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  • 1 Post By Gianky

Discussione: Perché il «Socialismo»? E perché «Nazionale» …

  1. #1
    Ghibellino
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    22 May 2009
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    Predefinito Perché il «Socialismo»? E perché «Nazionale» …

    la rubrica sul “Pensiero Socialista Nazionale” nell’alveo politico italiano, pubblicando questo breve saggio del mai troppo compianto Alberto B. Mariantoni, dove vengono analizzate in una sintesi come al solito esemplare i concetti principali della dottrina Socialista Nazionale. Un testo fondamentale per chi si avvicina alle idee socialiste nazionali e vuole approfondirne i temi (fonte).Se indipendentemente da ogni attrazione o seduzione ideologica, predisposizione o inclinazione politica, mi si chiedesse – a freddo – cosa mi suscita o fa istintivamente provare o risentire la parola «Socialismo», sarei portato semplicemente a rispondere che quest’ultima, per associazione d’idee, mi lascia immediatamente e contemporaneamente richiamare alla mente ed inevitabilmente rinverdire nello spirito, sia il concetto ideale di «Polis» greca e di «Civitas» latina che le grandi linee o la sintesi accertata della loro configurazione pratica. Vale a dire: il modo di essere, di esistere e di agire, naturale ed umano, che era insito a quelle due società ed, allo stesso tempo, il loro tangibile ordinamento politico, economico, sociale, culturale e militare, così come la storia ce lo ha tramandato. Nei due casi: il modello e la struttura di società particolari che – prendendo ispirazione dall’ordine cosmico – tendevano ad identificarsi con le proporzioni geometriche che caratterizzavano quell’assetto, nonché ad esprimersi e ad agire in perfetta armonia con i principi ed i valori che, direttamente o indirettamente, emanavano da quell’equilibrio naturale. Quelle società – come l’idea di «socialismo» a cui sto facendo riferimento – possedevano la particolare caratteristica di essere state immaginate, concepite e realizzate dall’uomo, per l’uomo, e vivacizzate da esseri umani, in linea di massima, «equilibrati» e «ragionevoli»: degli esseri, cioè, che – per il loro bene individuale e collettivo, e nel rispetto delle loro diverse utilità o convenienze e delle loro differenti e variegate sensibilità – cercavano invariabilmente e consapevolmente di coesistere e di cooperare tra di loro, tentando assennatamente e coscientemente di anteporre o di privilegiare (autant que faire se peut) il loro interesse generale, sia all’interno delle loro società che in neutralità, rapporto, relazione, confronto o scontro con altre società!Dalla radice latina «soci-», infatti – che permette la formazione del sostantivo socius, ii (compagno, camerata, associato, alleato) e da cui emanano, a loro volta, i vocaboli socialis, e (sociale: cioè, fatto o realizzato per quella specifica associazione) e sociabilis, e (socievole: cioè, che può essere unito o equilibrato ed armonioso), nonché il termine societas, atis (società: cioè, associazione di individui unici, originali, irripetibili e complementari, aventi scopi o finalità comuni da raggiungere) la parola «SOCIALISMO», oltre a riferirsi ad un fenomeno che mette chiaramente in risalto o in gioco «un’equilibrata ed armoniosa associazione di esseri umani», tende letteralmente e simultaneamente a rappresentare, esprimere e veicolare, un «nomen» (o denominazione), un «concetto», una «dinamica» ed una «finalità».1) Il «nomen», naturalmente, è quello che è insito a tutte le parole con finale «-ismo»: un suffisso derivato dal greco «-ismos» e dal latino «-ismus» che – come precisa il Dizionario Garzanti della lingua italiana (XIX edizione, 1980, pag. 909) – «è usato per la formazione di voci astratte, per lo più di conio moderno (solo alcune mutuate dal greco), con un vasto ambito semantico: dottrine, movimenti, tendenze, condizioni, ecc.».Contrariamente all’opinione più diffusa, però, la parola «socialismo» non è stata affatto coniata, inventata o escogitata (oppure, lanciata per la prima volta sul “mercato”) da Robert Owen (che, a sua volta, sembrò averla addirittura scopiazzata, tra il 1820 ed 1822, dalla terminologia di un suo abituale corrispondente, un certo Edward Cowper). Tanto meno, da Pierre Leroux che avrebbe incominciato ad impiegarla nel 1832. Meno ancora, da Charles Fourier che l’utilizzerà a partire dal 1833, Ed ancora meno, da Louis Reybaud che inizierà a diffonderla, soltanto dopo il 1836. Come precisa «L’Histoire Mondiale des Socialismes» (AA.VV, sotto la direzione di Jean Elleinstein, Ed. A. Colin, Parigi, 1984, pag. 13 e 14), la “paternità” di quello specifico neologismo, spetterebbe invece – cronologicamente ed ex-equo – a tre religiosi italiani. In particolare: al monaco Ferdinando Facchinei (che per primo, nel 1766, in uno dei suoi scritti, avrebbe fatto uso della parola «socialismo»), allo studioso Appiano Buonafede (che l’avrebbe ugualmente impiegata, indipendentemente dal primo, nel 1786) ed al chierico Giacomo Giuliani (che se ne sarebbe altresì autonomamente servito, nel 1803). In altre parole, il classico “scherzo da preti”… Soprattutto nei confronti di chi, invece, ancora oggi, al di la delle più irrefutabili evidenze o delle più patenti e plateali constatazioni, continua – imperterrito – ad essere ingenuamente convinto che la parola «socialismo» abbia, per così dire, una spiccata «connotazione laica» ed, allo stesso tempo, provenga o sia direttamente sgorgata dall’analisi sociologica di un Karl Marx e di un Friedrich Engels, oppure dalle riflessioni ideologiche e/o dalla prassi politica, economica, sociale e culturale di un Saint-Simon, di un Sorel, di un Lenin (Vladimir Iliich Ulianov), di un Trotski (Liev Davídovich Bronstein), di un Bakunin o di un Mussolini!2) Il «concetto», invece – diversamente dalla nascita del neologismo e dall’uso corrente del termine – non è affatto