Da Pietro Nenni, “Intervista sul socialismo italiano”, a cura di Giuseppe Tamburrano, Laterza, Roma-Bari 1977, pp. 63-77.
Veniamo alla svolta di Salerno. Dopo la fuga da Roma, Vittorio Emanuele III cercò di convincere i partiti antifascisti a partecipare al suo governo presieduto da Badoglio. I partiti invece chiedevano l’abdicazione del re ed erano contrari alla partecipazione al governo. Appena tornato in Italia, Togliatti sostenne che bisognava concentrare gli sforzi nella liberazione del paese accantonando la questione istituzionale e partecipando al governo. Si giunse a un compromesso: il re s’impegnò a ritirarsi lasciando la luogotenenza al figlio subito dopo la liberazione di Roma, e i partiti del CLN entrarono nel governo Badoglio (entrò Togliatti, ma tu rimanesti fuori).
Nel Comitato di liberazione nazionale, la battaglia del Partito socialista, in accordo col Partito d’azione, fu rivolta soprattutto contro i moderati dell’antifascismo, con i quali non potevamo non fare i conti. Mi riferisco a Bonomi – con il quale ebbi scontri molto vivaci -, a Cattani, a Casati, a Ruini, a De Gasperi che operò secondo il principio della continuità dello stato e della società avvalendosi di forti appoggi interni e stranieri.
La svolta togliattiana si iscrive in queste pressioni moderate. L’aspetto positivo della svolta fu costituito dalla rinuncia dei comunisti all’illusione fatale di venti anni prima di “fare come in Russia”. Ma essa comportò anche aspetti negativi indebolendo la sinistra che era già in grosse difficoltà. Se l’esperienza si fosse prolungata fino alla Liberazione, essa avrebbe reso possibile il tentativo di un fascismo senza Mussolini, cioè il peggio di ciò che poteva capitare. Per fortuna l’esperienza non durò perché non la lasciammo durare. A Roma, all’indomani della liberazione della capitale, nella riunione del Grand Hotel dove si decise la costituzione del nuovo governo, Togliatti si espresse a favore del rinnovo dell’incarico a Badoglio, idea che dovette abbandonare perché trovò l’unanimità contro il maresciallo e un largo consenso attorno al nome di Ivanoe Bonomi nella sua qualità di presidente del CLN, anche se mancavano all’uomo le qualità di durezza verso la destra interna ed estera che sarebbero state necessarie.
Palmiro Togliatti
Fermiamoci un momento sugli aspetti positivi della svolta di Salerno: secondo te era una scelta tattica e di metodo, un adattamento strumentale alle condizioni italiane che non investiva la concezione dello stato come si era realizzata in URSS?
Era in parte questo, ma era anche un passo fuori della mitologia del “fare come in Russia” che seduceva ancora larghe forze di base.
Dunque la revisione ideologica del Partito comunista comincia già a Salerno e non, come comunemente si pensa, a partire dall’VIII congresso dopo il XX congresso del PCUS e i drammatici fatti polacchi ungheresi del 1956?
Comincia a Salerno, anche se sotto l’influsso di fattori contingenti di carattere internazionale, in primo luogo il reciproco interesse dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti a fondare un nuovo equilibrio di potenza compatibile con gli interessi “imperiali” della grandi potenze.
Nella tua esperienza quotidiana della politica comunista, nelle conversazioni con Togliatti coglievi un’evoluzione democratica autentica o il segno di un adattamento strumentale e provvisorio alle condizioni della lotta politica in Italia in quel particolare momento?
Non direi che fosse un adattamento soltanto strumentale. A prova di ciò sta il contrasto che si venne a determinare coi quadri comunisti partigiani – il grosso del partito – e con lo spontaneismo di base ancora largamente impregnato di diciannovismo.
È vero che gli atteggiamenti del Partito socialista erano in quegli anni più fermi di quelli del PCI e che Togliatti, con la sua moderazione, pagava il pezzo necessario per far “accettare” il Partito comunista in un paese come l’Italia “attribuito” dagli accordi di Yalta all’Occidente?
