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SteDiessino
Chiamparino: «Silvio galleggia, ma il Pd non è pronto né a voto né a governo tecnico»di Andrea Carugatitutti gli articoli dell'autore
Io vivo in periferia, non ho le informazioni di prima mano di chi vive vicino ai palazzi del potere», premette sornione Sergio Chiamparino. «Ho la sensazione che ci siano tutti i segni di una legislatura logorata. Ma ritengo più probabile una fase di galleggiamento a vista che una caduta del governo in autunno».
Niente scivoloni su Caliendo?
«Un “taccone” lo metteranno, ma mi pare molto difficile che la legislatura duri fino al 2013. Non c’è solo la rottura evidente tra Berlusconi e finiani, ma quella latente e più vera, che può far saltare gli equilibri di governo: il rapporto con la Lega e l’attuazione del federalismo. La crisi colpisce più duro nelle realtà più competitive, se tarda la ripresa economica e il federalismo resta sempre più sulla carta, allora sì che il governo può saltare davvero».
Il Pd lavora a un governo di transizione. Lei ci crede? E con quali interlocutori? Fini? «Ho l’impressione che le condizioni per un governo tecnico siano molto labili, non ne vedo i presupposti. Non ho nulla in contrario, anzi. Ma non c’è il clima».
Dunque in caso di crisi si va al voto?
«Allo stato attuale non vedo le condizioni per evitare il voto, se la crisi dovesse precipitare».
Nel Pd si sussurra di un governo Tremonti. Sarebbe digeribile per gli elettori Pd?
«Non è un problema di digeribilità. Ma qualsiasi ipotesi deve muovere da una chiarezza di messaggio politico da parte nostra. Mi spiego: un governo di transizione può essere un punto di arrivo, ma partendo da una nostra battaglia che metta in crisi il governo. Il Pd deve fare esplodere le contraddizioni dentro la maggioranza, che finora sono emerse solo perché Fini ha rotto. I temi sono chiari: federalismo ed economia. È qui che bisogna incalzare. Solo così si può essere forti per andare alle urne o anche per fare un governo di transizione. Nel 1995 si arrivò al governo Dini solo perché la Lega si era staccata da Berlusconi».
La Lega non le pare “staccabile”?
«Per staccare bisogna prima incalzare su quei temi che ho citato, cui è sensibile larga parte dell’elettorato delle aree più competitive».
Più che un governo tecnico lei vorrebbe più opposizione? «Sì, ma non vuol dire urlare più forte, bensì avere un profilo alternativo più credibile. Sul federalismo appariamo incerti, non si intuisce la nostra proposta. Insomma, prima di parlare di governi tecnici bisogna evitare di arrivarci troppo deboli».
Faccia l’esempio di una posizione più nitida sul federalismo.
«Sfiderei il governo a farlo e in fretta e incalzerei con delle proposte su come scrivere i decreti attuativi. Se le risposte del governo arrivano, bene, siamo pronti a sottoscriverle. Altrimenti siamo ancora più credibili con le nostre proposte».
Bossi teme che il federalismo sia a rischio con un governo tecnico?
«Bossi sa che se si stacca ora da Berlusconi perde le residue possibilità di fare il federalismo».
Pd poco affidabile per le Lega?
«Il rischio è che noi finiamo per fare gli spettatori di una partita tutta nel campo del centrodestra. Bisogna essere più protagonisti. Incalzare sul federalismo non vuol dire frenare o esaltarne i rischi, ma chiedere che si faccia subito».
Veniamo al centrosinistra. Si parla di leadership, Vendola è in campo, il suo nome è tra i papabili.
«Usciamo dai set televisivi. A me il tema del leader appassiona poco. Il problema è che oggi il centrosinistra è debole, senza un profilo definito, condannato a fare lo spettatore».
Esclude di candidarsi alle primarie?
«Se e quando ci saranno le primarie vedremo. Queste cose si decidono quando è il momento, non se ne parla prima».
Quale potrebbe essere il perimetro di una nuova coalizione? L’Udc è un interlocutore? E Fini?
«Interlocutori sono tutti, per ottenere risultati farei alleanze con chiunque. Ma la politica non è aritmetica, tra un po’ arriviamo a sommare tutto quello c’è in Parlamento tranne Berlusconi: non funziona, l’abbiamo visto alle regionali, anche in Piemonte».
Dunque cosa consiglia a Bersani?
«Bisogna costruire un momento di riflessione sul nostro profilo politico. Non dico un congresso, ma in autunno dobbiamo farci trovare pronti, sul federalismo, ma anche sulle relazioni industriali. Sul caso Fiat siamo stati incerti e abbiamo scontentato tutti. Il mondo è cambiato, non dico che dobbiamo essere tifosi di Marchionne, ma almeno interlocutori».
Si schiera col padrone? «Gli operai votano più per i “partiti dei padroni” che per la sinistra. La sfida di Marchionne va colta, perché offre lo spunto per rispondere alla domanda su che tipo di rapporti ci devono essere tra dipendenti e manager per garantire più produttività e più reddito per i lavoratori. Abbiamo salari e produttività tra i più bassi in Europa. Cosa c’è da difendere? Abbiamo da perdere solo le catene...».
Al congresso lei è rimasto fuori dalla mischia. Ora è deluso da Bersani?
«Non mi ero mai illuso. Il problema non è il leader, ne abbiamo cambiati tre e abbiamo sempre perso. Il nodo è che non rappresentiamo un’alternativa credibile per gli italiani che pure sono insoddisfatti di Berlusconi. Ora bisogna reagire, altrimenti rischiamo che i nostri elettori se ne vadano. Tutti quelli che incontro mi comunicano la loro disillusione».
La risposta è l’affabulatore Vendola? «Rispondo citando Lord Attlee, il leader laburista che governò l’Inghilterra dopo Churchill: “È difficile concepire un leader che non abbia il consenso della sua gente, ma è difficile ugualmente pensare a un leader che non sia stimato e rispettato dagli altri”. Morale: l’affabulatore può funzionare in un circolo ristretto di militanti, ma per vincere le elezioni devi essere credibile per un mondo più largo».
Allora perché Berlusconi “sonda” il consenso di Vendola? «Forse perché non gli dispiacerebbe come avversario».
Niente “Obama bianco”, allora?
«Secondo me è impossibile che non ci siano altri candidati per competere con Vendola. Basta leggere le cose che dice, siamo sempre a una sinistra che racconta un mondo ideale...»,
Una bocciatura senza appello...
«No, Vendola può svolgere un ruolo positivo, dando compattezza a un pezzo di sinistra disperso».
Lei chiede al Pd di ripensarsi. Ma il congresso si è tenuto pochi mesi fa...
«Il congresso è stato solo una conta dei voti per il leader».
Vorrebbe un cambio del segretario?
«Ma no, sono pronto anche a sostenerlo. Ma bisogna costruire un partito credibile. A partire da quei 3-4 temi».
03 agosto 2010
Chiamparino: «Silvio galleggia, ma il Pd non è pronto né a voto né a governo tecnico» - Italia - l'Unità.it