24 dicembre 2016 •
Costantino De Blasi
La prima considerazione che mi viene in mente è che se da troppi anni si parla di stato di crisi di una banca, vuol dire che nulla (o poco e male) si è fatto per risolvere quella crisi.
La vicenda MPS ha radici lontane che attecchiscono nella natura stessa dell'istituto di credito senese; una banca locale, gestita localmente dalla politica locale, tramite la Fondazione, secondo interessi localistici. Il fatto che nel piccolo mondo del credito italiano sia diventata la terza banca italiana per raccolta e impieghi non fa che dimostrare plasticamente quanto il settore del credito sia intrinsecamente debole. Ottemperando al principio secondo il quale la distribuzione si fa con uno sportello in ogni comune, l'MPS (come quasi tutte le altre banche) non è riuscita a tenere sotto controllo i costi. Quando analizzai nel 2013 i bilanci della banca scoprii che nella sola regione toscana la banca aveva 3.200.000 rapporti di conti correnti aperti, distribuiti più o meno equamente fra imprese e privati. Insomma una banca che anche solo in quel contesto è sistemica.
È chiaro tuttavia che lo stato di crisi non è dovuto solo ad una mal pianificata gestione dei costi operativi. Come sottolineato più volte su queste pagine da Bisin, Boldrin, Famularo e altri, la peculiarità del sistema creditizio italiano sta nell'abnorme dimensione dei crediti deteriorati o problematici. La sola MPS ha circa 17 miliardi netti di crediti difficilmente esigibili, quasi il doppio del capitale. Basta questo a zittire quelli che, clienti della banca ma anche politici, improvvidamente segnalavano come la banca sia in utile operativo.
Sarebbe ridondante ricostruire come si è arrivati ad avere questo numero di sofferenze. Tant'è e non resta che prenderne atto e porvi riparo, operando (lo si sta facendo?) perché certe situazioni non si ripresentino. Nella relazione presentata dal Governo al Parlamento il ministro Padoan fa riferimento al permanere dello stato di crisi dell'economia italiana. Indubbiamente vero, ma com'è distante questa grigia fotografia da quella scintillante presentata nel DEF e nella Legge di Bilancio elaborati quando premier era Matteo Renzi. L'economia in ripresa, il sistema bancario solido, Monte dei Paschi come affare da cogliere al volo sono parole non di qualche decennio fa, ma di solo poche settimane o giorni prima che si arrivasse al decreto d'urgenza per mettere in sicurezza il sistema.
La soluzione prospettata dal Governo e per la quale è stata chiesta l'autorizzazione al Parlamento è dunque l'emissione di nuovo debito pubblico per un ammontare fino a 20 miliardi. Non tutti sembrano essere destinati a MPS, almeno non esplicitamente. La banca di Siena ha bisogno di un intervento sul capitale, che si farà, e di un intervento sulla liquidità, che al momento è garantita fino a maggio.
L'effetto certo è che il Tesoro, che già detiene il 4% delle azioni in seguito ai precedenti, parzialmente falliti, interventi Tremonti e Monti, diverrà il primo azionista della banca. Una nazionalizzazione che ci riporta ai tempi dell'IRI e che si spera restituisca in tempi brevi al mercato un'istituto risanato.
Dico subito che chi volesse trovare all'interno di questa misura profili di "forzatura" rispetto alle regole europee non troverà nulla. Il debito aggiuntivo è consentito laddove ci siano gravi rischi di tenuta del sistema in seguito a crisi finanziarie o eventi naturali. Si fosse intervenuto 3 anni fa si sarebbe potuto attivare l'ESM,
come avvenuto in Spagna (qui ancora Bisin-Boldrin-Famularo e infra un'analisi dei colleghi spagnoli); nel frattempo però in sede europea è stata recepita la normativa BRRD con gli eventuali meccanismi di risoluzione.
Perché per MPS non si procede con il Bail-in?
Prima di tutto per una scelta politica, fatta per ragioni elettorali a seguito del "bail-in" delle quattro piccole banche locali. Tale scelta politica (trattare MPS diversamente dalle 4 ed anche dalle due venete di cui pure in questi giorni si parla) ha conseguenze sia di breve (ingiustizia per trattamento differenziale dei creditori) che di lungo (vedi sotto). Tali costi possono essere molto seri, anzi lo sono certamente perche' confermano una volta ancora che, nell'economia "di stato" italiana, cio' che conta non e' fare l'investimento corretto ma stare dal lato politico giusto.
A questo fattore, eminentemente politico ma anche culturale, si aggiunge nel caso di MPS un fattore dimensionale. Piaccia o meno MPS è banca sistemica, con partecipazione al suo capitale e alle sue vicende dei principali player finanziari italiani. Non siamo tecnicamente nel too big to fail ma la sostanza è la stessa. Allo stato non è dato sapere chi siano, ed in quale misura, i portatori di obbligazioni subordinate e quindi non si può valutare l'impatto di un azzeramento del valore di questi titoli. Lo sapremo probabilmente quando i meccanismi messi a punto dal governo saranno chiari - sperando che un piano sia stato predisposto per tempo fin nei dettagli - e non prima. Quello che si sa è che i valori di conversione prevedono il 75% agli istituzionali e il 100% del valore facciale al retail.