moderno. Anzi, possiamo senz’altro affermare che è presumibilmente antico, tanto quanto la storia dell’uomo.Per riassumere, quindi, diciamo che con molteplici e multiformi aspetti, profili e lineamenti, nonché con spiegazioni, decifrazioni o interpretazioni diverse, il concetto di «socialismo» – quale oggi, noi, purtroppo, per la maggior parte, non riusciamo più ad intenderlo o a comprenderlo nella sua effettiva misura e reale dimensione (in quanto, siamo tutt’ora intellettualmente influenzati e culturalmente forviati, sia dal riflesso condizionato che emana dall’impropria, restrittiva e pervertente nozione di «socialismo» imposta al mondo – per più di un secolo – dalla martellante e capillare propaganda marxista e marxista-leninista che dall’intenso ed ossessionante condizionamento ideologico, politico e pratico, in senso individualista, che continua quotidianamente ad essere imposto, alle nostre società, dall’ingannevole, castrante ed avvilente illusione liberista/capitalista/mondialista!) – lo ritroviamo costantemente presente, nell’immaginario individuale e collettivo delle nostre società e nella loro prassi quotidiana, lungo tutto l’arco della nostra storia. In particolare: dall’epoca della Costituzione (la «Grande Rhètra») di Sparta del leggendario Licurgo (-IX sec.), a quella della «Legge Licinia» (-IV sec.) nell’antica Urbs repubblicana; dalle innovazioni sociali introdotte a Siracusa da Agatocle (-IV sec), a quelle di Manlio Curio Dentato o di Tiberio Gracco nella Roma del –III e del –II secolo; dalle tesi di Paolo di Tarso (I sec.), a quelle del filosofo pitagorico Apollonio Tianeo (I sec.); dagli aneliti espressi nei suoi scritti da Thomas More (11478-1535), a quelli di Tommaso Campanella (1568-1639); da quelli di Bernardino Telesio (1509-1588), a quelli di Gaetano Filangieri (1752-1788); da quelli di Giuseppe Romagnosi (1761-1835), a quelli di Carlo Pisacane (1818-1857), ecc. Senza dimenticare, naturalmente, le intuizioni sociali di un Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1770-11831), né le speranze, aspirazioni o attuazioni dei vari Claude-Henri de Saint-Simon (1760-1825), Robert Owen (1771-1858), Charles Fourier (1772-1837), Etienne Cabet (1788-1865), Philippe Buchez (1796-1865), Auguste Comte (1798-1857), Thomas Carlyle (1795-1881), Louis Auguste Banqui (1805-1881), Johann Karl Rodbertus (1805-1875), Louis Blanc (1811-1882), Adolph Wagner (1835-1917), Pierre Joseph Proudhon (1809-1865), ecc.Ebbene, quel «concetto» può essere facilmente compendiato o sintetizzato in questi termini: libertà, associazione, unità d’intenti, rispetto reciproco, concordia civile, giustizia sociale, senso aristotelico della misura.3) La «dinamica», dal canto suo, è quella che emana, si sprigiona e/o si sviluppa dal significato e dal senso dell’oggetto a cui la parola «socialismo» letteralmente si riferisce: il «sociale».Dal latino «socialis, e», il «sociale» – quale i nostri antenati lo intendevano e/o lo concepivano – era, allo stesso tempo, lo spazio fenomenologico che emergeva dalla «sodalitas» (letteralmente: il «cameratismo» o l’amicizia», la «dimestichezza», la «familiarità», la «fratellanza»; oppure, «collegio», «confraternita»; o ancora, «l’associazione politica» di tutti i cittadini. Nel senso di «cameratismo», la « sodalitas » è citata da Cicerone in «Verrem actio 1, 94» ed in «Brutus, de claris oratoribus 166»; da Tacito in «Annales 15, 68»; da Aulus Gellius in «Annalium, frammento 20, 4. 3». Nel senso di «collegio» e/o di «confraternita», da Cicerone, in «Caecilium divinatio 26». Nel senso di «associazione politica», da Cicerone in «Pro Cneo Plancio 37» ed in «Epistulae ad Quintum fratrem 2, 3, 5») e l’oggetto e la risultante del «vinculum» (letteralmente: il «legame», il «vincolo societario». Cicerone, in questo senso – in «De finibus 2, 117» – parla addirittura di «vincula concordiae», di « legami che mantengono la concordia ») che tendeva a scaturire dai mutui rapporti o dalle reciproche interrelazioni che potevano esistere o sorgere tra i diversi «socii» di una medesima «societas». In altre parole, era ciò che gli antichi Greci, senza conoscerne il vocabolo, assimilavano simultaneamente alla nozioni di pratica quotidiana e reciproca del senso dell’onore, del dovere e del sacro (aidos), di reciproca solidarietà (filallelian) e di complementare e mutua amicizia (filia alleloisin), nel contesto della medesima « Polis » («città Stato») o della comune «koinonia polikè» (cioè, la «società civile»).Inutile, dunque, chiedersi la ragione per la quale, sia i Greci che i Latini, consideravano tutto ciò che riguardava la «sfera del sociale» come «l’arte di stare insieme per stare bene» (politikos bios). E stimavano particolarmente consequenziale che il «sociale» (quale oggi, noi, dovremmo intenderlo e/o comprenderlo), fosse semplicemente lo spazio di autocoscienza collettiva che – individualmente e collettivamente alimentato – permetteva ad ogni cittadino di essere, di esistere e di ricevere, senza per altro doversi mai umiliare o genuflettere nei confronti di nessuno.Come mai e per quale ragione, il « sociale », oggi, è contraddittoriamente diventato l’habitat naturale all’interno del quale, nella speranza di potere essere e/o di potere esistere, cerchiamo semplicemente di prendere o di arraffare ciò che possiamo prendere o agguantare (o ciò che ci viene concesso o permesso di prendere o di carpire) e rifiutiamo egoisticamente di dare o facciamo finta di non potere accordare (o tendiamo a resistere con tutti i mezzi a nostra disposizione, per evitare di concedere) ciò che invece potremmo senz’altro donare o offrire? Come mai e per quale ragione, all’interno di una medesima società, i «ricchi» o i «benestanti» – che con le loro «agiatezze materiali», potrebbero benissimo essere molto più «ricchi» di quello che già effettivamente sono, permettendo semplicemente a qualche «povero» o «indigente» di beneficiare, di tanto in tanto, della