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    Predefinito Francesco Corna e le allogene colonie cimbriche



    Francesco Corna da Soncino viene citato dagli studiosi che si occupano della storia dei “cimbri”, per essere stato fra i più antichi scrittori a parlare di queste genti. In diversi studi cimbri si riporta, erroneamente, la data del 1300 come periodo storico. Quasi tutti lo citano con con un certo disprezzo e sufficienza come il fabbro poeta, da ritenersi quasi inattendibile. In realtà questo autore, con la sua opera Fioretto, determinò molteplici elementi di “disturbo”e di dubbio alle attuali tesi sull’origine dei “cimbri” per cui, non potendo essere ignorato, lo si include a mala pena.
    Il poeta non fu di origine veronese, le prime notizie le troviamo nell’anno 1473, nel Campione d’Estimo, da dove si riscontra la sua modesta condizione economica: “Franciscus faber da Soncino libre 0. solidi undecim“, non essendo presente nel registro precedente del 1465, si può ritenere la sua venuta a Verona verso il 1470 circa. Un contratto del 30 settembre 1473 ne certificò con certezza l’origine di recente immigrato “Franciscus faber quondam Guidonis, alias de Soncino et nunc de Sancto Nazario Verone“, purtroppo, nel Registro Anagrafico di S. Nazzaro del 1484 manca una pagina che dovrebbe quasi certamente essere proprio quella della sua famiglia. Dal nome del padre si è potuto risalire al fratello, Bartolomeo, anche lui fabbro e registrato nella medesima contrada di San Nazzaro.
    Compose due opere, la prima , quella che parla anche delle genti “cimbre”, è datata dicembre 1477 “Fioretto de le antiche croniche de Verona e de tutti i soi confini e de le reliquie che se trovano dentro in ditta citade” ; la seconda del 1487 è la “Istoria piazevole de la Regina Oliva e come suo padre la voleva per muiere e come lei se taiò le mane et come lei le apresentò a suo padre et quando il padre la vide rimase tutto sbigottito et poi la fece portare in el deserto per farla uccidere et lor per compassione del suo pregare la lasarno stare in nel deserto e come la fo trovata da uno re et de molte altre gran fortune che ge intravignete da poi e tu lectore che leggerai n’averai grandissimo piacere”.
    Questa opera fu compiuta nel 1487, considerando che nell’Estimo del 1492 venne registrata la vedova “domina Margherita quondam Francisci fabbri de Sunzino libre 0, solidi septem”, possiamo dire che morì nel 1490 circa. Effettivamente, come poeta, non raccolse mai riscontri ed esiti favorevoli alla sua epoca. A. Carli nel 1796 giudicò le sue opere come una “rozza composizione” mentre per G.B.C. Giuliari nel 1871 le definì “meschina cialata poetica”, al pari venne considerato dal Maffei, il Quadrio e l’Arisi. Purtroppo questi lapidari giudizi sulla capacità poetica del Corna, vennero ripresi anche dagli studiosi in epoche successive per sminuirne il contenuto storico; diversamente invece, come osservò nel 1913 Vittorio Cavazzocca Mazzanti, la prima opera, il Fioretto, è importante non tanto per le caratteristiche poetiche quanto perché contiene una precisa descrizione dei luoghi, una rara e meticolosa rappresentazione del territorio veronese, soprattutto la città, che ci permette di trarne il ritratto antico, prima degli interventi urbanistici fatti dal Sammicheli.
    Il “Fioretto de le antiche croniche de Verona …” è un cantare in lode di Verona, strutturato in 256 ottave, composto da Francesco Corna da Soncino nel dicembre del 1477. Descrisse con precisione gli aspetti della vita di Verona e del suo territorio, la storia, le fortificazioni, l’area geografica, i monumenti, le tradizioni, ecc. con particolare riguardo verso le reliquie dei Santi. Tre ottave, la 52, 53 e 54, sono dedicate ai Lessini orientali e ai loro abitanti. La 52esima è interessante per la descrizione sul modo di vivere della gente di montagna, isolati dal resto del mondo, dai costumi e dalle tradizioni diverse. Al riguardo della gente lessinica che parlava lo strano idioma egli scrisse: «Trovasi ancor nel terren veronese/una zentalia molto desusata /da li costumi d'ogn'altro paese;/ ne le montagne tien la lor contrata, / e son genti ombrose e assai sospese:/ vendono caro, e lor voglion derrata:/ le mercanzie lor sono: legname, /carbone, bestiole et uccellame». Si nota un sospetto reciproco fra questi abitanti e le popolazioni che li circondano, non ci sono rapporti, tanto meno sembrano esserci dei legami tipo
    affittanze con Signori o Chiese del piano. La 53esima tratta dell’opinione diffusa che li vuole discendere da cimbri sconfitti da Mario, e questo si scontra con la tesi attuale la quale ritiene che, questa cosiddetta “leggenda”, sia stata inculcata a quegli abitanti dagli Illuministi del 1700; destano inoltre curiosità, le ultime due righe, abbastanza incomprensibili. a meno che stiano ad indicare, come suggerito da alcuni recentemente, che, non solo gli antichi cimbri ma anche diverse altre stirpi, siano confluite poi in quelle zone: “…che qui se condusse come la rena che per discorso ciascun fiume mena” . La 54esima infine identifica la zona, contrassegnandola nettamente sia con i trentini che i vicentini, anche qui quindi contro la tesi che li vorrebbe invece contigui ma, ancor più rilevante è la
    descrizione della loro lingua, il Corna dice infatti che, pur parlando un idioma dal timbro germanico, questa parlata sia dai tedeschi incompresa, ed è proprio in questo l’importanza che riveste il Corna. L’evidente discordanza con tutti gli attuali sostenitori dell’origine cimbra, che identificano la lingua come alto-tedesca, cioè la lingua parlata tra il 1200 e il 1400 in Baviera o Sassonia, ma perché allora anche in quel periodo non era compresa dai tedeschi?.