I costi di lungo periodo, si diceva. Questa scelta comporta inevitabilmente una distorsione del mercato con conseguenze potenzialmente funeste, visto che offre un'ulteriore canale per il rischio morale. Molto semplicemente: a seguito di questo provvedimento gli obbligazionisti subordinati (junior bondholders) verranno protetti dal rischio di perdite come se fossero obblicazionisti privilegiati (senior bondholders). Ma, sino ad ora, hanno guadagnato un interesse maggiore sui loro prestiti, interesse che era giustificato dal maggiore rischio di perdite. L'atto governativo cancella il rischio in questione ma lascia il maggior rendimento:
Nota a margine. Per le banche non si applica la legge sui fallimenti ma è prevista la liquidazione coatta. È desiderabile questa procedura? Forse si' sotto il profilo del moral hazard (in proposito una interessante lettura è la
nota 438 della Banca d'Italia su crisi finanziarie e mercato interbancario), ma occorre tener presente che i debitori della banca in liquidazione sarebbero chiamati a rispondere "a vista". Le conseguenze per l'economia sono facilmente intuibili.
In secondo luogo, a mio avviso, perché giocata e, si spera, risolta la partita MPS si porrà il problema Unicredit, a cui necessita una ricapitalizzazione per circa 13 miliardi. L'intento del governo è chiaramente salvaguardare l'intero sistema anche rispetto al sentiment dei mercati. BMPS in un anno ha perso in borsa l'86% (fino alla sospensione sine die di questi giorni), Unicredit il 44%, Intesa il 20%, Generali il 14%, Ubi il 55%; il settore nel suo complesso il 36%.
L'impatto sui conti pubblici
Nella sopra citata relazione al Parlamento si fa esplicito riferimento alla necessità di rivedere le previsioni elaborate nell'aggiornamento al DEF e nella Legge di Bilancio. Per il 2017 il governo stimava una crescita dell'1% e un rapporto debito su pil (in discesa dello 0,2%) al 132,6%.
Lo stock di debito pubblico è diminuito nei mesi di agosto e settembre per poi ricominciare a salire nel mese di ottobre. A fine ottobre ammontava a 2.223 miliardi, già 2 miliardi in più di quanto previsto dal modello elaborato dal MEF per tutto l'eserczio 2016. La discesa nei mesi estivi era stata salutata con i soliti roboanti annunci da parte di Renzi: inversione di tendenza (#cambioverso nel linguaggio giovanilista renziano), economia finalmente in salute, debito per la prima volta in discesa ecc.
Quello che nella romanzata letteratura renziana non era specificato è che la diminuzione del debito in valori assoluti, e per conseguenza anche in percentuale sul PIL, era stata ottenuta attraverso un artificio (lecito, per carità), ovvero la sottrazione dal conto di Tesoreria di 62 miliardi. Uno spostamento da una posta all'altra di bilancio che ha permesso di contenere il fabbisogno, ma che ha anche sottratto risorse liquide. Ora il fabbisogno aumenta di 20 miliardi in un sol colpo. Di quanto aumenterà complessivamente per l'esercizio 2017 lo sapremo a gennaio con la relazione di Banca d'Italia. Con i tassi in salita non è una buona notizia.
In questo contesto si aggiunga il deficit aggiuntivo previsto in legge di Bilancio; 2,4% rispetto all'obiettivo concordato dell'1,7%.
Sulla tenuta generale dei conti pubblici pendono le già ampiamente procastinate clausole di salvaguardia, che valgono per il 2018 circa 17 miliardi di maggiori entrate per imposte indirette. Sterilizzarle ancora, o annullarle come sembrava essere nelle intenzioni del precedente governo, è oggi ancora più difficile.
L'eredità delle cose che si potevano fare e che non sono state fatte in un contesto economico esogenamente positivo rischia dunque di essere pesantissima.
Considerazioni finali
Sforzandomi di non considerare gli interessi di un governo a guida PD in una banca per decenni guidata dal PD tramite la fondazione (fatto sul quale magari si potranno fare riflessioni in altra occasione), vien da chedersi se questo intervento sarà veramente risolutivo. Il costo a bilancio (e quindi sociale) sarà inevitabilmente pesante e potrà avere un senso solo se si verificheranno determinate condizioni:
i) che al mercato venga restituita, quando sarà restituita, una banca davvero risanata;
ii) che il sistema nel suo complesso diventi finalmente rigoroso nell'erogazione degli impieghi e nella gestione dei costi operativi;
iii) che si spezzi una volta per tutte il legame fra politica, anche locale, soprattutto locale, e istituti di credito, cominciando dalla scelta del management e dai criteri di governance;
iv) che si trovi un modo per riassorbire definitivamente gli NPL e ricondurre il loro ammontare a dimensioni fisiologiche;
v) che la vigilanza accentrata (BCE) e nazionale (Bankit) prevenga situazioni di crisi e non si limiti a certificare ex post il rispetto dei margini di solvibilità.
Le regole per far tutto questo ci sono. Sta alle autorità, in primis al governo, rispettarle.