I flagellanti o battuti, frustati, disciplinati sono sette religiose di chierici e laici, diffuse in Italia e in altri paesi dal XIII al XV secolo, caratterizzate da un'intensa mortificazione del corpo mediante forti e continui colpi di frusta o flagelli eseguiti pubblicamente, in forme penitenziali, dette "disciplina". Ampliandosi, questi gruppi, in manifestazioni e pellegrinaggi, si diffusero in molte contrade europee.

Le origini della pratica penitenziale della flagellazione si riporta alle penitenze e mortificazioni praticate dai monaci sin dai primi secoli del cristianesimo e continuate, in forme regolate e temperate, nei secoli seguenti fino ai giorni nostri. Secondo l'ascetica e la mistica cristiana, la mortificazione volontaria, mediante disciplina con flagelli, cilici, catenelle, digiuni ed altre austerità è più perfetta della semplice accettazione passiva delle croci che Dio manda ed è stata praticata da tutti i santi, in scala maggiore o minore, secondo le proprie forze e condizioni di vita. Le penitenze sono utili e preziose per espiare i peccati, purificano l'animo e lo santificano, rendono simili al Signore Gesù, specie nella sua crudele flagellazione e passione. Questo è l'insegnamento di San Paolo con il suo esempio e la sua parola, che è parola di Dio, fatta propria dai più grandi mistici, Santa Teresa e San Giovanni della Croce.

Al grande movimento dei Flagellanti, diede inizio l'eremita Fra Raniero Fasani a Perugia nel 1260. Vestito di sacco, cinto di fune e con una disciplina di corregge in mano, con la predicazione e l'esempio mosse il popolo a disciplinarsi pubblicamente formando una numerosa Compagnia, detta dei Disciplinati di Cristo, ben presto dalla città si estese nelle campagne e nelle regioni circonvicine: Imola, Bologna, Modena, Reggio, Parma, Piacenza, Tortona, Genova, Aquileia e poi in tutto il Friuli. Gli uomini si flagellavano in pubblico di giorno, altrettanto facevano di notte le donne nelle loro case o nelle chiese.
Dall'Umbria il movimento si estese e si diffuse in Toscana, in Liguria, nel Veneto per penetrare poi in Francia e Paesi germanici, con punte estreme nelle Fiandre e in Polonia. La flagellazione avveniva di regola due volte al giorno e una volta la notte per trentatré giorni. A torso nudo i flagellanti si battevano in circolo, mentre il capo intonava un cantico, ripreso in coro dagli altri. Talora però avvenivano disordini e abusi, oltre alla gran confusione; inoltre poiché il moto predicava anche l'abbandono delle contese dei partiti e la pacificazione delle città, divenne poco accetto ai governanti ghibellini; Manfredi li proibì in Sicilia e Uberto Pallavicino minacciò la forca ai Flagellanti che muovevano verso il Piacentino. Anche la stessa Chiesa cattolica era preoccupata, perché alcuni gruppi di Flagellanti credevano che i loro atti senza sacerdoti e sacramenti potessero dare il perdono dai peccati e la salvezza; inoltre nel movimento si infiltravano influssi delle vecchie e nuove eresie.

Una vivace ripresa si ebbe nella prima metà del XIV secolo in tutta Europa, compresa l'Italia. Questa volta i pellegrinaggi erano guidati da sacerdoti e si svolgevano con norme precise. Nel 1333 il Beato Vittorino da Bergamo condusse a Roma un pellegrinaggio di flagellanti, ordinandolo secondo lo schema penitenziale.
Durante la peste nera, invece, che devastò il continente negli anni 1348-1350, ci furono irregolarità e disordini e per questo Papa Clemente VI, ad Avignone, intervenne nel 1349. Ma questi gruppi furono condannati dal pontefice a motivo delle dottrine eretiche che essi propagavano e non perché praticavano la flagellazione. Il suo uso moderato e controllato venne approvato e lodato dalla Chiesa.

Malgrado il divieto pontificio e le condanne di principi e re, il movimento non si estinse né nel mondo cattolico né in quello eterodosso. In Italia si tennero altri pellegrinaggi tra il 1379 e il 1392. Quello più importante, su approvazione papale, si svolse nell'anno giubilare 1400. Ne si ha testimonianza nelle cronache del senese Giovanni Sercambi e del fiorentino Sant'Antonino. Fu un giubileo speciale perché preceduto dal moto dei Bianchi. Tale confraternita, sorta probabilmente in Provenza, fece la sua comparsa nella penisola italiana nel 1399. Popolani d'ambo i sessi, coperti da mantelli e cappucci bianchi, andavano in piazza, pregando ad alta voce, percuotendosi a sangue con flagelli e gridando pace e misericordia.
La Chiesa, la società e gli Stati italiani erano lacerati da discordie e da guerre incessanti, che rendevano intollerabile la convivenza umana. C'era un desiderio generale di pace, perciò le popolazioni locali assecondarono l'opera "pacificatrice" dei Bianchi, che aumentarono man mano che procedevano di città in città. Il fervore e l'entusiasmo religioso si destavano al loro passaggio e dovunque avvenivano riconciliazioni di famiglie e città: cessarono effettivamente ostilità e tutti si abbracciarono fraternamente.
Parteciparono al moto principi e vescovi, come l'arcivescovo di Genova Freschi. Dappertutto sorgevano guide entusiaste dei Flagellanti. Il marchese di Ferrara Nicolò d'Este, a Rimini Carlo Malatesta e Carlo Gonzaga, a Padova Francesco Carrara. Le colonne dei Bianchi procedettero in tutta Italia per le grandi vie maestre, avviandosi poi verso Roma.
Bonifacio IX, dubbioso sulla novità, quando ebbe constatato il sincero spirito di pietà che animava quei pellegrini, prese a favorirli in ogni modo, benedicendoli e concedendo loro larghe indulgenze.

Nel 1500 in alcuni Paesi europei le Compagnie di Flagellanti si staccarono dalla Chiesa cattolica per seguire i riformatori. Al Concilio di Trento San Carlo Borromeo stabilì regole per riconoscere o sopprimere i vari gruppi di flagellanti e nel 1572 fece approvare da Papa Gregorio XIII la confraternita di disciplinati da lui fondata. Sempre nel XVI Sant'Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, consigliò di praticare la disciplina senza tuttavia nominarla espressamente.
Ma nei secoli XVII e XVIII la disciplina cade in disuso nelle Confraternite e anche le processioni penitenziali, in particolare nel Venerdì Santo, sono in genere abbandonate, per timore che degenerassero in pericolose esaltazioni.

Già nel comunicato del regio giudice borbonico Giuseppe Castagna del 1850, con cui si permetteva di nuovo la processione del Santissimo Cristo, il governo delle Due Sicilie aveva espressamente ordinato di non permettersi di andare per le strade o nelle chiese a percuotersi a sangue.
Nel 1873, nel Regno d'Italia, il prefetto di Siracusa autorizzò le processioni della Settimana Santa sotto condizione, ancora una volta, che non si attuassero flagellazioni, perché erano costumi d'altri tempi che avrebbero offeso e scandalizzato il sentimento civile e pubblico. La stessa proibizione venne rinnovata nel 1876. I flagellanti vennero poi citati nel romanzo Profumo di Luigi Capuana.