con la quale conferire alle truppe una capacità di difesa autonoma contro i mezzi corazzati del nemico. L'Esercito polacco, ad esempio, aveva avuto questa intuizione, sviluppando in gran segreto un buon fucile anticarro, il Maroszek . 35, e quello Svizzero il Solothurn S-18, entrambi entrati in servizio, seppure in quantità limitate, anche nell'Esercito italiano. Tuttavia l'arma più efficace, più semplice da realizzare e anche più economica – un vero colpo di genio del progettista Edward Uhl – fu l'americano M1 Bazooka: un'arma che dal punto di vista tecnologico-industriale era alla portata di tanti, Italia compresa. In Italia venne progettato un lanciagranate, il "lanciabombe controcarro da 60 mm", sulla carta capace di perforare corazze fino a 70 mm a 80 metri, ma non entrò mai in produzione. Basato sulla meccanica del fucile modello 91, è lecito ipotizzare che questa o un'arma simile sarebbe stata d'aiuto per contrastare i carri britannici in Africa settentrionale.
    Categoria troppo tardi e/o troppo poco: cannone 90/53 Mod. 1939
    Ancora oggi si parla di un "pezzo da Novanta" quando si vuole sottolineare l'importanza e l'influenza di una persona: e dietro questo popolare modo di dire si cela la sagoma di questo cannone italiano, nato come pezzo navale antiaereo, ma poi passato a combattere con successo sulla terra ferma anche come anticarro. A partire dal 1942, data della sua entrata in servizio, artiglieri italiani, per altro sempre distintisi per abnegazione, seppero fare buon uso di questo ottimo pezzo, omologo del famoso "88" tedesco, cui era anche migliore in certi parametri.

    Categoria troppo tardi e/o troppo poco: Carro M 14/41
    Nell'Estate del 1941 l'Esercito italiano ricevette in dotazione il carro medio M14/41. Le poche le migliorie suggerite dall'esperienza di combattimento rispetto al precedente M13/40 – in particolare un aumento della potenza del motore – furono sufficienti a rendere l'M14 il principale "cavallo di battaglia" delle divisioni corazzate Ariete e Centauro che con esso combatterono fino ad el Alamein. Ne furono prodotti quasi 700 e il suo scafo venne anche utilizzato per il semovente da 75/18.
    Categoria troppo tardi e/o troppo poco: Semovente 75/18
    Il semovente da 75/18 fu un mezzo d'artiglieria corazzato progettato dalla Fiat-Ansaldo a partire dal 1938 ed entrato in servizio nel 1941. Ne furono prodotti in due tipologie: la M40 in 60 unità e la M41 in 162. L'arrivo di questi mezzi sul campo di battaglia nordafricano, nonostante avessero dei limiti, fu sufficiente a migliorare sensibilmente la capacità anticarro del Regio Esercito.
    Categoria troppo tardi e/o troppo poco: Carro P 26/40
    Il P26 o P26/40, benché contrassegnato dalla denominazione "pesante", fu il primo carro di prestazioni e potenza comparabile con i carri medi delle altre nazioni. Era infatti paragonabile a un Pz. IV tedesco o a uno M4 Sherman americano e aveva adottato una corazzatura inclinata ad imitazione di quella del T-34 sovietico. La fase progettuale iniziò nel 1940, ma l'unico mezzo a entrare in servizio prima dell'armistizio fu subito acquisito dall'Esercito tedesco, assieme alle altre poche decine di mezzi prodotti successivamente.
    Categoria improvvisazione: Autocannone 102/35 su Fiat 634N
    Il 19 novembre 1941, durante la battaglia di Bir el Gobi, la divisione Ariete schierò due batterie per complessivi 5 pezzi di un potente cannone navale da 102/35 montato sul pianale di un autocarro Fiat 634N, per essere utilizzato come artiglieria mobile d'appoggio. Era una soluzione improvvisata ma fu molto efficace, contribuendo quel giorno alla vittoria italiana. Com'era prevedibile, però, il connubio tra pezzo e autocarro si rivelò piuttosto precario e prono a cedimenti strutturali che misero presto fuori gioco questi mezzi.
    Categoria troppo tardi e/o troppo poco: le armi automatiche MAB 38, FNAB 43
    Nell'arsenale dell'Esercito italiano durante la Seconda guerra mondiale si contarono quasi 3 milioni di moschetti modello 91 e una decina di migliaia in tutto di armi automatiche individuali, a detrimento del potere di fuoco delle truppe del Regio Esercito. Eppure l'Italia aveva una certa esperienza nella produzione di armi automatiche, a partire dal fucile automatico Cei-Rigotti, presentato a inizio secolo, un'arma veramente in anticipo sui suoi tempi. I produttori Beretta e Revelli furono però in grado di produrre armi automatiche di ottima qualità per l'epoca: rispettivamente il MAB modello 1938 e il FNAB modello 1943. Solo il primo fu distribuito alle truppe del Regio Esercito, mentre il secondo fu utilizzato dalle forze speciali della Repubblica sociale e molto apprezzato anche dai tedeschi.
    LA MARINA
    Dal punto di vista tecnico e quantitativo, la Marina italiana alla vigilia della Seconda guerra mondiale poteva essere considerata una delle migliori del mondo e, dopo l'uscita dal conflitto della Francia, anche la più forte del Mediterraneo. I vascelli italiani godevano di un buon rapporto tra velocità e corazzatura, e di artiglierie di potenza ragguardevole. La guerra avrebbe poi evidenziato alcuni problemi tecnici dei quali non si era fatto giusto conto, come ad esempio la precisione delle centraline di tiro e un'attenta valutazione del propellente nei proiettili: elementi che condizionarono in modo estremamente negativo la precisione del fuoco delle navi italiane. Tre furono però i fattori strategici che influenzarono in modo ancor più negativo la condotta delle operazioni della Marina italiana nel corso della guerra: la mancanza di un'aviazione navale; l'assenza dei radar; e la scarsità delle riserve di nafta. Quest'ultimo problema non era risolvibile, ma ai primi due si cercò, tardivamente, dopo l'esito disastroso della battaglia di Capo Matapan (27-29 marzo 1941), di porre riparo con la messa in cantiere delle Portaerei Aquila e Sparviero e con la profonda revisione dello scetticismo dimostrato da Supermarina nei confronti del radar.
    Il campo dove l'Italia poteva contare su una netta superiorità nei confronti delle altre nazioni in lotta fu certamente quello delle forze speciali che ruotavano intorno alla X Flottiglia MAS, all'esperienza e alla capacità degli uomini che la componevano e ai materiali e ai mezzi di cui erano dotati. Le prime esperienze di combattimento misero alla luce dei difetti che vennero corretti in modo efficace e anche se non fu possibile impiegare questa unità in un attacco simultaneo alle maggiori basi nemiche che avrebbe avuto un effetto devastante sulla Royal Navy, l'effetto sorpresa non venne meno e la X MAS portò a segno colpi rimasti nella storia dell'arte militare.