loro evidente o rilevante prosperità – preferiscono stoltamente separarsi dal «corpo sociale» al quale appartengono, «nascondendosi» fisicamente agli occhi di chi potrebbe sollecitare il loro soccorso ed, in certi casi, facendo perfino finta di essere «poveri», per non dovere in qualche modo elargire o dispensare al loro prossimo un minimo di doverosa solidarietà?Come mai e per quale ragione, i «poveri» o i «bisognosi» delle nostre società – che con le infinite «necessità» di cui sono portatori, potrebbero benissimo essere meno «poveri» ed «indigenti» di quello che già realmente sono, ricevendo semplicemente da qualche «ricco» quel minimo di aiuto fraterno che permetterebbe loro di ritornare immediatamente a sorridere – preferiscono anch’essi separarsi dal «corpo sociale» al quale appartengono, «nascondendosi» fisicamente agli occhi di chi potrebbe portare loro un qualunque sollievo, ed, in certi casi, facendo addirittura finta di non avere nessun problema, per doversi sentire ulteriormente marginalizzati e/o umiliati da quella loro già triste ed imbarazzante situazione?Come mai e per quale ragione, la « politica » – che secondo Aristotele era «l’interesse generale di una società nei confronti o nei riguardi di un’altra società» – si è contraddittoriamente trasformata, nel «mio interesse di parte contro il tuo, il tuo contro il mio, il nostro contro il loro, il vostro contro il nostro o contro il loro e così via, tutti facenti parte della medesima società»?Come mai e per quale ragione, « l’economia » – che all’origine era «l’arte di ben gestire o del ben amministrare» ed al «servizio della società» (gli «uomini d’affari» della Polis e/o della Civitas, infatti, quando si accingevano a svolgere le loro attività imprenditoriali, tenevano invariabilmente conto dell’«interesse economico generale del popolo o della nazione di cui facevano parte»!) – è contraddittoriamente diventata, da un lato «l’arte dello sprecare, dello sperperare, del dilapidare e/o del dissipare», e dall’altro «l’arte di arricchirsi individualmente, anche a discapito dell’interesse generale della società»? E come mai e per quale ragione, svolgere una qualunque attività economica, nel contesto di una qualsiasi società del nostro tempo, è illogicamente diventata sinonimo di «fare semplicemente i “nostri affari personali”… ignorando, contrastando o sopraffacendo l’interesse economico generale del popolo e/o della nazione di cui facciamo parte?Come mai e per quale ragione, la «cultura» – che all’epoca dei Greci e dei Romani era «l’arte di migliorarsi o di raffinarsi, per valorizzare la propria natura« (kalokagathía) e per «meglio ingentilire e perfezionare quella degli altri membri della Polis o della Civitas» (non dimentichiamo, infatti, che la «cultura» era soprattutto «l’orgoglio di ogni membro di quelle società di sentirsi, allo stesso tempo, radice e frutto, padre e figlio, maestro ed alunno delle migliori opere, del miglior sapere e dei migliori ingegni del loro popolo e della loro nazione») – si è contraddittoriamente trasformata nello «sterile vanto della nostra individuale conoscenza, nei confronti del nostro popolo ignorante»?Come ebbe a profetizzare Mazzini (« Doveri dell’Uomo », Biblioteca Popolare, Napoli, 1860, pag. 22), «a forza d’esagerare un principio contenuto nel Protestantismo, e ch’oggi il Protestantismo sente bisogno d’abbandonare – a forza di dedurre tutte le vostre idee unicamente dall’indipendenza dell’individuo – voi siete giunti, a che? all’anarchia, cioè alla oppressione del debole, nel commercio; alla libertà, cioè alla derisione del debole che non ha mezzi, né tempo, né istruzione per esercitare i propri diritti, nell’ordinamento politico; all’egoismo, cioè all’isolamento e alla rovina del debole che non può aiutarsi da sé, nella morale ».Ecco, dunque, l’irresistibile «dinamica» che si cela dietro la parola «socialismo»: quella, cioè, che si sprigiona e dilaga ai quattro venti dalla semplice constatazione e presa di coscienza – da parte dell’insieme degli «attori sociali» di una medesima società – dell’utilità e dell’interesse del vivere unitamente e congiuntamente, in concordia e cooperazione, per tentare di meglio ben vivere e di meglio prosperare.4) La «finalità», in fine, è semplicemente il «ben vivere»! «Ben vivere» e «prosperare», o quantomeno tentare di «vivere meno male» e con «meno ingiustizia, mortificazioni e demoralizzazioni» di quanto oggi siamo costretti a vivere. Il tutto, naturalmente, in un contesto di libertà, indipendenza, autodeterminazione e sovranità politica, economica, culturale e militare.Contrariamente al «socialismo marxista», infatti, il «socialismo tout-court» detesta rifiuta e condanna il «pensiero unico» e la «soluzione totalitaria»; aborrisce e respinge il concetto di società frazionata o divisa ed inevitabilmente ripartita e contrapposta in interessi e classi reciprocamente inconciliabili e sistematicamente ostili e conflittuali; esecra ed avversa – al di fuori dei settori di pubblico interesse e di comune utilità – la pianificazione economica ed il capitalismo di Stato; promuove ed incoraggia l’iniziativa privata e la proprietà privata, nella misura che queste ultime non entrino in contrasto e/o in contraddizione con l’interesse generale della società; non nega, né rifiuta l’egoismo, l’avidità e la bramosia dei singoli individui, nella misura che quelle «qualità», «difetti» o semplici «predisposizioni naturali» non servano da astuzia o da pretesto, sia per lo sfruttamento e/o l’umiliazione dell’uomo sull’uomo, sia per la sua programmata o prestabilita depredazione, spoliazione, depauperazione, sia per la sua voluta o ambita degenerazione, degradazione, demoralizzazione, desolazione. Il «socialismo tout-cout», inoltre, all’opposto del «socialismo marxista», non prende assolutamente per «buone» le idee economiche che furono teorizzate e divulgate a suo tempo, sia da Adam Smith (da cui, addirittura, Marx riprenderà