
Originariamente Scritto da
Florian
Il conservatorismo “implicito” finiano
di Florian
In Italia la parola "conservatore" viene ancora utilizzata negativamente, come un insulto con cui bollare l'avversario politico ancorandolo alla difesa di privilegi e status quo di cui nessuno sente più l'esigenza. Ragion per cui solo pochissimi politici si qualificano da noi come "conservatori", mentre i più a destra tendono a definirsi "moderati", "liberali", "realisti". Ad ogni modo, se è vero che in Europa il termine conservatore è un sinonimo di destra democratica, nel caso del nostro centrodestra si è di fronte ad un conservatorismo che si nega come tale, un conservatorismo “implicito”.
C'è poi una seconda ragione per cui una destra di formazione liberale non accetta di definirsi conservatrice, e sta nel fatto che da noi, come anche in Francia, mentre la destra e la sinistra rappresentano le tradizioni moderata e progressista successive alla Rivoluzione francese, il conservatorismo ha storicamente rappresentato l'opposizione ideologica e politica alla modernità. Per cui, in entrambi i Paesi, ciò che nella Gran Bretagna o nella Scandinavia viene considerato "conservatore", qui viene definito piuttosto come "destra". E ovviamente non è un caso che al pari di una Chirac o di un Sarkozy, il nostro Fini preferisca qualificarsi come un liberale di destra piuttosto che come un conservatore. Tuttavia, al di là della questione dell'autodefinizione, chi ha letto il libro-manifesto del finismo, "Il futuro della libertà", non può non tracciare un diretto link con il pensiero delle varie destre moderate europee, che a vario titolo si definiscono, o vengono definite, "conservatrici".
La difesa del capitalismo democratico, della meritocrazia, dell'individuo, l'accento sulla legalità e sulla coesione nazionale, il patriottismo, pongono senza indugi Fini sul lato destro dello schieramento politico moderato, in compagnia degli Aznar, dei Cameron, dei Sarkozy, delle Merkel. Evidentemente, come un Cameron non è direttamente sovrapponibile ad un Sarkozy, ed essendo la Merkel piuttosto diversa da Aznar, non dovremmo stupirci se anche Fini presenti delle peculiarità tipiche della nostra tradizione politica.
Nei nostri libri di storia la destra italiana viene fatta risalire alla destra storica cavouriana, poi si cita il nazionalismo, quindi il fascismo, ed infine il MSI che nel dopoguerra è stato l'unico partito (insieme a monarchici e qualunquisti) ad accettare la collocazione politica "a destra", quando questa era stata completamente delegittimata dalle vicende inerenti al Ventennio mussoliniano. Tuttavia, nessuna di queste destre si è mai posta in chiave esplicitamente "conservatrice", in quanto tutte si siano proposte l’obiettivo di riformare ciò che avrebbe avuto valore di essere conservato. Poi collateralmente esistette un conservatorismo dello status quo, un conservatorismo fuori la destra o ai margini di essa, un conservatorismo papalino e poi democristiano, un conservatorismo sudista, un conservatorismo liberale, etc. Ma anche questi "conservatorismi" molto raramente accettarono di definirsi tali. Al giorno d’oggi, se guardiamo alla nostra realtà con gli occhi di un cittadino europeo, il politico italiano che più si avvicina al modello conservatore contemporaneo è, malgrado le polemiche che lo investono da certa "destra", Gianfranco Fini.
La maturazione politica di Fini è stata tale rispetto al suo universo di provenienza (il postfascismo) che alcuni commentatori hanno parlato al riguardo di "conversione". Tuttavia, per quanto Fini si sia aperto alla tradizione liberale e democratica non può non fare ancora i conti con quella che è stata, e massimamente ancora è rimasto, il suo ambiente di riferimento.