Non si trattava di maggiore o minore fermezza. Erano di fronte due esigenze contingenti diverse. Per i comunisti la necessità di farsi “accettare” – come tu dici – come una forza di governo. Per i socialisti l’esigenza di portare quanto più avanti era possibile e nel più breve tempo possibile la spinta democratica della Costituente e della Repubblica anche a costo di una continua polemica interna con le forze moderate del CLN, fino al limite in cui ciò poteva compromettere l’unità antifascista.
Da questo punto di vista fu significativa nel 1945 la caduta del governo Bonomi che noi socialisti mettemmo in crisi e al cui secondo ministero il PSI non partecipò, mentre i comunisti vi parteciparono. Ci muoveva la volontà di rompere con l’inerzia bonomiana che favoriva il riemergere della destra in posizione di potere amministrativo e politico che essa utilizzava per rallentare il processo verso la Costituente e la Repubblica.
Giorgio Amendola
È singolare tuttavia che oggi, a distanza di tanti anni, la chiave di lettura dei comunisti di quel periodo non sia cambiata. Ad esempio Amendola nell’Intervista sull’antifascismo scrive che Nenni “sbandava spesso su posizioni massimaliste, come quando rivendicava tutto il potere ai CLN, scimmiottando la parola d’ordine bolscevica e riuscendo soltanto a mettere in crisi l’unità del CLN”.
È un giudizio sbagliato perché la formula, felice o non che fosse, non era di carattere massimalistico o bolscevico, come sarebbe stata se avessi rivendicato tutto il potere alla classe operaia. I CLN non erano i soviet. Essi raggruppavano tutti i partiti antifascisti, socialisti e comunisti, ma anche azionisti, democristiani e liberali. Il potere ai CLN era qual tanto di difesa e di conquista rivoluzionaria che si poteva attuare in quel momento…
“Conquista rivoluzionaria”: che cosa vuol dire? Si era in presenza di una situazione rivoluzionaria?
Qui tocchiamo uno dei punti fondamentali del giudizio sui fatti di allora. Dopo il 25 aprile 1945 e anche prima, dopo la liberazione di Roma, la situazione si prestava a spinte democratiche più risolutive. Nello scontro tra socialisti e democristiani per la presidenza del consiglio (Nenni o De Gasperi), e più tardi nell’avvento di De Gasperi alla presidenza del consiglio dopo il forzato ritiro di Parri, noi giocammo una dura partita col fattore tempo. I comunisti si sentirono più minacciati di noi da quella che Togliatti chiamava l’ipotesi greca, cioè l’ipotesi, verificatasi tragicamente ad Atene, di un conflitto tra la piazza antifascista e gli eserciti di liberazione e di occupazione. Si trattò di una minaccia drammatica per il popolo greco in primo luogo e per tutta l’Europa nel suo ordinamento futuro. Essa pesò terribilmente sulle nostre decisioni e sul nostro destino. Non tenerne conto sarebbe stato insensato. Tuttavia le due situazioni non erano identiche. C’erano alle spalle degli eserciti alleati sbarcati in Italia i venti anni durante i quali gran parte del nostro sforzo era stato rivolto a realizzare in Europa e in America l’unione dei popoli nell’antifascismo, sconfessando i compromessi tra i governi dettati dalla ragion di stato. Ed anche questo era un dato importante della situazione.
Dunque i contrasti all’interno del CLN pesarono negativamente sulla ripresa democratica e “rivoluzionaria” della vita politica italiana all’indomani della Liberazione?
Certamente, nella misura almeno in cui le disastrose condizioni del paese toglievano spazio al mio “politique d’abord”, e cioè alla prevalenza dei problemi politici di fondo sulla contingenza immediata.
L’Italia che il CLN ereditava dal fascismo era una immensa rovina. A tacere dei morti, dei feriti, dei dispersi nella guerra fascista, la più sciagurata e iniqua delle guerre, a tacere delle città distrutte, i normali problemi dell’esistenza quotidiana parevano insolubili. In un appunto dell’epoca trovo questa annotazione: “quattro milioni di senza tetto; un milione e mezzo di sfollati; bloccato per mancanza di carburante l’apparato industriale salvato dagli operai; le comunicazioni per strada e per ferrovia interrotte per il crollo dei ponti; la razione di pane ridotta a 150 grammi alla vigilia delle elezioni del 2 giugno; l’inflazione delle am-lire”. Ovunque lutti, miseria, disperazione. Naturalmente bisognava cominciare da qui e da qui si cominciò riparando l’uno dopo l’altro i guasti maggiori del fascismo e della guerra.