integralmente la teoria del «valore lavoro»…) che da David Ricardo.Al contrario, per rimettere drasticamente e definitivamente in discussione il sistema di produzione capitalista, nonché le distruzioni, le oppressioni ed i drammi sociali che quest’ultimo continua invariabilmente a partorire da più di duecento anni – non solo contesta e rifiuta che i «tre fattori della produzione» (come concordemente e sorprendentemente ammesso ed accettato, sia dai «liberisti» che dai «marxisti») continuino ad essere il «capitale», la «tecnologia» ed il «lavoro umano» ma – esige che l’uomo, da semplice «oggetto» o semplice «forza lavoro» della produzione, oppure da informale e contingente «consumatore» di una produzione che persegue degli scopi che sono completamente indipendenti dagli effettivi bisogni e dalla reale soddisfazione della popolazione, deve imperativamente essere considerato, non solo il «soggetto» di quella produzione e/o di quel consumo ma, lo «scopo principale» ed il «fine medesimo» dell’economia.Il «socialismo tout-cout», in fine, sempre in discordanza e contrapposizione con il «socialismo marxista» – considerando il «Lavoro» uguale al «Capitale; pretendendo «capacità», «competenza» e «responsabilità» da parte di tutti gli attori sociali; esigendo il ristabilimento di una «Magistratura del Lavoro» e di una «Giustizia al di sopra delle parti»; favorendo la «Solidarietà» e la «Gerarchia dei Valori»; caldeggiando «l’Economia Partecipativa» e la «ripartizione delle responsabilità e degli utili tra azionisti e prestatori d’opera»; propugnando «l’Alternativa Corporativa» e l’avvenimento di una «Società Organica e Differenziata»; reclamando la «Socializzazione delle imprese», «l’inserimento delle Categorie produttive nella Direzione del Paese» e l’istituzione di uno «Stato Nazionale del Lavoro» – oltre ad agevolare e rilanciare la dinamica politica, economica e sociale dei diversi Paesi e Popoli-Nazione del mondo, disarma e neutralizza drasticamente l’aggressione liberista/globalista ed, allo stesso tempo, smaschera e mette inderogabilmente fuori gioco la falsa, addomesticata e compiacente opposizione «internazionalista» o «alter mondialista» fino ad ora gestita e/o messa in atto dai cosiddetti «No Global», «Anarchici» e «Rifondaroli vari», il cui solo scopo sembra ormai essere soltanto quello di vanificare la protesta popolare e di deviare ad hoc l’antagonismo sociale dei nostri Popoli-Nazione, per condurlo, impotente e rassegnato, verso le inevitabili «secche» di un modesto, riduttivo, antiquato ed inefficace «riformismo sociale».Il «socialismo tout-cout», infatti, sempre in antitesi ed irriducibile antinomia con il «socialismo marxista», non solo non rifiuta la Patria e l’Identità etnica e culturale dei diversi Popoli-Nazione del mondo ma – venerando gli Eroi, esaltando gli Artisti, palpitando per i Poeti e per gli Scrittori, inclinandosi davanti al Sapere degli Studiosi ed alla Genialità degli Inventori, onorando la Famiglia e professando la deferenza ed il rispetto per la Personalità di ognuno e la Fede di tutti – si dichiara fermamente e risolutamente in favore del «Diritto dei popoli a disporre di loro stessi, delle loro terre, delle loro ricchezze e del loro destino» ed è pronto a battersi – con ogni mezzo e contro chiunque – per la libertà, l’indipendenza, l’autodeterminazione e la sovranità politica, economica, culturale e militare dell’insieme dei Popoli-Nazione del mondo.Perché, dunque, il «SOCIALISMO»? E perché, «NAZIONALE»?Semplicemente, per ritornare ad essere, esistere ed agire come lo fecero, nel loro tempo, e nella loro buona e cattiva sorte, i nostri antenati!
    Alberto B. Mariantoni


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  2. #2
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    Predefinito Re: Perché il «Socialismo»? E perché «Nazionale» …

    La parola operaio non ha per noi alcuna indicazione di classe (…): non rappresenta inferiorità o superiorità sulla scala sociale: esprime un ramo d’occupazione speciale, un genere di lavoro, un’applicazione determinata dell’attività umana, una certa funzione sociale; non altro. Diciamo operaio come diciamo avvocato, mercante, chirurgo, ingegnere. Tra codeste occupazioni non corre divario alcuno quanto ai diritti e ai doveri dei cittadini… Le sole differenze che noi ammettiamo tra i membri di uno Stato sono le differenze di educazione morale. Un giorno, l’educazione generale uniforme ci darà una comune morale. Un giorno saremo tutti operai, cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell’opera nostra in qualunque direzione si eserciti.”
    Giuseppe Mazzini, 1842
    Il riordinamento del lavoro sotto la legge dell’associazione sostituta all’attuale del salario, sarà, noi crediamo, la base del mondo economico sicuro, e implica che un capitale indispensabile all’impianto dei lavori e alle anticipazioni necessari debba raccogliersi nelle mani degli operai associati.
    Giuseppe Mazzini, 1871
    Nel 1943 avvenne un fatto storico clamoroso (storico e clamoroso a livello mondiale, ben inteso…), fino a quel momento sperato e disperato: viene proclamata una Repubblica che, per la prima e, a tutt’oggi, unica volta, intese ufficialmente definirsi sociale, oltre che italiana. Il che apparirà consustanziale emergenza agli esiti della Seconda guerra mondiale solo alla miopia congenita dei pregiudizialisti dell’antifascismo a oltranza. Invece, nonostante l’infausto andamento del conflitto, significava (anche…) altro e, soprattutto, nella fattispecie: «Lo sviluppo logico della nostra rivoluzione» (Mussolini Benito). Che viene (detta rivoluzione…) dalle lontane aspirazioni mazziniane ricordate in epigrafe (con prego di leggere bene…), quasi contestuali, a quelle dei comunardi parigini che, proprio al grido di “Repubblica sociale”, inaugurarono la rivoluzione del febbraio 1848: prontamente stroncata dalla reazione, allora, come quasi cento anni dopo lo fu quella italiana.
