Prendere il potere, mantenere il controllo su Paesi diversi, esportare e imporre il proprio modello culturale e di sviluppo: insomma, costruire un Impero. Usando sempre la solita ricetta, cambiando solo qualche ingrediente. Ricordando che ogni epoca ha un inizio e una fine.Alcuni esperti in materia sostengono che gli eventi storici tendono a ripetersi spesso in modo analogo.
Se duemila anni fa gran parte del mondo allora conosciuto era sotto il dominio di una sola potenza, l’Impero Romano, oggi sempre più Paesi si ritrovano colonizzati da un unico modello economico e culturale, quello statunitense. La storia si ripete? Con le dovute precisazioni.
Infatti, sia l’imperialismo romano che quello americano sono considerati, in parte, conseguenze di guerre così devastanti da cambiare completamente la situazione geo-politica a livello europeo e mondiale.
Nel primo caso si tratta della Seconda Guerra Punica, combattuta tra il 218 e il 202 a.C. da Roma e Cartagine. Molti storici di allora, anche latini, come Sallustio, ritennero che in quell’occasione Cartagine perse la sua egemonia, e Roma la morale e il senso di giustizia: come si diceva allora, gli antiqui mores.
Fu la Seconda Guerra Mondiale, invece, a determinare definitivamente l’egemonia degli Stati Uniti su tutti gli altri Paesi.
Chalmers Johnson, storico americano, ha pubblicato nel 2007 una trilogia di libri che esaminano lo sviluppo e le conseguenze dell’impero americano (“Blowback”, “The Sorrows of Empire” e “Nemesis: The Last Days of the American Republic”). In questi scritti sostiene la tesi secondo cui l’unica differenza tra gli imperi “tradizionali”, come quello inglese, e “l’impero” statunitense è che i primi si basavano sulle colonie, un sistema di supremazia più diretto, e il secondo sullo sviluppo di un enorme sistema di basi militari in tutto il mondo a copertura dei propri interessi strategici, fin dai tempi del secondo conflitto globale. Una condizione che dura tuttora, influenzando più o meno indirettamente la politica e la cultura di quasi tutti i Paesi del mondo.
L’Impero Romano si espanse in seguito con vere e proprie guerre di conquista, quello statunitense con una sottile trama di influenze: “liberando” i popoli dalle dittature, come successe in Italia nel dopoguerra, imposero il proprio modello economico, politico e culturale, unico per tutti.
Dominati e dominatori, di solito, s’influenzano a vicenda: i Romani, che avevano fatto della contaminazione culturale la loro forza, arrivarono persino ad adorare gli dèi dei popoli conquistati. Il cittadino romano si espandeva ovunque, adattandosi a diversi ambienti, tanto che la maggior parte dei romani parlava bene il greco.
Gli Stati Uniti, invece, non assorbirono quasi nulla della cultura dei Paesi conquistati. Anzi, proprio come i Romani giustificavano le guerre contro “le incivili popolazioni germaniche”, hanno sempre avuto bisogno di un grande nemico da “democratizzare”, che si trattasse dell’URSS o del Medio Oriente, per motivare un’insaziabile sete di espansione.
L’Impero Romano cadde nel 476 d.C. per una crisi economica che aveva causato un fortissimo aumento dell’inflazione e della pressione fiscale, accentuando le disuguaglianze sociali e indebolendo l’intera struttura socio-economica. Crisi ulteriormente aggravata dai continui saccheggi delle tribù germaniche, le cosiddette invasioni barbariche, al punto da assumere evidenti connotati culturali. Roma, insomma, non fu più in grado di mantenere un impero tanto vasto, anche perché aveva collezionato un numero sempre più elevato di nemici.
Proprio questo, secondo Johnson, sta avvenendo in America: il modello capitalista in declino, una crisi non solo economica, ma sociale, culturale, migratoria e ambientale, ormai irrisolvibile con i rimedi della vecchia politica, le tensioni sociali interne e, oltremare, la minaccia del terrorismo.
Si dice che per prevedere il futuro bisogna guardare al passato… date le premesse, cosa dobbiamo aspettarci?
Fonte:
Impero Romano e Stati Uniti: diverse forme di supremazia - dailySTORM




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