E tuttavia la ricostruzione della vita civile presupponeva la ricostruzione del potere politico e dell’apparato amministrativo, e presupponeva a maggior ragione la soluzione della questione istituzionale. La dinastia usciva dal ventennio della dittatura fascista e della guerra nazifascista condannata al pari del fascismo e con esso doveva scomparire.
Su questi problemi la lotta nel CLN e nei governi del CLN fu durissima. Se non la dinastia in quanto tale, lo stato monarchico nelle sue infinite articolazioni burocratiche era tenacemente difeso dall’ala moderata del CLN, che non andava oltre l’idea della ricostruzione del vecchio stato prefascista e vedeva con pericolo sorgere l’idea di uno stato rappresentativo aperto alla più larga partecipazione popolare.
Rodolfo Morandi
Hai detto “stato rappresentativo aperto alla più larga partecipazione popolare”. Ti riferisci forse ai Comitati nazionali di liberazione di base, ai prefetti politici, alle altre autorità locali politiche, ai consigli di gestione, insomma a quelle forme di potere di base che si svilupparono durante e subito dopo la Liberazione al di fuori e contro gli organismi burocratici dello stato liberal-fascista, e che incarnarono in embrione forme di autogestione? I socialisti furono, se non sbaglio, gli assertori di questi organismi: il disegno di legge sui consigli di gestione porta la firma di Morandi e nel governo fosti tu a difenderlo con tenacia anche contro perplessità provenienti dall’interno del PSIUP.
Il nostro sforzo sul piano del rinnovamento sociale e amministrativo del vecchio stato e delle vecchie strutture si volse essenzialmente verso la riforma agraria, la funzione pilota delle aziende statali o parastatali rispetto a quelle private, i diritti dei lavoratori nelle fabbriche e i consigli di gestione. Su questi temi svolgemmo una duplice azione all’interno del governo e tra le masse nel paese. L’ostacolo principale venne dall’interno stesso dei CLN, dai liberali in primo luogo. Ma resistenze assai tenaci furono opposte anche dalla DC, se si fa eccezione per la riforma agraria, accettata dalla DC, ma contenuta in termini assai meno incisivi di quelli che erano necessari.
I consigli di gestione furono creati nell’aprile del 1944 dal Comitato di liberazione nazionale Alta Italia e si diffusero rapidamente al Nord ma anche in qualche zona del Centro-Sud, ad esempio a Napoli. Svolsero un compito di primaria importanza nella ricostruzione. Furono infatti gli operai e i tecnici, e non i padroni, a salvaguardare gli impianti e a custodire i magazzini, a garantire l’occupazione e il salario alle maestranze per interi mesi. Morandi, con il suo disegno di legge, cercò di dare una sistemazione giuridica a questi organismi. La sua proposta di legge era lungi dall’essere rivoluzionaria nel senso massimalista del termine perché i consigli di gestione avrebbero dovuto dare solo dei pareri, tranne alcune materie, come l’utilizzazione delle maestranze, per cui le loro deliberazioni erano previste come vincolanti. Ma il loro valore era soprattutto nel fatto che gli operai, i quali avevano dato un contributo decisivo alla salvezza degli impianti industriali, erano chiamati a partecipare non solo alla vita dell’impresa, ma anche – come aveva cura di sottolineare Morandi – ad una programmazione generale dell’economia. Insomma era un modo concreto di avviarsi verso una forma di pianificazione democratica, con la partecipazione dei lavoratori, che poi fu in parte il programma del centro-sinistra.
La proposta elaborata da Morandi non passò al consiglio dei ministri per le ostilità dei moderati e per il disinteresse e lo scetticismo di ampi settori di sinistra. L’idea dei consigli è passata, annacquata, nella Costituzione, e lì è rimasta.
È stato un errore aver sacrificato all’unità a ogni costo gli obiettivi più avanzati della lotta antifascista?
Non direi, in particolare per quanto ha riferimento all’unità coi comunisti anche nei momenti di dissenso, come la svolta di Salerno o il voto dell’articolo 7 della Costituzione.