    A parte quelli che l’avrebbero voluta realizzare già all’indomani del programma di San Sepolcro (1919), la Repubblica sociale italiana continua a cogliere di sorpresa perfino gli storici di età successive i quali, in auge di immancabili ri-pensamenti negazionisti, ancora inciuciano tra ipotesi e sospetti: se si tentò di recuperare le originarie matrici di “sinistra” del fascismo; se è stata la mina a scoppio ritardato per far saltare in aria, conclusa la guerra, gli industriali traditori della patria e del fascismo e i loro degni compari d’affari anglo-americani; o se, al massimo, è stato solo un espediente di propaganda per creare, in finale di partita, nuovo consenso di massa… Quando non arrivano a dichiarare invalide “giuridicamente” le iniziative di uno stato che – sempre a loro dire – non avrebbe avuto nessun riconoscimento legittimativo. Dimenticando (o facendo finta di dimenticare…) che, se così fosse, non ci sarebbe stato alcun bisogno di abrogare “giuridicamente” i suoi atti legiferativi che attuarono, per esempio, “La socializzazione delle imprese” (Decreto legislativo 12.2.1944, n.375). Come fecero, di corsa, i partigiani della liberazione, la mattina stessa del loro insediamento al governo (occhio alla data del decreto abrogativo): 25.4.1945…
    Mi sembrava necessario riassumere, in apertura, l’esperienza reale della “socializzazione” in quella storia del pensiero e (talora…) della praxis che va dal sorgere dello stato sociale, alla partecipazione responsabile dei lavoratori nell’impresa, alla condivisione degli utili, fino alle utopie autogestionali delle stesse (imprese…). L’ho ricordato perché a me la socializzazione sembra essere qualcosa di, sì, decisamente rivoluzionario ma, anche, di sintesi equilibrata rispetto ai biscotti liberisti, agli insaccati espropri statali del capitale (leggi comunismo nella versione burocratica e reale…) e alle istanze partecipative all’acqua di rosa socialdemocratiche. Comunque, per fare maggiore chiarezza e puntualizzare un concetto che ha radici lontane, sarà cosa buona e giusta andarle a rintracciare, quelle radici.
    Tutto, in fondo, nasce da un concetto molto semplice: la ragione dello stato (attenzione, ho detto: la ragione dello stato, non la ragion di stato….). Intendo e chiedo: cosa legittima quel groviglio di istituti e persone collegati da un patto di convivenza che prende il nome appropriato di stato? Uno scambio, un semplice scambio: la rappresentanza dello stato chiede l’obbligazione politica al cittadino (dal rispetto delle leggi, pur che siano, alla tassazione, al servizio miliare, etc…); il cittadino, per il suo, ha titolo di pretendere il riscatto dalle condizioni di bisogno primario (cibo, casa, salute, istruzione, previdenza, prevenzione dagli accidenti ed eventuale assistenza nel caso malaugurato l’accidente si verifichi, etc…).
    Va da sé che i termini di questo contratto possono essere modulati all’infinito. Le cricche liberali, per esempio, ritengono che un meno di pubblico e un massimo di privato, nei gangli nervosi del vivere consociato, solleverebbe lo stato dall’obbligo di tassazioni feroci (il che, in ogni caso, non avviene mai nella misura corrispondente all’equo…) lasciando libero (?) il cittadino di provvedere personalmente alla sua felicità (?). Tanto che, sempre per fare un esempio, quando nel 1848 l’Irlanda fu colpita dalla micidiale carestia che è ricordata poco e male in pubblicistiche varie e, assolutamente mai, sui libri di storia dei nostri figli, i liberal benpensanti inglesi, servi ormai da due secoli della loro Banca nazionale, preferirono veder morire un milione di persone e altre due costrette ad emigrare, anziché soccorrerle «per non creare un popolo di affamati, vittime dell’assistenza» (sic!).
    D’altro lato, troveremo senz’altro i partigiani del cliché comunista inforcato, più tosto, nella rigidità burocratica del partito-stato omnipervasivo e tutto previdente che nulla lascia alla libera iniziativa dell’individuo; dei Comitati talmente Interni da essere inaccessibili ai più dei compagni-cittadini; dei Soviet tanto Supremi da non abbassarsi mai a concedere se non tutto, com’era nelle premesse, promesse e auspici, almeno un po’ di potere a quei soviet terreni che dovevano essere (e non lo sono mai stati…) i Consigli degli operai. In mezzo a questi due poli, apparentemente ostili, la storia ha registrato tutta una gamma svariata di fioriture dispari che modulano in sintesi epocale e/o geografica le possibilità di mezzo. Cancellando da se stessa (la storia ufficiale), pur tutta via, le tracce dell’unico esperimento reale, e realmente alternativo, che porta il nome appropriato di socializzazione e si inscrive tutto nel destino breve della Rsi…
    Una mediazione parziale ma logica fra istanze del capitale e quelle del lavoro si ebbe con il sorgere del, così detto, stato sociale. In prima cattedra, lo stato sociale aveva, infatti, come riserva di auspicio, la redistribuzione della ricchezza interna netta della nazione, per favorire (questa, l’intenzione…) l’affrancatura delle fasce più deboli dal delitto della miseria (la povertà è un’altra cosa che non è detto sia sempre un valore negativo.). Non è nemmeno detto che sia stato Bismarck ad inventarlo (lo stato sociale…) ma è certo che fu lui, un antiliberale per icona assoluta, a dargli una struttura meno vaga, approssimativa ed episodica. Ne ricorderò a memoria alcune parole:
    Si dice che io abbia inventato una specie di socialismo di stato. E’ falso. Mi sembrava giusto che un operaio menomato da una macchina o un minatore mutilato da un’esplosione dovesse essere strappato alla fame. Così mi sono battuto per creare un fondo a favore degli operai, gestito da corporazioni autonome, per stimolare uno spirito solidale e d’iniziativa.
    Infatti, non aveva (il Bismarck in oggetto…) inventato nessun “socialismo di stato”: se mai aveva costituito un abbozzo di stato sociale pertinente… Pertinente anche – è il caso di sottolinearlo – a sfiatare un po’ la minaccia che le masse cominciavano a montare contro le evidenti nequizie del capitalismo industriale e rampante del suo periodo. E questo è un limite dello stato sociale: il popolo chiede il giusto e lo stato gli dà qualcosa insieme alla paternale: “State boni… se potete… e non rompete troppo co’ ‘ste pretese di voler essere voi, il popolo, l’artefice del vostro destino: se no, noi, la rappresentanza politica, che ce stamo a fa’?” Ecco, appunto: che ce state a fa’? Volete mediare fra i fornitori di braccia e menti e fornitori di capitale? Ce date er biscottino mentre l’artri se pappano la torta? Ce mandate, caso mai, a fa’ le guerre che solo quarche vorta è voluta dar popolo e, nella maggior parte dell’artri, invece, serve solo a creà le premesse necessarie: “Pe’ li ladri delle borse…” (Trilussa)? (A tal proposito, mi piace ricordare uno dei pochi casi di guerra voluta, fortissimamente voluta, proprio dal popolo – Corridoni, D’Annunzio e Mussolini; le radiose giornate di maggio e la guerra del ’15 – ‘18: do you rimember? – come preparazione sacrificale e necessaria alla rivoluzione che ci fu: quella fascista).