    Molto probabilmente perché quegli alloctoni parlavano (e parlano tutt'ora), un dialetto tedesco, alterato da influenze ambientali e fuso con il latino volgare.

    Trovansi ancor nel terren veronese,
    una gentaglia molto disusata
    da li costumi d'ogni altro paese:
    Nelle montagne sta la lor contrata
    e sono genti ombrose e sorprese:
    Vendono caro, e vogliono derrata:
    Le mercanzie loro son legname,
    carbone, bestiame ed ocellame.
    Molte opinioni tien che questa fusse
    de Cimbri, che rimasti, e di sua gente
    quando che Mario tanti ne distrusse
    che più volte di lor fu preminente;
    e di poi in questo luogo si ridusse
    e fan dimora fino al dì presente
    da che qui si ridusser come arena
    che per discorsi un gran fiume mena.
    Costoro son gente di Latini
    serrati intorno da ciascuna mano:
    da lo levante son i Vicentini
    e dall'altra Verona tiene il piano,
    dall'Aquilon confina coi Trentini.
    Sempre tra loro todescando vano
    la lingua loro al germanico pende
    ma con buoni tedeschi non s'intende.


    Gli studi sulla lingua e la civiltà dei Cimbri hanno avuto notevole impulso negli ultimi anni: la parlata è presente oltre che nei Sette Comuni altopianesi
    vicentini, in tredici comuni veronesi, nella trentina Val dei Mòcheni e anche nella zona di Sappada.

    Fonti:

    Cimbri, dalla danza sotto il tiglio al nazi-riordino - Cultura - Il Giornale di Vicenza

    https://myportal.regione.veneto.it/o...a_soncino.html

    https://www.facebook.com/velo.verone...331018301922:0
    Karl Popper:

    Consentire la libertà di parola a coloro che la userebbero per eliminare il principio sul quale loro si basano è paradossale

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  2. #2
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    Predefinito Re: Francesco Corna e le allogene colonie cimbriche



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    Consentire la libertà di parola a coloro che la userebbero per eliminare il principio sul quale loro si basano è paradossale

 

 
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