In secondo luogo bisogna sottolineare che il finismo, ovvero quell'insieme di posizioni e idealità che accompagnano l'azione politica di Gianfranco Fini, mantiene una certa autonomia da Fini stesso; tant'è vero che il Presidente della Camera, presentando il volume "In alto a destra", ovvero quell'antologia di scritti che è stata definita la "bibbia del finismo", si è premurato di sottolineare che non si riconosceva in tutte le posizioni espresse dalla sua squadra di intellettuali. D'altronde, chi abitualmente legge il Secolo d'Italia, battistrada cartaceo del finismo, nota una diversità di riferimenti intellettuali - più eterodossi e politicamente scorretti - rispetto agli Aron, ai Popper, alle Arendt citati direttamente da Fini. Così come un autorevole finiano qual è Benedetto Della Vedova non ha affatto lo stesso background culturale proprio di un Lanna, di un Rossi o di una Perina.
Destra storica o sinistra liberale?
Gli esegeti intelligenti del del finismo - tra cui in primis l'ex AN Enzo Palmesano - hanno messo in luce come buona parte degli intellettuali che seguono oggi Fini siano stati in passato avversari di Fini così come il Fini di oggi sia ideologicamente avversario del Fini di ieri. Nel volume biografico “Gianfranco Fini. Sfida a Berlusconi” viene messo in evidenza come la tradizione della destra postfascista almirantiana, assai povera culturalmente, sia stata oggi soppiantata dalla sinistra postfascista rautiana e dalla nuova destra tarchiana allora estremamente minoritarie (per quanto sia rauti che Tarchi siano rimasti, per motivi diversi, lontani da Fini).
L’analisi di Palmesano, volta alla comprensione di ciò che Fini e la "Destra Nuova" intenderebbero rappresentare, si può sintetizzare in una serie di punti:
1) Oltre Fini (e forse anche prima di Fini) esiste il "finismo". Una linea di pensiero eretica rispetto agli standards della destra classica che abbina in maniera molto singolare elementi della tradizione liberale continentale (Aron) con altri presi in prestito dalla nouvelle droite (De Benoist).
2) Il Fini di oggi è l'antitesi del Fini di ieri; e il finismo è l'alternativa di sempre all'almirantismo.
3) L'alternativa storica all'almirantismo è stato il rautismo. Ma il finismo non è la semplice riproposizione delle suggestioni rautiane, per quanto si proponga egualmente lo "sfondamento a sinistra". E' Rauti + Mennitti, destra sociale e liberalismo. Non a caso, dopo la scomparsa di Almirante, la corrente missina di Mennitti andò con Rauti e non con il delfino dell'almirantismo Fini, perchè più "innovativa" e "culturalmente aperta alla modernizzazione". Non a caso il numero due del finismo, Adolfo Urso, prima di stare con l'aennino Fini stava con Mennitti e dunque anche con Rauti contro il missino Fini.
4) Il "fascismo immaginario" non è una goliardata ma qualcosa di serio e di reale. E' un fascismo in democrazia, a volte avverso alla democrazia, ma ancor più spesso avverso all'autoritarismo. Il fascismo immaginario è libertario e si pone quale contraltare speculare del comunismo immaginario della sinistra post-sessantottina.
5) Il "nuovo Secolo", diretto da Flavia Perina, è un giornale interessante, attraverso il quale si può comprendere cosa si muove nella fucina di idee finiana. Che, insieme al Foglio di Ferrara, è l'unica fucina di idee del centrodestra. Con la differenza non da poco che comunque il Secolo vanta una storia in cui anche l'eresia è divenuta di fatto una "tradizione". Anzi, per certi versa "la" tradizione più vitale del postfascismo. Così come il fascismo immaginario ha di fatto soppiantato il neofascismo.
6) Il fascismo immaginario, e a ben vedere anche il finismo, pecca d'incoerenza. Ma questo difetto è anche la sua forza, in quanto la contraddizione divenendo sintesi è sempre capace di rinnovarsi e di avvalersi di nuovi apporti. Apparentemente un Niccolai e un Della Vedova non hanno nulla in comune. Ma il finismo è capace di tenerli insieme, riuscendo a far dialogare gli opposti come finora solo la sinistra era riuscita a fare e ora, istituzionalizzatasi, non riesce a fare più.
7) Il finismo, ancor più del fascismo immaginario, riesce a mettere in relazione il ceto borghese con un pensiero in buona parte, ancora, antiborghese.