    Un altro limite dello stato sociale è questo: più estende i suoi benefici dalle fasce da proteggere a quelle già protette del loro, più le risorse necessarie ai provvedimenti economici (le gabelle d’imposta…) s’incrementano fatalmente (e qui, mi spiace doverlo dire, ma hanno ragione perfino i liberisti – pensate un po’). Il fatto è che il sistema misto, libero mercato e stato sociale, mal si conciliano. Se il capitalista è libero di trarre super profitto (plus valore, direbbe Marx) dal capitale e tenerselo accuratamente per sé (per reinvestirlo – che so? – in giochetti finanziari e/o di borsa dove se vince vince lui, e se perde perdiamo tutti), hai voglia tu a svenarti di tasse per sorreggere uno stato sociale allargato a tutti: i conti non torneranno mai. Così, è semplicemente plausibile la super dittatura del Fondo Monetario Internazionale (e consorelle usuraie affiliate) che, di tanto in tanto, in perfetta logica liberal-reazionaria, manda segnali inequivocabili ai sudditi dipendenti per debito pubblico: tagliare lo stato sociale. In questo tran tran da Monte di Pietà, senza scampo e senza fine, è perfino inutile cercare un rimedio: bisogna aspettare che il sistema imploda, secondo profezia marxiana e per suo naturale destino, tenendoci pronti (noi, non marxisti) all’evenienza con proposte di ricostruzione, alternative e valide, alla più grande crisi che il mondo, dalle sue origini ad allora, avrà conosciuto.
    E, allora, vediamo un po’ più da vicino una (a me sembra la sola e la migliore…) fra le possibili alternative. Intanto: alternative a cosa? In primis al sistema delle deleghe di rappresentanza. Quello, tanto per essere chiari, che ci viene spacciato come «il migliore dei mondi possibili» (Leibniz). Il nostro, in somma: quello che ci invita a delegare le nostre pretese di essere protagonisti almeno della nostra vita a parlamenti, sindacati, consigli di amministrazione dove a decidere, ornai, sono le banche che nessuno elegge, fondi azionari e, giù giù, fino agli amministratori di condominio…
    Ma basta!!!
    Io voglio decidere di me stesso ed assumermi la responsabilità della mia decisione e delle conseguenze, positive o negative, che ne derivano. Tutta qui sta la mia libertà. Il resto è manfrina da servi o ignavi. Mi si dirà: “ma questa è anarchia”. E io gli risponderò: ma non diciamo stronzate. Non perché ritenga l’anarchia una stronzata, ma solo perché la concepisco come pura utopia e, io, non sono un grande estimatore dell’utopia perché – vedete? – quando l’utopia ha preteso di realizzarsi nella storia, il sogno è sempre diventato un incubo. Non voglio amputarmi della possibilità di sognare, ma non voglio nemmeno elevare il mio sogno ad incubo altrui.
    Allora, cerchiamo una via di conciliazione dove il sogno aiuti la realtà ad essere meno infame di quella che è. Non ad annientarla in nome di platonici mondi delle idee che si qualificano, riportati a terra, in stermini di immani contingenti umani. Sono un operaio? Bene: voglio esserlo fino in fondo. E, se sono operaio, voglio decidere nell’ambito del mio contesto lavorativo. Non delego, non mi faccio rappresentare, non elemosino aumenti di salari.Voglio stare dentro la mia fabbrica, decidere nel merito delle sue imprese e condividere le responsabilità di decisione e degli utili. Eh, sì: anche gli utili. O i disutili, semmai. Non voglio che un sindacato qualsiasi venga a barattare il mio licenziamento o la mia messa in cassa integrazione a nome mio e per conto dei “superiori interessi dell’azienda”. Io da qui non mi muovo: o tutti attivi o tutti a casa: capitalista compreso, però. Anzi – a dire il vero – la figura del “capitalista puro” manco deve esistere. Perché lui, è vero, c’ha messo il capitale ma se non viene a mensa con me, sono io, è il mio stato che lo licenzia… Perché – lo diceva già Mazzini – : «siamo tutti operai». Infine, e soprattutto, che si scordi di mettere le mani sui super profitti: divisi gli utili nelle parti eque, se non equivalenti, che la legge decide, quelli (i super profitti…) vanno a finalizzarsi in pubbliche esigenze “sociali e produttive”. Meno ricco lui, forse… Meno miserabili tutti, senz’altro…
    L’architrave della socializzazione, nella versione del decreto legge del 12 febbraio 1944, n. 375, è sorretta da tre colonne che definire d’Ercole è cosa appropriata. La prima riguarda la possibilità che le imprese, in origine private, possano (attenzione al “può” che ho provveduto a mettere in corsivo e sottolineare nel corpo dell’ articolo…); possano – dicevo – diventare di proprietà pubblica ed è data dall’ articolo 31. Lo riporto per intero:
    Art. 31. Determinazione delle imprese da passare in proprietà dello Stato – La proprietà di imprese che interessino settori chiave per la indipendenza politica ed economica del Paese, nonché di imprese fornitrici di materie prime, di energia o di servizi necessari al regolare svolgimento della vita sociale, può essere assunta dallo Stato a mezzo dell’I.Ge.Fi. (Istituto di Gestione delle Finanze, ndr.) secondo le norme del presente decreto. Quando l’impresa comprenda aziende aventi attività produttive diverse, lo stato può assumere la proprietà di parte soltanto dell’impresa stessa. Lo Stato inoltre può partecipare al capitale di imprese private.
