Spari nel centro di Napoli: «È l'inizio della guerra alla mafia africana» | Il Mattino

L'incrocio fra via Maddalena e piazza Mancini segna il confine fra la zona dei cinesi e quella dei nigeriani: a destra la china town della Duchesca, a sinistra i nuovi «possedimenti» degli immigrati africani che stanno prendendo spazi commerciali e potere, anche malavitoso. Proprio a quell'incrocio, una ventina di metri dal luogo dove c'è stato l'agguato, di fianco a un cassonetto rovesciato che porta i segni indelebili delle fiamme, un gruppo di ragazzi, altissimi e neri come la pece, parla in maniera vivace: si sbracciano, guardano il posto dell'agguato e inveiscono. Non parlano nemmeno un po' d'italiano, almeno così dicono, per evitare domande che potrebbero essere fastidiose. Non parlano nemmeno i cinesi dei negozi della «rive droite» della Duchesca: non hanno sentito né visto nulla e non vogliono rompiscatole fra i piedi nei loro negozi debordanti di merce «perché togli spazio ai clienti». I napoletani sono pochi, si contano sulle dita di una mano.




Dietro una bancarella attrezzata con leccornie per la calza dell'epifania un tizio sostiene di essere appena arrivato e quindi di non avere nulla da dire, all'interno di un negozio qualche metro più avanti un uomo baldanzoso chiarisce di aver saputo solo dai racconti dei clienti e di non essersi accorto di nulla. Bisogna essere insistenti e assillanti per convincere qualcuno a spiegare cosa succede in quell'area a cavallo fra Forcella e Piazza Garibaldi, regno della contraffazione colmo di insegne straniere dal quale pian piano i napoletani sono stati sfrattati.

E quando qualcuno accetta di raccontare, solo a patto del più totale anonimato, ti rendi conto che tutti sanno, tutti hanno visto e forse se l'aspettavano pure una recrudescenza di violenza. Il primo dettaglio è condiviso da tante fonti intercettate nel quartiere: chi ha sparato voleva uccidere ma non ne è stato capace. Però prima di inoltrarci nel prosieguo del racconto è bene chiarire un particolare: quelle che riportiamo sono voci di persone comuni; non si tratta di versioni ufficiali frutto di indagini anzi, scoprirete in questo articolo che la «voce del popolo» produce racconti che vanno in direzione opposta a quella delle indagini delle forze dell'ordine, le uniche che possono essere considerate attendibili in casi del genere.

Ma torniamo alla voce del quartiere. Il primo interlocutore si stacca da un gruppetto di persone e sostiene che «chi è venuto a sparare doveva dare una lezione vera, doveva uccidere ma non è stato capace». E qui viene snocciolata una serie di teorie, condivise dagli altri del gruppo, tutte tese a dimostrare che le persone che hanno sparato «sono giovani, inesperte e quindi incapaci di fare centro. Tanto da coinvolgere una bimba innocente», oppure «arrivano completamente allucinati dagli stupefacenti e quindi non sono in grado nemmeno di prendere la mira», o infine «hanno avuto paura di uccidere, non sono camorristi veri».

Come avrete notato si tratta di teorie che prevedono una diretta conoscenza dell'evento, eppure alla domanda fatidica «ma allora lei ha visto chi sparava?», tutti dicono di non aver visto o sentito nulla. Il discorso, però, si fa preoccupante quando accettano di parlare altre persone che abitano nella zona. Anche in questo caso dietro la promessa dell'anonimato. La prima è una donna, non anziana ma nemmeno giovane, con la busta della spesa: «Il vero problema sono i neri - dice con astio, e precisa - non quelli marroncini, i neri-neri», che tradotto significa che non fa riferimento ai nordafricani ma agli stranieri che provengono dall'Africa centrale. «Stanno dappertutto - prosegue la donna - dove ti volti li vedi. Si riuniscono a gruppetti e pare che la strada è di loro proprietà, ti guardano dall'alto in basso, portano vestiti firmati e hanno sempre il telefono in mano. Io certe volte ho paura di passare vicino a loro. Sono brutta gente».

Adesso, fatto salvo il fatto che la generalizzazione è sempre deleteria e che ovviamente la maggior parte degli immigrati è composta da persone brave e lavoratrici, il concetto espresso in maniera semplicistica dalla donna, viene spiegato meglio da un ragazzo che sta per partire con lo scooter: «Qua c'è la mafia nigeriana che sta prendendo possesso di tutto. Lasciano ai marocchini (intesi come tutti i nordafricani n.d.r.) solo le piccole cose come la contraffazione, gli scippi o le rapine, mentre loro sono concentrati sulla droga. Se andate a via Carriera Grande vedete il loro quartier generale, il punto principale dello smercio; se vi fate un giro in questi vicoli noterete che ad ogni angolo ci sono almeno un paio di loro: sono pusher, vanno sempre in coppia. Sapete dove tengono la droga? In bocca, dentro a certe palline di plastica, così se arriva la polizia le inghiottono e poi le recuperano quando vanno al bagno». Il ragazzo sembra decisamente informato e prosegue senza interrompersi: «All'inizio avevano un mercato piccolo e avevano un accordo con la malavita della zona. Adesso, invece, si stanno espandendo. Ecco perché è arrivato il segnale dell'agguato». Cercando qualcuno disposto ad approfondire finisci nel Vico settimo Duchesca che è totalmente avvolto dal profumo d'incenso, quello che viene bruciato nelle bacchette...

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