8) Il finismo è l'espressione più seria dell'antiberlusconismo. E' un fenomeno pre-berlusconiano che ha la pretesa di rappresentare al meglio il dopo-Berlusconi.
9) Il berlusconismo è una sorta di almirantismo e dunque di autoritarismo.
10) Provocazione finale: il Fini di oggi è un politico liberale e libertario, che ha sostituito Almirante con Pannella e De Gaulle con de Benoist. E il finismo altro non è che una via di sinistra liberale che si muove nel solco della destra storica. Come i radicali e anche tanti fascisti immaginari.
Un conservatorismo all’italiana (e perciò futurista)
Se effettivamente in questo quadro storico-politico Fini non fa nulla per accreditarsi come conservatore, anzi piuttosto il contrario, non v’è ragione per cui i conservatori più attenti non debbano interessarsi all’azione di Fini. In realtà, la demonizzazione del conservatorismo, in Italia come in Francia, è dovuta alla connessione di questo pensiero politico con il trinomio "Dio-Patria-Famiglia", proprio tanto dei tradizionalisti cattolici quanto dei fascisti (o per meglio dire di una parte di essi). Ci sono, però, altre nazioni in cui il conservatorismo ha una tradizione completamente slegata dal tradizionalismo come dal fascismo. Basti pensare allo scetticismo inglese risalente a Hume che posto a base del conservatorismo tory ha interessato un po' tutti i partiti liberali e moderati del continente, anche quelli di denominazione "cristiana".
In tutti questi Paesi in cui la destra politica ha una tradizione laica (se non addirittura laicista) le posizioni di Fini non avrebbero problemi ad apparire "conservatrici". Lo hanno invece in Italia, dove esiste una diffusa quanto errata consapevolezza che la destra e il conservatorismo debbano essere retrograde e ostili alla modernità. Una consapevolezza presente non solo a sinistra, ma finanche a destra dove più che le idee si afferma il ruolo egemonico del Leader, ieri autoritario e oggi carismatico. La “destra dei diritti” di Fini viene scambiata paradossalmente per una sinistra a causa del confronto diretto con il rozzo populismo di Berlusconi e di Bossi, nonostante che le posizioni di questi ultimi sul fronte della legalità e dell'unità nazionale lascino alquanto a desiderare.
Il caos presente attualmente nel Pdl si riflette anche nel microcosmo dei conservatori che si qualificano come tali. E a lato di un Mantovano che sta con Berlusconi, vi è un Fisichella o un Bocchino che parteggiano per Fini. E questo perchè c’è chi privilegia la difesa della religione, chi dell'unità nazionale, chi della legalità. Conservatori dunque con Berlusconi, ma conservatori anche con Fini. Ma al di là di queste schermaglie in parte frutto della difficile contingenza politica italiana, c'è tuttavia un ultimo e non meno importante motivo che rende la posizione politica di Fini ai nostri occhi non meno "conservatrice" di quella di altri. E sta nel fatto che, nonostante le abiure e gli innesti, tende comunque ad un recupero globale della tradizione della destra italiana: dalla destra storica ai fascisti immaginari. Il finismo non è dunque un nuovismo, un ardito progetto costruito sopra una tabula rasa - quale si è rivelato invece il berlusconismo, per cui vale solo l'opportunismo, il pragmatismo e il garantismo peloso contro la magistratura. Dietro il conservatorismo “implicito” di Fini c'è la storia e il carattere degli italiani, tanto quelli di destra (ma un po' di sinistra) quanto quelli di sinistra (ma un po' di destra). Dietro l'opzione "libertaria" c'è l'apertura ai diritti civili, ma anche la rilettura postmoderna del modernismo reazionario del primo Novecento che seppe coniugare posizioni conservatrici con le forme dell'avanguardia. Un conservatorismo popolare, senza nobless e senza parrucche, e dunque volto a garantire opportunità e solidarietà sociale, non a salvaguardare privilegi. Un conservatorismo profondamente legalitario che ha il suo eroe in Paolo Borsellino, ma allo stesso tempo anche un conservatorismo futurista, che preferisce l'ignoto al noto - sovvertendo paradossalmente il tory Oakeshott – in ossequio, però, alla tradizione italiana.
Florian