    “Può…”, quindi, non deve, e nemmeno, in assoluto, vuole… In altre parole: lo stato può assumere la proprietà di imprese private o partecipare al suo capitale, qualora determinate esigenze di economia o di strategia politica o militare (mettiamo le imprese produttrici di materiale bellico in caso di guerra…) ne impongano il controllo diretto. Lo stato sociale fascista e repubblicano, quindi non espropria le imprese, ma si riserva la possibilità di farlo, qualora il caso la necessità o l’emergenza lo richiedano. E, ditemi: quale stato, perfino il più liberista, nelle medesime condizioni di emergenza e di necessità, non si riserva la stessa facoltà. Insomma, il nostro caro camerata capitalista, se è serio e sensibile alle sorti della nazione può, fin qui, stare tranquillo: in caso di coscienziosa osservanza dell’etica di solidarietà nazionale, nullo e nessuno esproprierà lo esproprierà dell’impresa…
    Meno tranquillo, probabilmente, si sentirà all’avviso delle altre due colonne portanti. La prima delle quali due (“la responsabilità nella gestione dell’impresa”) succingo nella citazione testuale degli articoli 1, 4, 5 e 6, sempre del decreto del duce anzidetto:
    Art. 1.(Imprese socializzate) – Le imprese di proprietà privata che dalla data del 1° gennaio 1944 abbiano almeno un milione di capitale o impieghino almeno cento lavoratori, sono socializzate.Sono altresì socializzate tutte le imprese di proprietà dello Stato, delle Province e dei Comuni nonché ogni altra impresa a carattere pubblico. Alla gestione della impresa socializzata prende parte diretta il lavoro. L’ordinamento dell’impresa socializzata è disciplinato dal presente decreto e relative norme di attuazione, dallo statuto di ciascuna impresa, dalle norme del Codice Civile e dalle leggi speciali in quanto non contrastino con il presente decreto.
    Art. 4.(Assemblea, consiglio di gestione, collegio sindacale) – All’assemblea partecipano i rappresentanti dei lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, con un numero di voti pari a quello dei rappresentanti del capitale intervenuto. Il consiglio di gestione, nominato dall’assemblea, è formato per metà di membri scelti fra i lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi. Il collegio sindacale, pure nominato dall’assemblea, è formato per metà di membri designati dai lavoratori e per metà di membri designati dai soci. Il presidente del Collegio sindacale è scelto fra gli iscritti all’albo dei revisori dei conti.
    Art. 5.(Consiglio di gestione delle società che non sono per azioni, in accomandita per azioni o a responsabilità limitata) – Nelle società non contemplate nel precedente articolo 3 il consiglio di gestione è formato da un numero di soci che verrà stabilito dallo statuto della società, e di un egual numero di membri eletti fra i lavoratori dell’impresa, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi.
    Art. 6.(Poteri del consiglio di gestione) – Il consiglio di gestione delle imprese private aventi forma di società, sulla base di un periodico e sistematico esame degli elementi tecnici, economici e finanziari della gestione: a) delibera su tutte le questioni relative alla vita dell’impresa, all’indirizzo ed allo svolgimento della produzione nel quadro del piano nazionale stabilito dai competenti organi di Stato; b) esprime il proprio parere su ogni questione inerente alla disciplina ed alla tutela del lavoro nella impresa;c) esercita in genere nell’impresa tutti i poteri attribuitigli dallo statuto e quelli previsti dalle leggi vigenti per gli amministratori, ove non siano in contrasto con le disposizioni del presente provvedimento; d) redige il bilancio dell’impresa e propone la ripartizione degli utili ai sensi delle disposizioni del presente decreto e del Codice Civile.
    Mi rendo perfettamente conto che qui possono cominciare i rodimenti nelle parti basse e meno nobili del, caro camerata (?) capitalista: si passa infatti dal suo dominio assoluto, alla gestione sociale dell’impresa: braccia d’operaio, menti di tecnici e amministrativi compongono con lui (ma pure senza di lui) un consiglio paritetico di responsabilità nella gestione dell’impresa. Sempre in altre parole: lui (il capitalista) ci metti i soldi, è vero, ma senza di noi non va a compiere nessuna impresa quindi, lo invitiamo a una sana divisione delle responsabilità. Inoltre – sappia – che nel nuovo Stato del Lavoro (repubblicano, sociale e italiano), nell’impresa socializzata viene escluso il capitalista che non svolge attività produttiva: il «proprietario non lavoratore» viene ridotto ad una sorta di semplice accomandato. Infatti, la figura centrale dell’impresa socializzata non è più lui, il nostro (possiamo chiamarti ancora camerata…?) capitalista, ma il “capo dell’impresa” eletto o nominato, a seconda dei casi (cioè dal tipo di impresa). Il quale:
    Art. 22.(Responsabilità del capo dell’impresa) – Il capo dell’impresa è personalmente responsabile di fronte allo Stato dell’andamento della produzione dell’impresa e può essere rimosso e sostituito a norma delle disposizioni di cui agli articoli seguenti, oltre che nei casi previsti dalle vigenti Leggi, quando la sua attività non risponda alle esigenze dei piani generali della produzione e alle direttive della politica sociale dello Stato.

    Inoltre:

    Art. 30.(Sanzioni penali) – Al capo dell’impresa ed ai membri del consiglio di gestione di essa sono applicabili tutte le sanzioni penali previste dalle leggi per gli imprenditori, soci ed amministratori delle società commerciali.
    E, in ultima, ma non ultima, analisi:
    Art. 7 (Votazioni) – Nelle votazioni tanto dell’assemblea quanto del consiglio di gestione, prevale, in caso di parità di voti, il voto del capo dell’impresa che di diritto presiede i predetti organi sociali.
    Voglia perdonarmi, caro capitalista: ma io mi sento meglio e più responsabile verso un camerata a sua volta responsabile “politicamente” (non solo economicamente) dell’impresa, e che designo per libera scelta, piuttosto che da lei, sommo capitalista, che non è nominato né eletto da alcun chi. Si metta l’anima in pace, caro (credo, a questo punto, non più camerata) capitalista: «La rivoluzione è come il vento, ora non puoi più neanche farle perdere tempo» (Fabrizio De Andrè nella versione originale de: La canzone del maggio…).