Ferruccio Parri
Con la crisi del gabinetto Parri e l’assunzione della presidenza del consiglio da parte di De Gasperi, i moderati fanno un grosso passo in avanti. Oggi, guardando al novembre 1945 e a quello che seguì, si ha l’impressione che quella data segni la svolta restauratrice. Socialisti e comunisti sembra che non ne abbiano avuto coscienza.
Non mancò alla sinistra la coscienza dei rischi di involuzione dei rapporti politici. Si potrebbe forse dire che sopravvalutammo la forza della piazza e quella delle urne. E c’era di che. Pensa al successo clamoroso della serie di comizi abbinati, Togliatti-Nenni, tenuti da un capo all’altro del paese perché la piazza dicesse la sua parola nella controversia sulla data del referendum istituzionale e dell’elezione della Costituente. Pensa alle elezioni comunali di Milano il 7 aprile 1946, poche settimane prima del 2 giugno: 231.000 voti socialisti, 160.000 alla DC, 152.000 comunisti: vi era di che perdere il senso delle proporzioni.
Tuttavia, nel caso che tu citi e cioè il trapasso dal ministero Parri a quello De Gasperi, noi socialisti non giocammo tutte le nostre carte ed avemmo torto di non farlo.
Parri, giunto alla presidenza del consiglio per aiutarci a uscire dal contrasto fra la candidatura socialista e quella democristiana, che spaccava il CLN, non aveva dietro di sé un partito che potesse giorno per giorno fronteggiare l’attacco da destra, dei liberali in primo luogo e anche dei democristiani. Aveva dietro di sé la sua biografia, quella di una vita interamente consacrata alla libertà e purtroppo questo non basta. E tuttavia De Gasperi, che gli succedette e che doveva reggere il timone fino alle elezioni del 1946, non era ancora l’uomo della restaurazione; lo divenne nel 1947-48, nel contesto di una situazione internazionale rovesciata rispetto a quella del 1945. Anzi egli coltivava allora l’idea della mezzadria di potere coi socialisti, pur non volendone pagare il prezzo in moneta di programma e di indirizzo politico.
Alcide De Gasperi e Pietro Nenni
Eppure con De Gasperi presidente del consiglio il condizionamento moderato si fa più pressante. Faccio alcuni esempi: sul cambio della moneta De Gasperi è dalla parte di Corbino e della Banca d’Italia, cioè Einaudi, che sono contro. I comunisti insistono per un po’, poi rinunciano. Sui prefetti politici, sui poteri dei Comitati di liberazione nazionale, la sinistra, e in particolare i socialisti, fanno dei tentativi per arginare l’offensiva della restaurazione, ma poi accettano una dopo l’altra le soluzioni che finiscono per rafforzare la “continuità” dello stato a danno degli istituti sorti dalla Resistenza. Leggendo i tuoi appunti dei consigli dei ministri di quell’epoca non si può non restare stupiti nel constatare, ad esempio, che mentre De Gasperi è negli Stati Uniti voi continuate a discutere tranquillamente di ordinaria amministrazione non supponendo che il presidente del consiglio stava preparando la svolta che doveva portare alla vostra estromissione dal governo.
Nella realtà delle contese quotidiane la lotta si concentrò attorno alla continuità dello stato, un dogma per Bonomi e anche per De Gasperi. Da qui anche la permanente controversia sui “posti”, che poté sembrare all’esterno una bega di persone e che era un mezzo per influenzare la burocrazia che rappresentava, in una larga misura, la realtà del potere. Ma anche la battaglia della continuità fu compromessa, e in sostanza perduta, nel 1947 nel rovesciamento della situazione mondiale e con la scissione socialista che di quel rovesciamento fu una delle conseguenze.
Si torna sempre al problema della situazione di fondo. Era una situazione rivoluzionaria o non lo era quella del 1945-46?
La risposta che io ho dato allora, e che ha avuto col tempo la conferma dei fatti, fu che la situazione era rivoluzionaria, me nei limiti di una rivoluzione democratica con la partecipazione dell’insieme delle forze antifasciste e partigiane. Ma la prospettiva di una rivoluzione popolare, e meno che mai proletaria con la presa violenta del potere, non ci fu mai. Bastava la presenza delle truppe inglesi e americane a renderla impossibile. E del resto non per niente c’era stato il 25 luglio, e cioè la rivoluzione di palazzo che introduceva la monarchia e l’esercito nella partita per la ricostruzione del paese.