    Categoria progetti: Le portaerei Aquila e Sparviero
    Dopo la sconfitta di Capo Matapan (27-29 marzo 1941), gli alti comandi italiani dovettero prendere atto della necessità di dotare la flotta italiana di un'autonoma forza aerea. Vennero così rispolverati progetti lasciati nei cassetti da alcuni anni che prevedevano l'adattamento al ruolo di due grandi navi passeggeri, i transatlantici Roma e Augustus. I lavori di ristrutturazione e trasformazione prevedevano di asportare le sovrastrutture (cassero, i ponti e le cabine superiori), e quindi di dotare il vascello di un ponte in acciaio ad alto spessore per il decollo e l'atterraggio degli aerei. Le fiancate sarebbero state rinforzate con una corazza in lamiera d'acciaio e venne realizzato. Alla data dell'armistizio dell'8 settembre l'Aquila era praticamente pronta al collaudo, nonostante fosse stata danneggiata da bombardamenti alleati sul porto di Genova, mentre i lavori sullo Sparviero erano ancora in arretrato.
    Categoria progetti: Siluro San Bartolomeo
    Dopo le prime azioni, i Siluri a Lenta Corsa mostrarono qualche difetto che ne limitava considerevolmente l'uso. Vennero allora avviati studi per perfezionarli, aumentando in particolare velocità, autonomia, carico esplosivo e profondità di immersione. L'esito di questi lavori fu il più sofisticato sommergibile tascabile di questa classe, il Siluro San Bartolomeo, il cui primo impiego era stato programmato per un attacco contro Gibilterra i primi giorni dell'ottobre 1943 e fu quindi annullato dalla firma dell'armistizio.