    Ma c’è dell’altro. E sarà la parte che gli piacerà di meno (al capitalista…). Ma è pure quella che invece, a noi forza lavoro (e si tenga presente il sostantivo forza…) ci titilla in maniera superba. E farà la fortuna dell’impresa (quindi anche la sua, del capitalista, se sa capirlo…). Perché – si veda, ancora – se l’impresa è anche la mia, la sua fortuna voglio pagarla con il sudore della mia fronte, come pretende Nostro Signore ma voglio pure veder realizzato, nelle mie tasche, il vantaggio che gliene e me ne deriva: non voglio il salario e nemmeno gli straordinari per un’impresa a perdere, voglio condividere gli utili di un’impresa a vincere. Si stia a vedere cosa combinano i seguenti articoli:
    Art. 45.(Remunerazione del capitale) – Sugli utili netti, dopo le assegnazioni di legge a riserva e la costituzione di eventuali riserve speciali che saranno stabilite dagli statuti e dai regolamenti, è ammessa una remunerazione al capitale conferito nell’impresa, in una misura non superiore ad un massimo fissato annualmente per i singoli settori produttivi, dal Comitato dei Ministri per la tutela del risparmio e l’esercizio del credito.Art. 46. Gli utili dell’impresa, detratte le assegnazioni di cui all’articolo precedente, verranno ripartiti tra i lavoratori, operai, impiegati tecnici, impiegati amministrativi, in rapporto all’entità delle remunerazioni percepite nel corso dell’anno. Tale ripartizione non potrà superare comunque il 30 per cento del complesso delle retribuzioni nette corrisposte ai lavoratori nel corso dell’esercizio.

    E, a proposito del salario, voglio aggiungere questo. Lui, il capitalista, lo sa perfettamente per calcolo finanziario, noi operai lo sappiamo, invece, per esperienza delle nostre tasche, che l’intero monte salariale distribuito alla forza lavoro non potrà mai corrispondere con esattezza alla possibilità di acquisto dei beni necessari per garantirsi una esistenza libera dal bisogno… Il prodotto che acquistiamo sul mercato libero è gravato da costi suppletivi a quelli della (mia…) mano d’opera: materie prime, energia, conservazione e distribuzione. Quindi, io non avrò mai le risorse per soddisfare le mie esigenze e dovrò ricorrere a prestiti, fidi, mutui bancari, cessioni del quinto e accessori usurai a seguire… Questo impoverisce me ma non consente neanche al capitalista (nello stato delle cose attuali) di vendere a pieno regime quello che la nostra impresa produce. C’è chi pensò che dovesse essere lo stato a elargire, extra salario, una quota di corrispondente carta moneta per colmare questo evidente disavanzo. Fu il maggiore Clifford Douglas, nella perfida Albione, a teorizzare e tentar di promuovere il “credito sociale” ma – si capirà bene – senza esito alcuno. Lo riprese più volte nelle sue opere quel poeta matto e americano, tal Ezra Pound, autoelettosi fascista, arrivando perfino a proporlo personalmente al duce. Era un buona idea ma l’idea italica di socializzazione va oltre: con la divisione degli utili noi, quel disavanzo, lo colmiamo con la nostra capacità di rendere l’impresa sempre più efficiente e produttiva, anche in termini di retribuzione. Il regime salariale, così, finisce. Com’era già negli auspici del padre della patria: Giuseppe Mazzini.
    In fine, il nostro caro capitalista dovrà farci le ossa (ma se si impegna ce la può fare…): i suoi super profitti (o le “eccedenze”, come scrive il legislatore, o il plus valore come ricordavamo già detto da marx), si vanno a far benedire (sic!) in opere di pubbliche esigenze sociali (che del resto giovano a tutti, quindi, di nuovo, anche al capitalista). Perché, certo non gli sarà sfuggito (ma, nel dubbio, glielo sottolineo e corsivo), che il secondo comma del suddetto artico 46, prevede:

    Art. 46 (comma secondo). Le eccedenze saranno destinate ad una cassa di compensazione amministrata dall’Istituto di Gestione e Finanziamento e destinate a scopi di natura sociale e produttiva.
    E mo’, caro (immagino, a questo punto, mai più camerata…) capitalista, mettece ‘na pezza…
    P.S. Ce l’ha messa… ce l’ha messa… la pezza. Finanziando i gruppi partigiani social-comunisti del partito di reazione che, come primo atto legislativo del loro governo, subentrato all’infausto regime, all’oggi del medesimo 25.4.1945, ci aggiustarono per le feste di liberazione (?), abrogando tutto: in perfetta sintonia d’ascolto con le sirene sue (del capitalista.) e della mal emerita volontà alleata, sua buona compagna di merende. E io – io, operaio – mi sono ripreso il mio bel sindacato rappresentativo, continuando ad essere un salariato, puntualmente licenziato o cassintegrato quando il caso ve ne incorra. Sessant’anni di lotte operaie (dal ’45 a oggi) e di feste del lavoro, e di liberazione (maddaché?), e di “sacrifici necessari per la ripresa e lo sviluppo”, e di “ristrutturazioni”, e di “concertazioni” mi hanno fatto conquistare, però, il bel traguardo della “flessibilità” (cioè del lavoro precario elevato a sistema permanente effettivo…). E un innalzamento dell’età pensionabile, probabilmente post-mortem. In attesa della quale (morte), lui (il capitalista dei miei stivali) non smette di incitarmi con tutto il suo responsabile zelo: “Zitto e lavora (se hai la fortuna di lavorare), schiavo…”. Con tanti e rinnovati saluti alla giustizia proletaria.
    miro renzaglia


    Alle radici dell'art. 46. La socializzazione delle imprese | Fondo Magazine di Miro Renzaglia
    Se guardi troppo a lungo nell'abisso, poi l'abisso vorrà guardare dentro di te. (F. Nietzsche)

  3. #3
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    Predefinito Re: Perché il «Socialismo»? E perché «Nazionale» …

    e perchè non nazional-socialismo?

  4. #4
    SOCIALISTA ILLIBERALE
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    Predefinito Re: Perché il «Socialismo»? E perché «Nazionale» …

    Citazione Originariamente Scritto da Josef Scveik Visualizza Messaggio
    e perchè non nazional-socialismo?
    Infatti.
    E perchè non punkabbestia invece che anarchico?
    E' lo stesso, no?
    "Fate della Nazione la causa del popolo e la causa del popolo sarà quella della Nazione."-Lenin
    "Solo i ricchi possono permettersi il lusso di non avere Patria."- Ledesma Ramos
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