Un altro terreno su cui si sviluppò il tentativo di restaurazione fu quello istituzionale. I moderati preferivano che la scelta istituzionale fosse affidata non all’Assemblea costituente, come pure era stabilito nel decreto luogotenenziale del 25 giugno 1944, ma a un referendum popolare, e avevano una gran paura dei poteri che questo stesso decreto dava alla Costituente: in particolare volevano sottrarle i poteri legislativi per affidarli al governo. Non sentendosi sicuri di avere la maggioranza nell’Assemblea costituente, tentarono di svuotarne al massimo i poteri, e a tale scopo fecero intervenire apertamente gli alleati e in particolare gli Stati Uniti. Nei tuoi taccuini del 1946 tu riveli che ti sei adoperato, come ministro per la Costituente, per porre termine alla polemica sui poteri della Costituente e sul referendum accettando, sostanzialmente, la tesi di De Gasperi. Non è stato un errore?
Socialisti, comunisti e azionisti eravamo diffidenti verso il referendum. Personalmente lo giudicavo con preoccupazione nel timore che esso si rivelasse uno strumento manovrabile da parte dei conservatori e della monarchia come erano stati i plebisciti dell’epoca risorgimentale. Superai le mie perplessità allorché mi resi conto che i liberali e lo stesso De Gasperi avrebbero sfruttato la controversia sul referendum per aprire una crisi non del solo ministero, ma del CLN, che era la nostra copertura verso gli alleati. Si trattava di una battaglia con l’orologio alla mano. Ogni minuto contava e giocava contro di noi.
Bisogna tenere in grande conto che mentre il consiglio dei ministri, il consiglio di gabinetto (i sei), le direzioni dei partiti tenevano giorno e notte riunioni su riunioni sul referendum istituzionale, sulla convocazione della Costituente, sui suoi poteri, si levava sul mondo, se non lo spettro della terza guerra mondiale, quello almeno del rovesciamento delle alleanze e della guerra fredda. Il viaggio di De Gasperi in America (gennaio 1947) si sarebbe poi inquadrato in questo drammatico nuovo contrasto senza esserne ancora l’oggetto.
Insomma il dato internazionale cominciava a sovrapporsi a quello nazionale o più semplicemente la politica estera cominciava, o ricominciava, a condizionare quella interna.
L’episodio più clamoroso di “cedimento” comunista è quello del voto a favore dell’articolo 7 della Costituzione, clamoroso perché Togliatti dovette convincere il partito a cambiare atteggiamento su quell’articolo che i comunisti avevano osteggiato fino al momento di votarlo in Assemblea, clamoroso perché investiva una questione di enorme portata, i rapporti tra stato e chiesa, clamoroso infine perché poco più di un mese dopo quella prova di disponibilità se non addirittura di arrendevolezza del PCI verso i cattolici, De Gasperi estromise la sinistra dal governo.
Il voto favorevole del gruppo comunista all’articolo 7 della Costituzione fu determinato dalla posizione di Togliatti il quale, a mio giudizio, non aveva tanto di mira la Democrazia cristiana, quanto il più vasto mondo cattolico e i futuri rapporti con esso. Specialmente nell’Est europeo il Partito comunista si preoccupò di evitare qualunque contrasto con la chiesa. Io non ero convinto che esistesse un pericolo di rottura con la parte dei cattolici che ci interessava, quella che andava laicizzandosi, prendendo coscienza che stato e chiesa hanno ognuno il suo campo. Espressi quest’opinione alla Camera affermando che per fare la guerra bisognava essere in due e Togliatti mi interruppe che, sì, per fare la guerra essere in due, ma per dichiararla basta uno solo. Non si può dire che il Partito comunista e Togliatti abbiano raggiunto il loro scopo: poco dopo quel voto si ebbe non solo l’estromissione della sinistra dal governo, ma anche la campagna terroristica delle gerarchie ecclesiastiche contro le sinistre e in particolare il PCI, una campagna che culminò con la scomunica.
Ma bisogna tener conto che sia Togliatti che De Gasperi guardavano oltre l’articolo 7. Si può scorgere facilmente il filo rosso che va dal voto dell’articolo 7 della Costituzione al “compromesso storico” che è attualmente all’ordine del giorno.
Malgrado tutto la rottura dell’alleanza antifascista era alle porte.
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