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Scarti industriali sparsi nei campi, scorie di fonderia sepolte in cantieri insospettabili. E imprenditori che bruciano rifiuti speciali dietro il capannone. Il Nord Italia non è un eden incontaminato: da almeno 30 anni si inquina impunemente, con modalità che ricordano quelle della campana Terra dei fuochi. Lo racconta ad Avvenire un investigatore di lungo corso del 'fu' Corpo Forestale dello Stato, che preferisce l’anonimato. Negli anni Novanta l’ufficiale collaborò a delicate e scomode indagini sui traffici di rifiuti che portavano fino al Sud e anche più in là, fino alle rotte internazionali dei veleni che si perdevano in Somalia. Scenari inquietanti, che vedevano in primo piano proprio l’insospettabile e produttivo Nord Italia.
«Tutto iniziò quasi per caso – ricorda la fonte contattata da Avvenire– , perché allora si pensava che bastasse sorvegliare boschi e sentieri per tutelare l’ambiente. Capimmo che non era più così quando si presentò un agricoltore della bassa Lombardia. Disse che nel suo campo non cresceva più niente dopo aver sparso sostanze che gli avevano portato con alcune autobotti». Dai campionamenti emerse che il terreno era imbevuto di metalli pesanti, soprattutto arsenico. «I carichi venivano sversati nelle vasche dei liquami organici prima dello spargimento sui campi. Una volta un cavallo vi entrò e dopo aver toccato la pancia, crollò. Un contadino, invece, perse tutti i denti per le esalazioni. Scoprimmo che si trattava non solo di fanghi, ma anche di rifiuti industriali spacciati per fertilizzanti ».
Una pratica diffusa nel quadrilatero agricolo Bergamo-Brescia-Mantova-Cremona, che però era solo un ramo dell’attività di una gigantesca macchina logistica dedita allo smaltimento di rifiuti tossici. «Il business era gestito da oscuri faccendieri: ricordo che ce n’era persino uno che millantava di poter trasformare rifiuti industriali in petrolio. Poi c’erano autotrasportatori che, quando pioveva, aprivano i bocchettoni grazie a un dispositivo e scaricavano direttamente i rifiuti liquidi in autostrada. Tutta roba che poi finiva nei canali di scolo e da lì nei terreni circostanti». Se ne vedevano di tutti i colori: qualcuno veniva colto sul fatto, tanti la facevano franca. Le indagini ambientali si muovevano tra mille difficoltà. Pochi uomini e mezzi, ancora meno voglia di mettere le mani nel torbido.
Così capitava di doversi arrangiare. «Con un collega andavamo di notte a prelevare campioni nei depositi di rifiuti, perché se stavamo ad aspettare i permessi… Senza contare i rischi e le minacce, che non mancarono. Io stesso non ero tranquillo quando rincasavo la sera…» Guai però pensare che si tratti di storia passata. I traffici, secondo l’investigatore, vanno avanti. «Ne sono convinto. Molti continuano a volersi sbarazzare dei rifiuti, soprattutto pericolosi, senza seguire le vie legali che sono più costose. E c’è chi ci guadagna». Gli scarti di fonderia, ad esempio, continuano ad essere interrati ovunque: nelle cave dismesse, ma persino sotto scuole in costruzione e in insospettabili cantieri nel bel mezzo di qualche bel centro storico. «Ci sono foto che dimostrano lo smaltimento di scorie non trattate di grosse dimensioni: si creano vere e proprie discariche in zone delicate».
L’investigatore non fa nomi, perché alcune importanti inchieste sono ancora aperte presso la Dda di Brescia. Uno dei business emergenti riguarda le cartucce per stampanti esauste, da smaltire in fretta e sottocosto. Ma c’è anche chi semplicemente brucia i rifiuti speciali nel cortile della ditta, raccogliendo scarti da tutti i piccoli imprenditori del circondario, senza curarsi dei fumi velenosi che appestano l’aria. Un po’ come accade nella Terra dei fuochi. Solo che si parla di una valle lombarda, nel profondo Nord. (1- continua