    Categoria le armi segrete: l'autorespiratore a lunga autonomia 49/bis (invenzione di Teseo Tesei)
    Essenziale per il buon esito delle operazioni delle forze speciali della Marina era un affidabile autorespiratore che consentisse le attività subacquee. Gli strumenti in uso prima dello scoppio della guerra avevano causato non pochi incidenti e la fiducia dello stesso personale operativo era stata fortemente scossa. Il rischio era mortale, ma era la scarsa autonomia che preoccupava di più gli uomini della Marina, perché tali limiti compromettevano in partenza la riuscita di eventuali operazioni belliche. Il Comandante Angelo Belloni, grazie alla consulenza tecnica della "Scuola Sommozzatori" di Livorno e del maggiore del Genio Navale Teseo Tesei, eroe di guerra e grande innovatore della lotta subacquea, portò l'autonomia dell'autorespiratore da venti minuti a varie ore, rendendolo contemporaneamente molto più sicuro per gli operatori. L'autorespiratore a lunga autonomia 49/bis rappresentò per la Marina italiana una vera e propria arma segreta senza la quale molte imprese passate alla storia semplicemente non sarebbero state neppure concepibili.
    Categoria troppo tardi e/o troppo poco: Il radar
    Guglielmo Marconi iniziò i suoi studi sui rilevatori di onde radio nel 1922, ma non riuscì a risolvere i problemi di "focalizzazione", ovvero a concentrare le emissioni radar sul bersaglio, in modo che l'eco di altri ostacoli di superficie non mascherasse quella principale. Undici anni dopo, questi studi furono ripresi dall'ingegnere Ugo Tiberio, ufficiale del genio navale, che risolse il problema realizzando dei prototipi effettivamente funzionanti. Un taglio di fondi da parte dei vertici della Marina, però, provocò una brusca frenata nello sviluppo del radar italiano. Nel frattempo, l'ingegnere scozzese Robert Alexander Watson-Watt, discendente dello scienziato e inventore James Watt, consentì alla Gran Bretagna di disporre di un efficace sistema radar terrestre già nel 1939, che ben presto venne implementato anche sui mezzi navali, contribuendo così in modo decisivo ai successi della RAF e della Royal Navy. Il primo radar italiano a trovare impiego operativo fu l'EC3/ter "Gufo" che equipaggiò, a partire dagli ultimi mesi di guerra, i cacciatorpedinieri della classe "Navigatori": con un altro modello denominato "Folaga", alla data dell'armistizio ne furono distribuiti solo poco più di una ventina.

    L'AERONAUTICA
    Il Fascismo ebbe sempre una particolare attenzione per l'Aeronautica, per il suo ampliamento organizzativo, per la sua rilevanza in seno alle Forze Armate italiane e per lo sviluppo dei suoi mezzi. Era indubbiamente l'arma più innovativa del XX secolo e le imprese compiuti dagli aviatori italiani, tra i quali il gerarca Italo Balbo, portavano un indubbio lustro internazionale al paese e al regime. Questo non dispensò all'Aeronautica i problemi che condivideva con le altre armi, perché ovviamente dipendevano da ritardi strutturali e complessivi del paese. L'anticipo dell'avvio del conflitto di due anni rispetto a quanto previsto, o forse meglio, auspicato da Mussolini, trovò dunque impreparata e in arretrato di addestramento e di aggiornamento tecnico anche l'Aeronautica italiana, così come accadde per l'esercito e la Marina. La difficoltà di approvvigionamento di carburante avio aveva gravemente inficiato la capacità operativa degli equipaggi, riducendo al minimo e anche sotto il minimo le esercitazioni, e gli stessi specialisti tecnici a terra non avevano avuto né il tempo né il modo di testare le proprie capacità in condizioni di stress. Questi fattori ebbero un peso particolarmente rilevante nei primi mesi del conflitto e quando le squadriglie dovettero affrontare lunghi spostamenti. Tuttavia l'Aeronautica reagì meglio e con maggiore prontezza rispetto alle altre Armi recuperando almeno in parte il divario tecnologico con gli avversari, senza mai comunque riuscire a ridurre quello numerico. La specialità dove l'industria aeronautica italiana ottenne senza dubbio i risultati migliori fu quella degli aerei da caccia: aeroplani come il Reggiane Re.2005, il Fiat G.55 e il Macchi C.205 si distinsero nei cieli per le loro capacità belliche e anche per la loro bellezza, mentre progetti avveniristici come il jet Campini-Caproni cc2 e lo Stipa-Caproni dimostrarono la competitività degli ingegneri italiani.
    Categoria troppo tardi e/o troppo poco: Reggiane Re.2005
    Il caccia Reggiane Re.2005 "Sagittario" entrò in servizio nel giugno del 1943 con una trentina di esemplari, una decina dei quali vennero inviati in Sicilia per contrastare lo sbarco Alleato. Nonostante la buona qualità del velivolo, ormai la lotta aerea aveva un tale livello di squilibrio numerico da essere praticamente persa in partenza. Ciononostante il Sagittario seppe guadagnarsi l'ammirazione degli avversari: l'asso della Raf e Capitano di Gruppo Duncan Smith lo giudicò "senza dubbio un aeroplano potente e superbo".
    Categoria troppo tardi e/o troppo poco: Fiat G.55
    Il caccia Fiat G.55 "Centauro" entrò in servizio nel 1943, prima dell'armistizio, ma fu utilizzato soprattutto nell'Aeronautica della Repubblica Sociale. Ne furono prodotti meno di trecento esemplari e durante la loro breve vita operativa si trovarono a combattere contro il meglio degli aeroplani Alleati: Supermarine Spitfire, P-51 Mustang, P-47 Thunderbolt e P-38 Lightning, senza sfigurare. Ma la dimostrazione pratica della qualità del G.55 venne dalla valutazione da parte tedesca, che lo considerò eccellente e persino superiore ai caccia tedeschi, tanto da decidere di produrlo in Germania.
    Categoria troppo tardi e/o troppo poco: Macchi C.205
    Il capitano della RAF Eric Brown fu incaricato di effettuare voli di test del Macchi C.205 "Veltro" rimanendone letteralmente affascinato, non solo per la sua bellezza, ma soprattutto per le prestazioni e la facilità di guida, considerandolo addirittura il miglior aereo che avesse mai pilotato, "perfetta simbiosi tra stile italiano e ingegneria tedesca". In realtà anche il motore era prodotto in Italia, seppure su licenza tedesca. Al Veltro si debbono anche il maggior numero di abbattimenti da parte degli assi italiani, come Adriano visconti, che conseguì 11 delle sue 26 vittorie proprio grazie al C.205.
    Categoria progetti: il jet Campini Caproni cc2
    Il gerarca Italo Balbo, esperto pilota, riteneva che il futuro dell'aviazione militare risiedeva in due parametri: velocità e altitudine. Nei combattimenti nei cieli avrebbe conseguito la vittoria l'aeromobile capace di esprimere la velocità maggiore e di alzarsi più in alto degli altri. Quest'ultimo aspetto, in particolare, avrebbe costituito un vantaggio decisivo nella lotta dei caccia contro i bombardieri, capaci di distribuire il loro carico da grande altezza. Sotto questi aspetti il motore jet rappresentava la risposta, e l'Italia fu ufficialmente il primo paese a far sollevare in volo uno di questi mezzi: Campini Caproni cc2, il 27 agosto 1940. In realtà i tedeschi avevano già fatto volare nel 1938 l'Heinkel He 178V1. Carenza di mezzi e di materiali non permisero mai al jet italiano di entrare in fase di produzione.
    Categoria progetti: Stipa-Caproni
    Gli studi dell'ingegnere Luigi Stipa e dell'imprenditore – e ingegnere anch'egli – Giovanni Battista Caproni in materia di propulsione jet erano iniziati nei primi anni Trenta, portando alla realizzazione di questo innovativo velivolo sperimentale. La fusoliera era contemporaneamente anche carlinga e il tunnel all'interno del quale ruotava l'elica.
    massena and dedelind like this.

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  2. #2
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    Predefinito Re: Le armi segrete di Mussolini

    i nostri caccia migliori avevano motore tedesco, a partire dal Macchi202.
    la prestigiosa Regia Aeronautica puntava nel 1940 ancora sui biplani con motore da 800 cv, mentre gli avversari e alleati erano già da qualche tempo orientati su modelli da oltre 1000cv.
    anche le armi erano ormai obsolete. noi avevamo 2 mitragliatrici da 12.7, gli altri un numero maggiore a volte di calibro inferiore, a volte paricalibro. poi sono passati ai cannoncini, noi no..

    l' articolo è interessante, ma manca un elemento secondo me importantissimo: le artiglierie obsolete. le nostra artiglierie da campagna erano ferme a prima della grande guerra. molti pezzi erano cannoni e obici catturati agli austriaci. mentre gli altri belligeranti erano orientati su pezzi da 105 o da 88 con gittate elevate, noi continuavamo ad usare come pezzo principale i cannoni da 75mm. i cannoni da 105 li avevamo a livello di corpo d'armata, mentre per i tedeschi erano il pezzo da campagna standard.
    in tutte le battaglie abbiamo subito la superiorità dell'artiglieria nemica, che ci colpiva da lontano senza che i nostri potessero contrastarla. anche contro i greci ci beccavamo cannonate senza poterci difendere.
    avevamo progettato e realizzato pezzi nuovi, quasi pari a quelli del nemico (anche se meno potenti), ma ne furono prodotti pochissimi e finirono quasi tutti in russia invece di essere utilizzati dove c'era veramente bisogno, in africa.

    io non so bene cosa frullasse nella testa del governo e dei responsabili delle tre armi, ma conoscendo come ragionano in media i vari dirigenti italici di oggi, posso intuire che campassero di rendita, innovassero il minimo senza disturbare troppo i superiori o esasperare gli inferiori e pensassero soprattutto allo sport nazionale: pararsi il culo.
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  3. #3
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    Predefinito Re: Le armi segrete di Mussolini

    Se t'interessa Warfare ha anche un gruppo su FB.

 

 

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